Enrico Suso, Un mistico

Enrico Suso, Libretto delle verità

Suso

Enrico Suso

Finché l’uomo non comprende due contraria,
cioè due cose contrarie congiuntamente in una,
in verità, senza alcun dubbio,
non è molto facile parlare con lui di tali cose
(cioè del molteplice che è nell’Uno, eppure resta molteplice),
perché quando comprende ciò,
allora soltanto ha percorso la metà
del cammino della vita che io intendo.

Nel circolo della conoscenza, che sono riuscito a tracciare dopo un camino nella natura e nella cultura durato cinquant’anni, la coincidenza degli opposti si trova al di là del Ponte che attraversa l’Abisso, sull’altra riva. Essa è anche il punto dove finisce la Notte e l’esile chiarore dell’Alba comincia ad apparire (là c’è anche la “Porta che divide i sentieri del Giorno e della Notte” vista e raccontata da Parmenide, quella che è riuscito a superare con il favore della dea che la sorvegliava, e a entrare nel Giorno; e non poteva essere altrimenti, perché uno solo è il giro della vita e muta soltanto il nostro modo di vedere e di sapere).
Enrico Suso però non ha seguito la via della conoscenza, ma quella mistica, perché è un mistico tedesco del quattordicesimo secolo o in tale contesto viene prevalentemente collocato; perciò ha proceduto per la seconda. In essa l’Abisso ha anche altri nomi: caligine, nube della non conoscenza, notte oscura, dotta ignoranza, notte dell’anima.
Con quale nome e aspetto si è presentato a Suso non lo so, ma leggendo le sue opere si potrà ricavare. Che sia giunto da lì però è indubbio, perché c’è sempre quella prova da sostenere e cammino da percorrere prima di arrivare alla coincidenza degli opposti. Lo attestano anche altri esempi di mistici il cui percorso invece lo conosco un po’ di più. Dalla notte oscura è arrivato Giovanni della croce, dalla nube della non conoscenza Riccardo di San Vittore e Pseudo Dionigi, dalla notte dell’anima Angela da Foligno, “nella caligine di una nube” Mosè ha incontrato Dio. Dunque, è sempre alla fine dell’oscurità e inizio della luce che la coincidenza avviene.
Che cosa avviene?
Due cose contrarie si congiungono in una, dice il secondo verso del pensiero poetico di Enrico Suso e si comprende che il molteplice è nell’Uno, eppure resta molteplice (Non diversamente da Enrico Suso, Angelo Silesio, contemporaneo di Suso, così ha espresso la stessa esperienza: “Non ottiene l’uomo perfetta beatitudine/ Se l’unità non ha inghiottito l’alterità”).
Ecco l’importante: comprendere. Non si afferma che le cose non sono nell’Uno perché lì sempre si trovano e non potrebbero esistere altrimenti, ma che si arriva a comprendere quest’essenziale verità quando si supera l’Abisso; e comprenderla significa aderire ad essa, perciò non-essere ed essere nello stesso tempo, recitare la propria parte e amare Dio, come dice un’indicazione che ho visto sulla via della conoscenza, dopo l’uscita dal labirinto (Così diceva quell’indicazione: “Io mi trovo a sapere delle Cose,/ delle loro forme, limitazioni, tempi, colorazioni, come accade e perché, / che cosa cade perché resti la Cosa./ E si sa quando Cosa s’aggiunge a ciò che in fondo giace./ Ecco che Cosa mi dà pace: essere e non – essere,/ essere già stato e aver dimenticato,/ essere un tutto e vedermi breve,/ recitare la mia parte e amare Iddio”).
Oltre che coincidenza degli opposti, l’unione del singolo con il tutto si chiama anche estasi, il cui significato originario è entrare in Dio – èkstasi.

