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Casa sul mare

12 luglio 2009

Eugenio Montale, Casa sul mare
da Ossi di seppia, Mondadori 2003

Casa sul mare

Casa sul mare

Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono uguali e fissi
Come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
Che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
La marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
Nella bonaccia muta
Tra l’isole dell’aria migrabonde
La Corsica
dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto svanisce
In questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.

Tutte le strade portano a Roma; similmente tutte le poesie conducono l’autore e il lettore attento e innamorato fin sull’orlo dell’Abisso o lo indicano. Alcune sono riuscite anche a superarlo, nei modi che abbiamo già visto nelle pagine precedenti, e andando avanti di questo passo altri ne troveremo. Sono arrivate fino a quel confine Novella Cantarutti, Whitman nella poesia Dai lidi della California, Eugenio Montale in Meriggiare pallido e assorto…, Cavafis.
Novella Cantarutti davanti alle incredibili e assurde “righe/ di muro, di ferro, d’asfalto/ senza appoggio”, impraticabili e senza meta.
Walt Whitman ai “lidi della California”, dopo venticinque secoli di cammino, e l’ha fermato l’oceano sulla rotonda terra, e sulla mente l’ancora indecifrabile solco che separa la fine di una vita dall’inizio di un’altra.
Eugenio Montale davanti all’insuperabile muragliache ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.
Kostantinos Kavafis fino alle ultime candele accese e dopo finisce la luce e la riga della vita.
Le altre poesie della serie vanno oltre la linea, anche dopo l’altra sponda dell’Abisso, ma con voli pindarici o in modi sconosciuti.
Grazia Sacchi, “di là dal tempo/ e dello spazio” dov’è perciò l’eterno, il “per sempre” di un amore.
Novalis ha visto la morte tramutare, diventare notte gremita di stelle, e in quel chiarore ha ritrovato Sophie, la ragazza amata e prematuramente scomparsa da questo mondo.
Aurobindo ha bussato alla “Porta” perché si apra, per passare, com’era già accaduto a Parmenide d’altronde, come accade, secondo natura e perciò inconsapevolmente, a tutti i nati nella luce del sole; perché superandola, al di là avviene la metamorfosi, l’uomo diventa arcangelo. Ma la Porta, come ormai si sa, si trova dall’altra parte dell’Abisso, perché il cammino si snoda in quest’ordine: uscita dal labirinto, attraversamento dell’Abisso, scoperta del segreto della Porta, e solo dopo essa appare e si apre. Tuttavia si arriva lo stesso: c’è pure la metempsicosi, anche se chi ritorna non sa come ha fatto a giungere di nuovo alle sponde della vita. Però ricorda, sa di essere già stato, e questo basta, com’è capitato a me all’inizio della mia avventura quando ho visto una chiesetta montana che era la stessa di un ricordo. Ma non della vita che stavo conducendo, ero giovane allora e non potevo sbagliarmi, ma di una precedente più lontana nel passato. Però non mi sono poi accontentato di sapere che ero ritornato, ma ho cercato il cammino fra le due chiese, quella di questo mondo di cose e l’altra della mente, e l’ho scoperto e percorso. Collegando, dunque, fra loro esistenze diverse e non diversi tempi di una sola.
Perciò si arriva lo stesso, com’è accaduto ad Aurobindo e agli altri che hanno superato il confine, ma non seguendo una via nota e tempi stabiliti.
Anche Whitman della seconda poesia si trova in una posizione molto avanzata, perché una visione simile alla sua a me è giunta quando mi sono trovato sulla soglia della Porta, quindi dopo l’Abisso e quasi alla fine del viaggio. E da quel punto, volgendomi, ho visto tutto l’universo dentro ad una sfera di pensiero. Whitman, invece, in un abbraccio.
Infine Robertson, dove il navigante che va sull’oceano, che è dunque un appellativo terrestre dell’Abisso, è già “tre quarti verbo” e cuce le onde per trasformare quel cammino in una via stabile e sicura.
Tocca ora alla poesia di Montale intitolata Casa sul mare.

