S.P.S. Salviamo Parmenide da Severino

Vedere anche i precedenti scritti sull’argomento: Severino e Parmenide, Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica, Severino e la favola.

Un castello di carte sta in piedi
finché non giungono le prime folate
dell’uragano che s’avvicina.
Una casa costruita sulla sabbia
precipita appena si alza la marea
e raggiunge le sue mura.

Seguiamo un po’ la strana storia di Parmenide vista da Emanuele Severino, perché il sapiente d’Elea, che ha aperto la dimensione luminosa dove la nostra civiltà è sorta e si è sviluppata, arrischia di diventare invece, per mano di Severino, il primo nichilista di essa.

Parmenide raffigurato da Raffaello Sanzio

Parmenide raffigurato da Raffaello Sanzio

Vediamo cosa ha detto Parmenide del suo viaggio che si è svolto dalla “casa della Notte” fino alla “rotonda Verità”, vale a dire fino all’Essere. La prima parte di esso è avvenuta nelle Tenebre ma l’accompagnavano le “fanciulle figlie del Sole”. Con il loro aiuto è arrivato fino alla “porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”. La porta era chiusa e sorvegliata da una dea, che però l’ha aperta per lui, per farlo passare, perché n’era degno. Prima di riprendere il viaggio aldilà della porta, la dea gli dice cosa lo aspetta: la via che porta alla “rotonda Verità”, vale a dire all’Essere, ed è quella principale, “maestra” l’ha chiamata; ma ce ne sono altre due. La via che conduce a “conoscere” “ciò che appare ai mortali”, ed è necessario che egli la segua, perché anche le apparenze “sono”, e gliela raccomanda; e poi quella che porta al non essere. Però quest’ultima “è del tutto inindagabile: perché il non essere né lo puoi pensare (non è, infatti, possibile), né lo puoi esprimere”.

Delle tre, perciò, solo l’ultima è sconsigliata anche se non preclusa, e Parmenide non la percorrerà. D’altronde era giunto dalla Notte e, varcata la Porta che apre nel Giorno, era quella la direzione che gli interessava (Diversamente è toccato a me, che ho compiuto lo stesso giro ma partendo dal Tramonto anziché dall’Aurora, ed è stato giocoforza, per non perdermi nelle Tenebre, attraversare la Notte.). Arrivando in tal modo per la prima via fino alla “rotonda Verità”; iniziando poi la seconda e inoltrandosi in essa. Nel vasto e numeroso mondo perciò, un cammino più lungo di quanto un uomo possa fisicamente percorrerne nel corso di una vita, che si svolgerà, infatti, per venticinque secoli, vale a dire lungo tutto l’arco della nostra civiltà. Sarà questa la via della filosofia e della scienza, fatta di ricerche e di scoperte, che per la filosofia è terminata ai nostri giorni (È finito il ciclo iniziato da Socrate venticinque secoli fa. Dopo il superamento del nichilismo, la continuazione avverrà in altro modo, anzi è già iniziata), ma per la scienza continua ancora.

L’Essere dove è giunto seguendo la prima via, egli l’ha così visto e descritto: “Non resta ormai che pronunciarsi sulla via/ che dice che (l’essere) è. Lungo questa sono indizi/ in gran numero. Essendo ingenerato è anche imperituro,/ tutto intero, unico, immobile e senza fine./ Non mai era né sarà, perché è ora tutt’insieme,/ uno, continuo. Difatti quale origine gli vuoi cercare?/ Come e donde il suo nascere? Dal non essere non ti permetterò né/ di dirlo né di pensarlo. Infatti non si può né dire né pensare/ ciò che non è. E quand’anche, quale necessità può avere spinto/ lui, che comincia dal nulla, a nascere dopo o prima?/ Di modo che è necessario o che sia del tutto o che non sia per nulla” (I Presocratici. Testimonianze e frammenti, Parmenide, framm. 8 pag. 275, Biblioteca Universale Laterza).

Dell’iniziale esperienza lungo la seconda via, dopo aver bene avvertito che da quel momento egli interrompe il suo “discorso degno di fede e il suo pensiero attorno alla verità”, ha invece visto, raccontato e previsto così: ora “…le opinioni dei mortali impara/ a conoscere, ascoltando l’ingannevole andamento delle mie parole./ Perché i mortali furono del parere di nominare due forme,/ una delle quali non dovevano – e in questo sono andati errati –; ne contrapposero gli aspetti e vi applicarono note/ reciprocamente distinte: da un lato il fuoco etereo che è dolce, leggerissimo, del tutto identico a se stesso,/ ma non identico all’altro,/ e inoltre anche l’altro [lo posero]/ con caratteristiche opposte, [cioè] la notte senza luce, di aspetto denso e pesante./ Quest’ordinamento cosmico, apparente come esso è, io te lo espongo compiutamente,/ cosicché non mai assolutamente qualche opinione dei mortali potrà superarti (I Presocratici. Testimonianze e frammenti, Parmenide, framm. 8 pag. 276-277, Biblioteca Universale Laterza).