Altre esperienze nella mistica, simili a quella di Suso, suonano così.
Ha detto Caterina da Genova: “Ma l’amor puro e netto non può dire voler da Dio alcuna cosa (per buona che esser possa) la quale abbia nome di partecipazione; perché vuole esso Dio, tutto, puro, netto, e grande, siccome è: e quando gliene mancasse un minimo puntino, non si potrebbe contentare, anzi gli parria esser nell’inferno. E perciò dico ch’io non voglio amor creato, cioè amore che gustar si possa, né intendere, né dilettare: non voglio, dico, amore che passi per mezzo dell’intelletto, della memoria, della volontà; perché l’amor puro passa tutte queste cose, e le trascende, dicendo: Io non mi quieterò fino a tanto che io sia serrato e rinchiuso in quel divino petto, dove si perdono tutte le forme create, e così perdute restano poi divine: né altramente si può quietare il puro, vero, e netto amore. Onde ho deliberato, mentre ch’io viverò dir sempre al Mondo: Di fuori fa di me tutto quello che vuoi; ma nell’intrinseco lasciami stare: perché non posso, né voglio, né vorrei poter voler occuparlo se non in esso Dio, il quale se l’ha preso, e serratosegli dentro talmente, che non vuole aprire ad alcuno. Per l’alienazione in che mi truovo delle cose corporali, non le posso sopportare. Per lo che parmi di non esser più di questo mondo, non potendo come gli altri far l’opere del mondo: anzi ogni operazione che vedo fare dagli altri, mi dà noia, perché non opero com’essi né com’ero usata. Sentomi tutta alienata dalle cose terrene, e massime dalle mie proprie; che sol’in vederle con gli occhi, non le posso più sopportare: e dico ad ogni cosa, lasciatemi stare; perché non posso più aver cura né memoria di voi, come se per me non foste. Non posso lavorare, né andare, né stare, né ancor parlare: ma vedomi una cosa inutile, e superflua al mondo: Molti sono che si meravigliano, e per non intendere la causa si scandalizzano: e veramente, se non fosse che Dio mi provvede, alcuna volta dal mondo io sarei tenuta pazza; e questo è perché quasi sempre fuor di me stessa vivo”.

Ha detto Angela da Foligno: “Poi vidi Dio in una tenebra, e per questo in una tenebra, perché egli è un bene più grande di quanto si possa pensare o capire, al quale nulla che possa essere pensato o capito riesce ad accostarsi. E poiché quel bene è nella tenebra, esso è tanto più certo e superiore a tutte le cose tanto più lo si contempla nella tenebra ed è oltremodo nascosto. E in seguito io vedo nella tenebra che esso è superiore a tutti i possibili altri beni e che ogni altra cosa al suo cospetto si fa opaca e che tutto quello che si può pensare è inferiore a questo bene”.

Ha detto Janne-Maire Bouvier: “Al principio della nuova vita, vidi chiaramente che l’anima era unita al suo Dio, senza mezzi né cose in mezzo; ma ancora non era del tutto perduta. In lui si perdeva ogni giorno, come si vede di un fiume, che si perde nell’oceano, versarsi nel mare e poi sciogliersi in esso, ma in modo che il fiume si distingue dal mare ancora per un po’, finché alla fine, ma solo per gradi, si muta nel mare stesso, che rendendolo partecipe a poco a poco delle sue qualità, lo converte a tal punto in sé da far si che da ultimo non ci sia più nient’altro che un unico mare”.

Ha detto Anna Kaharina Emmerch: “Da alcuni giorni oscillo di continuo tra visione sensibile e visione soprannaturale. Mi devo fare molto coraggio, perché, nel bel mezzo di un discorso con gli altri, vedo contemporaneamente davanti a me altre cose e altre immagini, e poi ascolto le mie parole, nonché quelle del mio interlocutore, come se provenissero da un recipiente cavo, tetro e grossolano. Io mi sento come se fossi ubriaca e stessi per crollare. Le parole che rivolgo alle persone che parlano con me escono pacatamente dalle mie labbra e sono spesso più vivaci del solito, senza che io sappia quello che ho detto, benché mi esprima con estrema coerenza. Devo mantenermi in questo doppio stato, ma non ci riesco se non con fatica. Vedo ciò che mi sta di fronte con gli occhi spenti, come uno che dorma e che stia cominciando a sognare. La seconda visione mi trascina a sé con violenza ed è più nitida della visione naturale; ma non avviene per il tramite degli occhi”.

