Coincidenze. Poesia e filosofia

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Di personaggi divini e mortali che hanno affrontato il regno della morte, sono entrati in esso e qualcuno è anche riuscito ad uscirne vivo, ce ne sono stati molti.
Ne nomino alcuni.
Nelle religioni mesopotamiche del III millennio a.C. si narra che Ishtar, dea della stella Venere e dell’amore, ma anche della guerra, perciò colei che reggeva la vita e la morte, discese agli Inferi, per riportare alla luce il diletto sposo Tammuz. Non gli riuscì, ma la sua prigionia nella “Terra senza ritorno” provocò la scomparsa della riproduzione umana e animale dalla superficie della Terra. Questa calamità fu di dimensioni cosmiche per cui i Grandi Dèi dovettero intervenire per liberare Ishtar e il suo compagno. Ci riuscirono con uno stratagemma, sostituendo la dea con una copia che rimase negli Inferi al suo posto.
Nella religione della Grecia antica, fra i divini c’è Demetra, la dea delle messi, che è scesa negli inferi per riprendersi la figlia Persefone, rapita e là portata da Ades, fratello di Zeus.
In quella dell’Occidente c’è Gesù, che è morto in croce, è disceso nell’inferno e dopo tre giorni è resuscitato. Poi è salito in Cielo.
Nella preistoria e nel mito, c’è Gilgamesh, che dopo la morte dell’amico è partito per ritrovarlo. È arrivato fino alla “acque di morte” ma non è riuscito a superarle, perciò la prima impresa di tal genere tentata da un mortale è fallita.
C’è Orfeo, il meraviglioso cantore e suonatore di lira, che è sceso nell’Ade per riportare alla luce la diletta sposa Euridice. È riuscito a rivederla e ad arrivare con lei fin sulla porta d’uscita, ma ad un passo da essa, perché si è voltato a guardarla contravvenendo al patto con le Parche che l’avevano proibito, l’ha perduta per sempre.
C’è Ercole, sceso negli Inferi per compiere la più difficile delle sue dodici fatiche: catturare Cerbero, il cane trifauce. Lo ha vinto, incatenato, e lo ha portato fuori da quel profondo a dimostrazione dell’impresa. È stato uno dei pochi che è riuscito ad uscire.
C’è Ulisse, che è entrato nell’Ade per trovare l’indovino Tiresia ed avere da lui indicazioni per tornare ad Itaca. Le ha avute ed è riuscito ad uscire e ritornare in patria.
C’è Enea che è disceso nell’Averno attraverso lo spaventoso fiume dei morti, ha parlato con l’ombra del padre Anchise che gli ha rivelato il destino di Roma che egli stava per fondare, e “in qual modo avrebbe potuto evitare e sopportare qualsiasi fardello”. Poi, attraverso la porta d’avorio ha fatto ritorno ai compiti che lo attendevano nel mondo.
Nella Poesia, personaggi che hanno compiuto il gran viaggio sono stati Dante, Novalis e molti altri.
Dante è entrato nell’Inferno, l’ha visitato ed è uscito da esso preparato per il Cielo.
Novalis nei suoi Inni alla notte canta la sua avventura nel regno tenebroso e come è giunto a ritrovare per sempre Sophie, la giovanissima fidanzata prematuramente scomparsa.
Nel misticismo, l’abisso ha nome “notte oscura”, o “nube della non conoscenza”, o “notte dell’anima”. Come notte oscura l’ha affrontato e superato Giovanni della Croce. Come notte dell’anima Angela da Foligno. Come nube della non conoscenza Riccardo di San Vittore, Pseudo Dionigi, Mosé.
Nella favola c’è Pinocchio, inghiottito dalla balena, e quel ventre è un altro nome e aspetto del regno tenebroso da cui è riuscito a fuggire. È entrato burattino ed è uscito trasformato in bambino: ecco la metamorfosi.
Non diversamente da Pinocchio, gli uomini che hanno compiuto quell’impresa sono diventati eroi, semidèi, poeti, mistici, santi.
Infine, fra gli innumerevoli visitatori del regno dei morti ci sono coloro che ricordano vite precedenti in quella che stanno vivendo. Se sono ritornati, significa che hanno attraversato in qualche modo l’abisso, ma in modo segreto e nascosto, ignoto a loro stessi, mentre ora è chiaro e distinto. Ora c’è un ponte che collega le due sponde e quindi le esistenze fra di loro: ecco la novità. Nomino soltanto alcuni dei più celebri: Virgilio, Cicerone, Plotino, Schopenhauer, Jung, Gandhi, Huxley, Gibran.

In questi nostri tempi di declino e caduta dell’Occidente, con conseguente immersione nelle tenebre, un viaggio simile a quelli di cui ho fatto cenno è toccato a me.
In un campo diverso però, in quello del pensiero filosofico, che non è stato mai percorso prima per intero, anche se c’erano indicazioni della fine specialmente nella sua storia più recente. Ma un percorso così, di tipo nuovo e mai fatto prima d’ora, non è facile che sia capito e creduto: infatti, anche se ho comunicato l’avventura e la scoperta, pochi finora hanno chiesto informazioni circa il metodo adottato e l’hanno tentata a loro volta. Si pensa e si crede perlopiù, mi pare, che sia opera di fantasia, o qualcosa di personale e privato che può interessare soltanto a chi è toccata, una specie di sogno ad occhi aperti che gli altri non colgono, o cui non interessa.
M’è venuta allora recentemente l’idea di abbinare l’intero cammino circolare che ho compiuto alle tante intuizioni ed esperienze di esso, espresse con le parole di poesia, che sono apparse lungo i secoli e millenni, in Occidente ma anche altrove, anzi in tutto il mondo abitato. Ricorrendo alle fonti, questa volta, vale a dire alle parole emerse in quel modo, e scoprendo la loro coincidenza con i pensieri chiari e distinti della filosofia. Mi son detto: se i versi dei poeti sono stati lampi nelle tenebre, se molti hanno creduto ad essi, o comunque, come Paolo sulla via di Damasco, ne sono stati colpiti, e li hanno adottati e seguiti, un po’ di attenzione la riserveranno anche a me, che ho cercato di raccogliere tutti quei lampi in una luce sola, che forse per millenni non tramonterà.