Eugenio Montale

Eugenio Montale

Il viaggio finisce qui”, dice il primo verso della poesia. Non di fronte alla muraglia questa volta “che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”, ma nella casa al mare e sulla spiaggia.
Il confine fra la terra e l’acqua diventa però subito l’aspetto visibile e tangibile di un altro sempre incombente ma nascosto e segreto, quello fra la vita e la morte. Si arriva, insomma su due limiti, quello fisico e l’altro psichico. Ed è inevitabile che da quella posizione si tirino delle somme, perché dopo quella linea c’è, appunto, mare e morte, che sono due appellativi dell’Abisso.
Nelle epoche geologiche vero abisso è stato anche il mare, quando c’erano solo animali acquatici nel mondo. Volti a occupare anche la terra dove chi vi saliva boccheggiava fino alla morte, mossi da segrete indicazioni, anch’essi non si sono tirati indietro, non sempre almeno e non tutti. Finché sono riusciti a trasformarsi e a conquistare. Come stiamo facendo noi ora, io credo, di fronte ad una nuova forma che ci aspetta. In due per sempre ha detto Grazia, l’arcangelo ha detto Aurobindo, il superuomo ha detto Nietzsche, l’uomo nuovo affermano in molti.
E ora vediamo cosa ha termine su quel duplice confine, del mare e della vita.

Finiscono le “cure meschine”, dice il poeta. O la “cura” in generale, e si sa cosa essa è per la filosofia. È vita inautentica, è il prendersi cura e aver cura per le cose vane ed effimere: del corpo, dell’abbigliamento, del cibo, degli ornamenti, degli addobbi, delle vacanze, dell’automobile, ed è la ripetizione continua e infaticabile di tutto ciò. Quella che il poeta paragona ai giri di ruota della pompa./ Un giro: un salir d’acqua che rimbomba./ Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio. In modo simile alla poesia, la filosofia chiama le cieche ripetizioni “eterno ritorno del medesimo” che per Nietzsche era “il peso più grande” (“Il peso più grande. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: questa vita, come tu ora la vivi, e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere! Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: tu sei un dio e mai intesi cosa più divina? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte? graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita per non desiderare più alcun’altra cosa di questa ultima eterna sanzione, questo suggello”, Nietzsche, La gaia scienza); per il mito, la fatica di Sisifo, e per Montale “l’anima che non sa più dare un grido”, ma rimbomba, cigola.
Il contrario filosofico della “vita inautentica” è il “vivere per la morte”, vale a dire di fronte all’abisso, dove si trova anche Montale, e si ritorna così alla poesia partendo dalla filosofia questa volta: la “coincidenza” che si compie nei due sensi.

Giunti a questo punto, nella poesia meriggiare pallido e assorto… il poeta tace, vinto dalla muraglia che impediva anche lo sguardo al di là, né egli suppliva con il pensiero e l’immaginazione a quell’impedimento completo della vista, come invece ha fatto Leopardi sul colle dell’infinito. Qui invece è diverso.
Anche qui è fermo sulla linea, ma c’è la casa al mare, che è anche quella dell’infanzia, e perciò il ritorno a casa, come già Ulisse, come Whitman diretto in patria, come la Cantarutti che rotola indietro/ nelle braccia della madre. Ed esso è sempre stato e sarà un ciclo che si chiude, dove la fine coincide con l’inizio. Inoltre, sia pure in modo confuso ed evanescente a causa della foschia, qualcosa s’intravede oltre la riva. Ci sono venti miti, lievi avvallamenti della superficie marina, pigre foschie che a volte qualcosa lasciano intravedere lontano, fino a “la Corsica dorsuta o la Capraia”. Ma soprattutto non è solo: c’è una donna con lui. Paola Nicoli, dicono le fonti, ed è lei che rompe il silenzio a questo punto.
Forse il sentimento che ha ispirato i versi precedenti egli lo ha in qualche modo manifestato, o Paola, che ben lo conosce, immagina i suoi pensieri, perché gli chiede se “tutto vanisce” anche nella memoria, come lì nella marina; se nel torpore e nel lieve rumore della vita, simile a quello delle onde sulla battigia, si “compie ogni destino”.
Ed egli a lei: “vorrei dirti che no”. Anche se per i più non c’è salvezza, forse c’è qualcuno che sovverte ogni disegno e passa il varco, perché così vuole. Lui no, non è di quelli. Però sembra saperne qualcosa di quella via di fuga perché dice alla sua compagna: “ Vorrei prima di cedere segnarti/ codesta via di fuga/ labile come nei sommossi campi/ del mare spuma o ruga”.
Ma perché, se qualcosa sa, si ferma e manda avanti da sola la donna cui è sentimentalmente legato e per di più per una via tanto insicura e vaga? A me è capitato diversamente, per esempio: di andare io davanti, come in avanscoperta, per sapere se l’esile traccia continuava e dove portava, e poi ritornavo a raccontare e a prendere per mano, e così è sempre accaduto. È nella tradizione: nel mito, nelle avventure dei cavalieri medievali, nei poemi, nel patto di divisione dei compiti. Tocca all’uomo di andare avanti e di condurre per le vie nuove, mai percorse prima.
Ma Montale no, perché? C’è la sua risposta: perché non vuole. Ma come: lascia andare la sua donna da sola e lui si ritira! Un pauroso, perciò, un vile. E anche la donna sembra colta da questo sospetto, perché anche se il suo cuore gli è vicino più non l’ode. In quel momento è sola e va da sola.
Ma può un poeta volgere le spalle all’amore, alla conoscenza, alla virtù, al mistero? No, non sarebbe un poeta, non della grandezza di Montale, almeno. Perciò, a questo punto c’è da indagare, c’è da scoprire perché si ferma, e il motivo già si fa avanti. Lo dico subito: ciò che lei sa e persegue e solo una speranza cui il poeta non può più cedere, è una fede cui non può più credere, ma non vuole neppure togliere alla sua donna queste due estreme consolazioni. Questo è il dramma che si sta consumando su quel confine della terra e della vita, vicino alla casa sul mare.
Ciò che la donna sa e su cui si appoggia è cosa antica, depositata nell’inconscio e nella cultura: le mitiche avventure degli eroi nei regni d’oltretomba, quelle dei cavalieri medievali nella foresta impenetrabile e misteriosa, gli attraversamenti degli Inferi degli iniziati nei Misteri, le immersioni dei mistici nella notte oscura e nella caligine, le memorie ancestrali di ciò che siamo stati, come quella del “primo antropoide/ che volle essere uomo”, i regni ultraterreni delle religioni. E c’è, alla fine, il superamento dell’Abisso in questi modi.

