Severino e la favola

Vedere anche i precedenti scritti sull’argomento: Severino e Parmenide e Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica.

Il Re è nudo

Il re è nudo

Ad Emanuele Severino, il filosofo di casa nostra tanto esaltato, si addice in modo mirabile la favola di Christian Andersen intitolata Il vestito nuovo dell’imperatore (H. Christian Andersen, Quaranta novelle, Ulrico Hoepli Editore, Milano 1967). La ricordo in breve per chi non l’ha più in mente nei particolari o non l’ha letta.

C’era una volta un imperatore cui piacevano immensamente i vestiti e ad essi dedicava gran parte della giornata tant’è che, “come degli altri re si dice ordinariamente: è al consiglio, di lui si diceva sempre: è nello spogliatoio”.
Un giorno arrivarono nel suo impero due tessitori che si vantavano di saper tessere la più bella stoffa che si potesse vedere al mondo, che aveva anche una mirabile proprietà: ad ogni uomo inetto o stupido essa rimaneva invisibile.
I due tessitori erano dei bricconi, ma le loro parole giunsero presto alle orecchie dell’imperatore che subito di quella stoffa s’invaghì e la ordinò. Come si diedero da fare quei due per soddisfare quel comando! Tessevano ininterrottamente ma su telai vuoti, tagliavano con grosse forbici ma solo l’aria, cucivano con l’ago senza gigliata, e chiedevano in continuazione le sete più preziose e l’oro più fine; che non finivano, come si è ben capito, a costituire la veste, ma nelle loro tasche.
Siccome l’opera sembrava non finire mai, l’imperatore pensò di mandare a vedere a che punto era il lavoro. Voleva andare lui stesso, ma lo tratteneva il timore di non riuscire a vedere la stoffa. Non poteva essere, perché non era uno sciocco né inadatto al suo mestiere d’imperatore, ma non si sa mai. Perciò “stimò più opportuno di mandare prima un altro”. Ci andò il suo “buon vecchio Ministro” che quando arrivò sul posto “sgranò tanto d’occhi ma non vide nulla”. Però “si guardò bene dal dirlo”; anzi esclamò quando gli fu vicino: è magnifica questa stoffa, è stupenda la confezione, e così riferì al suo imperatore.

Dopo di lui andò un altro “ottimo ufficiale dello Stato”, e anche lui non vedeva nulla anche se era sicuro di non essere uno sciocco. Però poteva non essere adatto al suo alto officio. Ed insinuatosi il dubbio, bisognava “almeno non lasciarlo scorgere!” e decise anche lui di vantare “la stoffa che non vedeva”.
Infine arrivò l’imperatore stesso “con il suo seguito d’eletti cortigiani, tra i quali anche i due” che erano andati in avanscoperta. “Non è vero che è proprio stupenda?” essi dissero per primi, e tutti videro anche se nulla c’era e tutti ammirarono quel vuoto. Anche l’Imperatore, che ragionò così: “Che affare è questo?, io non ci vedo nulla! Questa è grossa! Fossi mai per caso un grullo? O non fossi buono a far l’Imperatore? Sarebbe il peggio che mi potesse capitare…” “Oh, è bellissimo!” disse ad alta voce: “proprio di mio pieno gradimento”. Ed approvò soddisfatto, esaminando il telaio vuoto, perché non voleva confessare di non vedervi nulla. Tutto il seguito, che lo accompagnava, aveva un bel aguzzare gli occhi: non riusciva a vedervi più che non vi avessero veduto gli altri; e però tutti dissero con l’Imperatore: “Bellissimo, magnifico!”
In quell’occasione “concedette ai due bricconi il permesso di portare all’occhiello il nastrino di cavaliere, col titolo di Tessitori della Casa Imperiale.
Poi venne il giorno della vestizione.

I due tessitori “levavano il braccio in aria come se reggessero qualche cosa e dicevano: – Ecco i calzoni! Ecco la giubba! Ecco il mantello! – e così via”. Tolsero all’Imperatore il vestito che indossava e cominciarono a mettergli il nuovo. “Lo strinsero ai fianchi, fingendo di agganciargli qualche cosa, che doveva figurare lo strascico; e l’Imperatore si volgeva e si girava dinanzi allo specchio”. Quando si mosse, “i paggi, i quali dovevano reggere lo strascico, camminavano chini a terra, come se tenessero realmente in mano un lembo di stoffa. Camminavano con le mani tese all’aria dinanzi a sé, perché non osavano lasciar vedere di non averci nulla. E così l’Imperatore si mise alla testa del corteo solenne… e tutta la gente che era nelle strade e alle finestre, esclamava: – Mio Dio come son fuori dal comune i vestiti dell’Imperatore! Che stupendo strascico porta alla veste! Come tutto l’insieme gli torna bene!”.
Ad un tratto però s’udì la voce di un bambino: “Ma non ha niente addosso!”. “Non ha niente addosso!”, gridò allora la folla.
L’Imperatore si scosse tutto, perché anche a lui sembrava che il popolo avesse ragione; ma pensava: “Qui non c’è scampo! Qui ne va del decoro della processione se non si rimane imperterriti!”. E prese un’andatura ancora più maestosa; ed i paggi continuarono a camminare chini, reggendolo strascico che non c’era.