Finora le coincidenze le ho ottenute prendendo come testi a fronte le poesie, ma, se lo vorrà il Destino, se ci saranno risultati dopo questa prova, la stessa cosa potrà continuare con le voci del mito e con quelle dei mistici. Perfino con le leggi e teorie della scienza in certi casi, se sarà necessario o se capiterà l’occasione.

Ma perché comunicare, o cercare di farlo, un cammino così difficile, impegnativo, misterioso, dal momento che la maggior parte degli abitanti di questo mondo arriva qui come in vacanza e a programmare vacanze, o questa sarebbe la scelta dei più se potessero? In altre parole, perché dovrebbero rinunciare a gioie, denaro, amicizie, amori, viaggi sulla terra, o anche al dolce far niente, per seguire un cammino difficile, faticoso, avventuroso, misterioso?
C’è un perché che non lascia dubbi, che non può essere contestato o ritenuto illusorio o superficiale. Perché il cammino cui invito è quello della vita; lo stesso su cui tutti, volenti o nolenti, ci troviamo e in ogni caso per esso siamo costretti ad andare e termina sempre sul ciglio dell’abisso dove inevitabilmente e indistintamente si precipita. Verso quel vuoto immane la stragrande maggioranza è come se fosse condotta per mano e poi gettata, o attirata, come i topi della favola dal suono del pifferaio, e lasciata là cadere.
Dunque, non si tratta di cambiare strada, perché essa è una sola. Si tratta solo di percorrerla in modo diverso, per cui sarà utile confrontarlo con quello normale e comune. Poi ciascuno sceglierà, ma la scelta dipenderà anche dalla sua indole e dalle sue risorse. Si dice oggi dal suo dna.

Primo modo: quello che normalmente e pressoché generalmente viene seguito. Si va ad occhi aperti solo a tratti, quelli che chiamiamo veglie, cui seguono altri tratti a palpebre chiuse, dove si procede come portati. Ma non ci sono solo questi buchi e limiti nella consapevolezza. Il nostro andare saltellante fra luce e oscurità è ciò che accade finché siamo più o meno svegli nella vita, vale a dire dalla nascita alla morte. Ma poi è peggio, anzi immensamente, ferocemente peggio. Dopo si precipita nella tenebra più fonda e nel mistero più fitto. E si piange, ci si dispera: per le persone care che ci lasciano e scompaiono, per noi stessi quando siamo vicini alla fine.
Dunque la prima via, che è poi quella della natura, non richiede volontà e impegno. Si è gettati, si è tolti, si è portati, tutto sembra accadere per caso. O comunque l’impegno è limitato: dura il tempo di una vita. Ed è la più facile perché c’è il treno che chiamiamo specie che ci carica, trasporta e scarica, condensati in seme o sviluppati in pianta, e questo girotondo, dicono gli scienziati, iniziato milioni di anni fa continua senza posa e interruzioni.

E la seconda via? È la stessa, come ho già detto, ma con un altro aspetto. Una specie di sopraelevata che segue il tracciato antico e non è più in mano al caso. Semmai in parte al Destino, perché c’è un patto. E non si è più gettati e tolti, ma si arriva e si parte. Inoltre ci sono ormai indicazioni su tutta la via, anche dal ciglio dell’abisso in poi, fino all’altra sponda. E c’è un ponte che collega le due rive, esile per ora, non molto di più di una corda molle che ho lasciato andare alle mie spalle quando sono passato la prima volta. Ma poi, come ha annotato in quell’occasione, “ci penseranno i tecnici a costruire il ponte. Io credo che si troverà il modo di tirarlo e rafforzarlo e già vedo con l’immaginazione le torri che sorgeranno al posto dei rudimentali ancoraggi che ho costruito io, più alte di quelle del ponte di Brooklyn, più vicine al cielo di quelle che sono state progettate per l’attraversamento dello stretto di Messina; e il solido nastro, che sostituirà l’attuale corda dove si può passare uno alla volta, si stenderà dall’una all’altra sponda e sarà il più lungo, degno di tanto vuoto. Io credo che su di esso passeranno gli uomini di una nuova civiltà.”

Ecco posti a confronto i due aspetti della strada: quello normale e comune e il nuovo, dopo i segnali e le illuminazioni. Non dovrebbero esserci dubbi sulla scelta, però il secondo è costruito sopra il primo, a notevole altezza. È la via della conoscenza, e bisogna arrivare fin lassù se si vuole prenderla e seguirla. Questo è il trauma dell’inizio di ogni cosa.
Tuttavia, quando una strada è indicata e tracciata, come sempre accade per quelle sulla terra, alla fine si arriva ad imboccarla e percorrerla, anche da chi non sa quando è stata costruita e non conosce il nome dell’autore.

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