Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide

Lettera aperta ai filosofi e filologi che si sono cimentati nella decifrazione delle vie presenti nel Poema sulla natura di Parmenide

parmenide1

Parmenide

Le Cinque Vie viste e seguite da Parmenide dopo che è giunto sulla “Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”, e con il consenso della Dea guardiana è entrato (Parmenide, Poema sulla natura, a cura di G. Reale e L. Ruggiu, Rusconi, Milano, 1991).
Oppure le Tre Vie, ma due di esse presenti due volte in tempi e modi diversi: prima e dopo l’Aurora dell’Essere.
Avendo percorso la stessa strada di Parmenide e visto e sperimentato molto di ciò che egli vide e sperimentò, anche se sono partito da punti diversi – da dopo il Tramonto anziché prima dell’Aurora –, posso ora raccontare cosa è accaduto in quel lontano passato, perché molte ipotesi trovino conferma, perché molti errori siano cancellati.

La prima via vista e percorsa da Parmenide è quella da cui arriva fino alla “Porta che divide i sentieri del Giorno e della Notte”, vale a dire la via della Notte. Non è solo, lo accompagnano fanciulle “Figlie del Sole” che indicano la direzione e l’uscita e guidano verso di essa il carro trainato da cavalle (Parmenide, Poema sulla Natura, Frammento 1, i primi nove versi).
La seconda via comincia dopo la Porta. Nel “Giorno” perciò, e Giorno è un appellativo dell’ “Essere” (Parmenide, Poema sulla Natura, Frammento 1, versi 19 e 20; Fr. 2 v. 1,2,3,4; Fr. 8 versi 1 e 2). Non diversamente, allora, la Notte da cui arriva è il “non-Essere”. Se l’Essere è Giorno, allora è ciò che illumina, non quel che viene illuminato, vale a dire il numeroso e multiforme regno di cose, che sono viste, toccate, annusate, sentite, gustate.
La terza via è quella “su cui i mortali che nulla sanno/ vanno errando”. Essa è la via dell’“opinione” o delle “apparenze” com’era prima che il Giorno spuntasse, vale a dire buia, o anche quella degli uomini incapaci di vedere quella luce anche dopo la sua apparizione perché ad essa volgono le spalle (Parmenide, Poema sulla Natura, Fr. 6, versi 4,5,6,7,8,9).
La quarta via è ancora via dell’opinione. Ma non sembra più quella di prima. Perché è ora illuminata e chi va per essa non procede errando. È quella che sarà seguita da chi deve apprendere come anche le apparenze “bisognava che fossero”. Dagli uomini che conosceranno “la natura dell’etere, e nell’etere tutte quante/ le stelle, e della pura lampada del sole lucente/ le invisibili opere e donde ebbero origine”. Dai futuri filosofi e scienziati perciò, quel che in seguito è accaduto, ed è la via che ci ha portati fin dove ora ci troviamo. È questa la via che appare dopo il superamento della Porta, dopo che la luce dell’Essere ha cominciato a versarsi da quell’uscio aperto e riflettersi sulle cose di qui in modo continuo e diffuso, e la civiltà greca ha cominciato a splendere e i filosofi hanno cominciato a vedere e progettare la via dell’Occidente. Quella luce riflessa si chiamerà ragione e gli abitanti in quella luce “animali razionali” (Parmenide, Poema sulla Natura, Fr.1, versi 27, 28, 29, 30, 31. Questa via sarà poi ripresa nella seconda parte del poema: vedi Fr. 8 versi 50, 51, 52; Fr. 10 versi 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7).
La quinta via è ancora via della Notte, ma la sua natura va ora completata e precisata. Perché la stessa ricorre due volte? Anche la via dell’opinione ricorre due volte: prima che il Giorno l’illuminasse e dopo che esso è sorto. Ma la via della Notte mai l’illumina il Giorno, o essa rimane anche sempre nascosta, né quella del Giorno la cancella la Notte, perché è sempre anche manifesta; come giorno e notte sulla terra, insomma. L’una e l’altra perciò sono sempre contemporaneamente, di qua e di là della Porta, e si alternano sulla scena. C’è da capire, allora, perché la via della Notte è nominata due volte nei pochi versi del poema parmenideo, e la prima volta è percorsa da Parmenide e poi da essa è da “tenersi lontano”. Infatti, egli arriva dalle “case della Notte” diretto alla Luce, quindi percorrendola, ma la seconda volta che viene citata la Dea raccomanda di lasciarla perdere, perché “non potresti conoscere ciò che non è, perché non è cosa fattibile, Né potresti esprimerlo” (Parmenide, Poema sulla Natura, fr. 2, versi 6, 7, 8, 9).
C’è contraddizione perciò? Assolutamente no, perché la prima volta egli la percorre ma accompagnato dalle “Figlie del Sole” che la rischiaravano: da solo non l’avrebbe vista e perciò nemmeno manifestata con il pensiero. Infatti, dopo quel passaggio si è spento quel sentiero per tanto tempo. È diventato soltanto Notte, sonno, inconscio, morte, non-Essere, e ciò fino a circa un secolo fa, quando ha cominciato a tramontare la filosofia del Giorno ed è stato giocoforza affrontare la via della Notte per arrivare di nuovo alla Porta (Parmenide, Poema sulla Natura, Fr. 2 versi 6, 7, 8. Vedi anche Fr. 6, verso 3 e Fr. 7 versi 1, 2).

