Inni alla notte

Novalis, Inni alla notte, Mondadori 1982

Novalis

Novalis

Inno primo

Quale vivente, dotato di senso, fra tutte le magiche parvenze dello spazio che si dilata intorno a lui, non ama la più gioiosa, la luce con i suoi colori, i suoi raggi e onde; la sua mite onnipresenza di giorno che risveglia. Come l’anima più intima della vita la respira il mondo immane delle costellazioni senza quiete, e nuota danzando nel suo flutto azzurro la respira la pietra scintillante, in eterno riposo, la pianta sensitiva che sugge, e il multiforme animale istintivo ma soprattutto lo splendido intruso con gli occhi colmi di sensi, il passo leggero, le labbra dolcemente socchiuse, ricche di suoni. Come un sovrano della natura terrena, essa chiama ogni forza a metamorfosi innumeri, annoda e scioglie alleanze infinite, avvolge la sua immagine celeste intorno ad ogni creatura terrestre. La sua sola presenza rivela l’incanto dei reami del mondo.
In plaghe remote mi volgo alla sacra, ineffabile, arcana notte. Lontano giace il mondo
sepolto nel baratro di una tomba squallida e solitaria la sua dimora. Nelle corde del petto spira profonda malinconia: In gocce di rugiada voglio inabissarmi e mescolarmi alla cenere. Lontananze della memoria, desideri della giovinezza, sogni dell’infanzia, brevi gioie e vane speranze dell’intera e lunga esistenza vengono in grigie vesti, come nebbie vespertine dopo il tramonto del sole. In altri spazi la luce ha piantato le sue tende gioiose. Non tornerà mai dai suoi figli, che l’attendono in ansia con la fede degli innocenti?
Che cosa d’improvviso sgorga così carico di presagi sotto il cuore, e inghiotte l’aura tenue della malinconia? Anche tu trovi piacere in noi, oscura notte? Che cosa tieni sotto il tuo manto, che con forza invisibile mi tocca l’anima? Delizioso balsamo stilla dalla tua mano, dal fascio di papaveri. Le ali grevi dell’animo tu innalzi. Ci sentiamo pervasi da una forza oscura, ineffabile
un volto severo vedo con lieto spavento, che si piega su di me devoto e soave, e sotto i riccioli che senza fine s’intrecciano, mostra la cara giovinezza della madre. Come misera e puerile mi sembra ora la luce – come grato e benedetto il commiato dal giorno – Solo per questo quindi, perché la notte discosta da te i fedeli, tu seminasti per l’immensità dello spazio le sfere splendenti per annunciare la tua onnipotenza il tuo ritorno nei tempi della tua assenza. Più celesti di quelle sfere scintillanti ci sembrano gli occhi infiniti che la notte dischiude in noi. Così lontano non vedono le più pallide di quelle schiere innumerevoli senza bisogno di luce penetrano con lo sguardo gli abissi di un’anima amante il che colma uno spazio più alto di voluttà indicibile. Premio della regina del mondo, della eccelsa abitatrice di mondi sacri, custode di amore beato a me ti manda amata soave caro sole della notte, ora veglio. Perché sono Tuo e Mio tu mi hai rivelato che la notte è vita mi hai fatto uomo consuma con ardore spettrale il mio corpo, così che io mi congiunga etereo più intimamente con te e la notte nuziale duri in eterno.

Inno secondo

Deve sempre ritornare il mattino? Ma non finirà la violenza di ciò che è terrestre? Un nefasto affaccendarsi divora il volo celeste della notte. Non brucerà mai in eterno il segreto olocausto dell’amore? Misurato fu alla luce il suo tempo; ma senza tempo e senza spazio è il dominio della notte. Eterna è la durata del sonno. Sacro sonno non donare troppo di rado la gioia agli iniziati della notte in questa terrestre diurna fatica. Solo i folli ti disconoscono e ignorano un sonno diverso dall’ombra che tu getti, per pietà, su di noi, in quel crepuscolo della notte vera. Non ti sentono nell’aureo fiotto del grappolo, nell’olio prodigioso del mandorlo e nel bruno succo del papavero. Non sanno che aleggi intorno al seno tenero della ragazza e fai un cielo di questo grembo – non presagiscono che tu provieni da antiche leggende schiudendo il cielo e porti la chiave per le dimore dei beati, tacito nunzio di misteri infiniti.

