Le altre facce del nichilismo

Dopo l’Eternismo di Emanuele Severino, Il pensiero debole di Gianni Vattimo e l’ermeneutica


Rispetto all’avventura che si è fisicamente e mentalmente conclusa dopo cinquant’anni dal suo inizio, e che ora sto raccontando, un’avventura che mi ha visto compiere il giro dell’eterno ritorno ad occhi aperti e mente sveglia, ci sono le posizioni di chi mi ha preceduto su questa via. Prima di cominciare a determinarle, è necessaria però una premessa per chi scopre ora queste pagine e perciò non conosce nulla del gran giro.

Maurits Cornelis Escher

Maurits Cornelis Escher

 

Ci sono due aspetti dell’avventura, uno privato e l’altro pubblico. Nel primo c’è la ricerca della chiesetta sperduta. Essa è apparsa durante una gita in montagna. Io, giovane, e la ragazza che era con me, eravamo alla ricerca della chiesetta dove sposarci e ne abbiamo vista una che sembrava quella ideale. Si trovava sopra un pendio in fiore e ci siamo affrettati a raggiungerla.
Era da poco che l’osservavo quando, stagliata nell’azzurro, ne è apparsa un’altra, quasi riflessa dal cielo, identica alla prima. Era la chiesetta sperduta ­– così l’ho chiamata fin da quella prima apparizione –, e aveva una caratteristica che ho subito colto: era il “luogo d’appuntamento perenne”. Perché – avevo pensato nei giorni precedenti quella scoperta – se l’amore è “per sempre”, ci deve essere un posto per esso che lo possa conservare così. Quello ho visto nel mattino luminoso, simile ad un’idea dell’Iperuranio platonico, e dopo cinquant’anni di cammino e instancabili ricerche l’ho trovato (Vedi L’antica via dei Miti e dei Misteri – Percorsa ora con in mano la lampada della conoscenza filosofica).
La prima chiesetta con i muri di pietre e marmi e il tetto di legno del piccolo paese del Cadore era, invece, il luogo per gli appuntamenti di una vita, quelli che, si dice, durano solo fino alla morte. Infatti, io vado ancora a visitarla seguendo le vie della terra che ormai conosco a menadito, finché sarà possibile. Poi toccherà all’altra.

L’aspetto pubblico dell’avventura è invece la via filosofica. L’ho cominciata quasi contemporaneamente a quella diretta alla chiesetta sperduta, – ricordo che avevo con me il libro di Heidegger Essere e tempo in quel soggiorno in montagna. Ma allora non c’erano collegamenti o affinità fra i due cammini, neppure li sospettavo. Invece dopo molti anni si sono incontrati e uniti indissolubilmente, e da quel punto la chiesetta e il ritorno seguendo il circolo eterno sono diventati un’unica meta. Il punto dove le due vie, prime distinte, si sono congiunte, è la linea di Mezzanotte o linea zero, raggiunta da Heidegger e Jünger verso la metà del secolo scorso.
A questo punto la via filosofica comprendeva tutta la parte diurna del cerchio, vale a dire la filosofia del Giorno, quella che va da Socrate a Hegel, poi il Tramonto dove si è arrivati circa due secoli fa, visto e descritto da Schopenhauer e poi da molti altri, quindi il cammino nella Notte fino alla “linea di Mezzanotte”. Ad essa sono giunti per primi, come ho appena detto, Heidegger e Jünger, o li ha preceduti Nietzsche che però non l’ha chiamata così.
Lì giunti sembrava però che non si potesse andar oltre: c’era l’Abisso davanti. La linea di Mezzanotte era la fine del Giorno dell’Occidente e la continuazione sarebbe diventata l’ingresso in un altro, ma era sconosciuto e imprevedibile per chi giungeva da quello appena terminato. Ancora non mostrava la sua luce, insomma, solo la tenebra della nuova Notte, e bisognava arrivare fino all’Alba perché apparisse. Perciò la fermata in mezzo al guado e la piena di Tenebra che ha invaso la nostra civiltà.

