Dante, Inferno, Ulisse

Dante, Inferno
Canto Ventesimosesto

Il naufragio di Ulisse, F. Stassen (Berlino 1906)

Il naufragio di Ulisse, F. Stassen (Berlino 1906)

Né dolcezza di figlio, né la pieta
Del vecchio padre, né il debito amore
Lo qual dovea Penelope far lieta
Vincer potero dentro a me l’ardore
Ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
E degli vizii umani e del valore:
Ma misi me per l’alto mare aperto
Sol con un legno e con quella compagna
Picciola, dalla quale non fui deserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
Fin nel Marrocco, e l’isola dei Sardi,
E l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e i compagni eravam vecchi e tardi,
Quando venimmo a quella foce stretta,
Ov’Ercole segnò li suoi riguardi,
Acciocché l’uom più oltre non si metta:
Dalla man destra mi lasciai Sibilia,
Dall’altra già m’avea lasciato Setta.
O frati, dissi, che per cento milia
Perigli siete giunti all’occidente,
A questa tanto picciola vigilia
De’ nostri sensi, ch’è del rimanente,
Non vogliate negar l’esperienza,
Diretro al sol, del mondo senza gente.
Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.
Li miei compagni fec’io si acuti,
Con questa orazion picciola, al cammino,
Che appena poscia gli avrei ritenuti.
E, volta nostra poppa nel mattino,
De’ remi facemmo ale al folle volo,
Sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già dell’altro polo
Vedea la notte, e il nostro tanto basso,
Che non surgeva fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso, e tanto casso
Lo lume era di sotto dalla luna,
Poi ch’entrati eravam nell’alto passo,
Quando n’apparve una montagna bruna
Per la distanza, e parvemi alta tanto
Quanto veduta non n’avevo alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
Ché dalla nuova terra un turbo nacque,
E percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque,
Alla quarta levar la poppa in suso,
E la prora ire in giù, com’altrui piacque.
Infin che il mar fu sopra noi richiuso

Anche per me c’è stato un aspetto fisico dell’avventura, un procedere cioè anche con i piedi, le mani, il corpo, i sensi aperti e rivolti alle cose e alle indicazioni e messaggi che mi giungevano. Poi però anche l’altro, quello nella mente, nel mondo delle idee, contemporaneamente al primo. Il percorso comune l’ho chiamato.
Nel viaggio di Ulisse oltre le Colonne d’Ercole c’è invece solo l’aspetto terreno, ma apparentemente però. Perché nella Terra Dante ha posto l’Inferno, sulla parte sconosciuta della sua superficie la montagna del Purgatorio, e fra i pianeti e le stelle, il Paradiso. Il mondo fisico e quello spirituale cioè stanno assieme e perciò Ulisse, nella sua avventura, procede contemporaneamente su uno e sull’altro. Due in uno: com’è capitato a me d’altronde e come più o meno è sempre accaduto in ogni impresa diretta a nuovi mondi. Poi, nel racconto, si predilige l’uno o l’altro aspetto.
Ciò fa pensare che altro non ci sia oltre a queste due dimensioni e forse le cose stanno proprio così. O almeno così appaiono anche in alcune poesie fin qui prese in esame: i viaggi di Whitman e Robertson sembrano, infatti, solo terreni.
Non è di poco conto questo dire: che immanenza e trascendenza sono aspetti dello stesso; perché in tal caso davvero, come dice l’Ecclesiaste, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Se è tutto qui, allora la divisione in due parti d’ogni cosa e la loro separazione è opera dell’uomo. C’è solo lui scisso in due metà distinte e separate, che si chiamano conoscenza e ignoranza, e perciò è così diverso dagli altri viventi. L’Inquietante l’ha chiamato Sofocle, la Matta l’ho chiamato io.
Conoscenza
ed ignoranza stanno poi all’origine di tutti gli altri opposti, ma da qui inizia anche la lunga strada che porta alla loro coincidenza nella consapevolezza, intravista tante volte e in alcune avventure raggiunta. Anche nel campo della conoscenza chiara e distinta ciò è accaduto, ma finora fino a quel punto è arrivata soltanto l’avanguardia.

