Lettera aperta a Emanuele Severino

Martin Heidegger in the woods

Martin Heidegger in the woods

“L’essere, per Heidegger, non è nessuno degli enti, non è nemmeno quel Super-ente che è il Dio della tradizione occidentale. È invece ciò che si manifesta nel disvelamento. Nell’antica lingua greca è presente la parola alétheia solitamente tradotta con verità, la cui traduzione più appropriata e anche più letterale, però, è appunto disvelamento (dove il prefisso dis corrisponde all’alfa privativo di a-létheia. Per i Greci la “verità” è un trar fuori dal velamento, ossia dalla léthe – dalla latenza. Il disvelamento non è un atto umano. Heidegger lo interpreta come una luce che sorge dall’oscurità (cui è quindi essenzialmente unita) e che illumina le cose. E aggiunge, spintovi dal senso greco di quella parola, che tale luce ancor prima di illuminare le cose, quindi indipendentemente da esse, apre una radura luminosa che non è costituita da alcun ente e non rappresenta alcun ente, ma è, appunto, l’essere di ogni ente. Rifacendosi ai primi pensatori greci, Heidegger intende affermare la differenza ontologica tra essere ed essente (Emanuele Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, pp. 109-110).

Ed ora la sorpresa: chi espone così il pensiero di Heidegger sull’Essere, vale a dire con queste parole chiare e distinte e in modo conciso ma completo, non è un discepolo del filosofo tedesco o un suo ammiratore esperto della sua dottrina, ma Emanuele Severino.
Inoltre le sorprese non finiscono qui. L’Essere, come luce che appare dall’oscurità, non è un’idea di Heidegger soltanto: anche Parmenide l’ha descritto in tal modo; quello che il sapiente d’Elea vide più di venticinque secoli fa e di cui ci ha lasciato le testimonianze. Perciò se esistono differenze fra i due racconti dipendono solo dalle parole impiegate per riferirgli, diverse ma che esprimono la stessa cosa, per questo essi sono sostanzialmente uguali. Vediamo qualche esempio.

Per Heidegger l’Essere “è una luce che sorge dall’oscurità”.
Per Parmenide è il “Giorno” che appare quando si apre “la Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”, e lui giungeva dalla “Notte”. Perciò “Giorno” è un appellativo dell’Essere.

Per Heidegger la Luce che sorge apre una “radura luminosa”, che è l’Essere nella sua manifestazione, luogo degli enti che così appaiono.
Per Parmenide questo luogo è lo spazio visto dall’Aurora dove appare tutto in una volta e collegato, e dove si sarebbero riversati gli abitanti dell’antica Grecia per cominciare il cammino di una civiltà, quella che si è poi chiamata Occidente.

Naturalmente per Heidegger gli enti che si presentano alla vista non sono gli stessi di prima della manifestazione luminosa. Ora hanno l’Essere con loro.
Per Parmenide gli enti così illuminati segnano la via della doxa, che sarà poi quella della filosofia e della scienza.

Per Heidegger l’Essere non è Dio ma Luce che appare, poiché Dio si rivela fuori della sfera della filosofia nella sfera del Sacro. (“Das Sein-das ist nicht Gott und nicht ein Weltgrund”, M. Heidegger, Brief über Humanismus, Bern 1947, pag. 76).
Anche per Parmenide l’Essere non è il Dio delle religioni. Dopo aver affermato che “Essendo ingenerato è anche imperituro,/ tutt’ intero, unico, immobile e senza fine./ Non mai era né sarà, perché è ora tutt’ insieme,/ uno, continuo”, egli prosegue così: è anche “immobile; infatti la dominatrice Necessità lo tiene nelle strettoia del limite che tutto intorno lo cinge, perché bisogna che l’essere non sia incompiuto: è infatti non manchevole: se lo fosse mancherebbe di tutto” (I Presocratici – Testimonianze e frammenti. Parmenide, framm. 7, Biblioteca Universale Laterza.). Cose che non si dicono di Dio, vale a dire che sia costretto e ristretto dentro confini.