Ha detto Ramakrishna: “A volte facevo in modo d’andare nella stanza dei domestici e di quelli che spazzavano il pavimento per poterlo lavare con le mie mani, e intanto pregavo: “Madre! Annienta in me ogni idea ch’io sia grande e brahmano, e che essi siano inferiori e paria, perché che altro sono loro, se non tu, sotto molteplici forme?” E ancora: La conoscenza di Dio può essere paragonata ad un uomo, l’amore di Dio ad una donna. La conoscenza accede soltanto alle sfere esterne di Dio, mentre nessuno può entrare nei profondi misteri divini se non come amante, perché per lui, come per la donna, si aprono le stanze più segrete”.

Ha detto Simeone il nuovo teologo: “Dimoro in te come il profumo nella rosa. Dimoro in te come il nitore nel giglio. Io, nobile frutto, sono sbocciato da te”.

Ha detto un grande mistico sufi: “Io e il mio amato siamo una cosa sola”.

Su un gradino più alto i cristiani collocano Gesù che ha detto: “Io e il Padre siamo una cosa sola”, e per aver pronunciato queste parole è stato crocefisso.

Ora la parola alla filosofia dal punto dove è giunta da poco, quello sull’altra sponda dell’Abisso.
Dunque, a loro modo, i mistici hanno superato l’Abisso e sono giunti al punto dove gli opposti coincidono. Poi ad esso è arrivata anche la filosofia.
Ventiquattro secoli ha impiegato per toccare la sponda di qua dell’immensa voragine, quella che corrisponde alla linea di Mezzanotte (vedi anche le precedenti Coincidenze: n. 5, n. 6, n. 8, n. 12), poi ci sono voluti cinquant’anni a me per arrivare dall’altra parte. Non è un vanto questo mio ma ciò che ha voluto il Destino. L’ho detto in altre occasioni e lo ripeto, poi si commenti quanto si vuole e come si vuole. Ciò che qui conta è che alle altre vie esistenti ora si aggiunge quella della filosofia al completo. Che ci fosse anche prima, ben si sa, perché ha tutti quegli anni di vita e certe previsioni e tentativi c’erano già: uno dei più importanti quello di Nicolò Cusano. E c’era soprattutto la sapienza dalla quale la filosofia è nata e a cui è tornata, perciò si è trattato fondamentalmente di un ritorno a casa, dopo un immane giro per sapere dov’è la casa, per scoprire e fissare le sue coordinate per sempre.
Partenza, percorso e arrivo sono segnati nel libretto intitolato La via dei Miti e dei Misteri…, perciò chi vuol coglierla tutta intera deve volgersi ad esso. Qui invece vorrei soffermarmi sugli aspetti filosofici apparsi già lungo il cammino e che una volta affrontati e superati l’hanno aperto fino alla meta. Essi sono il superamento della logica platonica e aristotelica in auge da quel lontano passato e la previsione e anticipazione della coincidenza degli opposti.