Inno terzo

Un giorno che versavo amare lacrime, che la mia speranza si dileguava dissolta in dolore, e io stavo solitario vicino all’arido tumulo, che nascondeva in angusto oscuro spazio la forma della mia vita solitario, come non era mai stato nessuno, incalzato da un’angoscia indicibile senza forse, non più che l’essenza stessa della miseria. Come mi guardavo attorno in cerca d’aiuto, non potevo proseguire né arretrare, e mi aggrappavo alla vita sfuggente, spenta, con nostalgia infinita allora venne dalle azzurre lontananze: dalle alture della mia beatitudine un brivido crepuscolare e d’un tratto si spezzò il cordone della nascita, il vincolo della luce. Si dileguò la magnificenza terrestre e il mio cordoglio con essa confluì la malinconia in un nuovo imperscrutabile mondo tu estasi della notte, sopore del cielo ti posasti su di me – la contrada si sollevò poco poco; sopra la contrada aleggiava il mio spirito sgravato e rigenerato. Il tumulo divenne una nube di polvere attraverso la nube vidi i tratti trasfigurati dell’amata. Nei suoi occhi era adagiata l’eternità io afferrai le sue mani e le lacrime divennero un legame scintillante non lacerabile. Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo piansi lacrime d’estasi per la nuova vita. Fu il primo, unico sogno e solo d’allora sentii eterna, inalterabile fede nel cielo della notte e nella sua luce, l’amata.

*

La vasta e numerosa letteratura – quella grande, s’intende! – è il racconto di un’avventura iniziata alcuni millenni fa, continuamente ripetuto in tante lingue e in innumerevoli modi, ascoltato dalle generazioni che si susseguono sulla Terra e nell’aperto luminoso del sole e delle stelle, che solo ai nostri giorni ha trovato una maggiore chiarezza e distinzione nel campo della conoscenza razionale?
Questo è ciò che ho cercato di dimostrare, indagando e trasformando in idee filosofiche le intuizioni poetiche di Per sempre di Grazia Sacchi, Il cerchio e la linea di Novella Cantarutti e una poesia della raccolta Foglie d’erba di Whitman; e ora la dimostrazione continua con altre.
Naturalmente non esiste soltanto la letteratura impegnata fino a tal punto, vale a dire fino al periplo della terra e del pensiero: avventura immane non ancora conclusa in modo chiaro e distinto, che, come ho già detto, ci sta impegnando fin da quando la civiltà è cominciata e sembra che non sia retaggio soltanto dell’Occidente. C’è anche quella minore o secondaria, che serve come evasione, da passatempo, o scacciapensieri, quella che molti mettono nella valigia delle vacanze, o tengono sul comodino, per dilettarsi con qualche riga o qualche pagina alla sera prima di addormentarsi. Ma essa è un’altra cosa.
Ritorno alla prima per rimanerci per un po’, finché almeno non riuscirò a mettere assieme una mappa completa dell’avventura più grande, ricorrendo ad aspetti di essa che si sono manifestati lungo il millenario soggiorno dell’uomo sulla Terra.
Un lavoro che ho già cominciato, dunque, indagando e interpretando le precedenti poesie: esse sono già tracce di quella mappa ed ora continuo con Inni alla notte di Novalis, poi si vedrà.