D’altronde perché dovrebbe sorprendersi se un appellativo dell’Essere è Luce e così viene chiamato? C’è solo una continuazione e sviluppo di quel che già avviene in modo simile in luoghi già noti. Non è ciò che succede ogni mattina qui sulla Terra quando appare il sole e illumina tutte le cose che così appaiono, spuntano, si aprono, crescono? Non è ciò che accade ad ogni ragazzo quando raggiunge l’età della ragione ­– la quale è luce riflessa dell’Essere –, che perciò vede e comprende quel che prima gli era negato: la vista delle cose tutte assieme, per esempio, e le leggi che le collegano e governano?
Soltanto che la luce vista da Parmenide e riscoperta da Heidegger non è né il sole né la ragione. È un’altra, o la stessa ma colta in modo nuovo. Con gli occhi dell’intelletto oltre che con quelli del corpo e della mente razionale: c’è un innalzamento della soglia della percezione a questo punto. E ciò che è apparso in più da quel momento sotto la luce dell’Essere è la filosofia, la scienza esatta della natura, la storia, la tragedia, la democrazia, il cammino di una civiltà diretta verso Occidente, vale a dire alla sua conclusione, dove però c’è la possibilità per chi arriva, oppresso e avvinto da limiti tenebrosi che parevano insuperabili, di un altro passo in avanti, di uno “scavalcamento di sé stesso”.

Heidegger e Parmenide assieme, perciò, a questo punto. Poi la mia esperienza, quella che sto raccontando in queste pagine: un cammino il mio che è passato per molte tappe su cui si è soffermato il sapiente di Elea (si veda su questo blog la sedicesima coincidenza intitolata Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica), e per arrivare fino alla fine ho adottato il metodo già sperimentato da Heidegger: quello di tornare indietro fino alle origini prima di proseguire. Nel mio caso è stato un tornare indietro per andare avanti e in tal modo sono giunto alla fine che coincide con l’inizio (si veda L’antica via dei Miti e dei Misteri – percorsa ora con in mano la lampada della conoscenza filosofica). Ma anche Heidegger, mi pare, ha proceduto, di fatto, così. Dopo aver percorso la strada all’indietro fino a Parmenide, ha ripreso la stessa in avanti, ormai immersa nelle Tenebre, ed è giunto al “punto zero” o “linea di Mezzanotte”, sognando l’Alba. Io ho superato anche la Mezzanotte e dopo aver attraversato l’Abisso e apparso il primo chiarore dell’Alba, e poco dopo ha cominciato a splendere il “Giorno”.

In tre perciò, siamo giunti allo stesso risultato, e Severino poteva diventare il quarto, vista la chiarezza e la competenza con cui ha colto il nocciolo del pensiero dei grandi che l’hanno preceduto. Invece la sua contrarietà. Contro Parmenide, contro Heidegger.
Al primo ha addebitato soprattutto di aver “negato il molteplice” per affermare l’Essere, e che “il molteplice non è vuol dire che il mondo così come ci sta davanti nella sua straordinaria ricchezza, differenza di forme, colori, di luci, di situazioni, non è (vedi su questo blog l’articolo S.P.S. – Salviamo Parmenide da Severino). Da ciò l’accusa: negando gli enti e il loro totale Parmenide è stato il primo nichilista e l’Occidente ha cominciato il suo cammino dal nulla, per ritornare al nulla se Severino non avesse scoperto la deviazione antica, indicando ora la via da seguire.
Heidegger l’ha accusato invece d’ambiguità, perché egli “non ha mai ritrattato l’affermazione, espressa in più occasioni, che il proprio pensiero non pregiudica né in senso positivo né in senso negativo la soluzione dei grandi problemi metafisici – i problemi dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima” (E. Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, pp. 117-118). Perché una delle sue ultime espressioni prima di lasciare questo mondo suona così: “Ormai soltanto un Dio ci può salvare”.