Per arrivare alla comprensione della coincidenza degli opposti, vale a dire di “due cose contrarie congiuntamente in una”, si doveva abbattere il granitico piedistallo su cui il “principio di non contraddizione” si elevava, privandolo così del suo valore apodittico e della sua validità universale. Non eliminarlo, cosa impossibile d’altronde, perché esso è certamente valido nel mondo delle metà distinte e separate, vale a dire in questo dove noi siamo ancora prevalentemente immersi. Dice quel principio che “Nessuno, e non solo chi è sano di mente, ma nemmeno chi è pazzo ha il coraggio di dire sul serio a se stesso, e con l’intenzione di persuadersene, che il bove è il cavallo, o che il due è uno”. Così l’ha formulato Platone nel Teeteto e Aristotele l’ha confermato e rinvigorito con queste parole: “Non è possibile che lo stesso uomo pensi che una stessa cosa sia e non sia” (Aristotele, Libro IV della metafisica). E non contento gli ha concesso la più alta onorificenza, dove c’è scritto: “è il più saldo di tutti”.
Da allora logica e ragione, vale a dire il braccio e la mente, sono andate a braccetto e nessuno ha più osato attaccarle, fuorché i mistici. Che hanno detto in coro e ripetuto che la Luce è anche Tenebra e la Tenebra è anche Luce; che le due stanno assieme indissolubilmente. Certo, essi non si riferiscono alle cose del mondo come normalmente appaiono, ma come si mostrano dopo, dove il principio di non contraddizione non ha più il potere assoluto. Se non vale più così tanto e non dappertutto, allora non c’è il bove e il cavallo sempre così distinti e separati come prima apparivano, non c’è l’uno e il due, e poi il tre, il quattro, il cinque, e poi la terra, la luna, le stelle, le rose, gli uomini: c’è il tutto in una volta. Perché hanno varcato l’ultima soglia della rappresentazione umana come viene ancora vissuta, scritta e raccontata, e si sono avventurati aldilà. In Occidente sono ancora eccezioni, ma poi si è giunti al Tramonto e anche dal piedistallo della filosofia si è cominciato a vedere che dal Giorno che finisce comincia la Notte, come venticinque secoli prima da essa era sorto il Giorno, e che i due si danno origine fra loro.

L’attacco al principio di non contraddizione è stato condotto da molti. Da Nicolò Cusano che in difesa della sua dottrina contro le critiche ad essa rivolte ha detto: “La coincidenza degli opposti vale per l’intelletto ma non per la comune razionalità discorsiva, che resta ancorata all’aristotelico principio di non contraddizione”. Da Hegel, che considerava il mistico l’unità concreta di quelle determinazioni che per l’intelligenza finita valgono solo nella loro separatezza e contrapposizione. Da Kant che ha sancito i limiti di una ragione che sembrava onnipotente ma che in realtà ha confini precisi, liberando così le altre facoltà della mente da quella prigione, anche se dorata. Da Schophenauer, il primo cui suonò evidente che la raggiunta consapevolezza dei limiti della ragione ha spianato la via al gran “salto oltre la ragione”: al ponte si potrebbe dire ora. Poi da Nietzsche, Leopardi, Freud, Jung, Dewey, Wittgenstein, Heidegger, Dostoevskij, e dalle correnti più avanzate della fisica e della matematica (“A partire dagli inizi del secolo scorso questo principio è andato incontro alle critiche più radicali, da Leopardi a Nietzsche a Freud, Dewey, Wittgenstein, Heidegger; da Dostoevskij a certe diffuse interpretazioni della dialettica hegeliana e del marxismo, alle ricerche sulla mentalità primitiva, sul mito, sull’arte; da certe interpretazioni della fisica quantistica e del principio di indeterminazione all’intuizionismo matematico e alle logiche non aristoteliche, e alle loro applicazioni non solo all’ambito delle scienze naturali, ma anche a quello delle scienze sociali”, Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo). Dopo di ciò, anche l’ultimo tratto, il più arduo e misterioso, poteva essere superato. Ma io allora non conoscevo l’opera dei miei predecessori. L’ho appresa molto più tardi, ad avventura conclusa. Ciò significa che, come ha scritto Hegel, la civetta di Minerva – la sapienza – “arriva sempre al tramonto, quando tutto è avvenuto, e ad essa resta solo il compito di capire com’è avvenuto e che senso ha”.