Fine corsa dell’Occidente, era scritto sulla Linea di Mezzanotte, e sembrava proprio che non si potesse andare oltre. Anche se Nietzsche il superamento di essa l’ha sognato nel La visione e l’enigma. In quell’immagine onirica c’è un pastore che con un morso stacca la testa del serpente che s’era infilata nella sua bocca mentre dormiva: era la rottura del cerchio rappresentato da quell’animale, era l’uscita dal pericolo mortale (Vedi Così parlò Zarathustra – La visione e l’enigma, Adelphi, edizione Colli-Montinari).
Anche se Heidegger ha pensato di attraversarla con un salto (“Non c’è un ponte che conduca dalla scienza [il pensiero calcolante della ‘ragione’ occidentale] al pensiero [il pensiero che rinunciando ad ogni finalità ‘costruttiva’ si pone come risposta ad una chiamata, quella dell’essere]. L’unico passaggio possibile è il salto. Il luogo dove questo salto ci conduce non è solo l’altro lato dell’abisso, ma una regione totalmente diversa”, Heidegger, Was heisst Denken? 61,II,6. “Il salto, a differenza del cammino [d’ogni cammino dell’Occidente, scientifico, filosofico, poetico…] porta il pensiero, senza ponti, cioè senza che vi sia un procedere continuo, in un altro ambito e in un’altra maniera di dire”, Heidegger, Weise des Sagens 63,95).
Anche se Jünger, da eroe di guerra com’era stato, era pronto ad offrire ancora il petto al nemico (“Dovremmo perciò farci carico di quest’accusa [di nichilismo], anziché attardarci fra coloro che sono incessantemente alla ricerca di colpevoli. Chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione, conosce ben poco la nostra epoca. Il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro d’ogni deserto e rovina. Qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia. Se egli ha la meglio, il niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le sue onde avevano sommerso. Essi compenseranno i sacrifici”).
Ma erano ancora soltanto sogni e desideri.

Così, davanti a quello strapiombo che affondava nelle tenebre, gli altri che son venuti dopo non hanno neppure più tentato. Hanno distolto anche lo sguardo, si sono voltati, hanno fatto dietro front, sono rientrati al campo base da cui erano partiti i solitari degli abissi. Hanno fatto di necessità virtù, insomma, convertendo e adeguando i valori tradizionali della filosofia, che dopo l’ingresso nel Buio e la Fine corsa, non potevano essere che larve di ciò che sono stati. Pensiero debole è il titolo che li raccoglie. Ecco un breve elenco di essi così trasformati e riutilizzati.

Gianni Vattimo

Gianni Vattimo

Riappropriazione
Dissolto il senso della Storia assieme con la dissoluzione dell’Essere, “ci si riappropria di essa a patto di accettare che non ha un senso di peso e perentorietà metafisica e teologica” (Gianni Vattimo, da Problemi del nichilismo [risultati del Colloquio internazionale tenutosi a Trieste nell’ottobre 1980, relazione di Gianni Vattimo], Edizione Shakespeare & Company, pag. 123).

Convertibilità della verità
Dissolta la verità che si fondava “sulla convinzione che l’uomo possa conoscere le cose in se stesse, il che però si rivela impossibile giacché appunto l’analisi chimica del processo della conoscenza rivela che questa non è altro che una serie di metaforizzazioni: dalla cosa all’immagine mentale, dall’immagine alla parola che esprime lo stato d’animo dell’individuo, e da questa alla parola imposta come la parola giusta dalle convenzioni sociali, e poi di nuovo da questa parola canonizzata alla cosa, della quale percepiamo solo i tratti più facilmente metaforizzabili nel vocabolario che abbiamo ereditato…” (Gianni Vattimo, La fine della modernità, Garzanti 1991), nient’altro rimane che la verità debole, un gioco, dunque, ininterrotto e di rimando fra metafore; fra spettri continuamente cangianti.