E la previsione l’ha così formulata: “Conoscerai l’eterea natura e quanti astri sono/ nell’etere e della pura e tersa lampada/ del sole l’opera distruttrice, e di dove derivarono;/ e apprenderai l’errabondo agire della luna dal tondo occhio/ e la sua natura; conoscerai inoltre di dove la volta celeste che tutto circuisce/ nacque e come la Necessità guidandola la costrinse/ a osservare i limiti degli astri” (I Presocratici. Testimonianze e frammenti, Parmenide, framm. 10 pag. 277-278, Biblioteca Universale Laterza).

Questo breve racconto di Parmenide, che si svolge su due piani o dimensioni e in cui c’è il passaggio dall’una all’altra, detto con poche parole chiare e distinte, vediamo ora cosa diventa nel discorso di Severino.

In un’intervista gli hanno posto questa domanda: Come si sviluppa l’argomentazione di Parmenide? E lui ha risposto così: “Secondo una prima articolazione essa suona così: se l’essere è assolutamente opposto al niente, allora la prima conseguenza è che esso è immutabile, eterno, incorruttibile, ingenerabile. Perché? Anche in questo caso, Parmenide non si limita ad affermarlo, poiché egli dice – e qui l’attenzione deve diventare massima – che se si generasse o si corrompesse, esso sarebbe stato niente e tornerebbe ad essere niente. Ma l’essere non è il niente, dunque è impossibile che sia stato niente, che torni ad essere niente; questo vuol dire che è impossibile che non sia, e dunque deve essere eterno, ingenerabile, immutabile. Si può dire che questo discorso che abbiamo esposto così alla svelta, è uno dei discorsi che devono essere messi nei tabernacoli della filosofia.

L’altra argomentazione si riferisce alla negazione del molteplice – questa è senz’altro l’interpretazione che di Parmenide danno tutti quelli che l’hanno seguito, cominciando da Empedocle, a Democrito, Platone, Aristotele, fino a Hegel. Che il molteplice non “è” vuol dire che il mondo così come ci sta davanti nella sua straordinaria ricchezza, differenza di forme, colori, di luci, di situazioni, non “è”. Anche in questo caso si arriva a questa conclusione perché è in gioco la tautologia. Vediamo come. Noi possiamo chiamare le differenze per nome: la lampada, la telecamera, gli arredamenti della stanza, poi le stelle, il cielo; possiamo semplificare e dire A, B, C, D chiamando con tali lettere le cose del mondo. Ci dobbiamo chiedere: “A”, come poi “B” e “C”, significa “essere”? Supponiamo che “A” sia il brillare delle stelle; tentiamo di lasciar parlare Parmenide: “Luce significa essere?” “No”. Questo “no” lo dice Parmenide per la prima volta, ma poi lo diranno tutti gli altri e se noi chiedessimo ad un linguista se “essere” significa luce, anche il linguista, con tutta la sua correttezza scientifica, ci direbbe che “essere” non significa “luce”. Ma allora luce non è “essere”; ma “non essere” vuol dire “ni-ente” che vuole dire “non-ente”– io amo sostenere quest’etimologia della nostra lingua – e allora “luce” è “non essere”. Ma lo stesso discorso lo possiamo dire di tutte le cose che ci stanno attorno che costituiscono il punto di riferimento della nostra vita. Ognuna di queste determinazioni della vita non significa essere e quindi è niente.

Prendiamo ora la grande tautologia che dice: “L’essere non è il niente”, e a questo punto si fa avanti la conclusione che ci riguarda – noi uomini della civiltà della tecnica – molto da vicino: dire che la luce, i colori, le cose, le case, gli uomini “sono” significa ammettere che il niente “è”. Vorrei ripetere questa cosa. Le differenze del mondo hanno un significato che non coincide con il significato dell’essere; questa non coincidenza vuol dire la loro diversità dall’essere, e cioè che sono “non essere”. Se allora l’amante o l’amico del mondo vuol dire: “il mondo è”, egli deve anche dire “il niente è”. La ragione dell’Occidente nasce qui, dall’esigenza di tenere ferme le determinazioni – potremmo dire l’esigenza di non contraddirsi. Se si afferma che il mondo molteplice è, si afferma che il niente è. Allora abbiamo questa conclusione straordinaria: Parmenide proprio per evitare che il niente sia, proprio per evitare di identificare l’essere e il niente, afferma che le cose sono niente, che le differenze sono niente; se si afferma il mondo, se si è amici del mondo si sta nella pazzia che identifica l’essere e il niente.