Dunque, delle cinque vie qui elencate, una porta all’Essere, due sono vie dell’opinione dei mortali e le altre due conducono al non-Essere. Vie impraticabili ambedue le ultime per l’uomo, perché sono tenebrose e solo Parmenide è riuscito a passare la prima volta, ma perché accompagnato dalle “Fanciulle figlie del Sole” che hanno aperto le Tenebre e guidato il carro verso la Porta d’uscita, e in altro modo finora non si era riusciti a superarla. Oppure è accaduto, ma in altre dimensioni: nei Miti, nei Misteri, nelle Religioni e da parte di semidei, eroi, iniziati, mistici. Finora, tuttavia, perché ora, vale a dire in questa nostra età, ha cominciato a riapparire e si può andare per essa. Seguendo la via filosofica, perciò la seconda via dell’apparenza percorsa in modo consapevole e aiutandosi con essa, anche l’uomo è riuscito a percorrere la via della Notte senza aiuti divini, o almeno non diretti ma concordati, ed è arrivato da solo fino alla Porta (Wilmo Boraso e Grazia Sacchi, L’antica via dei Miti e dei misteri – percorsa ora con in mano la lampada della conoscenza filosofica, Editrice Leonardo, Pasian di Prato, Udine, 2009).

Rispetto alle cinque vie qui elencate, ci sono le posizioni assunte dai filosofi e filologi moderni e contemporanei, da quando Hermann Diels e Walter Kranz hanno cercato, raccolto, ordinato, interpretato, i frammenti di Parmenide e degli altri presocratici e li hanno portati sulla scena della filosofia (ciò è accaduto più di cento anni fa, dopo circa 2400 anni da quelle scritture. La prima edizione di I frammenti dei Presocratici del Diels è, infatti, del 1903).
Ma filosofi e filologi d’oggi non hanno visto come Parmenide, e ai nostri giorni solo una sparuta avanguardia è arrivata alla fine della via tenebrosa; perciò le hanno dedotte col ragionamento e le loro soluzioni incomplete suonano così:
Martin Heidegger ne ammette tre. La prima è la via che conduce verso l’Essere […]. Essa è “imprescindibile”. La seconda va verso il non-Essere, “via che in realtà non può essere percorsa, ma proprio per questo, in quanto impraticabile, necessita di venire elevata al sapere, in considerazione appunto del fatto che conduce al non-essere” (Martin Heidegger, Introduzione alla metafisica, Mursia, 1972, pag. 120). Infine la terza via, “quella della doxa nel senso dell’apparenza” (ivi, pag. 121). Essa “ha il medesimo aspetto della prima, ma non conduce all’Essere: perciò dà l’impressione di non essere anch’essa che una via verso il non essere nel senso del nulla” (ibidem). Invece, afferma Heidegger, anche se “gli uomini trascorrono da un’opinione all’altra, alternativamente […] fino a perdervisi del tutto”, è necessario conoscerla, “affinché – per entro l’apparenza e contro l’apparenza – si riveli l’essere” (ivi, pag. 122). Tant’è vero – egli continua – che viene raccomandata dalla Dea e così traduce le sue parole: “…Ora è altresì necessario (per te che t’incammini sulla via dell’essere) apprendere il tutto:/ tanto il cuore saldo della non-latenza bellamente conchiusa/ quanto le vedute degli uomini in cui non risiede affidamento veruno per il non-latente./ Ma in tutto ciò tu devi ugualmente imparare a conoscere come l’apparente sia a questo tenuto:/ a pervadere tutto come apparenza (alla sua maniera), contribuendo così a compiere il tutto” (ivi, pag. 121). Concludendo, per Heidegger la via dell’essere è indispensabile, la via del nulla è impercorribile ma non può essere ignorata, la via dell’apparenza è sempre accessibile e seguita, ma eludibile. Non è tutto ben chiaro e distinto in questa terza via, perché c’è chi si perde e chi no, ma da questa combinazione a due colori si possono trarre indicazioni della sua duplice natura: non illuminata e illuminata, con le cose che hanno l’essere con loro e quelle che non lo hanno.