Superata la barriera costituita dal principio di non contraddizione, la via s’è aperta per la continuazione verso la coincidenza degli opposti.
La prima esperienza di essa in campo filosofico è stata vissuta, mi sembra, da Nicolò da Cusa, chiamato anche il Cusano. Così l’ha raccontata lui stesso. “Mi trovavo per mare di ritorno dalla Grecia, e fu allora che, per dono divino (il più alto, credo, che abbia ricevuto da Dio), sono stato guidato fino ad afferrare le verità più incomprensibili in modo incomprensibile nella dotta ignoranza, mediante il superamento della conoscenza umana delle verità incorruttibili. Cosicché in Dio medesimo che è la verità, questa dottrina è stata sviluppata nei tre libri presenti che possono essere accorciati o allungati partendo dal medesimo principio” (Nicolò Cusano, La dotta ignoranza, Città Nuova 1991, pag. 199).
La dotta ignoranza è, appunto, conoscenza dal confine fra il noto e l’ignoto, fra il visibile e l’invisibile. Ignoranza perché da quel limite che appare impenetrabile, non è dato di sapere cosa c’è oltre. Però dotta, perché si arriva fino al limite del noto, vale a dire di questo mondo duplice e molteplice, che per i più costituisce tutta la conoscenza possibile. Quel confine il filosofo l’ha chiamato anche il muro del paradiso e Dio è dall’altra parte.
In questa prima esperienza di Nicolò da Cusa la via filosofica è ancora intrecciata e confusa con quella religiosa e la comprensione di essa è apparsa anche al suo autore più un dono di Dio che un risultato del pensiero. Inoltre perché il Cusano era un sacerdote e perché egli si richiama continuamente alle fonti dei mistici medievali, specialmente, agli scritti Eckhart e dello Pseudo Dionigi, sembra che la sua dottrina rinnovi solo pensieri che appartengono a quel patrimonio. Ma la collocazione dominante è l’altra, e la dottrina della dotta ignoranza diventerà sempre più patrimonio della conoscenza umana e si allungherà, dopo l’abbattimento delle barriere razionali, fino ad oltre l’Abisso.
Oltre la porta del Paradiso raggiunta dal Cusano.

Ora la seconda parte del percorso di Suso.
Dopo aver detto che non è facile parlare del “molteplice che è nell’Uno, eppure resta molteplice” “finché l’uomo non comprende due contraria”, Enrico Suso così continua: solo dopo che ha compreso ciò egli si trova a metà del cammino che io intendo. Ma non è invece l’arrivo? Così, infatti, ho anch’io spesso affermato: la coincidenza è la fine che incontra il suo inizio.
Fine del ciclo però, ritorno a casa. Ma poi Ulisse non è ripartito per l’avventura celeste (vedi undicesima coincidenza)? Ed io non ho detto che c’è la Porta di cui si possiedono le chiavi? E si può continuare nella consapevolezza ciò che qui si compie in tanta parte al buio, ma dalla Porta aperta si può anche passare sulla “via maestra” diretti all’Essere, dove “il molteplice e nell’Uno, eppure resta molteplice”. Ecco cos’altro c’è da svolgere, allora: aspetti che ho già trattati nel libro L’antica via dei Miti e dei Misteri
Perciò Suso non pone fine al suo dire a coincidenza raggiunta, ma – egli dice – a questo punto siamo soltanto a metà del cammino. Perché davanti c’è ancora per lui la via del Paradiso e Dio; per la filosofia, la strada maestra e l’Essere, quella seguita da Parmenide quando è giunto davanti alla Porta e dopo che s’è aperta (vedi il suo poemetto Sulla Natura, frammento 1).

