Franco a Wilmo. L’aspetto privato dell’Eterno ritorno dell’uguale

21 gennaio 2012

Caro Wilmo, la risposta a Giani*, ti ripeto, è molto bella, soprattutto colma di suggestioni. Dovresti però farmi capire meglio l’aspetto determinante di tutto ciò: nel patto con il Destino, è comprensibile la parte che spetta a te e che porti a termine, ma in che modo L’eterno ritorno dell’uguale soddisfa la tua richiesta d’eternità per le cose e le persone a te care?
Questo è un punto fondamentale che, secondo me, andrebbe meglio chiarito, magari in un prossimo post da pubblicare.
Un abbraccio,
Franco

Paul Sérusier, Le Talisman (1888)

Caro Franco,
per sapere di come il Destino ha tenuto fede alla sua clausola del Patto dopo che io ho adempiuto alla mia, devi avere ben presente che Eterno ritorno dell’uguale significa precisamente ritorno dell’Eterno (che chiamiamo anche Anima, Mente, Essere, Logos, Io, Sé) nel mondo delle apparenze. In che modo, allora, questo ritorno ha soddisfatto la mia richiesta d’eternità per le cose e le persone a me care che altrimenti appartengono alle apparenze e perciò sono soggette ad apparire e scomparire in modo sconosciuto e segreto? Facendomi ritrovare tempi e luoghi cari lungo l’eterno ma oscuro e misterioso inanellarsi della natura, che ora ha luci e segnali ed è diventato chiaro e distinto per sempre. E il ritorno ha quelle caratteristiche: le persone e le cose hanno acquistato il sigillo dell’eternità.
La situazione iniziale è esposta nel post La chiesetta sperduta, il poemetto che ho scritto più di cinquant’anni fa, e che vale come mappa di partenza. I punti uno e due suonano così:

1.
“Luogo di raccolta nella chiesetta sperduta. Si arriva da un lungo sentiero, ma nessuno sa quando arriva. Incontrando l’altro che sta per entrare si guarda, ma non lo conosciamo. S’attende persona lontana, ma invano, e si dovrà ripartire. Non capita mai che l’uno s’incontri con l’altra che una volta ha lasciato, ma forse si spera. Perciò si cerca il luogo d’appuntamento, ma anche là si giunge per caso e si attende. Arriva un altro visitatore ed entra nella piccola chiesa, finché potrà rimanere. Potranno sorgere nuove amicizie, ma per poco, forse solo per ridestare un’immagine”.

2.
“Avevo provato a dirglielo, sapendo che ci saremmo lasciati: c’è una chiesetta sperduta, luogo d’appuntamento. Si arriva da un sentiero montano, ma vedo soltanto un tratto di esso. Altri pellegrini vi giungono, ma di rado, e la chiesa è piccola, con il tetto a due falde molto inclinato, simile a quelli delle chiesette di montagna. Altro non so dirti, perché c’è nebbia attorno. Non so la strada per arrivare né in che paese si trovi. Eppure solo in quel luogo potremo trovarci ancora. Tienilo a mente: una piccola chiesa, un tratto di sentiero, qualche pellegrino che arriva solitario e buio attorno. Potresti arrivarci un giorno e lì pensare di trovarmi, anche se strade e date non abbiamo potuto indicarci. Potrei arrivare anch’io ed entrerò ed attenderò, finché sarà possibile rimanere. Ma non dimenticare: serba l’immagine di quel luogo d’appuntamento”.
Questa è stata la situazione di partenza.

Dopo l’arrivo, alla fine dell’immane avventura che mi ha impegnato per cinquant’anni, essa è diventata così.
–La chiesetta sperduta apparsa in cielo è stata ritrovata e coincideva con la sua apparenza, l’immagine sensibile che si trova a Grea, un piccolo paese del Cadore.
– Non c’è più nebbia attorno né buio.
– Il tratto di sentiero da cui si arrivava casualmente e in modo misterioso è diventato la via circolare dell’eterno ritorno.
– Alla chiesetta non si giunge più per caso, che è soltanto “l’incerto e difettoso appellativo del Destino”, ma, appunto, seguendo il Destino.
– Chi entra è già stato e chi aspetta lo riconosce.
– Si possono stabilire i tempi dei ritorni e la data di riferimento è quella della prima volta che ho visto la chiesetta nel suo duplice aspetto: di pietra e legno sulla terra e idea nel cielo, cioè i primi giorni di settembre del 1957.
Così il ritorno degli eterni nelle apparenze ha ora tempi e luoghi noti come quando ci si dà appuntamento qui sulla terra durante il corso di una vita e ci diciamo dove e quando.

Mi hai detto che hai inteso bene come ho corrisposto io a tanta abbondanza di risultati. Perciò aggiungo soltanto, perché è un concetto importante e ripeterlo giova, che le apparenze sono la visibilità dell’Essere e io mi sono impegnato ad aumentarla. Come? Con nuova luce, che ha illuminato la Notte fino alla novella Aurora, oscurità che la ragione non penetrava, e aggiungendo nuovi aspetti e possibilità: quelli che la nuova luce ha sollevato dalle Tenebre e alcuni fra i maggiori sono i segnali stradali, le luci lungo la parte a Notte, la coincidenza degli opposti, il Ponte sull’Abisso, la scoperta del segreto della Porta.

Ci risentiremo su questi argomenti che sembrano anche a me un punto fondamentale, perché sono l’esperienza da cui poi è nato il pensiero filosofico, e perché ognuno parte da solo seguendo la sua stella e poi ciò che trova, se davvero vale, va a vantaggio di tutti.
Un abbraccio,
Wilmo

* Per il commento di Giani (25/12/2011) e la risposta (5/1/2012) si vedano i commenti a L’uscita.

Mondo

8 gennaio 2012

Marc Chagall, La vita (1964)

Il sogno è il mondo che emerge dallo stato di sonno.
La realtà è il mondo che emerge dallo stato di veglia.
Quel che emerge è l’apparenza.

Si dice che il mondo è “vero” perché non si perde mai, e non si perde
mai perché ha continuamente sentinelle e osservatori che si danno
il cambio sulla scena e attendono ad esso, lo sostengono,
lo sorvegliano, lo curano; ed è tanto più vero quanto più
sono numerosi.
Diverso è il sogno che ha normalmente un solo osservatore e perciò
si perde e si dice che non è “vero”.

Sembra il mondo un tentativo (finora) riuscito di trattenerlo e
mantenerlo così multiforme, colorato, numeroso, con stelle in cielo e
piante e animali sulla terra. E finché ci sarà la specie umana
rimarrà così. Poi, se essa muterà o andrà esaurendosi,
cambierà questa visione fino a sciogliersi anch’essa,
o diventare un’altra se ci sarà chi vede con altri occhi.

Rivoluzione copernicana

25 dicembre 2011

La strada della natura dalla quale si giunge a questo mondo l’abbiamo illuminata e segnalata. Prima passava solo la specie nei modi segreti che essa adotta. Ora anche il singolo da solo.
Prima c’erano entrata e uscita misteriose e una visita soltanto a questa terra, o di altre non esistevano le prove chiare e distinte (non c’era più il ricordo). Ora si conosce la strada per tornare e cambia tutto. Bisogna però imparare quel cammino.

Rappresentazione dell'universo eliocentrico


L’eterno ritorno dell’uguale avviene nel mondo delle apparenze – la numerosa, variopinta e multiforme natura. Ma è dalla cultura che diventa idea chiara e distinta, cioè eterno ritorno anziché una presenza improvvisa e sempre nuova. E ciò dopo che la via circolare è stata indicata, illuminata e percorsa fino alla coincidenza d’inizio e fine, e dopo che uscendo da quel punto si è giunti nel Centro del giro.

Con l’eterno ritorno dell’uguale non si conquista l’eternità che essa è da sempre nell’eguale. Si conquista invece l’apparenza, perché si ritorna nel mondo delle apparenze. Questa volta non portati ciecamente dal volgere eterno della vita, ma perché si conosce la strada. Perciò si sa da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo.

Il ritorno dell’eterno ritorno dell’uguale si svolge dall’Essere alle apparenze. C’è il retaggio dell’incarnazione di Dio in questo “ritorno”. Ma qui stiamo parlando dalla filosofia.

Il sole nel sensibile

3 dicembre 2011

Il regno intelligibile
non è diverso da quello sensibile,
sta solo più in alto.
Lì il sole si chiama Essere
e le cose apparenze.


Il sole nel sensibile è l’Essere nell’intelligibile. E come il sole ha cose nella sua luce (vegetali, animali, uomini), l’Essere ha apparenze (le stesse del sole ma viste nella ragione)

Non c’è contraddizione, dunque, se si dice che c’è l’Essere e ci sono le apparenze ed essa, infatti, non esisteva nella visione di Parmenide; il quale, dopo aver indicato la via maestra che conduce all’Essere e averlo descritto, ha continuato così:
“Qui pongo termine al discorso che si accompagna a certezza e al pensiero intorno alla Verità, da questo punto le opinioni dei mortali devi apprendere, ascoltando l’ordine seducente delle mie parole” (Parmenide, Poema sulla natura, frammento 8).
Apparenze, d’altronde, che gli erano state indicate dalla dea che “tiene le chiavi” della “porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno” perché si occupasse anche di esse. Quelle parole divine suonano così: “Anche questo imparerai: come le cose che appaiono bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso”. (Proemio del Poema, frammento 1)

Dunque non c’è contraddizione in Parmenide: c’è l’Essere e ci sono le apparenze, come c’è il sole e le cose (vegetali, animali, uomini) nella sua luce, ed esso le solleva, le nutre, le fa declinare e cadere e poi in infaticabili cicli le ripete. Ma Severino invece vuole che ci sia la contraddizione, e così crede di poterla dimostrare nel suo ultimo libro.
“Proviamo a seguire questo non facile discorso di Parmenide. Abbiamo parlato delle molte cose: la casa, l’albero, l’animale, la stella… Prendiamone una: la casa. Se chiedo − e questa è la richiesta di Parmenide – ‘casa’ significa ‘essere’? No, ‘casa’ non significa ‘essere’. Questo non significare ‘essere’ è equivalente a non essere l’essere. Allora ‘casa’ è un ‘non essere’; ma, quanto abbiamo detto di A (della casa), lo dobbiamo dire anche di B, di C, di D, dell’albero, delle stelle… ossia ognuna delle molte cose, ognuna, è necessariamente ‘non essere’ perché nessuna di esse significa ‘essere’. Ma allora la conseguenza qui si fa, potremmo dire, ‘drammatica’ perché, se ci ricordiamo di quel principio che ho enunciato poc’anzi, cioè che solo l’essere è e il non essere non è, e poiché A, B, C, D non significano e non sono l’essere, allora la conclusione straordinariamente preoccupante di Parmenide è che è impossibile che A, B, C, D siano, cioè è impossibile che il mondo sia.
Qui, chi ha qualche esperienza della saggezza orientale si sente in qualche modo a casa sua perché per la saggezza orientale il mondo è Maya, il velo dell’illusione, il mondo dell’illusione… e Parmenide dice proprio questo. In relazione alle molte cose della cui identità si andava alla ricerca, Anassimandro aveva detto che ciò che vi è di identico in ognuna di esse è l’ ápeiron; ora con Parmenide si dice che l’ápeiron dev’essere pensato come l’essere, l’essere comune a tutte le cose, che è opposto al nulla, ma che non può essere identico a nessuna delle molte cose.
Dunque, se si afferma che la casa è (oppure se si dicesse che la stella, il monte, l’uomo, i popoli sono) poiché la casa è ‘non essere’ si direbbe che il nulla è. Ma questo è l’impossibile. Ecco allora il sommovimento tellurico per il quale Parmenide – in sintonia in qualche modo con l’Oriente – afferma l’illusorietà del mondo: il mondo è illusione. E lui chiama dóxa questa illusione. Quando Parmenide parla di dóxa, parla dell’opinione illusoria: il mondo è opinione illusoria”.

