Meriggiare pallido e assorto…

Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto…

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto.
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la vecia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia

Eugenio MOntale

Eugenio Montale

Ricordo bene quei “cocci aguzzi di bottiglia” fissati con la malta di cemento in cima ai muri che chiudevano giardini e orti. E negli orti, alberi e filari di frutta: le ciliegie primaverili, le albicocche, le pesche, le pere, le mele, l’uva…

Era soprattutto dopo la fine dell’anno scolastico, nelle lunghe giornate di giugno e degli altri mesi estivi, che iniziavano gli assalti di noi, ragazzini del tempo di guerra o appena usciti da essa, a quei luoghi di delizie, spinti dalla fame ma anche dall’avventura. Ricordo la canzoncina che si cantava prima delle razzie e dopo il bottino e le scorpacciate, che io stesso avevo composto: “Noi siam gli eroi dell’uva/ dei pomi e delle more/ con gusto li rubiamo/ e con gusto li mangiamo”.

Ma gli orti, difesi dai muri con in cima i cocci di bottiglia, non sono mai riuscito a violarli. Scalzi, seminudi come si era allora, scavalcarli era impossibile. Abbiamo tentato di togliere quei vetri rompendoli, ma il rumore faceva accorrere i proprietari armati di bastoni, forconi, qualche volta con la doppietta, e in quanto ai risultati di quei tentativi, si riusciva soltanto a sminuzzarli rendendoli più pericolosi, non ad eliminarli. Così alla fine si ripiegava su paradisi meno protetti.

È sulla scia del ricordo e dell’insuperabile muro e della sua riscoperta nel campo della poesia, che ora m’accingo a tradurre la poesia di Montale, anche perché mi sono accorto leggendola che quell’ostacolo, in seguito, dopo molti anni di cammino sulla via della conoscenza, sono riuscito a ritrovarlo e superarlo. È accaduto quando è diventato metafora del confine che inesorabilmente chiude la vita nella non comprensione di sé stessa. Perché, diversamente, come natura, la vita viene e va, appare e scompare.
Ora la traduzione.

Se mi fosse riuscito, quand’ero ragazzino, di superare il muro dell’orto come quello che Montale descrive, con i cocci aguzzi di bottiglia sulla cima ed entrare, quale sgradita sorpresa sarebbe stata! Non ci sono gli alberi carichi di frutta là dentro, i filari nereggianti e biancheggianti di copiosi grappoli d’uva, le aiole di verdure e fiori, la fresca ombra sotto piante secolari dalle lussureggianti fronde, la fontana, il pozzo, le statue di giovani donne nude. Nulla di tutto ciò. Cosa, allora?
Lo dice la poesia: “un rovente muro d’orto” in un “meriggiare” che sembra non finire mai, come sempre accade nelle interminabili giornate estive. E sotto quei dardi infuocati una striminzita vegetazione composta di “pruni”, “sterpi”, “calvi picchi”, vale a dire arbusti sofferenti per l’arsura senza foglie sulle cime; poi animali stanziali di nicchia, la cui presenza è avvertita dai rumori che fanno: “schiocchi di merli, frusci di serpi”, “scricchi di cicale”; infine formiche che in un monotono travaglio quotidiano raccolgono ed accumulano il cibo per sopravvivere d’inverno. In file queste ultime, che “ora si rompono ed ora s’intrecciano” in un via vai continuo. Depositano provvisoriamente le briciole in “minuscole biche” prima di trasportarlo nelle loro tane e poi infaticabilmente ritornano al lavoro.
Questo è l’orto di Montale. Non luogo di delizie, non paradiso terrestre perciò, come quello che abbiamo vagheggiato da ragazzi, ma quasi un deserto. Simile piuttosto a quello dove Adamo ed Eva sono stati gettati a condurre un’esistenza desolata e dolorosa dopo che hanno mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Lui a lavorare la terra con fatica e sudore, lei a partorire con dolore e a rischio della vita,
A questo punto perciò l’orto acquista il grado di minuscolo stralcio del mondo, luogo di castigo, di dolori e pene dove ancora tutti ci troviamo. Lo stesso di quand’ero ragazzino e il muro anche allora non sono mai riuscito a superarlo.

Che le cose stiano così, vale a dire che quell’orto sia cifra e campione dell’intero mondo, appare in modo chiaro e distinto nell’ultima strofa della poesia. Esso diventa infatti “tutta la vita e il suo travaglio”, perciò anche tutto il mondo, perché – dice la filosofia –, non c’è l’uomo senza il mondo e viceversa. Inoltre quella recinzione si trasforma in una “muraglia” insuperabile, perché ha in cima i “cocci aguzzi di bottiglia”.
È una “triste meraviglia” per il poeta questo estendersi dell’indigenza e della precarietà da presenza nell’orto, forse casuale o in ogni caso temporanea, a tutta la condizione umana, e la poesia l’esprime. Senza filtri questa volta: senza voler attingere neppure un po’ alla bellezza, alla speranza, all’illusione, perché i versi sono aspri, secchi, duri, senza nessuna polpa. O la poesia qui è crudele.
Ho trovato anch’io lungo la via della conoscenza che ho percorso segnali di questo tipo. Ce n’è uno che dice: “La poesia è crudele/ in questo tempo./ Lascia le antiche note/ canta la fine”. Oppure questo: “Il mio campo era il pensiero/ dove spiccavo idee,/ come si sciolgono le allodole nel volo./ Ma ora c’è un canto solo che mi preme:/ il canto del finito e un solo varco”.
Però, per fortuna, c’è anche la parola poetica o che giunge da altre fonti, che dice che il maggiore ostacolo – la muraglia nel caso di Montale –, si può superare. Quella che racconta com’è stato possibile farlo. Ci sono i segnali della “porta” che la indicano e conducono ad essa e anche quelli che dicono che si può aprire e che si è aperta.
Segnali di tal genere li abbiamo incontrati anche nelle poesie dei poeti che sono stati tradotti in queste pagine prima di Montale, in Grazia Sacchi, Novella Cantarutti, Whitman, Novalis, Aurobindo.
Ed ora Montale, la sua nuda poesia: con le parole scarne, crude, essenziali, come pietre di fonte disseccata, che attende acqua però. Dal Cielo.