 

 

 

 

 

Adeguamento alla nuova situazione
Alla mancanza di fondamento per esempio, perché “l’uomo riconosce esplicitamente l’assenza di fondamento come costitutiva della sua condizione” (Gianni Vattimo, La fine della modernità, Garzanti 1991, pag. 157). Perciò anche il cammino (An-denken) del pensiero, dove Heidegger ripercorre “i grandi momenti della storia della metafisica quali si esprimono nelle grandi sentenze di poeti e pensatori” (Ivi, pag. 127), non è per Vattimo un semplice lavoro preparatorio “che dovrebbe servire alla costruzione di un’ontologia positiva successiva. Il rammemorare come ripercorrimento dei momenti decisivi della storia della metafisica è la forma definitiva del pensiero dell’essere che c’è dato realizzare” (Ibidem).

 Metamorfosi dell’Essere
Era verità per i sapienti che l’hanno visto in faccia; era perlopiù immagine di cosa vera per i filosofi che hanno visto come in uno specchio o come luce riflessa, e si è dissolto per il Pensiero debole. La sua scomparsa sotto l’orizzonte per Vattimo e i suoi numerosi seguaci è diventata definitiva e totale, come se prima fosse solo illusione.

Metamorfosi della realtà
Dopo che i capisaldi come il Vero, Bene, Bello valori supremi che imprimevano alle apparenze il loro sigillo –, sono stati divelti da Nietzsche, con lo scopo di passare oltre l’uomo razionale per arrivare all’oltre uomo, anche il resto è crollato. E si parla perciò d’indebolimento della realtà e di derealizzazione del mondo; o anche d’esperienza fabulizzata della realtà, dopo che “Il mondo vero è diventato favola” (Gianni Vattimo, Problemi del nichilismo, Edizione Shakespeare & Company, pp. 122-123), e tal esperienza è diventata l’unica possibilità di libertà (Dovrebbe apparire perlomeno strano ai filosofi del pensiero debole e dell’ermeneutica che tutto quel fracasso sia accaduto per nulla. Strano che non abbiano riflettuto sul fatto che se la meta era illusoria o impossibile, anche la strada che conduceva ad essa non poteva essere d’altra natura, quindi illusoria o impossibile anch’essa. Invece le macerie della via sono rimaste, e ciò che stupisce è che quei filosofi le hanno considerate buone, valide, ne hanno fatto oggetti di studi e di discussioni; mentre hanno invece negato la meta a cui doveva condurre la via. Si doveva invalidare anch’essa, insomma: il tutto e non solo la parte che sottende il tutto. Perciò è la via del nulla che hanno eretto a pietra miliare e a monumento i filosofi post moderni. Incredibile situazione. Adoratori del Vitello d’oro Vattimo e compagni).
Qui giunti, – dicono i filosofi del pensiero debole – non bisogna però cadere nel trabocchetto di voler ristabilire un mondo vero ricorrendo ad altri valori; voler cioè attribuire “alla favola l’antica dignità metafisica (la gloria) del mondo vero” (“Un rischio” scrive Vattimo “ben presente nel nichilismo contemporaneo. Penso ad esempio a certe pagine di Differenza e ripetizione di Gilles Deleuze sulla glorificazione dei simulacri e riflessi… alla rivendicazione – patetica, metafisica – d’altri valori [per esempio: i valori delle culture marginali, delle culture popolari, opposti a quelli delle culture dominanti; l’eversione dei canoni letterari, artistici, ecc.], Ivi, pag. 120).
Anche perché se esso era tale in rapporto alla favola, ora che quest’ultima ha occupato il suo posto non c’è più termine di confronto né modo di distinguerlo. Questo genere di conoscenza che si è instaurato ha la sua espressione e diffusione nei mass media, specialmente nella televisione, nelle reti informatiche, nella realtà artificiale, dove più nessuno può stabilire la differenza fra ciò che è vero e quel che è soltanto simulato. Ci possono essere le parole di commento che dicono: questo è un fatto realmente accaduto, o questo è una finzione; ma chi parla può anche ingannarci, ad arte, come capita ormai normalmente, e la maggior parte non s’accorge. O se qualcuno l’intuisce, valendo ormai la legge della maggioranza, la sua avvedutezza non conta.