Oltre Parmenide.
“La verità incontrovertibile è questa: l’essere non è la varietà delle cose del mondo,  ma è un “che” di semplice, di non divisibile in parti, perché Parmenide dice che il mondo è illusione. Egli però non dice che l’illusione in cui consiste il mondo non esiste. L’illusione c’è. Ecco allora che qui Parmenide si mette sulla strada dell’ oltrepassamento di Parmenide: se infatti l’illusione , e cioè il mondo in cui noi perlopiù viviamo credendo che non sia illusione, esiste anche dal punto di vista di Parmenide, allora viene smentito il principio parmenideo per il quale solo l’essere è. Implicitamente Parmenide viene a contraddire se stesso riconoscendo l’esistenza dell’illusione. La verità si trova così frantumata.”
(E. Severino, I presocratici e la nascita della filosofia, La Biblioteca di Repubblica)

Dunque per Severino Parmenide si è contraddetto perché ha affermato che c’è l’Essere e ci sono le apparenze così che il suo principio che “solo l’Essere è” (ma quel “solo” non c’è in Parmenide, lo ha aggiunto Severino) rimane infirmato.
Ma ciò, allora, vale anche per Anassimandro nel cui pensiero ci sono le “cose” e c’è l’ápeiron, cioè l’Essere, come ben appare nel frammento che ci è giunto di lui, che suona così: “Principio degli esseri è l’ápeiron… da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”. (Frammento 1)

E vale altresì per Zenone quando afferma che Achille non raggiunge la tartaruga, mentre si vede e si sa che ciò non accade; né lui era cieco o tardo di mente.
Dei sempliciotti, perciò, questi sapienti e con loro tutti gli altri di quel tempo?
No, perché la contraddizione non c’è. Semplicemente erano arrivati e distinguere i due modi dello stesso, quello dei sensi da quello dell’intelletto, anzi proprio la scoperta chiara e distinta di quest’ultimo li ha resi così: sapienti.
E uno è l’apparenza e l’altro è l’Essere.
Uno è il ciclo delle cose che nascono, crescono, declinano e scompaiono e l’altro è l’ápeiron, il loro “principio”.
Uno è il mondo dove con un balzo Achille raggiunge la tartaruga e la supera, l’altro dove non la raggiunge, come Zenone ben dimostra nella sua famosa aporia, perché lì tutto è immobile, immutabile, eterno.
Specialmente Achille e la tartaruga è illuminante, perché lì sono a diretto contatto Apparenza ed Essere. Apparenza: Achille che raggiunge e supera la tartaruga. Essere: dove ciò non avviene.
Gli uomini però abitano in modo quasi esclusivo nell’apparenza.
Invece sembra che Severino a questa distinzione, vale a dire ai due modi dello stesso, non sia ancora giunto. C’è un solo piano per lui, il più basso, quello delle cose, e in esso ha portato tutto e l’ha ammucchiato. Ha messo insieme Essere e Apparenza, insomma, e con i paramenti e abiti regali del primo ha vestito la seconda. Così oggi abbiamo sette miliardi d’uomini trasformati in “Superdèi”, e ogni cosa in terra e in cielo è eterna, immutabile, immobile.
Poi la sua fatica filosofica di dare un significato a tutto ciò, di rendere plausibile l’ammucchiata e carnevalata, fino a realizzare il più grande monumento al nulla finora apparso, e forse non ce ne sarà un altro che l’eguaglia.
Ci fermiamo qui per ora, ma non abbassiamo la guardia. Il segnale di pericolo S.P.S. – Salviamo Parmenide da Severino, che abbiamo trasmesso tempo fa, continua a suonare, perché il professore di Brescia è considerato dalla cultura ufficiale un’autorità in questo campo.
C’è da capire invece perché le “cose” sensibili (albero, casa, uomo) nella luce dell’Essere si chiamano invece “apparenze”. Di ciò abbiamo già fatto cenno in alcuni dei nostri post (vedi per esempio Il tempo lineare e l’eterno ritorno), ma ritorneremo sull’argomento.

La metà nascosta — Terza e ultima parte

20 novembre 2011

Leggi la Prima parte
Leggi la Seconda parte

Jacopo Tintoretto, L'origine della Via Lattea (1575 c.)

34. Insuperabile dal singolo per le vie della natura, preceduto dai tentativi di cui ho detto nel capitolo precedente, sono riuscito ad attraversare il lato oscuro con i mezzi della conoscenza. Come ho potuto procedere nella Notte senza lumi in terra e stelle in cielo.
Da qui comincia l’attacco finale al lato oscuro, dopo che si è giunti alla consapevolezza che esso c’è e che non si può difendersi soltanto volgendoli le spalle o ignorandolo, come hanno fatto per tanti secoli gli abitanti dell’Occidente finché si sono trovati dalla parte in luce, perché alla fine ti trascina nella Notte e tu ti trovi con la testa in basso. D’altronde la sua presenza è stata esaltata e moltiplicata dalla fine del Giorno, quindi dalla graduale scomparsa nel Cielo più alto della parte in luce e conseguente immersione nelle Ombre e nelle Tenebre, e anche volgendosi si troverebbe ormai il Buio, e perciò neppure le difese del passato risulterebbero più valide. Ecco, allora, come io l’ho affrontato.
Il mio cammino solitario nella Notte, è cominciato dall’ultimo campo base, quello dove erano giunti prima di me Nietzsche, Heidegger, Jünger, − e forse qualche altro, di cui non conosco i nomi, perché ho trovato notizie scritte di loro pugno solo di questi tre. O molte informazioni ho ricevuto da personaggi che si sono dichiarati nichilisti; da chi perciò è entrato nella Tenebra e l’ha descritta e in qualche modo anche affrontata, ma non mi risulta che qualcuno sia arrivato in posizione più avanzata dei tre che ho nominato. Ragion per cui posso ora fissare quale partenza per l’ultima tappa la “linea di Mezzanotte”. Quella, dunque, che sicuramente Nietzsche ha visto assieme agli altri, ma che neppure lui è riuscito ad oltrepassare. O l’ha fatto solo in sogno, con un’immagine vicina al Risveglio, quella del giovane pastore che con un morso stacca la testa del serpente che s’era infilato nella sua bocca, di cui ho detto nel capitolo precedente.
Se io affermo che son partito da presso la Mezzanotte dove erano giunti gli ultimi grandi del pensiero occidentale, lo faccio solo ora. Non lo sapevo a quel tempo. Non in modo conscio, almeno. Allora è chiaro: non ho agito come un comprimario, vale a dire come chi conosce a menadito la filosofia e sa dove essa è arrivata e quanto ancora gli aspetta. Allora, piuttosto come uno sherpa. C’era da salvare la pelle, perché in definitiva di ciò sempre si tratta in tal genere d’avventure, − e la salvezza dipendeva dal superamento della linea dove disperatamente e tragicamente s’erano bloccati i titolari della spedizione, uomini illustri di cui io però in quel tempo conoscevo soltanto i nomi e avvicinato le loro opere per curiosità – e perciò via da solo, io il nativo di quelle cime e abissi, a tentare il vuoto più grande che s’apriva appena aldilà del punto raggiunto.
Non ho provato a scendere in fondo all’abisso per poi risalire, perché già in quel tempo − e oggi ancora di più − esso appariva senza fondo, ma ho cercato di beffarlo con un ponte sospeso. Le due rive dove ho fermamente ancorato l’esile struttura si chiamano Tramonto e Aurora, e c’è un sostegno a mezza via, la Mezzanotte, legato al suo opposto: il Mezzogiorno. I due si sostengono a vicenda. Aurora e Tramonto erano già state individuate e determinate, la prima soprattutto da Parmenide, il secondo da poeti, scrittori e filosofi dei secoli diciannovesimo e ventesimo − come ho già avuto modo di indicare in altre occasioni −, anche se non era certamente prevedibile in quei tempi che sarebbero servite come sponde per la costruzione di un passaggio di tal genere. Perciò ho fatto tutto da solo nell’ultima parte. Non molto di più di una corda molle, su cui pochi oseranno avventurarsi; ma già vedo con il pensiero le torri che sorgeranno al posto dei rudimentali ancoraggi che ho costruito io, più alte di quelle del ponte di Brooklyn, più vicine al cielo di quelle che sono state progettate per l’attraversamento dello stretto di Messina; e il nastro che si stenderà dall’una all’altra sarà il più lungo, degno di tanto vuoto. Non consistente di un elemento sottile e leggero formante un semicerchio che è la forma che ha assunto quando l’ho calato io, ma credo che si troverà il modo di tirarlo, che il collegamento fra le due sponde diventerà un rettilineo fra l’Aurora e il Tramonto, cioè un diametro del cerchio Giorno-Notte. Credo che il ponte diventerà una strada sospesa indistruttibile, come l’asse terrestre, che attraverserà la Notte: aperta e illuminata strada di frontiera che collega le sponde vita-morte. [96]

Giunto con quel semicerchio fluttuante nell’Abisso al tutto in una volta del cerchio, e perfino alla futura strada che attraverserà l’Abisso, c’è ora da vedere come ho potuto percorrere la parte gravitante nel Vuoto, che solo alla fine ha cominciato a diventare esile struttura gettata fra le due sponde. C’è da dire, per prima cosa, che già esisteva l’altro semicerchio, quello in alto, percorso e costruito dall’Occidente in più di venticinque secoli, di cui ho parlato varie volte, che come un arcobaleno collega i due poli estremi del suo Giorno, che è poi la luce della ragione, e che nel visibile e tangibile è strade, gallerie, viadotti, rotte che circondano la Terra. Perché la Terra è stata il campo d’esercitazioni di quel cerchio più grande. I suoi ponti sono modelli di quello vita-morte-vita. E c’è l’immenso ponte Aurora-Tramonto, immane cammino di una civiltà sospesa fra l’Abisso e l’Altezza, di cui le tante storie sono le carte topografiche e geografiche. Ebbene, è su quel mezzo giro già esistente che sono rimasto appeso come un ragno per attraversare anche l’altra metà che sta sotto. O soprattutto ad esso, perché mi hanno molto aiutato anche il giorno del ciclo giorno-notte, le stagioni di quello estate-inverno, la veglia dell’infaticabile successione veglia-sonno, la donna nell’unione uomo-donna, l’amore nel giro amore-morte. Tutte cose già dette, ma che qui amo ricordare perché sono gli appigli senza i quali non avrei mai potuto attraversare l’Abisso cui i più hanno assegnato il nome morte. Ma ora bando alle trascorse prove, entro nel cuore del problema.
Come ho potuto procedere nella Notte senza lumi in Terra e stelle in Cielo, con l’Abisso spalancato ad ogni passo, anzi come ho potuto muovere un solo passo?
Perché, senza sapere come e dove, mi tenevo appeso al Giorno avanzavo verso levante dopo la svolta del Tramonto e in tal modo avanzavo nella Notte, passo dopo passo, e segnavo il percorso con la corda molle che scorreva dalle mie mani. Non mi risulta che prima di me qualcuno abbia camminato contemporaneamente nel passato e nel futuro come ho fatto io, diretto ad un’unica meta, l’Alba, quella vista da Parmenide e quella nuova che sarebbe sorta di lì a poco. In questo movimento da funambolo, quando sono arrivato a Mezzogiorno in alto, sotto era Mezzanotte, quando sono giunto all’Alba di venticinque secoli fa c’era la fine della Notte sullo stesso punto, e sono diventati indistinguibili i due momenti. Questo modo di procedere è stato però più frutto dell’istinto che della conoscenza. Un po’ come il bambino che quando comincia a camminare sta attaccato alla gonna della madre per non cadere, così sono stato io. Oggi invece so, e conosco da dove mi giungeva quell’istinto: da chi prima di me aveva intrapreso quell’avventura e aveva superato in qualche modo la Tenebra. Degli eroi mitici, degli Iniziati, dei sapienti, era quell’eredità segreta di cui beneficiavo. Nel tempo che ero impegnato nell’avventura obbedivo a un comando che mi era in tanta parte incomprensibile, ma ora il velo non c’è più, è diventato idea chiara e distinta. Anche a cosa mi appoggiavo e aggrappavo per non cadere fisicamente, − perché ero impegnato anima e corpo in quell’impresa e se cedeva una parte avrebbe trascinato con sé l’altra − ora lo so in modo più sicuro: a quella Via lattea di indicazioni che s’era accesa lungo i miei cammini sulla terra.