Anche Montale queste cose le sa ma non può più indugiare su di esse e continuare ad illudersi. Perché? Perché è poeta e nel mondo della poesia sta già soffiando il vento dello Spirito. Che all’inizio non può essere che estrema povertà e privazione: quella della poesia Meriggiare pallido e assorto…, per esempio, perché per prima cosa quel vento spazza via, libera la marina dalla foschia, e l’onda che solleva spiana la spiaggia, la rende tabula rasa per poterla riscrivere.
Parole nuove già ci sono. In filosofia l’arrivo davanti alla porta del Paradiso del Cusano, la scoperta dell’eterno ritorno di Nietzsche e del ponte fra l’uomo e il superuomo, l’arrivo sulla linea di Heidegger e Jünger. Nella poesia quel che abbiamo già visto anche in queste coincidenze: l’arcangelo in potenza nell’uomo di Aurobindo; l’uomo nuovo di Robertson, tre quarti verbo; perfino, l’ho appena detto, l’estrema indigenza espressa da Montale in tanti suoi versi, perché è sempre necessario arrivare alla fine di una manifestazione perché un’altra cominci.

L’epilogo è triste e sconsolato, perché il poeta e Paola sono arrivati assieme a quella spiaggia e ora si dividono: uno si ferma e l’altra “salpa”. Ma perché non gli ha indicato apertamente la nuova rotta e proposto di andare avanti in compagnia, tenendosi per mano? Un po’ ho già risposto a questa domanda: perché la via di fuga è appena una “ruga” nella sommossa superficie del mare: Ma non è il solo motivo: ecco gli altri. Perché c’è il “varco” da passare, ma cos’è e dov’è il poeta davvero non lo sa. È il mare, certamente, ma vale nel visibile e tangibile. Ma l’altro, quello nella vita? Domanda che non ha ancora, mi sembra, o per quanto ne so, una risposta della poesia. Certamente, invece, ci sono ora esperienze ed idee nel giro della conoscenza chiara e distinta, quelle che ho manifestate nel libro L’antica via dei Miti e dei Misteri. In esso il varco è l’Abisso, che non ha soltanto nome mare ma anche sonno, inconscio, morte. Inoltre varco è anche la Porta, e se per attraversare il primo era necessario costruire un ponte, per aprire la seconda e passare c’era prima un segreto da scoprire. Solo dopo si passa “di là dal tempo”, cioè nell’eternità; ma cos’è il tempo, cos’è l’eternità? Solo chi supera il duplice “varco” poi capisce, ma non il poeta se su quest’avventura non si era ancora messo. Infine l’altra grande esperienza esistenziale, un enigma, che la poesia da sola, forse non avrebbe mai risolto, quello che emerge dalle parole del poeta: “forse solo chi vuole s’infinita”, soltanto qualcuno passa il varco, sovverte ogni disegno e “qual volle si ritrova”. Ciò significa che non c’è più a questo punto l’accettazione rassegnata agli eterni ed immutabili giri della natura, alle ripetizioni cieche e infaticabili: come quelle dei pianeti e delle stelle, delle piante e animali, dell’uomo stesso, ma ora è anche l’uomo che lo vuole. Vuole anche lui, e ad uso proprio, l’eterno ritorno dell’eguale, che finora era in mano al Destino e che ha dovuto sempre subire.
Ma come possono necessità e libertà stare assieme? È questo il problema che ha fatto letteralmente ammattire Nietzsche, che all’eterno ritorno, cieco, insensato, crudele, quello che ti mena dove vuole e quando vuole e tu non sai da dove vieni, chi sei, dove vai, non intendeva più sottostare. Un pensiero abissale questo qui, che ha prodotto nel più grande pensatore dei tempi moderni una sorta di vertigine del pensiero, un cortocircuito che, forse, è stato la causa principale della sua pazzia.
Eppure, in seguito, una spiegazione è giunta: non si trattava di volere qualcosa di diverso da quel che mena il Destino, ma lo stesso che era solo in mano a Lui, e ciò è stato ottenuto con un patto.