Mario Untersteiner di vie dopo la Porta, perciò nella Luce, ne pone due, le stesse indicate e raccomandate dalla Dea “che tiene le chiavi che aprono e chiudono”. Una è la via Maestra che porta all’Essere “essenzialmente atemporale, con tutte le conseguenti attribuzioni” (Zenone, Testimonianze e frammenti; a cura di Mario Untersteiner, La Nuova Italia Editrice, Firenze, Introduzione, pag. XXI), l’altra è la via “dell’esperienza sensibile (la doxa) che è nel tempo”. Ma le due vie non sono opposte perché portano entrambe all’Essere, e “la doxa non è altro se non la visibilità dell’essere atemporale nella natura temporale” (Ibidem, pag. XXI). Un’interpretazione, questa dell’Untersteiner, che corrisponde alla mia esperienza. Infatti, percorrendo le vie dell’esperienza sensibile con la mente rivolta all’uscita da esse, dopo tanti anni sono giunto alla Fine che coincide con l’Inizio. I due estremi in un punto solo, perciò: la coincidenza degli opposti. Dopo di essa c’è la Porta e l’uscita (W. Boraso e G. Sacchi, op. cit.).
Il più sobrio di tutti per numero di vie individuate ed esposte è invece Emanuele Severino. Anzi con lui si riducono ai minimi termini: non due o tre ma una sola, quella che conduce all’Essere. Questo risultato estremo l’ha ottenuto così: l’Essere per lui non è più il Giorno, vale a dire la Luce che illumina, ma ciò che viene illuminato: le cose del mondo, i molteplici e policromi fenomeni. Quel che insomma è invece la via dell’apparenza per tutti gli altri. In tal modo però l’Essere, privato di tutti i suoi attributi che vengono trasferiti sui fenomeni e conferiti ad essi sparisce e di lui non rimane più nulla. In altre parole, Severino riduce l’Essere alla doxa e ogni cosa, vestita con i panni dell’Essere, diventa un suo simulacro.
Come per Heidegger, anche per Giovanni Reale si profilano “non due (come si è per molto tempo creduto), ma tre vie di ricerca, o, se si vuole, due vie, ma la seconda ha due aspetti ben distinti” (Parmenide, op. cit.) che dipendono da chi la percorre. Ecco queste due (o tre) vie. “C’è la via seguendo la quale si coglie il solido cuore della verità ben rotonda; c’è la via delle opinioni dei mortali, che è del tutto fallace; e c’è anche una che indica in modo corretto come le cose che appaiono vadano interpretate, ossia come vadano incluse nell’essere (nel modo che vedremo). Si tratta della via dell’opinione vera, dell’opinione in sintonia con la Verità, e, come dicevo sopra, si tratta, in un certo senso, di una prosecuzione della via della Verità, Ma, per comodità, la chiameremo ‘terza via’, ossia via dell’opinione verace? (ivi, pag. 22) Così le tre (o due) vie di Reale, che però esclude “in modo categorico” la via del non-essere, “perché ciò che non è non si può né ‘conoscere’, né in alcun modo ‘esprimere’. Il pensare è sempre e solo pensare l’essere”. (ivi, pag. 23) Via che invece, come si è visto, Heidegger non annulla. E perché Reale non ammette anche la prima, vale a dire la via della Notte da cui comincia il viaggio di Parmenide? Eppure è lì, sotto gli occhi di chi legge, chiara, evidente. Perché, allora? Perché è Notte, sonno, inconscio, nulla, morte: ecco perché. Perché l’uomo non può “conoscere” né “esprimere” cose di cui non è cosciente, quando è nel sonno, nell’inconscio, nella morte: perciò nessuno ne parla. Se tre sono le vie di Giovanni Reale – come quelle di Heidegger, si noti però che non sono le stesse. Solo quella dell’Essere coincide nei due casi, le altre due no. Reale pone due vie dell’apparenza – o due aspetti di una sola –, ed esclude quella che porta al non-essere. Heidegger, invece, “eleva al sapere” la via del non-essere e non distingue e separa i due modi della via dell’apparenza: quello percorso al buio dove si erra e l’altro nella Luce dove si vede e si conosce. Via della filosofia e della scienza il secondo modo di percorrerlo.