Ecco, dunque, la mia avventura: solo un lavoro di ragno che si lascia dondolare nel vento dello Spirito, in attesa di un soffio più forte delle correnti circolari. Un vincere l’Abisso approfittando degli eterni ritorni, della ruota che gira: non è evidente che essa continua a girare anche se ci sono punti morti per i singoli! Un vincere la morte ruotando nella giostra della vita, perciò; opera di trapezista ora che è fatta, che l’ormeggio è stato lanciato e fissato ai sostegni, che un minimo di protezione è stato inventato. C’era comunicabilità fra i rotanti cieli, quelli che fanno riapparire le costellazioni e quelli che fanno ritornare gli uomini, e se si dispone della chiave si può passare dall’uno all’altro; o tenersi aggrappati ad uno per muoversi anche sull’altro, come ho fatto io insomma. Tuttavia non sarebbe bastato il lavoro di funi e il mestiere di funambolo se non avessi ricevuto l’aiuto di una luce che non era quella del sole e neppure quella dell’Essere perché tramontato. Sotto forma di segnali che bucavano come scintille e lampi la Tenebra mi è giunto quell’aiuto, che io traducevo in parole, e le parole sono diventate indicazioni, e il loro insieme la collana che mi ha condotto passo dopo passo dalla Mezzanotte fino all’Alba. Certo, quei segnali sono stati un incontro continuo, a viso aperto, con il mistero, quindi a dirlo con la voce della ragione, anche con l’irrazionale. Ma ho forse mai dichiarato, o anche solo lasciato intendere, che quanto stavo facendo era del tutto razionale! È razionale abbandonare in tanta parte le vie ampie e facili, i vantaggi che offre il denaro, i piaceri della carne, le luci della ribalta, per immergersi nella Notte? Inoltre io ho sempre affermato che nel ciclo Giorno-Notte, specialmente quando si giunge nella metà oscura, la ragione è soltanto un piccolo e incerto lume che serve quanto la lanterna che il viandante teneva in mano quando le strade non erano illuminate. Non certo per vedere lontano, dunque, e ancor meno la meta. E anche nei giri più bassi, quelli che in qualche modo si vedono, si sentono, si toccano, dalla posizione raggiunta sopra di essi, è forse razionale il sonno, la morte, la provenienza della vita dalle profondità della terra e dei corpi? E si smette perciò di dormire, di morire, di provenire dal profondo e dal mistero? Allora, nessuna sorpresa per quanto anch’io non sapevo: non sapevo, − e ancora non so − da dove giungevano i segnali. Oppure lo so: dall’Abisso. Ma non come mi giungono e perché. Una teoria però c’è e la dico. Come ho più volte posto in evidenza e come risulta dal simbolo, anche il ciclo più grande non arriva fino in fondo all’Abisso, − anche perché abisso significa senza fondo − e similmente non si eleva fino alla sommità del Cielo che nessun occhio umano ha visto. In altre parole il Giorno-Notte, anche se è, o diventerà, il ciclo più grande dell’uomo, non scende fino al nulla e non s’innalza fino a Dio. Più semplicemente circola, come un pianeta attorno alla sua stella, come una galassia nel cosmo, come il cosmo nel nulla o in Dio, o, appunto, nell’Abisso. Per cui c’è fondo ancora oltre il più profondo mai raggiunto. Ecco, è da quel fondo che sta sotto il più profondo mai raggiunto dall’Occidente che mi sono giunti i segnali che ho trasformato in parole. Input di un demone mi sono apparsi, com’è voce di Dio quella che giunge dal Cielo, che molti mistici hanno sentito e comunicato.
Comunque, non mi sono mai considerato un privilegiato o un eletto per quella messe continua di indicazioni che mi è stata offerta per tanti anni. Anzi un pensiero così non mi ha mai sfiorato. Perché nulla d’esclusivo mi è mai giunto, nulla di personale. Sono sicuro perciò che si tratta degli stessi impulsi che arrivano in ogni cosa e in ogni vita. Quelli che accendono e spengono le stelle in cielo, che aprono i semi nella terra e le gemme sulle piante, che colorano le gote delle giovani donne a primavera e fanno splendenti di sorriso i loro volti. Quelli che conservano e conducono i viventi lungo i giri giorno-notte, inverno-estate, veglia-sonno, vita-morte. Soltanto che nel Giorno-Notte si arriva anche alla maggiore profondità e perciò si colgono prima gli stimoli, i battiti dei tasti. [97] Prima che essi diventino comandi assoluti, ordini del re, imperativi categorici, non solo nelle cose e animali ma anche nell’umano. Ecco cosa sono le indicazioni che si sono accese lungo la via della Notte: un cogliere dal più profondo e sollevarlo nel più alto, cioè nella luce dell’Essere. Un tradurre gli impulsi in parole; e non più nell’aperto della specie, o non più soltanto in essa, ma nella vita singola, quella della persona, o dell’Io. Quel che è capitato d’altronde a chi mi ha preceduto, eroi, iniziati, sapienti, mistici, filosofi.
Io come loro, con un metodo nuovo che, forse, mi ha portato a maggior profondità e con una qualità di segnali che non dovrebbero andare perduti. In ogni modo, sono serviti a me per procedere nella Tenebra più fonda, fino a spuntare nella nuova Aurora, e li lascio ai presenti e futuri come eredità da spendersi subito o quando giungerà il momento propizio.

35. Una via ora è tracciata per uscire dal lato oscuro, ma non appare per nulla scontato che l’Occidente la segua o soltanto ne prenda atto.
Anche se il cammino non è riservato, c’è da credere, come è accaduto d’altronde in passato, che pochi si metteranno per esso e lo seguiranno fino in fondo, vale a dire fino alla Porta. La quale è aperta a tutti ma è necessario arrivare fin lì per superarla e entrare nella dimensione dove gli opposti coincidono.
Non è per nulla scontato perché anche la pura e semplice conoscenza che c’è una Porta per uscire si trova oggi alla portata di pochi, perché la notizia non è pubblicata e diffusa, e sarà così finché durerà questo tempo rivolto ad altro. All’attività ininterrotta nelle antiche strutture costruite durante il Giorno e al denaro che da essa si ricava, ai beni che si vedono e si comprano, a quelli la cui ricompensa è il piacere fisico immediato. Sembra che il destino si comporti in questi tempi come il domatore del circo, che dà all’animale una leccornia ogni volta che compie correttamente l’esercizio imposto. In cotanta inettitudine e dimenticanza delle proprie origini, avanza l’ombra scura e lascia il nulla dietro di se dopo lo scontro con i residui della luce rimasti nei singoli dopo il Tramonto.
Se non è dunque per nulla sicuro che si esca all’insegna dell’Occidente, almeno in tempi brevi, vuol dire che la nuova terra e il nuovo cielo rimarranno in tal caso ancora a lungo nell’inverno e nella tenebra della Notte più lunga, come semi che attendono di spuntare. Qui la vita di una civiltà non si presenta essenzialmente diversa da quella del singolo.

Ma questa situazione non è priva di conseguenze. L’invasione del lato oscuro come avanza, vela di tenebre gli aspetti di quello manifesto, ed è ciò che sta accadendo in questo tempo. Tempo di Torre di babele, di contrapposizione sempre più dura e feroce. Un aspetto di essa è l’attuale dualismo uomo donna esistente ai nostri giorni, soprattutto in Occidente. Non è difficile dedurre che esso sia la causa prima dell’enorme perturbazione, che comincia dunque dalla coppia e continua nelle famiglie e nei luoghi di lavoro. Poi dal disordine e dai desideri repressi nasce la volontà di potenza della metà maschile incompleta e sola.
C’è pericolo di fine totale dell’umanità se continua questo stato.
Però oggi c’è più tempo a disposizione per attraversare la Notte e il percorso è interamente segnato in modo chiaro e distinto dalle indicazioni della conoscenza.

36. Giunti al termine del cammino nella Notte, la Luce che entra dalla Porta illumina il lato oscuro e appaiono le due metà congiunte, com’era all’inizio.
Il solitario viaggio nel lato oscuro fino all’uscita e alla coincidenza degli opposti non è una mia scoperta. Oppure lo è solo nel senso che oggi viene raccontata. Nel senso che è diventata conoscenza di un giro di cui prima il singolo non aveva coscienza. Lo sapeva Dio, o la Natura, o la specie,  non il singolo. Ma non ci sono dubbi che ci fosse anche prima che lo portassi sulla scena come Giorno-Notte, e in innumerevoli altri modi ed aspetti. D’innumerevoli giri già esistenti il mio, allora, è soltanto l’ultimo, e i precedenti instancabilmente si ripetono dentro la natura e il loro insieme è anzi la natura, il suo aspetto visibile.
C’era anche prima la notte, che sappiamo già essere una sola cosa con il giorno e non due metà separate. C’era il sonno che subentra alla veglia, con sogni che da molto sono stati collegati ad essa e di alcuni si dice che anticipano il futuro, vale a dire la vita che sarà, per cui non si può affermare che ci sia completa estraneità fra le due parti. C’era l’inconscio, che fino a pochi decenni fa era più staccato di quanto lo è oggi dal conscio, e il primo era piuttosto come le cantine e i sotterranei di un palazzo, locali di deposito di ciò che si scartava o non si voleva vedere, frequentati solo dai servi, dove mai gli abitanti dei piani superiori si recavano. C’era la morte, che in tutte le grandi civiltà non sono mai stata disgiunta dalla vita e, specialmente quando il Giorno giungeva al Tramonto, in esse sono sorti individui che hanno fatto esperienza dell’una e dell’altra, intessendo legami fra le due. C’era la donna in unione continua con l’uomo, aspetti viventi e entrambi presenti in carne ed ossa, per quella proprietà eccezionale di essere in due dimensioni contemporaneamente, vale a dire dentro e fuori. Spesso congiunti anche fuori per continuare la specie e un po’ anche se stessi − ecco cos’altro c’è in cima al sentimento dell’amore −, perché il figlio dell’uomo è qualcosa di più del prossimo vicino e lontano. Mi occuperò soprattutto di quest’ultima coppia e il motivo è noto a chi mi ha seguito fin qui: il lato oscuro solo in questo caso è in noi ma anche fuori, ed è la donna per l’uomo, e l’uomo per la donna. Qualcosa di ben visibile e tangibile, dunque, anzi ciò che si guarda e si tocca di più.
In confronto, la visibilità del sonno è fatta di sogni ed essi, come si dice comunemente, non sono “veri”, “reali”. Certamente non come i volti e i corpi delle donne.
Anche l’inconscio non si manifesta, o solo con cenni misteriosi, e quando chiama non lo fa con parole, ma con spinte incontrollabili da dietro e da dentro e non si vede chi spinge e si obbedisce perciò senza sapere. Le parole, quel che riusciamo a dire di quei comandi misteriosi, sono semmai trasformazioni successive che richiedono il traduttore come negli antichi oracoli. O se qualcosa si svela in altro modo, è nella dimensione del sogno che ciò avviene, o nelle apparizioni delle cadute in trance.