Arrivo alla conclusione della poesia di Montale: perché le sue sono ancora intuizioni da svolgere, indicazioni di cui non esiste esperienza, misteri non ancora svelati, il poeta non parte, non può. Si dirà: anche se la nuova via era appena accennata, c’erano però già sufficienti indizi per parlarne e per convincere Paola a non andare da sola per le antiche vie, ma di tentare quella nuova assieme. Ma è capitato anche a me: spesso non si può. Se Paola aveva delle certezze, non si poteva sostituirle con dei dubbi, anche se d’ultima generazione, specialmente se non c’erano sufficienti elementi per convincerla, e Montale non li aveva. Così spesso ho lasciato andare anch’io le persone cui ero sentimentalmente legato, anche se avevo per il mio arco qualche freccia in più di Montale.
Allora si abbandona la persona amata ad antichi smarrimenti o, peggio, illusioni? Neppure questo è vero: le antiche vie non sono false o ingannevoli, ma continui avvicinamenti alla via della conoscenza chiara e distinta, quella che ora esiste in nuce. L’ho detto anche nella Prefazione a coincidenze: la via è una sola e il varco viene comunque superato: da chi ha gli occhi chiusi e dorme profondamente, da chi sogna, da chi vede nel sonno che è presso al risveglio, da chi alla sera va a letto e mette l’ora, o la fissa in sé e al mattino a quello scoccare interiore apre gli occhi, infine da chi prevede prima o riesce ad anticipare il gran viaggio.
Importante è che a fine cammino ci si trovi, e chi più sa quando si arriva e dove, cominci lui per primo la ricerca e la scoperta.

Meriggiare pallido e assorto…

3 aprile 2009

Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto…

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto.
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la vecia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia

Eugenio MOntale

Eugenio Montale

Ricordo bene quei “cocci aguzzi di bottiglia” fissati con la malta di cemento in cima ai muri che chiudevano giardini e orti. E negli orti, alberi e filari di frutta: le ciliegie primaverili, le albicocche, le pesche, le pere, le mele, l’uva…

Era soprattutto dopo la fine dell’anno scolastico, nelle lunghe giornate di giugno e degli altri mesi estivi, che iniziavano gli assalti di noi, ragazzini del tempo di guerra o appena usciti da essa, a quei luoghi di delizie, spinti dalla fame ma anche dall’avventura. Ricordo la canzoncina che si cantava prima delle razzie e dopo il bottino e le scorpacciate, che io stesso avevo composto: “Noi siam gli eroi dell’uva/ dei pomi e delle more/ con gusto li rubiamo/ e con gusto li mangiamo”.

Ma gli orti, difesi dai muri con in cima i cocci di bottiglia, non sono mai riuscito a violarli. Scalzi, seminudi come si era allora, scavalcarli era impossibile. Abbiamo tentato di togliere quei vetri rompendoli, ma il rumore faceva accorrere i proprietari armati di bastoni, forconi, qualche volta con la doppietta, e in quanto ai risultati di quei tentativi, si riusciva soltanto a sminuzzarli rendendoli più pericolosi, non ad eliminarli. Così alla fine si ripiegava su paradisi meno protetti.