Questa la favola, ora la filosofia di Severino cui essa assomiglia, perché anche Severino promette meraviglie, anzi miracoli. Non la veste più bella e preziosa ad un Imperatore, ma molto di più: promette la divinità a tutti gli uomini. Anzi dice ad ognuno: un Dio già sei, anzi un Superdio. Se non appare, se ancora non lo sai, è perché c’è stato un peccato d’origine. I Greci antichi, quelli che hanno iniziato la filosofia, sono caduti in un enorme errore, in uno smarrimento profondo. Hanno detto che tutto viene dal nulla e nel nulla ritorna, invece tutto è eterno, immutabile, immobile. Ma finora è prevalsa la fede antica e anche tu ne sei vittima: ti credi mortale anziché un eterno, un Superdio. Ora però ho confutato questa falsa credenza e ho ristabilito la Verità, quella che ti ho qui comunicato.
L’origine dell’errore e della deviazione Severino l’ha trovato in Parmenide, che diventa perciò, per lui, il primo nichilista della Storia dell’Occidente, che è cominciata ufficialmente qualche decennio dopo, con Erodoto. Una Storia perciò inficiata fin da prima del suo apparire dalla fede che tutto provenga dal nulla e nel nulla ritorni.

Ritorno al tema: a ciò che hanno in comune la favola di Andersen e la filosofia di Severino.
L’una e l’altra, dunque, dichiarano risultati soprannaturali, e per arrivare ad essi anche i materiali impiegati hanno caratteristiche che non sono di questo mondo.
Quelli della favola di Andersen sono invisibili.
Quelli della filosofia di Severino sono eterni, ed è la stessa cosa, perché l’eterno non c’è nelle cose di qui, in nessuna. Neppure nelle limpide stelle. Semmai eterno è tutto, perché come dice la legge fisica della conservazione della materia e dell’energia, “nulla si crea e nulla si distrugge ma soltanto si trasforma”. Ma Severino esclude ogni mutamento. Andiamo avanti.
Nell’invisibilità delle cose che compongono la veste dell’Imperatore ci stanno tutte le qualità che gli astuti tessitori dicono che esse hanno: forme, colori, splendore, valore. Se nulla si vede, si può metterci tutto quello che si vuole.
Nell’eternità di tutte le cose e delle loro determinazioni, ci stanno la fissità, l’immutabilità, la perennità.
In Severino, inoltre, eterni sono anche i mezzi e gli strumenti, che nella favola sono invece i telai, le forbici, gli aghi, di uso comune e con le normali caratteristiche.

Ora i risultati.
Quello della favola lo sappiamo: era un inganno. L’uomo Superdio di Severino, invece, per ora è soltanto annunciato. A meno che non ci sia già qualche matto che va in giro con un cartello dove è scritto: io sono un Superdio. Sarebbe da manicomio, ma di solito ormai si lascia fare se non è pericoloso. Perciò siamo in attesa che il fenomeno appaia e sia compreso, prodotto questa volta dalla filosofia, o meglio dalla nuova filosofia che chiude “definitivamente i conti con il pensiero tradizionale” (Enciclopedia Multimediale, Rai Educational, Intervista a Severino del 16/12/1994: Nietzsche e l’eterno ritorno).
Siamo in attesa che dopo Severino qualcuno possa dire di sé convinto: sono un Superdio; perché un Superdio è sempre stato ma da questa sua natura l’hanno distolto e l’aveva dimenticata. Dovrebbe anche poterlo dimostrare se non vuol esser preso, appunto, per matto.
Quanto dobbiamo aspettare? Severino non lo dice, siamo ancora nella “Pazzia” e dovrà subentrare la “Gioia” e la “Gloria”, ma quel giorno verrà. Anzi c’è già nel nascosto, perciò per ora dobbiamo sorbirci l’ignoranza e la pena che i Greci ci hanno lasciato in eredità.