Ritorno a Ulisse dopo la digressione.
Quello che lui non sa, è cosa c’è al di là delle Colonne d’Ercole, un limite posto da Zeus perché l’uomo “più oltre non si metta”. Ha girato tutto il mondo di qua, anche le parti più nascoste e segrete superando tutti gli ostacoli e sfuggendo a tutte le insidie: ha attraversato l’isola dei Latofagi dove l’insidia era l’oblio; quella dei Ciclopi, i mostri figli della Notte; quella di Circe che tanti anni lo ha trattenuto con le catene della seduzione; quella dei Feaci dove c’era la fanciulla Nausicaa che avvinceva con la bellezza, la gioventù, la dolcezza. Ha attraversato il paese dei Cimmeri dove il giorno non appare mai, ed è sceso nell’Ade per trovare Tiresia e avere da lui le indicazioni della via del ritorno. Non c’è aspetto del mondo che non abbia visto, affrontato, superato.

Ora è diretto dall’altra parte dove l’uomo non ha mai abitato, o solo quando lui e Dio stavano assieme. Il mondo senza gente l’ha chiamato Dante nel suo racconto: una sfida agli dèi e al destino, perciò, quella di Ulisse. Accade sempre così: nelle più grandi avventure per sapere cosa c’è dopo è necessario lasciare il mondo intero che prima però deve essere colto in un solo abbraccio, come ha fatto Whitman, o “dentro a una sfera di pensiero”, com’è capitato a me, o tutto in una volta, come affermano i sapienti, o staccandosi da tutti i pensieri, da tutti i piaceri, da tutte le tentazioni, vivendo in solitudine e pregando sempre, come fanno i mistici. In modo simile Ulisse è uscito dalle Colonne d’Ercole, ed io dalla rappresentazione del mondo cui sono giunte la filosofia e la scienza in circa venticinque secoli di ricerche, scoperte, conquiste.

Ed ora non mi guardino in cagnesco i pochi affezionati lettori che mi seguono se mi metto a far confronti fra i principali fatti ed aspetti dell’avventura d’Ulisse e quelli della mia, dove mi trovo in veste d’avanguardia non per mia scelta. Non è per mettermi in mostra vicino ad uno dei più grandi eroi dell’antichità, che si colloca anzi vicino al crinale di quel mondo e l’altro già s’intravede o s’indovina: la civiltà che stava per nascere e che si chiamerà Greca e poi Occidente, in altre parole il crinale fra Mito e Logos. Perché è sempre da posizioni estreme che si può vedere tutto quanto. Se ora un confronto m’accingo a stabilirlo, è la necessità che lo vuole: non per protagonismo o per pavoneggiarmi perciò, ma per far vedere come le cose sono mutate rispetto a quei tempi antichi soltanto nella forma, non nella sostanza. I faccia a faccia che seguono chiariranno meglio quel che voglio in tal modo significare.

Dell’uscita dal mondo, che io chiamo anche labirinto, ho già detto. Ulisse dopo averlo navigato ed esplorato tutto in un’odissea lunga vent’anni. Io dopo un viaggio nella filosofia che è durato altrettanto, e giungendo in tal modo fino all’Io. Quello che Cartesio ha chiamato “Io penso”, Kant “Io trascendentale” o “unità sintetica della coscienza”, Fichte, Scelling, Hegel, “Io assoluto, Identità di Io e Dio, o Dio è l’idea più alta e sublime che l’uomo ha di se stesso”. In termini filosofici, questi risultati hanno richiesto circa ventitré secoli di cammino e sviluppo, da Socrate fino a Hegel.

Sul confine del mondo così raggiunto, per Ulisse ci sono le Colonne d’Ercole e per me la fine del Giorno della civiltà occidentale. Un confine fisico e uno metafisico, perciò, o meglio, come ho già detto, una visione terrena di esso ed una appartenente al mondo delle idee. Un ideale che ha avuto però aspetti fisici macroscopici, come le due guerre mondiali del secolo scorso, i campi di sterminio, la bomba nucleare che pende sull’umanità come la spada di Damocle.
Si sa come Ulisse ha varcato il suo confine: con una “orazione” rivolta ai suoi compagni di viaggio. “Per seguir virtute e conoscenza” – ha detto loro –, ma anche perché vecchi e tardi. Vanno anche contro la morte a quell’età, e perché non sfidare anch’essa, allora, dal momento che sarebbe stata lei altrimenti a raggiungerli!
È la scelta che ha fatto anche Gilgamesh. Egli per sei giorni e sette notti pianse il suo amico Enkidu e non permise che lo seppellissero, per vedere se si fosse levato ai suoi gemiti, finché i vermi non gli caddero dal naso. Allora “penetrarono nel suo cuore” l’angoscia e la paura della morte, e decise di cercarla e affrontarla a viso aperto, prima che fosse lei ad aggredirlo alle spalle e all’improvviso, come aveva fatto con l’inseparabile compagno d’avventure.
Così si comportano gli eroi: anche se l’angoscia li opprime e la paura fa loro tremare le gambe e braccia, reagiscono e si rivoltano contro di ciò che atterrisce, affrontano il mostro, lo combattono. E così hanno fatto Ulisse e i suoi compagni. Quindi una duplice sfida la loro: all’ignoto e alla morte. Non sono forse la stessa cosa!