Si affermerà che ciò è sempre accaduto. D’accordo, però oggi è diventata una condizione normale. Questo dipende dal fatto che la verità, quando c’era il Giorno dell’Essere, non risiedeva tanto nelle parole che nominano le cose, le distinguono, le numerano, le collocano, ma nella Luce illuminante di cui esse erano lampade che s’accendono. Anche perché una cosa può presentarsi di volta in volta con aspetti diversi e diverse sono le parole che si usano per essa. Per esempio la pioggia è una manna quando piove sul secco e spuntano le piante e i fiori, ma è malefica quando esagera e fa straripare i fiumi; e perciò dipendeva dal Cielo l’esattezza e la certezza del dire. Per questo motivo, dopo il Tramonto, dopo che l’Essere è sparito sotto l’Orizzonte, – dopo la sua dissoluzione, dicono i filosofi del Pensiero debole –, si proclama la libertà per tutti e per ogni dove in Occidente, come se non ci fossero più limiti. Ma si tratta soltanto di sparizione dei confini del vecchio ordinamento e conseguente caduta nel marasma, il nome del nuovo caos.

Metamorfosi della filosofia
“Dissolto il mondo nel conflitto delle interpretazioni, non c’è più un’anima deputata alla conoscenza, ma un’anima come discorso che fa essere le cose per quel tanto che ne discorre e per il tempo che il suo discorso ha potenza, cioè s’impone, fa storia” (Umberto Galimberti, Gli equivoci dell’anima, Feltrinelli 1994).

Metamorfosi della morale
Nell’indebolimento e scolorimento generale essa diventa etica del finito (vedi Salvatore Natoli, Progresso e catastrofe, Christian Marinotti edizioni, Milano 1999) o etica del viandante (vedi Umberto Galimberti, Psiche e Techne, Feltrinelli 1999). Nel commento che ha scritto Galimberti al libro di Natoli, dove la morale è così definita (la Repubblica, 24 dicembre 2004), ciò non significa “vivere alla giornata, ma dominare la contingenza, fronteggiare il caso. Il futuro d’oggi – egli continua –, non è più quello lontano della religione dove alla fine si realizza quello che all’inizio era stato annunciato, e neppure quello utopico della modernità alimentato da quell’idea di progresso che era insieme riscatto dell’umanità, ma è il futuro del giorno dopo, un futuro breve e indeterminato. Questo è il futuro del terzo millennio che, ci piaccia o no, è comunque necessario saper anticipare per poterlo abitare”.

 

 

Metamorfosi dell’oltreuomo
Anziché superamento del confine nei modi descritti da Parmenide e Nietzsche e ingresso in un nuovo Giorno, c’è il dissolvimento del confine e la scomparsa del piano di sopra. Solo Tenebre interminate, nichilismo compiuto, fuori delle protezioni dell’Occidente. Deserto dei tartari al di là, dopo l’ultima fortezza. E oltreuomo diventa allora l’uomo sul confine del nulla. Ecco perché per il pensiero debole “L’oltreuomo è il superamento dell’uomo costruito secondo i canoni dell’immutabilità”. Ecco come si è ovviato allo scacco del superamento dell’Abisso che s’apriva dopo la linea di Mezzanotte: rendendo l’uomo mutevole e vano.

Metamorfosi dell’uomo rispetto al suo destino ultimo
“L’uomo generato dall’anima platonica amica delle idee immutabili ed eterne, ha abitato l’Occidente come sua patria; il suo superamento è allora il superamento dell’umanità storica, l’estremo ribaltamento della cultura occidentale, il cui progresso è sempre stato da un immutabile ad un altro immutabile, e mai nel congedo degli immutabili. Rispetto a questo tipo d’uomo, l’uomo del superamento non riconosce alcun immutabile, e perciò si consegna alla propria fine”. Un capovolgimento dell’oltreuomo di Nietzsche è l’uomo del superamento del Pensiero debole (da questo punto in avanti, ciò che si aggiunge, se qualcosa si può ancora aggiungere, non è più filosofia, specialmente se si tiene conto del significato del suo nome – filosofia vuol dire amore della sapienza ­–, ma è fine della filosofia).

