Severino e Parmenide

Il colosso con i piedi d’argilla. Il tallone d’Achille.
La casa costruita sulla sabbia. Il castello di carte

Per Parmenide l’Essere è qualcosa che si raggiunge cercando e volendo, e in tal modo viene visto e conosciuto. È arrivato ad esso uscendo dalla “casa della Notte”, superando “la Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno” e imboccando poi “la via maestra” che conduce alla “rotonda Verità”, vale a dire all’Essere che egli, appunto, vede, conosce, descrive, diventando sapiente, arricchendosi di quel tesoro, acquistando quelle qualità.

Per arrivare all’Essere, naturalmente, è necessario lasciare questo mondo d’apparenze, vale dire le  cose distinte e separate e le loro “determinazioni”, che Severino stesso così elenca: “significati, forme, figure, aspetti, situazioni, stati, funzioni, rapporti”.

Le cose distinte e separate e le loro determinazioni diventano poi, per Parmenide, dopo che ha visto e conosciuto la “rotonda Verità”, oggetti di un altro tipo di conoscenza, parimenti raccomandato dalla “dea” che aiuta Parmenide a compiere il suo viaggio iniziatico aprendoli la Porta. Si tratta della conoscenza filosofica e scientifica delle cose e delle loro determinazioni – quelle di prima viste ora nella luce della ragione: via indicata da Parmenide stesso nella seconda parte del suo poemetto e poi iniziata praticamente da Socrate e che ancora oggi continua nei modi della scienza. Fin qui Parmenide: una ricerca, perciò, la “via maestra” che conduce alla “rotonda Verità”, un viaggio fuori dai “sentieri battuti”, un impegno, una precisa volontà.

Ed ora Severino.

Di tutto ciò in Severino, che pur dice di essere tornato a Parmenide per abbeverarsi a quella fonte, non c’è traccia. Non c’è viaggio, non c’è volontà che glielo fa compiere, non c’è benevolenza del Cielo e aiuto, non c’è Porta e perciò passaggio dalla Tenebra alla Luce. C’è solo la cieca e perversa eternità di tutte le cose e delle loro determinazioni. Un esempio: ognuno dei circa sei miliardi d’uomini che oggi abitano la terra – quelli che si vedono, gli altri sono fuori del cerchio dell’apparire –, è un “superdio”; e non solo lui, ma anche ogni starnuto di quando ha il raffreddore. Ogni starnuto è eterno, e non nel modo della scienza che dice che nulla si crea e nulla si distrugge ma soltanto si trasforma, ma in quello di Severino. Per lui nulla si trasforma ma “è” – per sempre. La base di partenza del più grande viaggio della vita e della conoscenza è diventato così il giro di un cimitero. Le morte spoglie sono diventate eterne e immutabili e l’opera che le ha così eternate un pantheon di cose e idee defunte.

Un primato tuttavia l’immensa opera di Severino ce l’ha: è la maggiore fra quelle che il nichilismo diventato condizione normale ha prodotto nel campo della filosofia.

*

Parmenide

Parmenide

Il Frammento 1 del poemetto di Parmenide intitolato Sulla natura,
tratto da I Presocratici, testimonianze e frammenti,
Biblioteca Universale Laterza

Le cavalle che mi trascinano, tanto lungi, quanto il mio animo lo poteva desiderare
mi fecero arrivare, poscia che le dee mi portarono sulla via molto celebrata
che per ogni regione guida l’uomo che sa.
Là fui condotto: là infatti mi portarono i molti saggi corsieri
che trascinano il carro, e le fanciulle mostrarono il cammino.
L’asse nei mozzi mandava un suono sibilante,
tutto in fuoco (poiché premuto da due rotanti cerchi
da una parte e dall’altra) allorché si slanciarono
le fanciulle figlie del Sole. Lasciate le case della Notte,
a spingere il carro verso la luce, levatesi dal capo i veli.
Là è la porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno,
e un architrave e una soglia di pietra la puntellano:
essa stessa nella sua altezza è riempita di grandi battenti,
di cui la Giustizia, che molto punisce, ha le chiavi che aprono e chiudono.
Le fanciulle allora, rivolgendole discorsi insinuanti,
la convinsero accortamente a togliere per loro la sbarra
velocemente dalla porta. La porta spalancandosi
aprì ampiamente il vano dell’intelaiatura, i robusti bronzei
assi facendo girare nei loro incavi uno dopo l’altro:
gli assi fissati con cavicchi e punte. Per di là attraverso la porta
subitamente diressero lungo la carreggiata carro e cavalli.
La dea mi accolse benevolmente, con la mano
La mano destra mi prese e mi rivolse le seguenti parole:
“O giovane, che insieme ad immortali guidatrici
giungi alla nostra casa con le cavalle che ti portano,
salute a te! Non è un potere maligno quello che ti ha condotto
per questa via (perché in verità è fuori del cammino degli uomini),
ma un divino comando e la giustizia.
Bisogna che tu impari a conoscere ogni cosa,
sia l’animo inconcusso della ben rotonda Verità
sia le opinioni dei mortali, nelle quali non risiede legittima credibilità.
Ma tuttavia anche questo apprenderai, come le apparenze
Bisognava giudicasse che fossero chi in tutti i sensi tutto indaghi.

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4 Risposte to “Severino e Parmenide”

  1. Severino e la favola « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] e la favola By wilmo e franco boraso Vedere anche i precedenti scritti sull’argomento: Severino e Parmenide e Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via […]

  2. S.P.S. Salviamo Parmenide da Severino « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] da Severino By wilmo e franco boraso Vedere anche i precedenti scritti sull’argomento: Severino e Parmenide, Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica, Severino e la […]

  3. SchmidtCaspar Says:

    “Hic manebimus optime”

  4. Iperfilosofia | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] dei nostri giorni, quella che più conta: di Nietzsche, di Heidegger, di qualche altro (vedi Severino e Parmenide, Severino e la favola, Emanuele Severino: ha immortalato la morte di una civiltà, ha dato un volto […]

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