Dei tanti modi in cui l’avventura è stata raccontata, qui mi sono attenuto soltanto a quello espresso dalla poesia. Ma anche in questa lingua, numerosi sono i nomi dati ai protagonisti, tante le varianti alla via, innumerevoli gli incroci, le difficoltà incontrate, gli enigmi sciolti, le prove superate, le battaglie combattute e vinte, i mostri affrontati e uccisi. Ma se è parola di poesia quella che li esprime, anche i particolari sono tessere di quel mosaico da cui si può intravedere il tutto. C’è da dire, inoltre, che non sempre tutta l’avventura è adombrata per intero nelle poesie prese in esame e nelle altre che seguiranno, anzi quasi mai: spesso c’è solo l’arrivo, per esempio, e l’amore che muove fino a quel punto.
Poi però ci sono i grandi poemi che presentano l’intero sogno, o quasi: la Saga di Gilgamesh, L’Odissea, L’Eneide, La Divina Commedia, il Faust; ma essi sono già nei loro campi delle mappe complete. Mappe che contengono molte indicazioni e chi sa leggerle, riesce ad arrivare fin presso al nascondiglio del tesoro e qualcuno, in qualche modo, a raggiungerlo e vederlo.

Perché questo viaggio immenso condotto sulla via della cultura?
C’è un perché e salta subito alla mente di chi ascolta o legge appena viene detto o scritto: perché riprende e continua quello della natura, che ci fa così come siamo, con un corpo per partecipare a ciò che si chiama vita in uno scenario che ha nome mondo; da cui però si scompare e c’è tenebra e mistero dopo il confine. Il movente, dunque, è il fondo oscuro che sta alla base d’ogni sapere, è il primo e fondamentale giro ignoto nella parte a morte e che nell’altra fa apparire e sparire tutte le cose in un continuo andirivieni. Per esempio, ritorna il sole ogni mattina e scompare alla sera, si ripetono le costellazioni nella volta visibile del cielo, spuntano i fiori in primavera, vengono alla luce gli animali e gli uomini e poi rientrano nelle tenebre e mistero da cui sono venuti; ma questo incessante andirivieni, non è in mano ai singoli, cose o viventi, anche i più evoluti, che non sanno perciò da dove vengono, chi sono, dove vanno. Ed è per sapere di esso, per illuminare quella tenebra, per svelare il suo segreto, che fin dall’inizio delle civiltà esistono negli uomini i semi di coscienza espressi dai miti, dai misteri, dalle religioni, dalla poesia, dalla sapienza, dalla filosofia, e si dovrebbe sempre più avvicinarsi in modo chiaro e distinto alle spiagge dorate della luce che illumina, collega e svela. “Essere” la chiamano, prevalentemente, filosofi e sapienti; “Dio” normalmente e comunemente tutta la gente.
Qualcuno in quella luce è già entrato: coloro che hanno superato l’Abisso e sono passati aldilà.
Tentativi, insomma, quelli del poeta, di dare un volto e un nome all’invisibile e al mistero che accompagnano questa nostra presenza ed esistenza sulla terra.

Il poemetto Inni alla notte di Novalis ha in comune con la Saga di Gilgamesh, cui ho fatto cenno nella precedente traduzione e interpretazione della poesia di Whitman, soprattutto la partenza e i motivi che l’hanno determinata.
Ambedue i protagonisti hanno perduto le persone più care, Gilgamesh l’inseparabile amico Enkidu e Novalis la ragazza amata e il fratello. E per trovarle, entrambi i protagonisti affrontano il regno della morte, perché là sono andati a finire i loro cari. Gilgamesh le acque di morte, Novalis la tenebra che separa lui vivente dalla fidanzata prematuramente scomparsa.
C’è da dire però che l’avventura di Gilgamesh appartiene alla dimensione del Mito e quella di Novalis prevalentemente alla Poesia, e fra le due sono passati circa tremila anni, che hanno aggiunto molto alla ricerca e alla scoperta. Gilgamesh, per esempio, non è riuscito a superare le acque di morte e perciò non ha rivisto l’amico perduto che si trovava aldilà, Novalis invece la Notte l’ha superata con le ali della poesia e Sophie gli è apparsa e con lei si è congiunto.
A questo punto, pongo mano alla traduzione degli Inni alla notte, che dopo il presente preambolo dovrebbe avere il cammino un po’ più facile e risultare più chiaro e semplice. Di essi, prenderò in considerazione per ora solo i primi tre, anche perché dopo il terzo, la poesia sfuma in altri linguaggi: in quello della religione e nel misticismo ed essi perciò, se lo vorrà il Cielo, saranno oggetto di altre traduzioni.