È sulla scia del ricordo e dell’insuperabile muro e della sua riscoperta nel campo della poesia, che ora m’accingo a tradurre la poesia di Montale, anche perché mi sono accorto leggendola che quell’ostacolo, in seguito, dopo molti anni di cammino sulla via della conoscenza, sono riuscito a ritrovarlo e superarlo. È accaduto quando è diventato metafora del confine che inesorabilmente chiude la vita nella non comprensione di sé stessa. Perché, diversamente, come natura, la vita viene e va, appare e scompare.
Ora la traduzione.

Se mi fosse riuscito, quand’ero ragazzino, di superare il muro dell’orto come quello che Montale descrive, con i cocci aguzzi di bottiglia sulla cima ed entrare, quale sgradita sorpresa sarebbe stata! Non ci sono gli alberi carichi di frutta là dentro, i filari nereggianti e biancheggianti di copiosi grappoli d’uva, le aiole di verdure e fiori, la fresca ombra sotto piante secolari dalle lussureggianti fronde, la fontana, il pozzo, le statue di giovani donne nude. Nulla di tutto ciò. Cosa, allora?
Lo dice la poesia: “un rovente muro d’orto” in un “meriggiare” che sembra non finire mai, come sempre accade nelle interminabili giornate estive. E sotto quei dardi infuocati una striminzita vegetazione composta di “pruni”, “sterpi”, “calvi picchi”, vale a dire arbusti sofferenti per l’arsura senza foglie sulle cime; poi animali stanziali di nicchia, la cui presenza è avvertita dai rumori che fanno: “schiocchi di merli, frusci di serpi”, “scricchi di cicale”; infine formiche che in un monotono travaglio quotidiano raccolgono ed accumulano il cibo per sopravvivere d’inverno. In file queste ultime, che “ora si rompono ed ora s’intrecciano” in un via vai continuo. Depositano provvisoriamente le briciole in “minuscole biche” prima di trasportarlo nelle loro tane e poi infaticabilmente ritornano al lavoro.
Questo è l’orto di Montale. Non luogo di delizie, non paradiso terrestre perciò, come quello che abbiamo vagheggiato da ragazzi, ma quasi un deserto. Simile piuttosto a quello dove Adamo ed Eva sono stati gettati a condurre un’esistenza desolata e dolorosa dopo che hanno mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Lui a lavorare la terra con fatica e sudore, lei a partorire con dolore e a rischio della vita,
A questo punto perciò l’orto acquista il grado di minuscolo stralcio del mondo, luogo di castigo, di dolori e pene dove ancora tutti ci troviamo. Lo stesso di quand’ero ragazzino e il muro anche allora non sono mai riuscito a superarlo.

Che le cose stiano così, vale a dire che quell’orto sia cifra e campione dell’intero mondo, appare in modo chiaro e distinto nell’ultima strofa della poesia. Esso diventa infatti “tutta la vita e il suo travaglio”, perciò anche tutto il mondo, perché – dice la filosofia –, non c’è l’uomo senza il mondo e viceversa. Inoltre quella recinzione si trasforma in una “muraglia” insuperabile, perché ha in cima i “cocci aguzzi di bottiglia”.
È una “triste meraviglia” per il poeta questo estendersi dell’indigenza e della precarietà da presenza nell’orto, forse casuale o in ogni caso temporanea, a tutta la condizione umana, e la poesia l’esprime. Senza filtri questa volta: senza voler attingere neppure un po’ alla bellezza, alla speranza, all’illusione, perché i versi sono aspri, secchi, duri, senza nessuna polpa. O la poesia qui è crudele.
Ho trovato anch’io lungo la via della conoscenza che ho percorso segnali di questo tipo. Ce n’è uno che dice: “La poesia è crudele/ in questo tempo./ Lascia le antiche note/ canta la fine”. Oppure questo: “Il mio campo era il pensiero/ dove spiccavo idee,/ come si sciolgono le allodole nel volo./ Ma ora c’è un canto solo che mi preme:/ il canto del finito e un solo varco”.
Però, per fortuna, c’è anche la parola poetica o che giunge da altre fonti, che dice che il maggiore ostacolo – la muraglia nel caso di Montale –, si può superare. Quella che racconta com’è stato possibile farlo. Ci sono i segnali della “porta” che la indicano e conducono ad essa e anche quelli che dicono che si può aprire e che si è aperta.
Segnali di tal genere li abbiamo incontrati anche nelle poesie dei poeti che sono stati tradotti in queste pagine prima di Montale, in Grazia Sacchi, Novella Cantarutti, Whitman, Novalis, Aurobindo.
Ed ora Montale, la sua nuda poesia: con le parole scarne, crude, essenziali, come pietre di fonte disseccata, che attende acqua però. Dal Cielo.