Ancor più misteriosa e tenebrosa è la morte. È un abisso, la parte nera del simbolo che appare in copertina. Quando si è vecchi e la vita a poco a poco ci lascia, il suo posto lo occupa lentamente la morte. O arriva anche all’improvviso, quando si ferma il cuore, negli incidenti mortali, nei delitti, nelle guerre. Per cui che la morte confini con la vita non sembra cosa di cui dubitare, io credo, se sempre si trova presso ad essa nelle malattie, nei pericoli, nella vecchiaia, e poi prende il suo posto quando finisce, come la notte del giorno dopo il tramonto. Ma sempre quando c’è l’una non c’è l’altra, e non c’è verso di accostarle più di tanto. Una è il corpo vivo che si muove, parla, ride, piange, lo colora il sangue che scorre. L’altra è spoglia immobile e muta. Che le due abbiano un confine comune perciò è indubbio, e la linea compare spesso all’improvviso. Ma si tratta di due metà imperscrutabili. Sono rispettivamente la parte bianca e la parte nera del simbolo. Perciò io non dirò mai che bisogna scendere fino in fondo al nero per poi risalirlo e raggiungere il bianco, perché è senza fondo. Invece ho indicato di sorprenderlo con l’astuzia se la sua arma è la tenebra e la profondità, insuperabile in altro modo. Un ponte sospeso è la sorpresa, quello che ho costruito dal Tramonto all’Alba, le due sponde su cui ho fissato gli ancoraggi. Soltanto una corda molle per ora, ma che sarà tesa e diventerà un ponte, come ho già spiegato nel capitolo trentacinquesimo. Anche non prendendolo di petto, anzi schivando a bella posta quel confronto impari, è, dunque, l’abisso della morte che ho attraversato. Non quello del sonno, perciò, che ha sponde molto più vicine, − va da giorno a giorno – ed è riuscita la natura a valicarlo senza il ricorso a quella superiore illuminazione che chiamiamo cultura e civiltà. Neppure quello dell’inconscio, anche se, come hanno detto iniziati e sapienti, esso congiunge questa vita con la memoria di quelle precedenti, e l’attraversamento è riuscito ad alcuni. A Buddha, per esempio, e ad altri orientali. Ma per questo motivo non li ho seguiti nel loro metodo, perché la mia via era invece volta ad occidente e non era ancora finita. Se avessi adottata la loro, la cosa più saggia sarebbe stata di affidarmi a quei maestri, come hanno già fatto tanti occidentali. Più che una via costruita nei modi dell’Occidente, che quando incontra montagne le fora, scava trincee, le sbanca, e pianta segnali ad ogni curva, bivio, asperità, lì si tratta, infatti, di sentieri inaccessibili senza l’aiuto di una guida, mentre quella che ho portato fino alla fine che coincide con l’inizio, che qui descrivo, può diventare aperta strada di frontiera fra due dimensioni.
Un lungo panegirico questo mio per riaffermare che di tutte le metà nascoste, una ce n’è di più indicata per arrivare alla coincidenza degli opposti, ed è la donna. Anzi aggiungo qualcosa d’importante a questo punto: dico che l’unità che così si ottiene è quella che ci vuole per poter continuare la via dopo la Porta, altrimenti non si può, come spiegherò più avanti. E c’è ancora di più: nei modi del sensibile la donna non è solo il cammino che attraversa il lato oscuro, che lei in uno dei suoi aspetti porta nel grembo, ma è anche ciò che ci aspetta all’arrivo: è il premio della lunga avventura dopo la sua conclusione. Perciò s’intraprende l’immenso viaggio nei modi della natura, perché già si vede dove si va a finire: dove c’è la luce e la bellezza. Per il bambino appena nato è il volto ridente che si china su di lui. Per l’innamorato è meraviglia e incanto, luce e bellezza assieme. Ci è dato, insomma, di vedere e intendere nel mondo delle cose contrapposte, sia solo per simboli e immagini, sia pure in brevi lampi nell’oscurità, quel che sarà senz’ombra in un’altra luce.

37. La metà originaria va cercata appena prima della Porta, o sulla soglia, perché dopo si entra nella sfera dell’Essere dove non ci sono parti separate e distinte e non si potrebbe procedere diversamente. [98]
Sulla soglia della Porta s’illumina il nascosto e si può riconoscere la metà cercata quando la si incontra, quella che nella dimensione delle parti contrapposte, come ho detto alla fine del precedente capitolo, è soltanto cifra e segnale. Non nel modo del sentimento, che s’accende e si spegne e dura poco, ma in quello della conoscenza e dell’amore trascendente che ha antesignano l’amore platonico. Ed è come dire: la prima volta che sono nato mi è toccato una visione confusa e incerta, ma la seconda volta è chiara e distinta, e posso davvero riconoscere colei che ho anticamente perduta. Particolari, spesso invisibili alla luce del sentimento si possono cogliere con quella che ha illuminato il lato oscuro. Da cui si deduce che dovrebbe essere più facile orientarci per scoprire la metà originaria anche là fuori.

Eccomi perciò, nonostante gli anni, a prendere già a cuore la seconda parte della ricerca. Però sono giunto tardi alla fine della prima e non mi basterà il tempo. O anche se riesco a trovare, non ho più l’età adatta per tutto quello che c’è da fare assieme. Per cui dovrò ritornare a terminare quel che ho incominciato. In ogni modo ho già cominciato a preparare la seconda parte dell’avventura anche se non mi sarà possibile portarla a termine.
Da questo punto in avanti, stranamente non sono più i corpi in primo piano. Per quanto splendidi e pieni di dolcezze non sono più preziosi come prima. Oppure quelli sono come le altre bellezze del mondo di natura, come i fiori e le stelle, verso cui ci si gira e da cui si è anche attirati e presi, perché ci sono pur sempre gli stimoli della natura che vuole che la vita continui nei suoi modi antichi e universali, ed anche perché essi stanno all’inizio dell’avventura umana che è una sola in tanti aspetti e gradi di visione. Ma per la salita fino all’ultimo livello dove qualcuno già si trova, dove si cerca noi stessi e non la specie, quello che non continua da uomo ad un altro uomo per quanto figlio o discendente, ma da sé a sé, non bastano più. Non sono più importanti come prima, non sono indicazioni della via che arriva fino alla meta. Fino all’intelligibile, ha detto Platone all’inizio della filosofia, collegandosi al mito.
Solo i volti sono indicazioni più recenti e perciò più attendibili del cammino. Solo essi portano i segni di grandi solitudini, di profondi smarrimenti, d’intime gioie e speranze. Solo seguendo quelle tracce si può avvicinarsi al segreto e riconoscere. E quando si pone piede in quei paraggi si scoprono le affinità fra chi cerca e chi è cercato, e c’è sempre a questo punto un venirsi incontro e riconoscersi. Affinità elettive le ha chiamate Goethe, un riconoscere fra i fili intricati del nostro amore quel che davvero ci lega. La scoperta dell’altra metà, dico io ora; l’ombrato cielo che sta sotto a quello azzurro e che nulla cede in profondità e bellezza al suo opposto, anzi le mostra di più e di più le esalta, come ha ben detto Novalis nei suoi Inni alla notte; l’anello spezzato lasciato in pegno da chi non è potuto rimanere, e che combacia con la metà in suo possesso quando ritorna dal lungo viaggio nel regno oscuro, a dimostrazione che è lo stesso che ritorna. Allora è il mistero della parte oscura che si svela. Allora non è più dietro alle spalle, o nel profondo, ma davanti. Non è più un incubo che sale dal sogno di cui non si conosce l’estensione e la durata, né il mostro che si muove nelle tenebre sconfinate, ma appare negli occhi aperti e ci vediamo. Si mostra nella luce ed è bellezza. Quando un ritrovamento di tal genere avviene, scompare la solitudine, scompare la limitazione, scompare la morte perché si arriva in due fino al confine e al Passaggio.
Alla Porta da cui si entra nella sfera dell’Essere, ha detto Parmenide. Al Bello, ha detto Socrate, non diverso da Bene, che si raggiunge seguendo la via dell’amore, intermediario fra gli uomini e gli dei. Alla Porta del Paradiso, hanno detto i mistici, ad un passo dall’unione con Dio. “Io ho sempre pensato” ha detto Joseph Campbell “che se si potesse entrare in contatto con il proprio lato femminile (o, se si è donne, con il proprio lato maschile) si conoscerebbe ciò che sanno gli dèi e forse anche di più. Al Sé ha detto Jung. Ha aggiunto che il cerchio è uno dei simboli religiosi più potenti e una delle grandi immagini primordiali dell’umanità e che, considerando il simbolo del cerchio, analizziamo il sé. Da ciò deriverebbe che il Sé è l’unità di uomo e donna, è uomo e donna assieme”. Come nel simbolo del Tao.
Allora anche in altri modi il cammino che conduce fino alla Porta e alla coincidenza degli opposti è stato compiuto, ma l’ultimo che qui presento obbedisce a nuove esigenze che sono sorte e riguardano il singolo qui e non altrove, ora e non in un lontano futuro. Riguardano la sua breve vita, il suo apparire e scomparire di cui poco o nulla si sa, e soprattutto la sua metà nascosta dove sono riposti i segreti. Si tratta allora di prendere coscienza del cammino che c’è già, quello che è stato fatto dalla natura e continuato nel campo della cultura e della civiltà occidentale, e portarlo fino ad un’altra nascita.

38. Un breve riepilogo e la conclusione.
Chi avrà occasione di leggere i miei precedenti libri s’accorgerà che per giungere fino al punto dove gli opposti si incontrano e coincidono ho impiegato alcune decine di anni, dalla prima giovinezza da dove sono partito fino ad oggi.
Perché soltanto oggi non c’è solo quel meraviglioso arrivo dove una nuova luce ha illuminato il lato oscuro, ma ho trovato anche le indicazioni per la continuazione del cammino. Una continuazione a due questa volta, mentre fino a qui è stata una marcia solitaria. Una continuazione a due, ma nella coincidenza. Non più separate le due metà come giorno e notte, veglia e sonno, conscio e inconscio, vita e morte, uomo e donna, ma indissolubilmente unite come nell’amore più grande, e non sarebbe possibile diversamente. Perché ormai è finito il cammino nella dimensione del duplice e del molteplice e dalla Porta raggiunta comincia quello nell’Essere. In una nuova dimensione luminosa, cioè, dove le cose non appaiono solo a metà e perciò non proiettano neppure l’ombra. [99]