Nel suo primo inno, dopo aver tessuto le lodi della luce, è nella direzione opposta che il poeta però si rivolge, quella delle tenebre, per andare dove Sophie e il fratello sono spariti. Prende congedo dalla luce diurna anche se gioiosa, nonostante “i suoi colori, i suoi raggi e onde; la sua mite onnipresenza di giorno che risveglia”, e si volge all’immensa avventura nel regno tenebroso che è sepolto nel baratro di una tomba, squallida e solitaria la sua dimora. Perché, dunque, è il regno della morte dove sono spariti i suoi cari che lui vuole ritrovare.
E quel miracolo comincia quasi subito: la Notte dove è entrato prende forma ed aspetto. Quello di un volto severo che devoto e soave si piega sul poeta e “sotto i riccioli che senza fine s’intrecciano, mostra la cara giovinezza della madre”. Notte che ha l’aspetto della madre: ecco finalmente un primo segno noto e caro dell’impenetrabile segreto di sempre. Dopo quell’apparizione, misera e puerile gli sembra la luce, grato e benedetto il commiato dal giorno. Ma è solo l’inizio, perché dopo la madre gli appare Sophie, la giovanissima fidanzata, che se n’era andata da poco lasciandolo solo nel giorno.
Ma perché la morte s’illumina e poi acquista anche il volto della madre e diventa incontro e fusione con l’amata? Perché così è la natura: è il profondo e misterioso da cui la vita proviene, e la poesia, sull’onda del sentimento e dell’intuizione, porta a chiarità quel nascosto e quel che appare è donna. Perché è la donna che nasconde nel suo grembo, come l’ostrica la perla, la parte misteriosa e segreta della vita ed è lei perciò, materialmente, la depositaria. Si tratta d’informazioni che la sapienza e le religioni hanno da molto: il Tao afferma che la donna è l’altra metà del cielo, che è il percorso oscuro, e nel suo simbolo, tanto diffuso e noto, essa occupa quel posto e le due parti che compongono il totale: notte – giorno, donna – uomo, stanno assieme e coincidono.
Continuo con il primo inno. Dopo la madre, dunque, Sophie. Dopo la madre, l’amante e la sposa. Tutto il circolo, insomma, quello che è segreto nella parte a notte e che solo al sentimento poetico era dato di sollevarlo. Ed egli così conclude il primo canto: “Tu mi hai rivelato che la notte è vita – mi hai fatto uomo – consuma con ardore spettrale il mio corpo, così che io mi congiunga etereo più intimamente con te e la notte nuziale duri in eterno”. Dicono gli esperti e studiosi di Novalis che questa chiusa del primo inno, nel testo manoscritto aveva un’accentuazione erotica che il poeta ha molto sfumato nella versione per l’Athenäum (la rivista fondata da Friedrich Schlegel, che pubblicò quasi tutte le opere di Novalis), perché il discorso si mantenesse su un piano mistico-religioso. Invece quella correzione era da evitare, perché ciò che ci sta davvero a questo punto è il più semplice e normale degli amplessi: quello erotico-sentimentale. Perché l’altro immutabile ed eterno avverrà nel terzo inno.

Nel secondo inno, dopo che la tenebra è mutata in notte “sacra, ineffabile, arcana”, e dall’oscuro manto che s’è aperto è apparso il volto della madre e Sophie, è il giorno che mostra ora la sua povertà, provvisorietà e limitatezza. Diventa sgradita la sua invadenza e il poeta si domanda: “Deve sempre ritornare il mattino? Ma non finirà la violenza di ciò che è terrestre?” Perché non solo la notte ha tutte le stelle mentre il giorno ha solo il sole, “ma (anche) senza tempo e senza spazio è il (suo) dominio”, mentre “misurato fu alla luce il suo tempo”. Perciò eterna è la durata del sonno, vale a dire la permanenza nella notte, di fronte alle brevi incursioni giornaliere.
Inoltre la notte ha anche la chiave della porta che apre la porta del regno dove sono giunti i suoi cari, perché è la sua ombra, la sua anticamera, perché si passa da lì, e questo accresce la sua importanza sul giorno, dove c’è solo vita effimera e vana.