Ora, come siamo usi, una breve disamina sul muro dell’esistenza, che in altri casi è stato visto come oceano, o notte tenebrosa e misteriosa, o abisso, e che rimanda a ciò che viene dopo, perché esso è sempre un confine con altro, con un aldilà.
Cosa c’è al di là?
In Grazia il sogno d’amore che muta in pensiero, o lo vorrebbe, perché diventi “per sempre”.
In Novella Cantarutti c’è lo struggente desiderio del ritorno alla fonte della maternità, e c’è indicazione per raggiungerla.
Whitman è in viaggio da millenni per tornare in patria, in modo consapevole, non in quello oscuro e misterioso come sempre accade.
Nel poemetto di Novalis il muro è la morte che si trasforma in notte stellata e aldilà c’è Sophie, la fidanzata prematuramente scomparsa, che egli ritrova per sempre, perché non ci sarà più perdita e distacco.
Nella poesia di Aurobindo c’è la porta nel muro, ed egli dice che bisogna battere continuamente, infaticabilmente, perché essa si apra. Oltre la porta l’arcangelo, che nasce dall’uomo.
Per me ragazzo, come ho già detto, al di là del muro dell’orto, “vero”, “reale”, come qui si dice, c’era qualcosa di simile all’età dell’oro, dove si poteva vivere “come dei, senza affanni nel cuore,/ lungi e al riparo da pene e miseria”, perché ” il suo frutto dava la fertile terra/ senza lavoro, ricco e abbondante”. Allora era simile il nostro stato alla vita degli uomini di quell’età felice, ma vissuta in piena incoscienza perché di tutto si occupavano i divini e noi eravamo il loro gregge.
Montale invece non si pronuncia sull’aldilà; afferma soltanto che la muraglia è invalicabile e che ci troviamo inesorabilmente di qua. Ma, come accade sempre, l’inconscio non invia segnali inutili e vani, vale a dire denunciare la penuria non vuol dire accettarla.

Per ultimo, qualche spunto che su questo tema del confine e dell’aldilà ci giunge dalla filosofia. Perché è stato seguendo la via della conoscenza, quella che è iniziata con il peccato di disobbedienza contro la divinità, che perciò ci ha cacciati dal paradiso, che ora ci troviamo di nuovo davanti al muro e alla porta.
Si è trovato in questa posizione Nicolò Cusano che ha chiamato quella barriera “muro del paradiso”. E da esso ha visto l’una e l’altra parte: di qua le cose divise a metà e contrapposte, di là la coincidenza degli opposti. Coppie di contrari sono – egli dice – essere e non essere, vita e morte, bello e brutto, buono e cattivo, e tutti gli altri poli che legano le nostre facoltà alla speranza e al timore, e muovono i nostri organi ad azioni di difesa e di conquista. Dopo la porta – invece – tutto ciò è superato e vinto. Ma Nicolò Cusano non è riuscito a valicarla perché la facoltà che si chiama ragione, la più preziosa e indiscussa che l’uomo possiede, ha potuto aiutarlo solo fino a quel punto.
Per Nietzsche la barriera è l’uomo stesso ma in lui c’è anche la possibilità di superarla e in parte c’è riuscito. L’umanità – ha affermato – è un ponte che conduce al Superuomo.
Per Heidegger l’attraversamento del pelago tenebroso, quello che comincia dopo la linea di mezzanotte, avverrà nel sonno. Un lungo sonno che finirà con un improvviso risveglio.
Per Jünger la Mezzanotte è “un’ora di morte” – perché lì, come già per Paolo di Tarso, l’uomo vecchio finisce –, “ma anche un’ora di nascita”. E da eroe di guerra quale è stato, non si ferma davanti al nulla, va avanti e gli porge il petto. Perché in esso c’è “come un tempo nella Tebaide, il centro d’ogni deserto e rovina. Lì ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici”.
Per Jung chi supera il confine realizza il Selbst (Sé), vale a dire la personalità integrale, somma e unità di conscio e inconscio; quel che si chiama anche coincidenza degli opposti.

In quanto a me, quando alla fine della via della conoscenza mi sono trovato davanti alla porta, dopo l’immane odissea che ha avuto come prova finale l’attraversamento dell’abisso, e ho guardato, quella prima volta come da un pertugio, ecco cosa mi è apparso: ” C’è un altro regno della luce fuori di Porta,/ non diverso ma più lucente dello stellato/ e più vivente di un prato a primavera”.