Dunque, ho impiegato alcune decine d’anni per compiere il giro, da inizio a fine. Sono partito all’Alba, ho camminato tutto il Giorno per vie già battute e aperte, sono arrivato al Tramonto circa una ventina d’anni fa. Poi la parte più solitaria e misteriosa, quella nella Notte, dove c’erano impronte umane fino al punto più fondo: la Mezzanotte. Ma lì si sono bloccati i miei predecessori, anche i più illustri. Si vede però che era destino che qualcuno raccogliesse l’eredità e facesse tesoro delle loro indicazioni ed esperienze. Perciò eccomi qua a dire e dimostrare che quel fondo è stato superato, e che dopo una marcia al metà oscura una nuova Aurora ha cominciato a splendere sulla via dell’Occidente. Perché se è vero che io ho impiegato alcuni decenni per compiere il giro ho, come dire, forzato le tappe e mi sono avvalso di innumerevoli segnali che mi hanno indicato la direzione. Sotto un certo punto di vista io non ho proceduto neppure a piedi, ma su ruote, su ali, quelle che la scienza moderna e la tecnica mi hanno messo a disposizione, con i sensi resi più penetranti dai microscopi e telescopi, e soprattutto usando le astuzie della ragione e le intuizioni della mente.
Insomma in pochi decenni ho percorso il cammino circolare che l’Occidente ha costruito in molti secoli. Venticinque per l’esattezza, cominciati quando Parmenide è andato oltre la Porta che separava la via della Notte da quella del Giorno. Quella è stata l’Aurora della Grecia e dell’Occidente. Quella anche la mia partenza giovanile immersa nella nebbia, che solo a poco a poco si è diradata, per ritrovare la stessa uscita dopo quasi una vita di ricerca e di cammino, per arrivare alla coincidenza degli opposti.
Tuttavia questo racconto del camino dell’Occidente e mio, non lo espongo ora per riproporre in modo puro e semplice, sia pure in forma telegrafica, cose già dette in altri libri e un po’ anche nelle pagine precedenti di questo, ma per stabilire un confronto fra esso e un altro cammino. Anche di quest’ultimo ho fatto cenno, ma si tratta ora di metterli vicini e di vederli in un confronto. L’altro, che in ordine di successione viene prima, è il cammino che si compie per arrivare a questo mondo, quello del seme maschile che dopo la sua introduzione e dopo un viaggio pieno d’insidie e pericoli dove tutti gli altri partiti assieme a lui soccombono, giunge in vista della cellula femminile e, attirato da lei, s’avvicina e con la sua condiscendenza la penetra e i due si diventano uno solo. Si tratta di un cammino della natura, come ho avuto modo di dire altre volte, che viene iniziato e compiuto nell’assoluta incoscienza di chi poi uscirà nella luce del sole e della mente e diventerà un Io. Capace dalla dimensione luminosa che ha luce raggiunto di osservare e indagare il cammino che ha compiuto nell’oscurità, specialmente se dispone degli strumenti che scienza e tecnica gli hanno messo a disposizione. Incapace però di ripeterlo per sé, di ritornare dopo che la sua vita finirà, di ripercorrere l’antica strada che non ha segnali fatti di parole, né tempi che si ripetono uguali, né luoghi che si presentano alla memoria e di cui si può dire con certezza: sono già stato. Mentre tutto ciò può avvenire, ed è avvenuto finora come eccezione, nel campo che l’Occidente ha aperto, conquistato, popolato. Condizioni di tal genere quelle che ho già nominato: una partenza all’inizio alla prima luce dell’Alba, un cammino circolare che si è svolto nella direzione del Tramonto, la discesa fino all’orizzonte e poi l’ingresso nella Notte, il valico della Mezzanotte, l’arrivo al punto di partenza, come sempre accade a chi percorre un cammino circolare. Il ritorno a casa, insomma, circumnavigando la mente e il cuore. Ebbene, tutto ciò è ormai segnato e s’inciderà nella memoria.
Circa il confronto fra i due cammini, ecco cosa ho ancora da dire prima della conclusione. Sono lo stesso, ma l’uno avviene nell’inconscio, l’altro nel conscio. Uno è quello della specie, l’altro del singolo. Ho affermato del primo che è l’avventura della vita umana nella natura, fino all’uscita e a vederla in faccia. Il secondo invece il cammino nella cultura, anch’esso giunto all’uscita e a coglierla tutta in una volta. O l’avventura nella civiltà occidentale, fino a poterla leggere da inizio a fine; o sulle circonvoluzioni del cervello fino a studiarle; o sulla mente compiendo il periplo di essa.
C’è da dire però che fino alla Porta e all’uscita sono giunto da solo, perché il dualismo l’ho superato con la scoperta del lato oscuro, quello che ha nome sonno, ha nome inconscio, ha nome morte, ha nome donna. E dopo quel punto dove gli opposti s’incontrano e coincidono si può continuare uniti, la metà chiara e quella scura assieme. La luce aldilà mostra lo spazio che ci è offerto per una nuova vita, una nuova casa, un nuovo sviluppo. Allora può sorgere la domanda: perché cercare la metà perduta anche fuori, nonostante ciò che comporta la ricerca e con il rischio di non trovare mai, se si può continuare lo stesso? Rispondo con un’altra domanda: si può conquistare quel dominio rimanendo soltanto così, vale a dire con la metà in sé ora in luce ma non presente in carne ed ossa, come è invece quella fuori? Penso proprio di no. Ho percepito chiaramente quando sono giunto sulla Porta che da quel punto è necessaria la donna, perché è la genitrice secondo il corpo e ci sarà continuazione anche nell’intelligibile nello stesso modo. Come d’altronde è stato previsto fin dall’inizio. Fin da quando la filosofia è nata si sono aperte due vie, quella della conoscenza e l’altra dell’amore. Una portava al Bene e l’altra al Bello, ma Bene e Bello sono due aspetti dello stesso, fin da allora. Così ci ha insegnato Platone, che ha seguiti entrambi i cammini. Ed io credo di essere giunto a provarla la coincidenza dei due.
Per davvero io non aspiro a mondi trascendenti. Quelli sono in mano agli dèi, che li usano come vogliono e li concedono a loro piacere e non miro alla scalata dell’Olimpo, anche perché non è riuscita a coloro che l’hanno tentato nell’antichità e sono stati ferocemente eliminati. [100] Io rimango più in giù, nel trascendentale. Mi basta che la nuova dimensione sia quella dove la possibilità della coincidenza degli opposti si è presentata, e qualcuno l’ha anche vissuta e sta vivendola. Sarebbe il risultato cui ha condotto il grandioso cammino della filosofia e della scienza. Un movimento dal basso, si può dire, un risultato tutto umano, ma poggiando i piedi sulle antiche vie del destino, e perciò forse anche previsto, almeno nel modo dell’evoluzione che continua. Il precedente più vicino è stato il passaggio dei sapienti, da cui è arrivata la luce della ragione per l’uomo occidentale. Ed oggi si aspetta un’altra luce, quella che ci fa vedere l’uno dove ora c’è il due e il molteplice, perché, appunto, illumina la metà nascosta. Mica però l’uomo è cambiato fisicamente quando la Porta che divide i sentieri della Notte e del giorno si è aperta circa venticinque secoli fa: è cambiata la rappresentazione. Ed è quello che accadrà ancora e che già si riesce a vedere e concepire. Ecco perché io dico che apparentemente tutto rimane così e tutto sarà diverso: un modo di concepire il mutamento che ha dei precedenti che si trovano nel Buddhismo Zen. [101] Ecco perché se tutto rimane anche così, in altre parole nel modo offerto dagli occhi del corpo, sono le metà che recitano in questa scena, vale a dire uomini e donne, quelle cercate e le cercanti. Non c’è più necessità di un dio che divida l’ingenua unità primordiale [102] perché le metà ci sono già. Si tratta piuttosto di procedere nel modo inverso: di unire ciò che Zeus ha anticamente diviso dopo che questa possibilità si è manifestata.
La ricerca della metà mancante nel mondo dopo che essa è stata trovata in se stessi, ha anche un altro aspetto che non va sottovalutato né taciuto, come se il dirlo costituisse un peccato della carne. Tale aspetto è il piacere, quello che viene dalle metà in carne ed ossa che si uniscono. Il piacere dei sensi, insomma: degli occhi che vedono, delle orecchie che sentono, delle mani che toccano, del naso che fiuta, delle labbra e della lingua che gustano. Il piacere del sesso, della dolcezza, di ricevere e di donare cose. L’Essere è anche “bellezza e vaghezza che ti prende di donare”, [103] sta scritto su un segnale indicatore che ho visto lungo la via della Notte, prima di giungere alla Porta. Sta scritto nelle Upanisad. “Egli − l’Atman − non aveva piacere; perché il piacere non appartiene a chi sta solo. Desiderò quindi un secondo. (Fino ad allora) la sua estensione era tale quanto un uomo e una donna abbracciati. Li divise in due esseri: questi furono lo sposo e la sposa. Tale è la ragione per la quale Yajnvalkya ha detto: ‘Noi due siamo (ognuno per sé) una metà’. Per questo motivo lo spazio (lasciato vuoto) viene riempito dalla donna”. (Brhad-aranyaka-upanisad). [104]

Mi resta solo da concludere. Quando la coincidenza ci sarà, o si svilupperà come nuova pianta che s’impone perché essa in qualche modo è già affiorata, ci sarà “procreazione nel bello, secondo il corpo e secondo l’anima”. Questa è la nascita nell’intelligibile provenendo dal sensibile. E nell’intelligibile sarà noto quel che oggi è in mano al tutto assieme, tutto in una volta, inteso come Natura e come Essere. Ma non è un’usurpazione, è un’evoluzione, ed è perfino ovvio che accada così se la dimensione che viene raggiunta è appunto l’Essere.
Perciò la conclusione ha questi suoni: il concepimento delle coscienze, simile a quello dei corpi, inizia l’androgino, il terzo dai due, − la coincidenza degli opposti, o il ritrovamento delle due metà che combaciano e la fusione, il ristabilimento del circolo vita-morte. Perché non ci sia più la caduta di una metà divisa nella morte, per non essere più gettati ciecamente nella vita.

[Fine]


[96] Che l’attraversamento della Notte seguendo il suo giro sia anche l’attraversamento della morte, sarà, mi sembra, la fonte delle maggiori perplessità e forse del rifiuto di molti di continuare su questa via, perché ritenuta non percorribile.. Invece le cose stanno proprio così: anzi, diversamente, sarebbe solo fantasioso questo scritto. Non coglierebbe il cuore del problema, avrebbe soltanto carattere ideale. Sarebbe un’ipotesi, una teoria non dimostrata. Dunque, Notte e morte sono lo stesso; e il superamento dell’una e il superamento dell’altra. Che la morte sia la Notte, l’ha intuito anche R.M.Rilke. Riporto le sue parole su questo punto, contenute nella lettera del 13 novembre 1925: “La morte è la faccia della vita a noi opposta e per noi non illuminata” (Briefe aus Muzot, pag. 332).
[97]
C’è un segnale sulla via della Notte che dice: “Mi sembra che sia Dio che batte i tasti/ di quello che poi appare nella mente./ Sono le battiture che ignoriamo,/ conosciamo soltanto i risultati”. Ciò vale per quanto ci giunge dal Cielo, e perciò il misterioso battitore l’ho chiamato Dio. Per quello che arriva dall’Abisso ho preferito invece il nome Demone.
[98] In un modo che può sembrare assurdo, l’ingresso nella sfera dell’Essere è già unità delle due parti e quindi essa c’è già a quel punto. D’altronde c’è unità anche quando la metà nascosta sembra escluderla, perché appare soltanto la parte in luce, ma c’è anch’essa assieme a quel che appare, e quindi, di fatto, l’unità non manca: E’ soltanto cifrata, è un enigma non svelato, un problema irrisolto.
[99] Anche nella Gerusalemme celeste le cose non proiettano più l’ombra perché…
[100] Hanno tentato la scalata all’Olimpo i Giganti, figli di Gea, fecondata dalle gocce del sangue di Urano evirato, e i Titani. Ma gli uni e gli altri furono sconfitti: i primi da Zeus e da Ercole che si sono alleati contro di loro e colpiti e dispersi sono stati inghiottiti dalla terra; i secondi anch’essi da Zeus, che li ha rinserrati nel Tartaro e affidati alla custodia degli Ecatonchiri.
[101] “Per chi non abbia ancora studiato lo zen, le montagne sono montagne e le acque, acque. Ma se riesce a intuire le verità dello zen attraverso l’insegnamento di un buon maestro, allora per lui le montagne non sono più montagne e le acque non sono più acque; ma più tardi, quando avrà realmente raggiunto il luogo della pace (avrà cioè raggiunto il nirvana), allora le montagne ritorneranno ad essere ancora montagne per lui, e le acque, acque”.
[102] È opinione diffusa fra i dotti che lo stato primigenio fosse sì quello dell’unità, ma nel modo della natura, dove non ci sono individui ma specie. Un’immensa casa comune, mensa comune, giaciglio comune, e ciò vale sia per i miti che per le religioni.
[103] L’Essere è il risveglio,/quindi anche luce che sta al risvegliare/ e corolla di fiore che così appare./ Quindi anche bellezza/ e vaghezza che ti prende di donare./ Perciò anche amore/ e dolore che ti coglie di lasciare./ E si va alla ricerca di altra luce/ perché non si spenga il giorno della vita,/ e siamo giunti a una nuova sortita dell’Essere,/ alla luce della mente/ e per un varco ancora più recente./ Ma poi rimane soltanto il risvegliato/ e si andrà a cercare ancora/ dove si è occultato l’Essere,/ Fino a un risveglio
[104] S. Freud, Il perturbante, Bollati Boringhieri, pag. 249.

La metà nascosta — Terza e ultima parte

5 novembre 2011

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Egon Schiele, Autoritratto doppio (1911)

33. I tentativi di superamento del lato oscuro degli ultimi due secoli, presenti nelle opere che ho nominato e riassunto.