Poi nel terzo inno il superamento della tenebra, dopo che è diventata notte e donna.
E dopo la prima unione con Sophie dettata dall’amore carnale, dopo che la tenebra è stata superata e si aperta la porta “per la dimora dei beati”, avviene quella ideale e per sempre.
Ma prima di quell’abbraccio con la persona amata che sembrava irrimediabilmente perduta, c’è una grande povertà, tristezza, desolazione. Lacrime amare, speranze che si dileguano, solitudine davanti alla tomba, angoscia indicibile, nostalgia infinita, vita spenta. Capita sempre così: tutto ciò corrisponde allo stato d’animo di chi perde la persona amata e rimane solo e sperduto, ma era necessario arrivare alla fine di questo mondo per entrare nell’altro. E prima del passaggio c’è tutto questo: tutto si dilegua fino alla scomparsa, tutte le radici della vita si staccano e si sfilano dalle terre antiche – la madre terra, il corpo – dove erano abbarbicate. Soltanto dopo si può entrare.
Così una sera, mentre si trovava davanti alla tomba di Sophie, “solitario come non era mai stato nessuno”, “si spezzò il cordone della nascita, il vincolo della luce”. Il tetro confine, la tomba, la morta spoglia, tutto si dissolse; e il poeta entrò nell’altra dimensione: vide i tratti trasfigurati dell’amata, afferrò le sue mani e “al suo collo pianse lacrime d’estasi per la nuova vita”.
Una vera e propria trasformazione dopo il superamento dell’abisso e l’ingresso nell’immutabile ed eterno.Cosa si può aggiungere, arrivati a questo punto! Che qui tutto si compie nella parola di poesia. Tutto ciò che poi è diventata la via circolare della filosofia, percorsa con i passi della ragione e della sapienza, qui è un volo, è l’unità poetica del tutto: è giorno-notte, veglia-sonno, uomo-donna, vita-morte, nell’unità che in generale si chiama coincidenza degli opposti, e quando sono uomo e donna le due metà, matrimonio. Come sarà il matrimonio nella dimensione dopo l’abisso? Qui un po’ l’ha detto la poesia, oppure qualcosa sappiamo dalle religioni: ci sarò la coincidenza uomo-donna.
Nel Vangelo secondo l’apostolo Tommaso, che Gesù stesso chiamò “didimo”, cioè “gemello”, è detto: “E quando farete del maschio e della femmina una cosa sola in modo che il maschio non sia più maschio e la femmina non sia più femmina…, allora entrerete nel regno”.
Si legge nello Zohar ebraico che “Ogni anima e ogni spirito,” “prima di penetrare in questo mondo, è composto da un maschio e una femmina uniti in un solo essere. Quando discende su questa terra, le due parti si separano e si animano in due corpi diversi. Al momento del matrimonio, il Santo, li unisce di nuovo come prima, e di nuovo essi costituiscono un solo corpo e una sola anima, formando così la destra e la sinistra di un individuo… Questa unione, tuttavia, è influenzata dalle azioni dell’uomo e dal modo in cui si comporta. Se l’uomo è puro e la sua azione è gradita a Dio, egli viene unito alla parte femminile della sua anima, che faceva parte di lui prima della nascita.”
In un frammento da un testo apocrifo, chiamato Il vangelo degli Egizi conservato da Clemente Alessandrino, è affermato che il Redentore, interrogato su quando sarebbe venuto il Suo regno, ha risposto: “Quando quei due (maschio e femmina) saranno uno solo, nell’esterno come nell’interno, e il maschio con la femmina non sarà né maschio né femmina”.
Alla fine dei tempi – questi che stiamo vivendo –, per Paolo di Tarso ci sarà la riconciliazione dei contrari: “Non vi è né schiavo né uomo libero, né uomo né donna”.
Nel Vangelo apocrifo di Filippo sta scritto: “Grande è il mistero del matrimonio! Perché senza di esso il mondo non sarebbe esistito. Ora, l’esistenza del mondo dipende dall’uomo, e l’esistenza dell’uomo dal matrimonio”. Dove matrimonio è, appunto, uno dei nomi della coincidenza degli opposti.