In quanto a me, non sono ancora in gioco nell’arena della filosofia, né si può sapere se dopo questa lettera aperta il grande accademico si degnerà di guardare dal suo trono a chi gli dice: “Il re è nudo”. Ma anche se rimanesse impalato e muto con lo sguardo fisso in avanti, pensando “che qui ne va del decoro, se non si rimane imperterriti” (si veda su questo blog Severino e la favola), non avrebbe molta importanza per me che ho compiuto il gran viaggio: ai posteri l’ardua sentenza. Se si riconoscesse nudo sarebbe però importante per chi è ancora in cammino e non sa dove andare, e per coloro che la strada non l’hanno ancora incominciata. Perché non è vero che ogni uomo in carne ed ossa è “Dio” qui sulla Terra, tantomeno “Superdio”. Siamo invece miseri, e dopo che l’Essere è scomparso sotto l’orizzonte della mente anche senza alcuna meta e scopo; e se continua così può darsi che la struttura sociale dove ora ci troviamo non regga più e che imploda o esploda. Ciò che è nelle previsioni di molti profeti d’altronde, specialmente da quando disponiamo dell’energia nucleare ed è cominciata la devastazione della Terra.

Giunti a questo punto, che cosa si può pensare di Severino? Che il suo voler confutare il più grande sapiente dell’antichità e il più grande filosofo del secolo scorso sia solo un gioco di parole, di quelli cari ai sofisti antichi e nuovi? Oppure ha così parlato perché ha visto: ha parlato cioè sulla base della sua esperienza e non menando il can per l’aia come spesso si fa nella moderna ermeneutica, dove la “verità” è solo un giro di parole?
Fino a poco tempo fa conoscevo solo la prima ipotesi, ma ora si è fatta avanti la seconda, si è insinuata come un tarlo e sta scacciando la prima.

Intanto vediamo la trasformazione operata da Severino sul pensiero dei grandi che l’hanno preceduto. Per lui eterno, immutabile, incorruttibile, ingenerabile, non è il “Giorno” di Parmenide e la “Luce” di Heidegger che aprono spazio e “radura luminosa”, luogo degli enti che così acquistano l’Essere e s’illuminano e appaiono con la nuova veste (Alétheia è il nome greco di quell’accadere).
Eterno, immutabile, incorruttibile, ingenerabile, è ogni ente di questo mondo. Questo è il centro del suo pensiero su cui tutto gira. Così, però, sparisce l’“Essere”, perché le sue determinazioni sono trasferite ad ogni ente, e quella che era la fonte si svuota e sparisce per sempre. Preceduto dal “Dio è morto” di Nietzsche, egli ora gli dà pubblica e solenne sepoltura. È il becchino ufficiale dell’Occidente immerso nel nichilismo diventato condizione normale.
Ma com’è potuto arrivare a tanto se, come ho appena detto, non gli si può negare la buona fede? Perché l’Essere era sceso sotto l’orizzonte è la risposta, e non c’era più nel cielo della civiltà che ha illuminato per venticinque secoli.

Era tramontato nel modo previsto e visto da Heidegger, che ha parlato di “epoché dell’Essere”, vale a dire di momenti di massima manifestazione e di altri di oscuramento completo. E il primo si è verificato nel sesto secolo a.C. e l’hanno visto i sapienti, ed è cominciata la civiltà occidentale e non solo essa: anche il Buddhismo in India e il Taoismo in Cina; e i fondatori di quelle dottrine sono contemporanei di Parmenide. Il nascondimento ha avuto invece inizio circa due secoli fa nei modi del sole che tramonta fino a scomparire. Le prime avvisaglie le hanno percepite i poeti (Hölderlin). Poi un crescendo d’ombre sempre più scure già con Nietzsche e gli autori della numerosa e varia letteratura del nichilismo. Quindi la scomparsa.
Così quando è arrivato Severino l’Essere più non c’era, sepolto dall’oscurità, e lui l’ha ritenuto morto.
Al suo posto solo la sua luce negli enti, ed ognuno di essi è diventato “Essere”, anzi “Superdio”, perché per Severino non c’è distinzione fra l’Essere della filosofia e il Dio delle religioni.

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