Nel frattempo verso quel risultato che, dunque, ancora non c’è, ma che è stato assicurato ad ogni uomo presente nel cerchio dell’apparire e anche a quelli che sono già apparsi e appariranno, siamo condotti da un diluvio di scritti: da oltre cento saggi, alla faccia del divenire che non c’è, perché tutto è eterno ed immutabile da sempre e per sempre, e dell’operare che non serve, perché tutto è immobile . Titoli altisonanti ci accompagnano in quest’attesa: Destino della necessità, Essenza del nichilismo, La filosofia futura, Oltre il linguaggio, Tautótes, L’anello del ritorno, La legna e la cenere, La Gloria, Oltrepassare, La necessità dell’eternità, Il muro di pietra
Vista così, la filosofia di Severino è la favola di Andersen elevata all’ennesima potenza.

Perciò viene da chiedersi: pazienza Severino, è uno solo e una rondine non fa primavera. Del suo eternismo è stato anche detto in un’intervista condotta da una psicologa, che potrebbe essere la conseguenza di un trauma giovanile: la perdita in guerra del fratello maggiore; perciò, per salvare quell’affetto, come nella favola La bella addormentata nel bosco, egli ha toccato ogni cosa con la bacchetta magica dell’immortalità e tutto è diventato immobile e immutabile per sempre. Un’opera immensa che non ha lasciato scampo a nessuna cosa in terra e in cielo.
Perciò, pazienza Severino, ma gli altri? Perché sono tanti quelli che lo seguono e lo ammirano.

Come nella favola di Andersen, non c’è nulla di concreto nell’opera del filosofo perché è costruita con materiali che non ci sono, ma sono tanti quelli che vedono o fanno finta, o s’illudono di vedere.
Ha ricevuto titoli prestigiosi: accademico dei Lincei, Cavaliere di Gran Croce, medaglia d’oro della Repubblica per la cultura.
Collaboratore del Corriere della Sera.
Già professore alla Cattolica di Milano, poi alla Ca’ Foscari di Venezia e attualmente occupa la Facoltà di Filosofia del San Raffaele di Milano.
Le grandi case editrici si contendono e stampano i suoi libri.
I giornali nazionali pubblicani i suoi articoli a iosa.
Valenti giornalisti intervistano e osannano. Le tavole rotonde e i convegni si sprecano.
Gli allievi del “grande” filosofo imperversano sulle riviste di cultura e fanno i curatori delle sezioni specializzate delle case editrici che si occupano di filosofia, perciò non è possibile entrare se non c’è il loro nulla osta.

Ma perché a pensarci mi sorprendo: cos’è il nichilismo se non tutto ciò! In questo caso, come ho già avuto modo di dire, esso è la vacuità del tutto eterno. Nulla è possibile partendo dalle premesse di Severino che sono, appunto, l’eternità di tutte le cose e delle loro determinazioni. Con lui l’incantesimo cala sul mondo e su ogni sua parte ed aspetto, sull’uomo e le sue azioni e idee e tutto si ferma, si blocca, nella posizione in cui si trovava il momento prima di quel tocco che annienta.

Non si dice sempre più frequentemente che ci troviamo nel nichilismo diventato condizione normale? Allora cosa voglio io?

Che non si faccia torto ai sapienti dell’antica Grecia e non si avesse una conoscenza distorta di loro. E siccome c’è una via d’uscita, ecco cosa desidererei: che qualcuno la guardasse. Non è una via mia: io l’ho solo completata. Si tratta di una via storica: quella dell’inizio che è giunta alla conclusione.Ecco cosa sarebbe sufficiente almeno per ora: che qualcuno riuscisse a volgersi dal nulla. E non lo dico per iscrivermi nella Gioia o nella Gloria. Lo dico perché su questi temi e problemi si continua l’uomo occidentale o si muore. O se non si muore si vegeta e si chiacchiera finché dura.

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5 Risposte to “Severino e la favola”

  1. S.P.S. Salviamo Parmenide da Severino « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] S.P.S. Salviamo Parmenide da Severino By wilmo e franco boraso Vedere anche i precedenti scritti sull’argomento: Severino e Parmenide, Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica, Severino e la favola. […]

  2. Colui Says:

    Una critica sensata credo, ad un pensiero che per troppo tempo non è stato criticato o lo è stato in maniera troppo superficiale.
    Ma non trattare Severino come un buffone, non lo è, i problemi che pone sono fondamentali. Io spero come te che si superi sia l’eternalismo di Severino che il nichilismo, ma non considerarli nella loro forza è sbagliato.

  3. wilmo e franco boraso Says:

    Severino non è un buffone, è un Re. Lo seguo da tanti anni ed è sempre stato uno dei filosofi più interessanti.
    Ora però è tempo di chiamarlo con il suo nome: Re del nichilismo.