Ermeneutica come conseguenza inevitabile
Cioè un eterno rimuginare e reinterpretare tali idee. “Se la verità era l’orizzonte che delimitava le ricerche dell’anima, l’abolizione della verità rende quest’orizzonte senza confini e inaugura quella figura dell’anima che si esprime in un’apertura di senso dove ha luogo una circolazione infinita di significati. Questa circolazione infinita non apre le porte all’arbitrio e, portata al limite, all’insignificante, perché d’epoca in epoca la volontà di potenza, nel gioco che espone, rivela le regole che pongono in essere un mondo e consentono di leggerlo, anche se il gioco giocato non esaurisce la polisemia del gioco, non dà fondo a tutti i giochi possibili che restano custoditi nell’anima come una possibilità” (Umberto Galimberti, Gli equivoci dell’anima, pp. 272-273). Una rovina circolare perciò la ragione, rimasta isolata e spenta, diventata labirinto di ripetizioni illimitate e vicoli ciechi.

Ecco elencate le principali caratteristiche del Pensiero debole e dell’Ermeneutica, simili a postumi di un’impresa sovrumana che non è giunta a conclusione. Ed ora sono diventate norme e leggi, perché Vattimo a questo punto è solo uno dei nomi di spicco del ricupero di una tradizione ridotta e svalutata. Non è stato il solo, in altre parole, che ha preso la facile via del rientro e che ha portato alla ribalta una comoda debolezza, un dolce cullarsi fra le palme dorate di una vacanza dello spirito alle Bermuda, ma un capofila di una schiera che è diventata via via folla. Perché Pensiero debole ed Ermeneutica sono stati oggetti di convegni e tavole rotonde, pubblicati in innumerevoli libri, codificati in riunioni d’esperti, diventati operativi in un pullulare di mode e modi di vita. Anzi sono ormai diffusi quanto la democrazia, perché quel pensiero è diventato condotta di vita di tutti i democratici; per i quali è regola comune e generale che ci sono solo opinioni, e vince di volta in volta quella che viene votata dalla maggioranza. E i filosofi deboli hanno tratto questo vantaggio: di corrispondere perfettamente alla situazione esistente, anzi d’essere i battitori ed araldi di essa e di continuare ad incarnarla. Perciò anche sfruttando l’occasione, cosa non di poco conto, visti i compensi e onori che vengono corrisposti a chi si presenta democratico a tutto campo e portavoce dell’opinione pubblica. Perché solo di ciò si tratta: la democrazia è il trionfo della doxa. Un livellamento che è un acquietaménto e stasi della natura – quell’umana in questo caso –, com’è già accaduto in altre ere alle piante e agli animali che si sono bloccati e spenti.
E la filosofia dei nostri tempi, che dovrebbe indicare e guidare, è diventata spettrale avamposto sul confine del nulla. Cumuli di pietre, templi abbandonati, tracce di una sconfitta, nuove Colonne d’Ercole per la disperata umanità.
Bisogna però prendere atto che il nichilismo non è solo la situazione che ho appena descritto. È anche una condizione, un fatto naturale dipendente dalla scomparsa dell’Essere, come c’è la notte dopo il tramonto del sole. Inoltre se la Tenebra ha invaso il cielo più alto, la stessa cosa non è accaduta più sotto. Anzi gli uomini lì si sono dati da fare di più che nel passato, quasi a compensare le perdite. Similmente una giovinetta lenisce un po’ le pene di un amore finito comprandosi un vestito, o una crema contro la cellulite. Tutto è spianato e levigato sul piano delle apparenze, tutto è spettacolo. Se manca la principesca apparizione dell’uomo, come contraltare trionfa la corporeità esaltata dalla chirurgia estetica, dalle macchine delle palestre, dalle sfilate di moda con abiti sempre più esigui e velati. Ordine e organizzazione sono le caratteristiche del nuovo dominio, che tanti chiamano conquiste, virtù, progresso, meraviglie del post moderno. Tanti stanno nel nichilismo diventato condizione normale come nel paese di Bengodi o nel Luna park, almeno finché non s’avvicina l’ora di chiusura.