Il cerchio e la riga

1 marzo 2009

Novella Cantarutti, Senza titolo

Novella Cantarutti

Novella Cantarutti

Rotolo indietro
Nelle braccia che mi hanno sorretto
Come incavi di alberi grandi,
da madre in ava,
indietro
nel tempo senza storia
fino alla cuna d’acqua.
Avanti invece
sono soltanto righe
di muro, di ferro, d’asfalto
senza appoggio.

Può la poesia dire cose che altrimenti non arrivano alla parola, che altri linguaggi – quelli della prosa, per esempio, o della filosofia o della scienza – non sanno sollevare fino alla percezione? Sembra proprio di sì, e di tal natura è la breve poesia di Novella Cantarutti, che non ha titolo, ma che io chiamerei Il cerchio e la riga.
Non tutta la poesia però ha queste caratteristiche. Non le filastrocche, o quella delle sagre e delle cerimonie che suona familiare alle orecchie della maggior parte, e neppure la poesia che occupa posti importanti nella scala delle altezze perché canta sentimenti profondi, imprese mitiche, avvenimenti eccezionali.

Io anzi ne conosco poca di anticipatrice di mondi nuovi o di nuovi aspetti del medesimo. Quella di Hölderlin e Novalis, per esempio. Il primo ha visto e seguito gli Dèi in fuga nella notte santa, fino a smarrirsi; il secondo ha affrontato e indagato il regno della notte e morte per ritrovare la fidanzata Sophie, “dove quel petalo era volato” in giovanissima età. Oppure la poesia dei presocratici, da cui il pensiero filosofico è nato. Sapienza che ha preceduto il sapere razionale quel loro dire in versi.

Collocata la poesia di Novella nel posto che le spetta, vale a dire nel tempo e luogo che è il crinale fra passato e futuro in questo caso, provo ora a sviluppare quel che essa dice in modo molto breve ed enigmatico. Me lo consente, io credo, una lunga pratica in questo campo e poi quel mio accanirmi, durato una vita, su quelle righe diritte che stanno davanti, soprattutto su quella della vita. Quella che comincia, si sviluppa per un breve tratto o arco, e poi finisce e dopo non si sa. Con questa io ho combattuto fino a ridurla a un cerchio anch’essa. È la linea che ha un verso solo su cui, come si vedrà, la poesia s’appunta, forse per additare come la sibilla delfica che essa è il problema del nostro tempo, che ora dobbiamo risolvere per salvarci.

La poesia comincia, dunque, nel punto dove, come scia di nave che avanza, il passato si scioglie e scompare e dopo c’è il futuro. Ma “Rotolo indietro”, dice il primo verso, e pare che ci sia in esso anche una nota di rifiuto ad andare avanti. Chi può rotolare è cerchio o cosa rotonda ed è tale tutto ciò che in noi è natura: vale a dire il corpo e tante sue manifestazioni; e rotola, recita la poesia, in altre rotondità. Nelle braccia della madre, e da madre in ava sempre più indietro. Più indietro di ciò che è apparso come Storia più di venticinque secoli fa, prima di Erodoto, di Tucidide. Quanto prima?
Dove diceva Pitagora, che ricordava molte delle sue precedenti esistenze, e in una di esse anche il suo nome di allora: Euforbo, milite nella guerra di Troia e ucciso in battaglia sotto le mura di quella città da Menelao, re di Sparta.
Dove diceva Buddha, che la notte precedente l’illuminazione ha richiamato alla memoria “migliaia di vite come rivivendole e le ha collegate fra loro”.
Dove ha detto Ermete Trismegisto, nato tre volte in Egitto dove si è dedicato alla conoscenza, finché nell’ultima vita terrena si è illuminato, ha ricordato le sue precedenti esistenze, ha ricuperato il suo vero nome, e poi è salito al mondo superiore dov’è l’origine.
Fin dove Empedocle ricordava d’esser stato: “Un tempo io fui già fanciullo e fanciulla, arbusto, uccello e muto pesce che salta fuori del mare”.
O ancora più in giù? Forse si, “nel tempo senza storia”, afferma la poesia. Forse essa attinge anche alla profondità più grande, alla “cuna d’acqua” che è il grembo della madre, dell’ava, ma anche il fondo primordiale dove la vita sulla terra è cominciata quattro miliardi d’anni fa. Perché, come il sonno, il sogno, l’inconscio da cui arriva, non ha limiti di tempo e di spazio la poesia. Inoltre c’è somiglianza fra una “cuna” e l’altra, fra il primordiale grembo del mare e quello della donna. Il secondo è una specialità del primo.