Dopo il passaggio delle Colonne d’Ercole, la direzione seguita è stata verso occidente. Essa è segnalata dai versi “e, volta nostra poppa nel mattino”, perciò la prua a sera.
Anch’io sono andato da quella parte, ed è ormai quasi ozioso ripeterlo. Anche perché ho seguito l’Occidente, vale a dire la civiltà cui appartengo, ed essa ha già nel nome la sua destinazione. Sapevo di trovarmi lungo questa direzione molto prima di arrivare sul confine. L’Occidente, infatti, lungo le vie della terra ha il suo inizio nella Grecia antica, vale a dire nel Medio oriente, e poi si è mosso verso la sera e seguendo tale direzione ha avuto come stazioni principali l’Italia meridionale, Roma, l’Europa fino alle spiagge portoghesi e spagnole dell’Atlantico. Poi, circa cinquecento anni fa, l’attraversamento dell’oceano e la scoperta dell’America ed essa è diventata la punta avanzata della via occidentale verso la nuova Aurora, dove molti giungeranno, io credo. Dove l’avanguardia è già arrivata.

Poi per Ulisse l’ingresso nell’oceano e il viaggio verso la conoscenza e la morte. Oceano d’altronde è un appellativo dell’Abisso. Così egli l’ha descritto: “Già tutte le stelle dell’altro polo vedevo di notte e il nostro era già sotto l’orizzonte ma continuai per cinque pleniluni ancora; finché non “apparve una montagna bruna/ per la distanza, e parvemi alta tanto,/ quanto veduta non n’avevo alcuna”. Era la montagna del Purgatorio.
Dopo il Tramonto dell’Occidente, il mio viaggio si è svolto invece nel nichilismo, diventato oggi condizione normale e nell’irrazionale del pensiero, che ha avuto e ha, soprattutto ai nostri giorni, aspetti innumerevoli: il pensiero debole, il relativismo, il multiculturalismo, tutte maschere del nulla. Tuttavia in tanto vuoto è esistita anche una direzione di pensiero seguita da alcuni filosofi , ed essa ha cominciato a diventare traccia e a trasformare l’oscurità in Notte. Un po’ badando ad essa ma seguendo anche i miei personali segnali che non sono mai venuti meno fin dall’inizio e sempre mi hanno indicato la via da seguire e la meta, anch’io sono arrivato fino alla Mezzanotte, o linea zero.

Seguendo la via della religione, ed è questa che Dante ha fatto percorrere ad Ulisse, l’avventura umana finisce lì, perché è il confine fra il profano e il sacro, fra l’uomo e Dio, e l’al di là è in mano a Lui. Ulisse perciò non poteva andare oltre, anche perché la sua avventura è avvenuta prima della nascita di Cristo e solo Lui, dicono i cristiani, ha valicato per la prima volta l’Abisso ed ha aperto la Porta dei mondi superiori. Perciò ecco la tragica fine dell’eroe e dei suoi compagni: quando videro la nuova terra, fu gioia per loro, ma essa presto mutò in pianto, perché si levò un turbine che percosse la parte anteriore della nave. Tre volte la fece girare e alla quarta si sollevò la poppa e la prua cominciò a scomparire.
“Infin che il mar fu sopra noi richiuso”. “Com’altrui piacque”.
Qui si ferma l’avventura d’Ulisse e anche la mia, quella parte che l’ha accompagnato fino a questo punto seguendo una via parallela.

Poi però, impiegando nuove risorse e nuove tecniche, c’è stato proseguimento anche dopo la linea di Mezzanotte, soprattutto seguendo la via della filosofia, e in tal modo un’avanguardia è giunta fino alla nuova Aurora. Ma su questa continuazione molto c’è ancora da riferire, e lo faremo di volta in volta approfittando delle occasioni che ci daranno i poeti con le loro poesie.

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Una Risposta to “Dante, Inferno, Ulisse”

  1. Enrico Suso, Un mistico « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] del ciclo però, ritorno a casa. Ma poi Ulisse non è ripartito per l’avventura celeste (vedi undicesima coincidenza)? Ed io non ho detto che c’è la Porta di cui si possiedono le chiavi? E si può continuare nella […]

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