In questa costruzione eretta a dominio ed estesa su tutta la terra, io finora ho aperto solo un pertugio. Qualcosa di simile ai passaggi sotterranei che hanno tutti i castelli e città murate, perché nonostante gli uni e le altre siano stati costruiti con i crismi della lunga durata e dell’inespugnabilità, di un passaggio segreto si è sempre pensato di dotarli. Non si sa mai, insomma. Vige sempre l’imprevedibile nei disegni della Terra e forse anche in quelli del Cielo. Ecco allora come stanno le cose: dopotutto il nichilismo è solo il nulla di là delle mura e delle protezioni; e sta anche sotto, sotto le fondamenta. Ma basta non voler uscire, non alzare troppo gli occhi, non voler sporgersi oltre il campo della ragione massificata, e tutto torna: tutto quello che si esplica nell’ipocrisia, nel buonismo, relativismo, nel politicamente corretto, nel mondialismo, nel globalismo, nel fariseismo, che non persegue una destinazione trascendentale o trascendente ma solo una sicura posizione dentro il recinto, occupando in esso i posti più in vista. Regno dell’anticristo, ha chiamato questo stato Jünger, quello previsto prima dell’Apocalisse.

P.S.
Anche se non c’è ancora traccia nella filosofia dei convegni e delle tavole rotonde, nei blablà dei salotti mondani, nei libri curati normalmente dai filosofi di grido, anche il tratto che va dalla Mezzanotte alla nuova Aurora è stato possibile percorrerlo. Superando l’Abisso perciò: ciò che era richiesto per ritrovare la chiesetta sperduta e per giungere alla fine del cerchio dell’eterno ritorno.
Ed ora quella Luce illumina anche la parte di noi che era oscura e misteriosa, ed appare in modo chiaro e distinto quel che era solo intuito o sognato, o da cui si era avvinti in modo improvviso e inaspettato, come nell’angoscia e nell’amore. Si vede la notte della vita, quella che va dalla morte alla nascita. Si vede la metà misteriosa di noi stessi, che solo in qualche occasione e in momenti eccezionali c’era dato di avvertire, per cui normalmente si è soltanto un volto ed una direzione stabilita e fissa. Si vede perciò, in generale, la coincidenza degli opposti.
In quanto a me, che cercavo la chiesetta sperduta, l’ho trovata. Ed ho trovato la fine del pensiero filosofico iniziato venticinque secoli fa nell’antica Grecia, e la fine coincide con l’inizio. Nata dalla sapienza, la via è ritornata alla sapienza dopo un immane giro sulla terra e nel pensiero. Di ciò si dirà ancora.

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5 Risposte to “Le altre facce del nichilismo”