Dei tentativi più antichi ho parlato un po’ nelle presentazione e nelle pagine precedenti, e di più in altri libri: Il ciclo e il varco, Compendio e Circolo della conoscenza, e li indico qui a chi vuol saperne di più. Ma si è trattato in passato di avventure avvenute non nell’interiorità ma in campi esterni e lontani. Nel Cielo degli dèi, per esempio, o sulla Terra e nelle sue profondità, o ancora più giù, nel Tartaro. Mentre da un paio di secoli a questa parte c’è stato un avvicinamento fin oltre il confine fra il mondo e l’Io. Il demone, il mostro, la tenebra, l’ombra, il doppio, il sosia, il gemello sconosciuto, non li incontriamo più fuori ma in noi stessi, o ciò che poi appare esce di lì ed è come una proiezione, un fantasma, un ectoplasma, e i nomi con cui è stato chiamato bel li si addicono. Il luogo preciso è la nostra metà ignota, la faccia opposta e non illuminata, che non possiamo vedere o che a pochissimi finora s’è mostrata. Non solo non la conosciamo ma di essa normalmente ci sfugge anche la presenza, oppure gli volgiamo le spalle per non vedere e non sapere. Essa però è ormai l’arena dello scontro finale e quelli precedenti potrebbero essere serviti soltanto come allenamenti, o battaglie veramente accadute e vinte, ma con l’aiuto di potenze esterne. Per certi aspetti e forme la metà oscura non è neppure completamente invisibile o ignota. È, per esempio, la nuca rispetto al viso; il retro opposto al davanti; il procedere soltanto in una direzione con il passato che si chiude e si perde dietro le spalle, come la scia del mare dietro l’imbarcazione che avanza. È l’emergere dal sonno nella veglia pur non conoscendo il cammino che si è percorso dentro quel buio misterioso. Ma questi sono lati opposti antichi, ai quali lungo i millenni si è un po’ rimediato per ciò che attiene alla loro visibilità e alla possibilità di aggirarli da fuori. Così oggi ci vediamo la nuca o le spalle con lo specchio, riusciamo non soltanto a procedere ma anche a retrocedere come i gamberi, oppure ci volgiamo e si ritorna indietro, da certe altezze si scende, da certe profondità si risale. Ma non da tutte, dunque. Non quando sono l’inconscio e la morte. Inoltre, anche se siamo giunti a vedere la nuca con l’uso degli specchi, se si esce dal sonno, se abbiamo illuminato le strade della notte con luci artificiali per continuare il cammino dopo il tramonto, non perciò anche si conosce. Non perciò si sa perché siamo tabula rasa da un lato e dove andiamo ogni notte, perché conoscere significa avere esperienza diretta, aprirci al mistero, svelarlo. È come vedere il triangolo rettangolo, prima che Pitagora scoprisse il rapporto che esiste fra i suoi lati e lo dicesse. O molti hanno visto le oscillazioni del pendolo e una mela cadere prima che Galileo e Newton formulassero le leggi della caduta dei corpi e della gravitazione universale, ma solo dopo quei ciechi accadimenti, anche se erano sotto gli occhi di tutti sono stati svelati nel loro perché. Ebbene, anche nuca, sonno, tempo che ha una sola direzione, sono soltanto presenze antiche e misteriose e tali rimarranno finché non saranno aggirate ad occhi aperti e mente sveglia, finché oltre al tempo dell’andata non conosceremo anche quello del ritorno. Si saprà davvero solo alla fine del giro più grande, quello che sto qui descrivendo e di cui ho un po’ anticipato la meta e il risultato. Si saprà del sonno, cos’è, perché si entra in esso ad ogni giro, solo quando questa minore profondità e larghezza accesa solo a tratti da qualche sogno, diventerà visibile per intero da una quota più bassa, quella raggiunta per l’attraversamento della morte.
Comunque, non solo io ho un po’ svelato la meta dove siamo diretti e anticipato il momento dell’arrivo. Mi hanno preceduto gli antichi. Soltanto che io ho attribuito all’uomo quello che loro hanno sospettato appartenere agli dèi, a Giano bifronte per esempio, che ha una faccia che guarda il futuro e un’altra è rivolta al passato, e la seconda, in qualche raffigurazione è volto di donna.
Molte apparenze del lato oscuro sono state, dunque, superate, ma non quella che ancora non si vede come tenebra ma lascia soltanto segni del passaggio: corpi senza vita, che si disfano, croci nei cimiteri, dolori nei cuori, smarrimento nelle menti. Quelle che sono state superate in tutto o in parte: notte, sonno, inconscio, bene esprimono il lato oscuro, perché sono buie anch’esse, e perché siamo riusciti in qualche modo ad aver ragione di esse. Completamente o parzialmente è stato possibile anche misurarle e ordinarle: si sa quanto è lunga la notte, quando inizia e finisce, come varia il suo corso lungo l’anno; anche del sonno è noto quando inizia e come si svolge, quali sono le sue fasi e quante; e l’inconscio si è cominciato a sondarlo per ritrovare in quella tenebra avvenimenti scomparsi e riportarli alla coscienza. Ma della morte sono poche le notizie e, se non c’è la fede che le sostiene, sembrano soltanto fantasie.
Della morte si può dire con certezza che se non si riesce a superarla inghiotte. Perciò i personaggi delle opere letterarie che ho precedentemente nominato distruggono la donna amata, che è la possibilità che hanno di superare l’abisso, e cadono loro stessi in quel baratro. Oppure da quell’inghiottitoio della vita salgono i mostri delle Tenebre e sono essi a impedire il passo a chi si avventura. E siccome, ormai, in quell’oscurità ci siamo e soprattutto con essa che abbiamo a che fare. E in noi, siamo noi, e perciò non si può neppure confidare in qualcuno che come l’eroe antico vinca la mortale battaglia liberando così la terra di tutti, com’è accaduto in passato.
Passo a illustrare alcune intuizioni sulla possibilità d’uscita dal lato oscuro, contenute nelle opere di cui ho parlato, o in altre di quei tempi.

a) Il modo empirico per liberarsi dalla paurosa e insidiosa presenza del lato oscuro, pensato da Maupassant nella novella Lui, come s’è visto, è sposarsi, quello d’altronde che viene seguito normalmente e pressoché generalmente. Sposarsi è il superamento nei modi della natura perché lato oscuro è anche il cammino periglioso nel grembo materno; è il passaggio attraverso le forme primordiali della vita che ci hanno costituito ed espresso lungo le ere dell’evoluzione biologica, e che dalla posizione umana dove ci troviamo appaiono mostruose. Un cammino lungo e pieno d’incubi prima di arrivare presso l’uscita e l’ultimo tratto è il più difficile e pericoloso: un tunnel che separa due mondi diversi, quello interno dove chi sta per arrivare ha vissuto fino a quel momento nella protezione e l’altro esterno, e l’uscita potrebbe risultare fatale per lui. Lo era certamente fino a pochi decenni fa, prima che il corpo diventasse oggetto della scienza e della tecnica che ha trovato soluzioni ai pericoli antichi.
Ma di questo cammino che avviene nel grembo, che è uno dei tanti lati oscuri della natura, la natura è giunta a conclusione da tempi immemorabili e le forme mostruose che sono pietre di quel cammino alla fine si sono sciolte e mutate nel bambino che esce, nella luce che l’illumina, nel volto bello e sorridente della madre che l’accoglie. Mentre quello che stiamo compiendo ora avviene nel ventre dell’Occidente, nella sua metà misteriosa e tenebrosa, e siamo spesso mostri in quel vagare. Quelli che escono dalle pagine dei poeti e scrittori che ho precedentemente citato e quelli che si materializzano sempre più in mezzo a noi. Sempre più luogo di sviluppo di forme non ancora uscite dalle trasformazioni in atto per raggiungere una nuova identità l’Occidente dopo il Tramonto. Comunque io qui lancio frecce con la punta luminosa oltre la Notte, dico che si può uscire dagli Inferi. La capacità d’intendere il mutamento e di volerlo per ora sembra rara, perché ancora si pensa di rimediare al declino e alla caduta facendo ricorso alle categorie che hanno sostenuto e illuminato lungo l’arco Diurno. Ma non sono più sufficienti dentro il Buio.

b) Anche nel racconto intitolato Solitudine Maupassant intuisce che è comunque e sempre la donna − la sua compagnia e il procedere assieme −, che potrebbe aiutarlo ad uscire dal sotterraneo della vita dove si trova, e che sta percorrendo da solo a tentoni, nel buio, senza che appaia luce di sbocco. Sarebbe la fine della sua terribile solitudine. Ma è illusorio, egli dice. Illusorio – dico io ora −, perché non viene percepita come la metà di se stesso che manca e che si può trovare. Perché ciò accada è necessario arrivare alla fine della circumnavigazione di sé e alla coincidenza degli opposti.
Oppure − continua Maupassant − una luce s’accende ad intermittenza anche durante il cammino, quella dell’amore, o comunque quella dell’attrazione fisica e del desiderio della congiunzione, ma, egli stesso costata, è illusorio un risultato così, vale a dire dettato, imposto, e non frutto di ricerca e di scoperta. Soprattutto nel secondo caso è illusorio, come ben si sa, quando dopo lo sfogo la donna diventa addirittura ingombrante e si vorrebbe disfarsene. O comunque, come ha scritto Maupassant, dopo basta una parola sola a rivelarci l’errore, a mostrarci, come un lampo nel buio il buco nero fra noi.
Ed ecco la spiegazione di una situazione siffatta. Perché l’amore, normalmente e pressoché generalmente, non è luce dell’aperto, quella di fine tunnel. È lampada interna lungo il cammino misterioso della natura, che s’accende nell’oscurità e si spegne in essa lasciandoci di nuovo nelle tenebre. Di tal genere sono soprattutto le mere congiunzioni sessuali e la natura si serve di esse perché qualcosa avvenga in un’altra sfera, nel ventre della donna. Lì si compie ciò che è prescritto da tempo immemorabile, ma allora a nostra insaputa. Il tunnel verrà percorso per intero, gli opposti s’incontreranno, la congiunzione avverrà, le due metà diventeranno una cosa sola.
Giunti a questo punto, è superfluo che qualcuno faccia presente quasi a smentita che non sempre accade così, che sono innumerevoli i casi di fallimento, e che, dunque, anche la via della natura ha problemi e difficoltà simili a quella che si è aperta nel pensiero di qualcuno dopo il Tramonto. No, la via della natura è intera, da principio a fine, e si parte, si arriva e si sbocca. E i fallimenti, allora? Soltanto un metodo, che non tiene conto di quanti partono perché è importante soltanto che qualcuno arrivi. Anzi si abbonda enormemente alla partenza, più sono i partecipanti più sembra degna l’avventura, come accade anche quassù con le maratone di New York e di Milano, ma il vincitore è sempre uno solo. Nel caso degli spermatozoi, sono duecento milioni i partenti e anche lì uno solo arriva. La natura non bada a spese e se ci sono impedimenti o fallimenti, essa ripete le gare, le moltiplica, instancabilmente, in campi diversi, con nuove motivazioni. Oggi con le regole della democrazia. Dicono infatti i musulmani che conquisteranno il mondo con le pance delle loro donne, e sta avvenendo davvero così, perché ciò che oggi vale anche negli ordinamenti umani è la quantità.
E i personaggi che di tanta commedia sono la parte più in vista, vale a dire gli uomini e le donne che congiungendosi danno il via alle gare nascoste e misteriose! Sono solo comparse, quasi tutte. Solo degli obbedienti ai segreti impulsi. Può sembrare strano, ma è quello che succede: si recitano di qua piccole parti di una commedia il cui svolgimento completo avviene altrove e perciò di essa non si sa quasi niente. Per questo motivo i presunti protagonisti sono solo dei fuoriuscenti nel palcoscenico della vita, da quinte che sono buchi neri, ignoti a se stessi nella veste di scena che indossano.