P.S.
Come abbiamo già visto in altre occasioni, la base di partenza di tutte le coincidenze cui si arriva percorrendo le vie sopra indicate – la mistica e la filosofica ma, com’è già apparso nelle pagine precedenti, ci sono anche quelle del mito, dei misteri, della poesia -, è la natura con i suoi metodi.
Come natura, il nostro inizio, che condividiamo con tutti i viventi che abitano la terra, il mare, e il cielo, è la coincidenza di uno spermatozoo con la cellula femminile. E’ avvenuta nel grembo materno, dopo un’immensa avventura del seme maschile che va dal momento della sua emissione fino alla penetrazione e fusione. Perché uno solo arrivasse e fosse accolto, sono partiti in duecento milioni. Gli altri si sono perduti lungo vie labirintiche e impervie, o sono stati ingoiati dai leucociti, travolti dai flussi liquidi, imprigionati fino alla fine della loro effimera esistenza dalle ciglia vibratili delle mucose, sprofondati in solchi e voragini. Infine l’arrivo di uno solo, dell’eroe o del più fortunato, la coincidenza, l’inizio di una vita e il suo sviluppo fino all’uscita nella luce del sole. Per l’uomo anche in quella della mente. Ciò, dunque, a livello microscopico e in quanto siamo anche natura, anzi ancora prevalentemente così, è la prima coincidenza che ci riguarda da vicino, che avviene nel nascosto e nel segreto e che soltanto da pochi decenni siamo riusciti a vedere, seguire e decifrare guardandola da fuori e dall’alto.
A livello macroscopico, le due cose contrarie che si congiungono in una sono invece l’uomo e a donna; e questa seconda coincidenza sta a fondamento non solo della natura che continua a questo livello, ma anche di qualcosa di nuovo che si chiama cultura. E nella cultura i libri sacri e profani, con i nomi, le date, le storie dei grandi amori. Così prosegue nell’aperto del sole e della mente, seguendo le vie del mito, dei misteri, della religione, della poesia, ciò che è cominciato nel nascosto e nel segreto.
Infine quest’ultima strada, la più nuova: quella della conoscenza chiara e distinta.

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Una Risposta to “Enrico Suso, Un mistico”

  1. don Sergio Andreoli Says:

    1
    Angela da Foligno, Il libro, Introduzione, traduzione e note di Sergio Andreoli, III edizione, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2004 (www.edizionisanpaolo.it);

    2
    Angela da Foligno, Il Libro, (Memoriale e Lettere), Introduzione, traduzione e note di Sergio Andreoli, I edizione, Periodici San Paolo, Balsamo, Milano 2008 (abbonamenti@stpauls.it).

    3
    Angela da Foligno maestra spirituale, II edizione, Editrice Franciscanum, Roma 1996 (www.franciscanum.it).

    4
    Angela da Foligno, Lettere e pensieri, Introduzione, traduzione e note di Sergio Andreoli, I edizione, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1998 (www.edizionisanpaolo.it).

    5
    Angela da Foligno, III edizione, Gruppo Edicom, Rho (Milano) 1998 (www.gruppoedicom.it).

    6
    Angela da Foligno, III edizione, Edizioni Cantagalli, Siena 1999 (http://www.edizionicantagalli.com ; info@mesdis.it).

    7
    Angela da Foligno. Invito alla lettura, I edizione, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1999 (www.edizionisanpaolo.it).

    8
    Angela da Foligno e il suo culto. I. Documenti a stampa e nel web (1497 ca – 2003), a cura di Sergio Andreoli, Emiliano Degl’Innocenti, Paul Lachance e Francesco Santi, I edizione, Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini, Firenze 2006 (www.sismel.it).

    9
    Angela da Foligno «alter Franciscus», II edizione, Editrice Franciscanum, Roma 2008 (www.franciscanum.it ; info@mesdis.it).

    10
    Angela da Foligno Penitente francescana, III edizione, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2008 (www.edizionimessaggero.it/ita/home.asp).

    11
    Angela da Foligno, Il Libro, Introduzione, traduzione e note si Salvatore Aliquò, Edizione riveduta e corretta da Sergio Andreoli, Città Nuova Editrice, Roma 2009 (comm.editrice@cittanuova.it).

    12
    Via Crucis in cammino con Angela da Foligno, Città Nuova Editrice, Roma 2009 (comm.editrice@cittanuova.it).

    1
    Angela da Foligno Terziaria Francescana
    http://www.beataangela.altervista.org/
    Maurizio Caudana
    Nichelino (Torino)

    2
    Angela da Foligno
    http://www.cline.it/beata_angela
    Luciano Loschi
    Sergio Squadroni
    Foligno

    3
    Beata Angela da Foligno
    http://www.beataangela.it
    Alessandro Bianchini
    Foligno

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