  1. Vattimo e Severino: la vacuità del nulla e quella del tutto eterno « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] Il fare di necessità virtù: la gestione del nichilismo Dapprima il nichilismo lo si è subito: vedi il periodo delle guerre mondiali, dei campi di sterminio, della strategia del terrore atomico e nucleare in cui per la prima volta nella storia umana la sopravvivenza dell’umanità è stata posta in gioco dai suoi stessi rappresentanti. Poi si è tentato di superarlo, vale a dire di passare oltre la linea di Mezzanotte, l’impresa su cui si son messi i grandi del secolo scorso, e io ne ho nominati due: Nietzsche e Heidegger. Ma quel tentativo non è riuscito, o solo in parte: arrivo sulla linea di Mezzanotte e progetti e speranza per andare oltre. Altro non rimaneva allora che tentare di gestirlo. Una gestione del nichilismo, la filosofia di Vattimo, mimetizzandoci, scomparendo il più possibile alla vista, assemblando razze, culture, religioni, diventando piccoli, inutili, insignificanti, come per sfuggire ai comandi che non ci vogliono così e che hanno fatto grandi molti uomini del passato. Quelli che ha sentito Socrate, che agiva seguendo le parole del Demone e le ha ascoltate anche quando l’obbedienza gli è costata la vita. Il seguire virtù e conoscenza che ha spinto Ulisse oltre le Colonne d’Ercole. Poi gli innumerevoli uomini cui non è stato affermato che sono divini o deboli e combattono per superare i loro limiti, per aumentare la loro libertà, per strappare alle tenebre la conoscenza di se stessi. Una gestione del nichilismo, la filosofia di Severino, con l’uomo in carne e ossa ingigantito come nel gioco delle ombre. Anzi nella veste di Giove tonante e ancora di più, perché l’ha chiamato “Superdio”. Ma davvero dovremo rimanere così per sempre? Sì, dice Severino. Costretti a essere dèi in quel modo, ognuno un dio. Nella debolezza, dice Vattimo, anzi ancora più giù di quanto siamo oggi. Perché quella del “pensiero debole” è la migliore situazione possibile, la meno impegnativa, quella che lascia aperte tutte le porte e tutte le combinazioni Ora io invece mi chiedo: quanto potrà durare una gestione così fondata? Quanto ci vorrà ancora per passare dalla palude alla morta gora? Per quanto potranno suonare ancora le sirene del nichilismo, prima che il nulla nella cultura si estenda anche alla natura, all’uomo in carne e ossa, corrompendolo completamente? Perché non si supera il nichilismo riducendo l’uomo ai minimi termini: soluzione Vattimo. Né allettandolo con il titolo di Superdio: soluzione Severino. Ma solo se si attraversa l’Abisso e si passa in altre terre e altri cieli lo si lascia alle spalle (Sull’argomento, vedi anche Le altre facce del nichilismo). […]

  2. La filosofia dell’assurdo « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] Sono passati tanti secoli da quell’Alba e siamo giunti alla fine del cammino in quella luce: al Tramonto circa un secolo fa ed ora nella Notte, che per i più è tenebra profonda. Nel nichilismo, si dice normalmente. In esso, le stesse condizioni dell’inizio, ma come ben si comprende viste da posizioni diverse, anzi di segno opposto. Perché allora si andava nella direzione della luce che era appena spuntata e che stava aprendo lo spazio della civiltà che stava nascendo, mentre oggi siamo volti verso il buio sempre più fitto. In altre parole, se prendiamo come punti di riferimento l’Alba e il Tramonto, nel primo c’era l’Essere che saliva sempre più, anche se pochi l’hanno visto e gli altri si sono dedicati alle apparenze viste in quella luce. Al Tramonto, invece, c’era l’Essere che stava lasciando la terra umana fino a scomparire e solo buio davanti. Ma molti ne avevano fatto in qualche modo esperienza, o diretta volgendosi ad esso o indiretta guardando la sua luce nelle cose, perché si arrivava da un cammino in essa lungo venticinque secoli, o questo è stato il tempo che abbiamo impiegato a compierlo dall’Alba al Tramonto. Perciò ecco la situazione d’oggi. L’Essere non c’è più e con esso, “addio alla Verità”, anche a quella più piccola e comune: “al vero come descrizione obiettiva dei fatti”. E “il discorso diventa un gioco di interpretazioni”. “Non disinteressato – dicono i cultori di quest’arte – anche se non necessariamente falso” (vedi Le altre facce del nichilismo) […]

  3. Luca Ormelli Says:

    Gentili Wilmo & Franco, nel rendervi meritata visita volevo segnalarvi una piccola imprecisione: “Was heißt (o heisst) denken” e non “Was heisst denchen”. Condiviso il prosieguo del cammino. Luca

  4. wilmo e franco boraso Says:

    Gentilissimo Luca Ormelli
    Ringraziamo per la segnalazione.
    Cordiali saluti

  5. Filosofia: uso del sapere a vantaggio dell’uomo « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] dall’ermeneutica – eterno ritorno senza uscita costruito nel campo della cultura (vedi il post Le altre facce del nichilismo). Per Nietzsche è l’“eterno ritorno dell’uguale” (vedi il post Nietzsche e l’uscita dal […]

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