A questo punto abbiamo gli elementi per rispondere alla Sua domanda. Il logos, che costituisce il pensiero incontrovertibile perché si appoggia sulla tautologia dice appunto che l’avvenire non è, e che non esiste molteplicità. Qual è il significato di questa negazione? Vuol forse dire che Parmenide non vedeva il divenire e non vedeva la molteplicità? Sarebbe strano, avremmo a che fare con qualche cosa che non appartiene alla nostra esperienza; noi vediamo il mondo, vediamo il divenire e la molteplicità delle cose e ne godiamo, perché senza di esse la nostra vita non avrebbe significato. L’Oriente dice invece che la nostra vera vita è al di là del molteplice e del divenire.

Parmenide invece dice che l’essere è immutabile e semplice – semplice vuol dire non molteplice e non differenziato; in questo caso l’apparire del mondo come diveniente è molteplice e non verità, cioè è illusione, è doxa. Con una battuta direi che tutto il pensiero successivo, ma non solo filosofico, anche scientifico – e dico scientifico sapendo che questa affermazione può suonare paradossale – intende salvare il mondo da Parmenide, perché egli pone il mondo come non verità.

Ecco a confronto ciò che Parmenide ci ha raccontato della sua avventura e come Severino lo ha stravolto, mettendo sullo stesso piano quel che invece si è svolto in una successione di esperienze e conoscenze, dove c’è perfino il passaggio da un piano ad un altro che ha enorme importanza, perché è su quest’ultimo che è iniziata e si è svolta la nuova civiltà. Severino invece mette tutto assieme, il suo pensiero ha soltanto una dimensione, la sua spiegazione non ha profondità. Ne è nato un coacervo di parole, un panegirico, un gioco da sofisti, uno zibaldone, un calderone, da cui poi Severino ha tratto quel che gli serviva per la sua filosofia, la quale – egli ha detto – “chiude definitivamente i conti con il pensiero tradizionale”. Ecco a grandi linee cos’è accaduto.

Ha attinto dalla dimensione dell’Essere le sue determinazioni, soprattutto eternità, immutabilità, immobilità, e le ha applicate a tutto ciò che appare ai mortali, per cui diventano eterne, immutabili, immobili, tutte le cose. Privato l’Essere delle sue determinazioni, di esso è rimasto nulla. Infatti, Severino lo elimina. Nel suo pensiero non c’è più l’Essere. Non c’è più Dio. La morte di Dio che era soltanto un grido, con Severino è diventata sistema pubblicamente elogiato e premiato. Al suo posto ogni uomo è Dio, anzi “Superdio”, e ogni cosa è da sempre e per sempre.
Da quel cappello da prestigiatore è uscito, insomma, il contrario di quanto ha detto Parmenide: eterne, immutabili, immobili, sono tutte le cose e nulla è l’Essere.
Così ciò che Severino chiama il “nuovo pensiero” comincia con quest’assurdità: uomini siete tutti Superdei, aspettate e lo vedrete. non occorre far nulla nell’attesa.

P.S.
In poche pagine, non si può dire tutto di un problema che sta a fondamento della nostra civiltà ed è perciò determinante anche per la sua conclusione. Se non si conosce la prima la seconda rimane incomprensibile e non si può uscire dal nichilismo diventato condizione normale. Perciò io spero che qualcosa di serio e responsabile si muova. Lo spero perché si tratta dell’unica possibilità esistente, io credo, di superamento di questo stato, cui è legato il destino dell’Occidente. Heidegger ha posto il problema in questo modo: “Si tratta di decidere se l’Occidente si creda ancora capace di creare un fine di là di se stesso e della storia, oppure se preferisca abbassarsi alla conservazione e al potenziamento degli interessi economici e vitali, e accontentarsi di fare appello a ciò che è stato finora, come se fosse l’Assoluto”( Martin Heidegger, Nietzsche, Pfullingen 1961, vol. I, pag. 579). Da notare, inoltre, che la previsione di futuro ha le caratteristiche del necessario e dell’assolutamente nuovo. La necessità di un altro inizio “attira lo sguardo verso il vortice del futuro. Il ritornare alle origini, all’origine dell’essenza, è pensabile soltanto nella modalità del progredire verso il futuro dell’essenza”. (Ibidem, vol. II, pag. 656).
Credo sia proprio così. Oppure se non sarà superato l’Abisso, l’Occidente si perderà, imploderà, esploderà, muterà pian piano in cenere e faville.

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3 Risposte to “S.P.S. Salviamo Parmenide da Severino”

  1. Lettera aperta a Emanuele Severino « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] differenza di forme, colori, di luci, di situazioni, non è (vedi su questo blog l’articolo S.P.S. – Salviamo Parmenide da Severino). Da ciò l’accusa: negando gli enti e il loro totale Parmenide è stato il primo nichilista e […]

  2. Il sole nel sensibile « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] che l’eguaglia. Ci fermiamo qui per ora, ma non abbassiamo la guardia. Il segnale di pericolo S.P.S. – Salviamo Parmenide da Severino, che abbiamo trasmesso tempo fa, continua a suonare, perché il professore di Brescia è […]

  3. SchmidtCaspar Says:

    Lei ha detto con chiarezza esemplare ciò che c’era da dire su Severino. SC.

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