Ed ora l’altra parte che chiamiamo futuro, quella delle “righe”, che ci appare come davanti e che stiamo conducendo fra pianti e canti. Non più il tondo ma il dritto. Ma cos’è questo dritto che viene dopo se dietro di noi tutto rotola; anche il sole, la terra, la luna, le stagioni, e tutto appare tondo e circolare? Cos’è quel dritto innaturale? Lo dice la poesia cos’è: “Righe/ di muro, di ferro, d’asfalto/ senza appoggio”. Cioè tecnica. E se grattiamo un po’ su quelle dure scorze, ecco che appare quel che sta prima di esse: la conoscenza umana, quella scientifica che ha dato numeri, ordine, misure. Poi, se s’insiste e si va più a fondo, appare la filosofia, appare la sapienza da cui la filosofia è nata e infine l’autore di questo mondo di conoscenza e tecnica. Si chiama Io. Ciò che s’è staccato in tanta parte dalla natura e mira ad aumentare la distanza; quello che è libero, si dice, che si conduce da sé. l’Io penso di Cartesio, ma anche quello di Kant, e poi l’Io assoluto di Fichte, Schelling, Hegel, che per loro è anche Dio.
Ma è pure la nostra povertà più grande; ce ne siamo accorti soprattutto nel secolo appena trascorso, funestato da due guerre mondiali e da campi di sterminio. Un Io che ci fa intendere la morte e ce la pone sempre davanti, ma non arriva a darci la vita oltre i limiti concessi dalla natura; un Io che ci apre all’immortalità ma essa è come un miraggio nel deserto.
Le “righe”, dunque, sono le opere dell’uomo, le conoscenze che le hanno prodotte, la concezione lineare del tempo che le accompagna, dritta come un fuso, ma “senza appoggio”. Nessun sostegno per loro come invece l’hanno i corpi celesti che circolano, ritornano al punto da dove sono partiti, coincide la fine con l’inizio e mai non cadono.
La riga è la conoscenza che abbiamo di noi stessi, che è limitata al tempo della vita, alla parte diurna di essa. Può andare anche oltre, anche a ciò che hanno escogitato gli altri in pensieri ed opere e al cammino comune compiuto in un luogo e tempo determinati. Per esempio quello degli italiani nella loro patria o assieme ad altri popoli in Occidente. Ma sempre riga rimane.

La conclusione la poesia non la dice, ma l’addita. Perché deriva dalle altre due. Se il futuro è “riga”, basta piegarla. Affinché, come dice il TAO, “allontanarsi significhi tornare”; simile a quel che ha detto Hegel: “L’andare innanzi è un tornare indietro, al fondamento, all’originario e al vero, dal quale ciò con cui si è cominciato dipende ed è, di fatto, prodotto”. Perché, come ha detto Goethe, “Più si conosce e più si sa/ tanto più si riconosce che tutto in circolo ruoterà”.
Dietro, infatti, solo così sono le righe: piegate, arcuate, a tornanti. Il cielo è concavo, i corpi celesti sono tondi, la donna è curve e circonferenze innumerevoli. E la stessa cosa sarà davanti.

Piegare la riga, torcerla, finché non ritorna dove è cominciata, questa è la soluzione del problema: cosa più facile da dire, però, che da fare. Io ci ho messo cinquant’anni per riuscirci e ho dovuto superare prove immani: uscire la Labirinto, attraversare l’Abisso, scoprire il segreto della Porta per poterla aprire, e attraversare quella soglia, e mi ha aiutato il Cielo. Ma non sarei ugualmente riuscito nel mio intento se non c’era la filosofia, tutta quanta, dalla sua Aurora avvenuta venticinque secoli fa nell’antica Grecia Fino al Tramonto del secolo scorso e alla Notte e Mezzanotte degli ultimi decenni. Fino a tal punto mi ha accompagnato la filosofia, e le ultime orme che ho seguito sono state quelle di Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger, Freud, Jung, Jünger. Poi per il superamento dell’ultima parte, dalla Mezzanotte in poi, dove provando a scendere per poi risalire non si trova il fondo, ho fatto tutto da solo usando lo stratagemma che mi ha dato la filosofia, ponendo la traccia di quel Ponte sospeso sull’Abisso che potrebbe diventare un capolavoro della conoscenza umana.
In tal modo la riga si è incurvata, è diventata un arco e un cerchio, e “in una circonferenza fine e principio stanno assieme, sono lo stesso”.
Ma questa è una lunga storia ed io mi fermo. Dico soltanto che anche la via della conoscenza che appariva diritta, ora non lo è più. Ma questa è ancora cosa segreta e nascosta, quasi nessuno ancora la sa.


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