Dopo il terzo inno la poesia acquista tratti che appartengono alla religione e al misticismo e sfuma in essi; perciò chiudo qui. Semmai i rimanenti inni li riprenderemo in una non improbabile altra traduzione: dal linguaggio religioso o mistico questa volta, perché collegamenti segreti e misteriosi ci sono sempre state tra le varie forme di linguaggio, e si tratta soltanto di riuscire a decifrarli.

Visto nella prospettiva dell’immensa avventura, quella attorno alla terra e alla mente, cosa ha in comune Inni alla notte con le altre che l’hanno preceduta e seguita. Con Gilgamesh, per esempio, già ricordato, o con l’avventura d’Ulisse e quella di Whitman? Sono la stessa, è la risposta. Ma questa è detta attingendo direttamente e quasi esclusivamente dall’amore uomo-donna. Quello è stato il movente principale. Ci sono, come nelle altre, tanti contraddittori: luce e tenebra, giorno e notte, veglia e sonno, conscio e inconscio, vita e morte, ma è su uomo e donna che si è appuntata la ricerca, dopo che questa unione è stata interrotta dalla morte di uno dei due. Ma fra l’uno e l’altro ora c’è l’abisso, che bisogna superare per ricostituire l’unità, ed è su questo ostacolo immane che la maggior parte delle avventure si arena.

Novalis, invece, con la poesia è riuscito a superarlo e passare, dopo che, come si è visto, quella tenebra è diventata notte stellata e ha preso le sembianze della madre e di Sophie e dopo che si è congiunto con lei. Non è così, d’altronde che si arriva sempre nella vita! Spuntando dall’abisso e rientrando in esso. Gettati, però, e poi tolti, come dice la filosofia, dopo un breve tratto di cammino nella luce del sole e della mente. Mentre nelle grandi avventure del pensiero si superano i limiti della natura umana che sembravano invalicabili, e ancora così si presentano ai più. In Inni alla notte, dunque, la vita del poeta continua nella morte della fanciulla amata e che l’aldilà fosse la sua meta, lo ha detto anche con le parole della filosofia: “Il vero atto filosofico è un suicidio. Questo è l’inizio reale d’ogni filosofia, a tanto mira il bisogno del discepolo in filosofia, poiché solo questo atto risponde a tutte le caratteristiche dell’azione trascendente” (Novalis, frammento 54) . La grande poesia persegue il sogno di sempre, da quando nell’uomo è entrata la morte come compagna inseparabile e le due sono staccate e opposte. Separazione estrema che è causa d’angoscia, timore, tremore, terrore. Perciò la reazione di alcuni, forse di chi non ha accettato ed accetta la sconfitta continua e inesorabile, e i tentativi compiuti e i risultati ottenuti nei vari campi della conoscenza stanno a dimostrare che molto è stato ottenuto, varie coincidenze di opposti sono state raggiunte, e anche vita-morte non sono più così diverse ed opposte e senza speranza di formare l’unità.

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3 Risposte to “Inni alla notte”

  1. Anonimo Says:

    Bellissimo.
    Complimenti!

  2. giuliettastirati Says:

    L’ha ribloggato su mangialibro.

  3. Perplessità | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] Giorno, gli dèi di Hölderlin erano fuggiti nella “Notte santa” e Novalis aveva composto gli Inni alla notte. Perciò, per davvero, la via filosofica appariva solo fino al Tramonto, anche se c’erano […]

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