c) Nella favola di Andersen intitolata L’ombra, c’è un modo di superare il lato oscuro che solo la poesia poteva intravedere. La figlia del re, che nelle favole è la donna per eccellenza, non la conquista il filosofo, da cui l’ombra s’è staccata, ma l’ombra stessa. Ora bisogna riandare a quanto ho già detto dell’ombra e di chi l’ha persa per capire il significato del tentativo compiuto da Andersen, che se non è arrivato alla soluzione però gli è andato vicino. Comincio dal filosofo – così è chiamato nella favola −, colui che ha perso la sua ombra ed è solo una metà: un impegnato nelle opere del giorno, dunque, e a quel tempo non era ancora sceso il buio. Uno dedito alla luce della ragione, che molto più di quella del sole permette di distinguere, ordinare e misurare le cose che il sole fa apparire agli occhi di carne, ma insufficiente ad illuminare anche il Buio che stava arrivando. Un filosofo illuminista, si potrebbe concludere. Ci troviamo, infatti, con questa vicenda nel secolo dei lumi, che può essere riassunto con la frase: la ragione umana ha in sé tutti i lumi per dirigere la sua vita e il suo pensiero. E si trattava invece degli ultimi accecanti bagliori di quell’Astro al Tramonto. Pochi decenni dopo, infatti, c’erano già altri titoli che prevalevano: Tramonto dell’Occidente, Eclisse della ragione, La crisi delle scienze europee, Breviario del caos.
A questo punto si può ben capire perché il filosofo ha perso l’ombra. Perché è venuto meno il potere della ragione che in qualche modo lo esercitava anche sul lato oscuro, magari soltanto per confinarlo nella presunta palude dell’irrazionale, e quando esso ha l’aspetto di donna per sottometterla e usarla a piacimento, com’era accaduto per millenni. Un distacco quello dell’ombra che proprio da quel tempo ha cominciato a moltiplicarsi nella società e poi è dilagato a macchia d’olio. Oggi ha invaso tutto l’Occidente, ed anzi si sono invertite le parti. È il lato oscuro che domina e minaccia. Una minaccia, d’altronde, che è già presente nella favola: infatti l’ombra non solo conquista la figlia del re a danno del suo antico padrone, ma lo fa condannare a morte.
Se ora si esamina un po’ la natura dell’ombra, ecco cosa c’è di completamente nuovo, sia pure manifestato nei termini pressoché indecifrabili di una favola. Essa è, dunque, l’altra metà dell’uomo, vale a dire quella femminile. Perciò è l’uomo femmineo che conquista la figlia del re e si unisce a lei in matrimonio. Quasi un amore saffico quindi il finale della favola, e sotto l’aspetto qui perseguito il tentativo d’attraversamento del lato oscuro per raggiungere l’unità in quel modo, non completamento privo di senso. Infatti ai nostri giorni si sta manifestando anche così l’avventura in corso, anche se si tratta d’espedienti che non raggiungono lo scopo, anche se sono solo tentativi mal riusciti. Altri metodi simili sono gli slittamenti dell’uomo verso la sua metà femminile e della donna verso quella maschile che nei casi più evidenti danno vita a tante strane commistioni di uomini con uomini e donne con donne, o anche di coppie formate di un uomo e di una donna, ma dove i primi hanno rinunciato a quella che è stata la loro caratteristica di un tempo per poter convivere con le donne che rispetto a un recente passato hanno invece sviluppato di più la loro parte maschile.
Soltanto che tutto ciò sta avvenendo senza che se n’abbia piena coscienza, senza che siano manifeste le cause prime del mutamento che sono il Tramonto dell’Essere e il passaggio dal Giorno alla Notte. Quasi spinti perciò, seguendo segreti impulsi come quelli che adopera la natura sui singoli per continuare la specie. Ma davvero è tutto come prima, con l’imperante natura che comanda e i suoi figli che obbediscono ricevendo in cambio il piacere dei sensi, come gli animali del circo le caramelle dopo ogni esercizio riuscito? Non proprio, io direi, se c’è stata la favola di Andersen, quella di Novalis, i racconti di Maupassant e di altri, le intuizioni dei poeti, i tentativi dei filosofi, ed ora la soluzione che qui propongo. Tuttavia la stragrande maggioranza va avanti senza sapere seguendo la natura per cui ecco la grande novità: c’è cultura e natura assieme in questo andare, specie e individuo stanno collaborando. Perciò ci sarà non soltanto eterno ritorno della specie, ma anche del singolo andando avanti in questo nuovo modo.

d) Nella favola Giacinto e Fiordirosa di Novalis, il lungo viaggio nella “terra del mistero” si conclude con il ritorno al luogo di partenza e soprattutto a Fiordirosa. Così ritrovata, non è più soltanto la giovane di cui era innamorato e che aveva lasciato per trovare Iside, “la madre delle cose, la vergine velata”, ma è lei stessa quella divinità. Ecco a cosa è servito il lungo e periglioso viaggio: a trovare l’altra parte di sé, che poi è anche un ritrovare se stesso. A ciò corrisponde anche il significato che ha la fiaba per Novalis: vertice della conoscenza poetica e anticipazione profetica della nuova età dell’oro. La quale per Novalis è il superamento della contrapposizione tra natura e spirito, fra due parti, insomma, che ora sono separate e spesso in lotta mortale. Nella fiaba la nuova età dell’oro è il sollevamento del velo di Iside e compare Fiordirosa, o anche se stesso. Da questa coincidenza degli opposti comincerà la nuova visione del mondo, quel che apparirà agli occhi di chi non è più sconosciuto a se stesso per metà.

e) Ma è soprattutto negli Inni alla notte che il lato oscuro, che si chiama anche morte − quella della fidanzata Sophie scomparsa in giovanissima età −, appare come Notte e le due oscurità s’incontrano e si fondono. Notte più bella del giorno, sacra, ineffabile arcana, germe per “diventare Io”. “Senza tempo e senza spazio è il (suo) dominio”, mentre “misurato fu alla luce il suo tempo” [89]. Notte che è donna: è Sophie. Notte che con volto severo si piega sul poeta e “sotto i riccioli che senza fine s’intrecciano, mostra la cara giovinezza della madre”. Ecco finalmente un primo aspetto noto e caro dell’impenetrabile segreto di sempre, quello delle origini.
C’è, dunque, un intreccio d’antiche oscurità − notte, sonno, morte −, che cominciano ad apparire con i volti femminili di chi se n’è andato e verso cui il poeta si dirige e dove vuole entrare anche lui. Anche se ciò dovesse comportare la rinuncia della vita, anche se fosse necessario privarsi di essa per seguire il suo sogno. “Il vero atto filosofico è un suicidio – ha detto Novalis. Questo è l’inizio reale d’ogni filosofia, a tanto mira il bisogno del discepolo in filosofia, poiché solo questo atto risponde a tutte le caratteristiche dell’azione trascendente” [90].
Negli Inni alla notte ci sono tante intuizioni del cammino perché esso non sia solo andata. Ci sono tante indicazioni per il ritorno a casa circumnavigando la notte. Seguendo perciò l’altra metà del Cielo buia e sconosciuta. E a questo punto non solo nel modo stabilito dalla natura, quello nel ventre della donna fino all’uscita, ma anche in quello che se lei è il cielo della notte, è tutto il tondo cielo che è necessario conoscere per poter ritornare; se è l’altra metà, e soltanto su essa che si può volgersi per raggirare l’abisso. Così, infatti, egli conclude il canto: “Tu mi hai rivelato che la notte è vita – mi hai fatto uomo – consuma con ardore spettrale il mio corpo, così che io mi congiunga etereo più intimamente con te e la notte nuziale duri in eterno” [91].

f) Nella Principessa Brambilla di Hoffmann il superamento del lato oscuro è il ritorno “in patria” di re Ofioch e della regina Liris . “Eravamo in una contrada lontana e deserta, oppressi da terribili incubi, ed ora ci siamo ridestati in patria… Ora finalmente ci riconosciamo in noi stessi e non siamo più come creature abbandonate!– e così dicendo si abbracciarono con l’espressione dell’amore più fervido”. Il primo segno del ritrovamento e ritorno è stato il loro riso, che prima era l’espressione dell’innocenza inconsapevole, di un abbandono ignaro ed ottuso alla vita e poi diviene simile al riso del pastore di Così parlò Zarathustra. “Se la luminosità che splendeva nel volto della regina Liris e per la prima volta conferiva vera vita, vero fascino celeste ai suoi bei lineamenti, non avesse già dimostrato com’erano cambiati i suoi sentimenti, ognuno l’avrebbe compreso ora, dalla maniera come essa rideva. Giacché questo riso era così profondamente diverso dalle risate con cui una volta essa aveva tormentato il re, che molte persone intelligenti suggerirono l’idea che non fosse lei a ridere, ma piuttosto un essere meraviglioso nascosto nel suo seno. E a re Ofioch successe su per giù lo stesso”. [92]

g) Nel Faust di Goethe, è Margherita che salva Faust dopo che la prima clausola del patto con Mefistofele ha termine con la morte del firmatario, ed entra in vigore la seconda. La prima suonava così: “Io m’impegno di qua al tuo servizio e di stare al tuo cenno senza mai tregua e riposo”. E la seconda: “Ma quando ci ritroveremo di là, mi dovrai rendere la pariglia”. Quindi toccava ora a Mefistofele di disporre di Faust a suo piacimento, ma soprattutto per le preghiere di Margherita alla Madonna perché lo salvi, il patto viene annullato e Faust non diverrà preda del Signore delle tenebre. Ancora una volta c’è la donna in fondo all’avventura e dipende da lei la conclusione. Dipende dall’eterno femminino con cui Goethe concluderà la sua opera. [93] Dopo il salvataggio, il viaggio fino all’uscita nel regno celeste Faust lo farà assieme a Margherita, incaricata dalla Madonna di fargli da guida. In due, dunque, per il resto del viaggio, fino alla rinascita. Ma non è così che accade sempre in natura quando si sono superate tutte le prove richieste e si arriva alla meta! E la meta non è sempre la donna, la metà nascosta che appare e così diventa soluzione e premio!
C’è la cellula femminile che attende lo spermatozoo alla fine del suo viaggio solitario e pieno d’insidie e di pericoli, e dopo averlo accolto comincia la fusione e il cammino fino a nuova vita. Per congiungersi con l’ape regina che in un mattino luminoso si lancia nel volo nuziale, ebbra d’altezza, ben diecimila fuchi l’inseguono levandosi da tutte le arnie del luogo. Ma uno solo la raggiunge e la feconda, quello che riesce a seguirla fin sopra le nubi, oltre il volo degli uccelli. Per raggiungere le acque sorgive che è la meta della loro avventura, i salmoni, che vivevano nelle acque profonde e tranquille dell’Atlantico lasciano quella pace e sicurezza. Maschi e femmine migrano a migliaia, salgono in superficie, si dirigono verso le foci dei grandi fiumi e superando rapide e cateratte li risalgono, fino alle sorgenti montane. Per essi l’acqua dolce è irrespirabile e molti muoiano prima di riuscire a modificare il loro apparato respiratorio, molti cadono nelle secche, altri sono trascinati da improvvise piene, altri ancora sono fermati dalle chiuse, sbranati dai lucci, dalle lontre, dagli uccelli rapaci, dagli orsi che li attendono ai varchi. Ma quelli che raggiungono la meta depongono le uova, le fecondano, e dalla coppia nasce il molteplice, l’innumerevole.
Così alcune delle grandi imprese che hanno aperto le vie della vita sulla terra e che vengono ripetute per mantenerla e conservarla; e perché su esse altre di tal genere vengano ideate e intraprese. Simili a quelle sono state infatti le nuove avventure dell’uomo in una luce che è più solo quella del sole e delle stelle. Ne nomino alcune.
L’odissea di Ulisse che per ritornare nella sua isola, nella sua casa e dalla sua sposa, ha attraversato l’isola dei Latofagi dove l’insidia era l’oblio; quella dei Ciclopi, i mostri figli della Notte; quella di Circe che tanti anni lo ha trattenuto con le catene della seduzione; quella dei Feaci dove c’era la fanciulla Nausicaa che tratteneva, cioè la bellezza. Ha attraversato il paese dei Cimmeri dove il giorno non appare mai, ed è sceso nell’Ade per trovare Tiresia e avere da lui le indicazioni della via ritorno. Non c’è aspetto del lato oscuro che non abbia superato.
L’attraversamento dell’Inferno e del Purgatorio di Dante, per ritrovare Beatrice e salire con lei i gironi celesti fino a dove tutto appare
Le giostre spesso mortali dei cavalieri medievali, dove il premio era la donna vagheggiata o amata.
Le avventure nella foresta dei cavalieri della Tavola rotonda, che la penetravano dove l’oscurità era più fitta, scegliendo i punti dove non c’erano vie e sentieri, e combattevano i mostri che essa nasconde, li vincevano e liberavano l’amata che tenevano prigioniera.
Simile a questi anche il cammino di Faust, che l’ha portato fino alla celeste Margherita. E c’è qualcosa di più che apparirà anche in questo scritto, alla fine: c’è poi il cammino assieme di Margherita e Faust fino al Paradiso.
E così è anche la mia avventura. M’accorgo d’aver attraversato la Notte più lunga e tenebrosa per vedere in te il mio segreto e quello del mondo percepito, che normalmente presenta solo una faccia.

h) In Così parlò Zarathustra, il premio per chi percorre tutto il ciclo dell’eterno ritorno fino al punto dove il passato e il futuro s’incontrano, compreso quindi il lato oscuro, è la visione che appare dell’uscita. Lì Nietzsche ha visto il portone carraio. Però quel passaggio era chiuso e perciò chi arriva, spinto in un giro che mai si ferma, riprenderebbe l’infaticabile girotondo se non vede, o il portone non s’apre. Come, infatti, accade di solito: i passanti neppure sanno di ritornare e tanto meno s’accorgono di varchi in quel giro.
Terribile ripetizione ha chiamato Nietzsche l’eterno ritorno, il peso più grande. Quello che ha trascinato anche lui. Ma prima di essere ripreso dalla bufera infernale che mai non si ferma, la possibilità di superarla l’ha almeno intravista. È la visione notturna, nel profondo silenzio di mezzanotte, del pastore, cui un serpente, simbolo dell’eterno ritorno, s’era infilato in bocca. E l’uscita dal terribile incatenamento è il morso del pastore alla testa del serpente. Un morso che la stacca e lui la sputa lontano. Così liberato, da oppresso che era e sul punto di soffocare, “balzò in piedi. Non più pastore, non più uomo, − un trasformato, un circonfuso di luce, che ‘rideva’! Mai prima al mondo aveva riso così un uomo, come ‘lui’ rise! Oh, fratelli, udii un riso che non era di uomo, − e ora mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa. La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei di morire ora!”.