Ora, come siamo usi, una breve disamina sul muro dell’esistenza, che in altri casi è stato visto come oceano, o notte tenebrosa e misteriosa, o abisso, e che rimanda a ciò che viene dopo, perché esso è sempre un confine con altro, con un aldilà.
Cosa c’è al di là?
In Grazia il sogno d’amore che muta in pensiero, o lo vorrebbe, perché diventi “per sempre”.
In Novella Cantarutti c’è lo struggente desiderio del ritorno alla fonte della maternità, e c’è indicazione per raggiungerla.
Whitman è in viaggio da millenni per tornare in patria, in modo consapevole, non in quello oscuro e misterioso come sempre accade.
Nel poemetto di Novalis il muro è la morte che si trasforma in notte stellata e aldilà c’è Sophie, la fidanzata prematuramente scomparsa, che egli ritrova per sempre, perché non ci sarà più perdita e distacco.
Nella poesia di Aurobindo c’è la porta nel muro, ed egli dice che bisogna battere continuamente, infaticabilmente, perché essa si apra. Oltre la porta l’arcangelo, che nasce dall’uomo.
Per me ragazzo, come ho già detto, al di là del muro dell’orto, “vero”, “reale”, come qui si dice, c’era qualcosa di simile all’età dell’oro, dove si poteva vivere “come dei, senza affanni nel cuore,/ lungi e al riparo da pene e miseria”, perché ” il suo frutto dava la fertile terra/ senza lavoro, ricco e abbondante”. Allora era simile il nostro stato alla vita degli uomini di quell’età felice, ma vissuta in piena incoscienza perché di tutto si occupavano i divini e noi eravamo il loro gregge.
Montale invece non si pronuncia sull’aldilà; afferma soltanto che la muraglia è invalicabile e che ci troviamo inesorabilmente di qua. Ma, come accade sempre, l’inconscio non invia segnali inutili e vani, vale a dire denunciare la penuria non vuol dire accettarla.

Per ultimo, qualche spunto che su questo tema del confine e dell’aldilà ci giunge dalla filosofia. Perché è stato seguendo la via della conoscenza, quella che è iniziata con il peccato di disobbedienza contro la divinità, che perciò ci ha cacciati dal paradiso, che ora ci troviamo di nuovo davanti al muro e alla porta.
Si è trovato in questa posizione Nicolò Cusano che ha chiamato quella barriera “muro del paradiso”. E da esso ha visto l’una e l’altra parte: di qua le cose divise a metà e contrapposte, di là la coincidenza degli opposti. Coppie di contrari sono – egli dice – essere e non essere, vita e morte, bello e brutto, buono e cattivo, e tutti gli altri poli che legano le nostre facoltà alla speranza e al timore, e muovono i nostri organi ad azioni di difesa e di conquista. Dopo la porta – invece – tutto ciò è superato e vinto. Ma Nicolò Cusano non è riuscito a valicarla perché la facoltà che si chiama ragione, la più preziosa e indiscussa che l’uomo possiede, ha potuto aiutarlo solo fino a quel punto.
Per Nietzsche la barriera è l’uomo stesso ma in lui c’è anche la possibilità di superarla e in parte c’è riuscito. L’umanità – ha affermato – è un ponte che conduce al Superuomo.
Per Heidegger l’attraversamento del pelago tenebroso, quello che comincia dopo la linea di mezzanotte, avverrà nel sonno. Un lungo sonno che finirà con un improvviso risveglio.
Per Jünger la Mezzanotte è “un’ora di morte” – perché lì, come già per Paolo di Tarso, l’uomo vecchio finisce –, “ma anche un’ora di nascita”. E da eroe di guerra quale è stato, non si ferma davanti al nulla, va avanti e gli porge il petto. Perché in esso c’è “come un tempo nella Tebaide, il centro d’ogni deserto e rovina. Lì ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici”.
Per Jung chi supera il confine realizza il Selbst (Sé), vale a dire la personalità integrale, somma e unità di conscio e inconscio; quel che si chiama anche coincidenza degli opposti.

In quanto a me, quando alla fine della via della conoscenza mi sono trovato davanti alla porta, dopo l’immane odissea che ha avuto come prova finale l’attraversamento dell’abisso, e ho guardato, quella prima volta come da un pertugio, ecco cosa mi è apparso: ” C’è un altro regno della luce fuori di Porta,/ non diverso ma più lucente dello stellato/ e più vivente di un prato a primavera”.

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