  4. Ru Says:

    Non è da molti anni che leggo di filosofia, ma da quando ho iniziato non ho più smesso. Per me è diventata fondamentale. Naturalmente Severino e Vattimo in particolare sono pensatori irrinunciabili dai quali anche voi, per dire le cose che dite, siete passati. Non so ancora chiaramente in cosa consiste la via d’uscita di cui parlate. Comprerò di sicuro il vostro libro. In questo momento sono entusiasta di avere scoperto per caso queste pagine. Temo però la delusione, che il tutto si possa rivelare un “paticcio” tra il poetico, il mistico e il fiabesco. E lo dico io che nasco “esoterico”. Ma proprio per questo. Perché so come ci si possa buttare a capofitto in certe dimensioni allucinogene e autoconvincersi della loro bontà. Dopo tanta magia adolescenzial-giovanile (che però ancora mi porto dentro, perché possiedo una natura mistica) sono attraccato al porto della filosofia. Ma certo, non posso dire di non trovarlo angusto, nonostante la sua apparente sterminata apertura. Spero tanto che al di là del porto ci sia davvero una Città, che del resto anch’io ho intuito, senza però farmi troppe illusioni.
    Dico queste cose, comunque, rendendomi conto della vostra competenza e della perfetta buona fede. Mi chiedo solo se sia possibile trovare un pensiero sicuro. (Quasi mi vergogno a scrivere “sicuro”). Non sarà il vostro un nuovo immutabile in mezzo ad altri? Spero di no.
    Io sono un artista, un poeta, e qui, nella città della Svizzera Italiana in cui vivo, propongo delle letture pubbliche di poesie mie, di poeti locali “sommersi”, assieme ai classici della letteratura, da Dante alla Bibbia (che io prendo in considerazione da un punto di vista letterario). Proprio qualche giorno fa, prima dell’ultima rappresentazione, leggendo qua e là in questo sito, ho tratto una forte ispirazione, che poi è subito confluita in uno scritto poetico-narrativo che ho subito letto in pubblico. Questo per dire quanto io già fossi ben predisposto a questi vostri ragionamenti.
    Vi ringrazio moltissimo per il lavoro che state facendo e per avere usato questo mezzo senza il quale sarebbe stato impossibile conoscerlo.

  5. wilmo e franco boraso Says:

    Caro Ru,
    se puoi dirci da cosa hai “tratto una forte ispirazione, che poi è subito confluita in uno scritto poetico-narrativo”, forse possiamo dirti in che punto ti sei trovato di La via d’uscita dal nichilismo, perché tutto nel blog è strada, cammino, indicazione, avvertimento, spiegazione, e ci sono già elementi sufficienti per arrivare fino alla fine del viaggio, o almeno per vederlo in un solo sguardo. È come una mappa il blog, da consultare. Poi comincerà l’avventura. Non nel modo dei miti, dei misteri, delle fiabe, delle religioni, della poesia, questa volta, ma in quello della conoscenza chiara e distinta. Ciò escluderebbe che si tratti di un ennesimo “pasticcio tra il poetico, il mistico, il fiabesco”, perché conosciamo bene quei percorsi che hanno preceduto quest’ultimo.

    Tu dici: “non so ancora chiaramente in cosa consiste la via d’uscita di cui parlate”. Ti rispondiamo: essa è la filosofia.
    Quella del giorno, che è cominciata ventiquattro secoli fa e va da Socrate a Hegel, vale a dire dall’Aurora al Tramonto.
    Quella della Sera e della Notte, che arriva fino alla Mezzanotte. Iniziato questo secondo tratto da Schopenhauer, è continuato poi fino a quel punto dove sono giunti Nietzsche, Heidegger e Junger. Lì si sono fermati perché c’era un Abisso che l’interrompeva, ma su quella sponda che hanno chiamata “Linea zero”, sono nati anche progetti e idee per il suo superamento (vedi Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno).

    Sulla “linea di Mezzanotte” o “linea zero”, anzi molto prima perché c’è stato un riflusso, si è smarrita e accampata la filosofia ufficiale, diventando chiacchera dotta e vano girovagare sui cerchi chiusi dell’ermeneutica; ed è cominciata quella del nostro BLOG (non abbiamo trovato altri finora su questa strada), che arriva fino alla coincidenza della fine con l’inizio e all’Alba di un nuovo Giorno. O la filosofia di questo blog è soprattutto il Ponte sull’Abisso, la coincidenza degli opposti e la Porta che s’apre su un’altra Luce.

    Un cordiale saluto

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