Protagonisti che, rispetto agli antichi, sembra abbiano fallito le loro prove questi che ho appena nominato, riassumendo le loro opere, o solo alcuni sono giunti ad intuire delle possibilità di salvezza. Protagonisti che a differenza dei grandi eroi del passato hanno ceduto alle Tenebre, alla Notte, o sono stati ghermiti da esse, oppure hanno barattato il loro aldilà sconosciuto per una continuazione della vita e della gioventù in questo mondo, nei modi che si è visto.
Prima di arrivare a vedere in modo nuovo la donna, quella in noi ma che appare anche fuori in tanti modi, si è dovuto percorrere il tenebroso, pauroso, misterioso cammino che negli ultimi due secoli è stato ombra, sosia, doppio, mostro, e sottostare ai patti con il principe delle tenebre. Quel cammino, insomma, che ho descritto e che ha impegnato, sconvolto, ottenebrato e portato alla morte prematura, poeti e scrittori dei secoli scorsi, quelli che ho citato ed altri. Eroi vinti dai mostri che dovevano affrontare, ma qualche risultato, come s’è visto, è stato ottenuto, non sufficiente tuttavia a farli giungere vittoriosi e indenni, e in altri casi a salvarli.
Le difficoltà incontrate, le paure, le angosce, di chi si trovato ad affrontare il suo lato oscuro hanno influito anche sul loro stato fisico e sulla durata della loro vita. Hoffmann temeva d’impazzire e “talvolta credeva di avere di fronte l’immagine speculare di se stesso in carne ed ossa, il suo doppio, e altre figure spettrali mascherate”. [94] Quando scriveva la notte, spesso svegliava la moglie affinché li vedesse anche lei. È morto a quarantacinque anni di una malattia nervosa.
Allan Poe negli ultimi dieci anni della sua vita si diede all’oppio e all’alcool, viene trovato per le strade di Baltimora in stato di incoscienza e in preda a una crisi di delirium tremens. Ricoverato in ospedale, muore la mattina del 7 ottobre a soli quarant’anni.
Maupassant portava in sé “quella doppia vita interiore che è al contempo la forza e la miseria dello scrittore. Scrivo perché sento, e soffro di tutto ciò che esiste, perché lo conosco fin troppo bene e soprattutto perché io, senza poterlo godere, lo vedo in me stesso, nello specchio dei miei pensieri”. [95] Ricorse con sempre maggior frequenza ad ogni sorta di narcotici e come egli stesso ebbe ad affermare, alcune delle sue opere sarebbero state scritte sotto l’influenza di tali sostanze. Tentò il suicidio. Morì anch’egli giovane, all’età di quarantatré anni.
Nietzsche manifestò gravi segni di squilibrio mentale fin dal 3 gennaio 1889 a Torino. Ricoverato in una clinica per malattie nervose prima a Basilea e poi a Jena, venne dimesso nel marzo del 1890. Le sue condizioni però continuarono a peggiorare, era soggetto a frequenti attacchi d’ira, urlava, era violento. A partire dal 1893 rimase immobilizzato a letto, accudito dalla madre e dalla sorella. Morì il 25 agosto 1900.
Dunque poeti e scrittori del doppio, hanno spesso pagato con la vita breve o con la caduta nel vizio l’incapacità di venire a capo dell’abisso, vincendo i mostri che salivano dalle tenebre. Le loro poesie e racconti sono i segni premonitori di una sconfitta annunciata. Oppure, almeno nel modo empirico che la natura ha concesso e perciò senza una vera conoscenza della soluzione, si è intuito che è la donna che salva, e viceversa, perché anche lei non può rimanere a metà. Quel che d’altronde in natura accade sempre, ma questa volta è stata intuita la validità dello stesso metodo anche per il ciclo della conoscenza e alcune pietre miliari di esso sono state piantate.
Una decadenza perciò la situazione dei moderni rispetto agli antichi? Sotto un certo aspetto, sì. C’è da notare però che il lato oscuro ora non è più la metà ignota della terra com’era ai tempi di Gilgamesh, di Ulisse, di Cristoforo Colombo, non è più il sotto terra dov’era posto l’Ade e l’Inferno dantesco, o la faccia nascosta di Zeus, che neppure lui sapeva di avere. Ma ora il lato oscuro è il se stesso ignoto, è la propria metà nascosta, è la sconosciuta anima. Questo appare chiaramente in tutte le opere che ho nominato e riassunto, ma specialmente nel Faust, nel Ritratto di Dorian Gray, dove i protagonisti vendono l’anima al diavolo in cambio della giovinezza e di eccezionali poteri di cui far uso nella parte manifesta.

[Continua]


[89] Novalis, Inni alla notte, II, Mondadori, 1982, pag. 70.
[90] Novalis, Opera filosofica, I, frammento 54, Einaudi, pag. 345.
[91] Ivi, pag. 69.
[92] E.T.A. Hoffmann, La principessa Brambilla, Einaudi, pag. 61. Così ha commentato il mutamento Claudio Magris nella nota introduttiva: “Prima della caduta e del riscatto, le risate opache e incessanti di Liris erano state l’espressione dell’innocenza inconsapevole, di un abbandono ignaro ed ottuso alla vita; dopo il maleficio e la liberazione, con l’esperienza della tragicità esistenziale e del suo superamento, la gioia vitale di Liris diviene un riso Zarathustriano, un’ebbrezza cosciente dei beni e dei mali del mondo eppur esultante “in essi e con essi”: l’estasi dionisiaca che accetta il dolore e ne fa una fonte di felicità, che fissa un limpido sguardo sulla vita e intona un nietzcheano Ja – und Amen – Lied.
[93] “Tutto il fuggente/ non è che simbolo: qui l’indigente vita si fa, l’inesprimibile/ qui realtà; Femineo eterno/ ci trae al superno! (J.W. Goethe, Faust, Mondadori 1941)
[94] O. Klinke, Hoffmanns Leben und Werke vom Stanpunkt eines Irrenarztes, Halle 1902.
[95] Sur l’eau, 10 aprile.

Superdio, Superchimera

30 ottobre 2011

Chimera di Arezzo (380-360 a.C.)

Sulla pagina della cultura del Corriere della Sera di venerdì 21 ottobre 2011, campeggiava a tutto foglio il titolo: L’uomo è più in alto di Dio: l’eternità secondo Severino, frase che esprime il senso dell’ultimo libro del filosofo italiano più famoso, intitolato La morte e la terra.
Una superiorità, quella dell’uomo su Dio, ribadita da Armando Torno, che sulla stessa pagina del Corriere, presentando il nuovo libro di Severino, così l’esprime: l’uomo per il filosofo di Brescia è “qualcosa di infinitamente più grande di Dio”.

Però per Severino Dio non c’è. Non c’è l’Essere dei filosofi e non c’è il Dio delle religioni. Ci sono solo gli enti, gli uomini ecc., e ognuno di essi per lui è eterno, immutabile, immobile, ha cioè gli attributi della divinità. Come si può, perciò, stabilire un confronto di uno in carne e ossa con l’altro che non c’è, non è mai stato, e se c’è − perché la parola esiste pure nel vocabolario ed è continuamente pronunciata −, è solo una chimera, pura fantasticheria!
Inoltre se il confronto viene fatto con una chimera e si dice che l’uomo è più di essa, non si ottiene il risultato di far dell’uomo una Superchimera anziché un “Superdio”, vale a dire una parvenza del nulla!?

Tale è, infatti, l’uomo di Severino. E se ora si pone mente a quant’altro abbiamo detto del suo pensiero in questo tempo di nichilismo diventato condizione normale, questo è un ulteriore aspetto di quanto è apparso in altre occasioni: che la sua filosofia è il più grande monumento al nulla finora costruito, e il suo uomo in carne e ossa (l’ente) non è eterno, immutabile, immobile, ma una maschera del nulla.

Oltrepassare Severino 1

21 ottobre 2011

Tiziano Vecellio, Sisifo (1548-49)

Partito dall’idea che ente ed essere non sono distinti e separati – ciò che è in Parmenide, per esempio –, con la conseguenza che ogni uomo è un Dio, anzi un “Superdio”, e il dio delle religioni viene cancellato, Severino ha poi speso il suo insegnamento a sostenerla, svilupparla, dimostrarla. Tale è la sua opera: il più grande monumento al nulla che sia mai stato scritto. E i frequentatori abituali del suo pensiero che provano ad arrampicarsi su quella allucinante struttura, immancabilmente scivolano da qualche parte e inevitabilmente si ritrovano al punto di partenza. Una nuova versione della fatica di Sisifo, insomma.
Si badi bene però: costruire un monumento siffatto è opera filosofica di grande importanza in tempi di nichilismo diventato condizione normale, tanto è vero che abbiamo sempre chiamato Severino “Re del nichilismo”. Lo dimostra anche il fatto che c’è sempre una lunga fila che va a vederla e studiarla, ma poi non resta nulla. Nulla che aiuti l’uomo dei nostri giorni a superare davvero la sua condizione.
Ciò che invece noi abbiamo fatto completando e illuminando la via dell’eterno ritorno dell’uguale (vedi Friedrich Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno).

8. Cronache dall’eterno ritorno dell’uguale

15 ottobre 2011

Invito

Chi raccoglierà dal mondo della cultura la “variazione utile” che stiamo inserendo? Suvvia giovani ardimentosi, fatevi avanti! L’Occidente è finito come civiltà che avanza e conquista; sopravvive soltanto nelle leggi e strutture che si è dato in venticinque secoli di cammino e sviluppo, specialmente la tecnica, dove giace cieco e immemore. Ma c’è da raccogliere l’eredità, l’essenza della sua Storia. Si chiama Eterno ritorno dell’uguale la variazione utile e si tratta di passare dal circolo delle apparenze dove si è aspetto transitorio e vario e così ci vediamo e siamo visti, al Centro immobile ed immutabile da cui tutto il giro si dispiega.
Se conosci la strada che porta in Centro, conosci anche quella del ritorno: eterno ritorno dell’uguale. Perché “una e la stessa è la via all’in su e la via all’in giù”. (Eraclito, framm. 60)

Raggiungere il Centro significa raggiungere la parte di noi immobile, immutabile, eterna. Raggiungere il Centro percorrendo la via della conoscenza significa collegare le apparenze al Centro in modo stabile e sicuro.

L’uscita

14 ottobre 2011

Triste destino tutti ci accomuna, imprigionati in un corpo d’animale che invecchia e s’ammala.
Noi però, stiamo preparando l’uscita.


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