Rispetto alle cinque vie, ecco la posizione e corrispondenza di quelle espresse dai filosofi qui nominati.
La prima di Heidegger corrisponde alla seconda.
La seconda alla quinta.
La terza alla quarta, anche se per essa vanno anche gli uomini che si perdono, e in un certo senso è vero perché una sola è la via prima buia ed ora illuminata. O se vanno per quella illuminata anche coloro che si perdono, ciò è perché volgono le spalle all’Essere, com’è capitato lungo il millenario cammino dell’Occidente dall’Alba al Tramonto, e ancor di più nella Notte dei nostri giorni.
Heidegger la considera percorsa anche da quelli che in essa “si perdono”, perché non coglie il suo duplice aspetto di via tenebrosa e via illuminata.
Le due vie dopo la Porta di Untersteiner corrispondono alla seconda e alla quinta.
Severino fa d’ogni erba un fascio e le cinque vie diventano una sola.
Le tre vie di Giovanni Reale corrispondono alla seconda, terza e quarta, che sono vie del Giorno. Se si guarda a Reale e Heidegger assieme, dal momento che quest’ultimo ammette la via del non-Essere, nel pensiero filosofico ufficiale di vie ne compaiono quattro. Una di meno delle mie cinque, perciò. Ma la mancante, è la prima e la più in vista, quella dove inizia il viaggio di Parmenide e il poema che lo racconta. Perché nessuno la nomina? Perché finora apparteneva alla divinità e al Destino e di essa l’uomo non sapeva, o non aveva occhi per vederla e mente per introdurla nella scena.

Su queste cinque vie si sono poi messi gli abitanti della Grecia antica e in seguito l’Occidente intero.
I metafisici per la seconda anche se, come ha detto Aristotele, era possibile mantenersi in essa solo per poco tempo e con brevi sguardi. Come quando si guarda il sole, insomma, che non si può fissare e si è costretti ad abbassare gli occhi sulle cose.
I filosofi e scienziati per la quarta, fino a vedere e dimostrare che per essa non si arriva alla “vera certezza” perché “non c’è”. Finita la parte a Giorno della via dell’apparenza, i filosofi sono poi entrati nella Notte. Schopenhauer il primo. Heidegger e Jünger sono arrivati fin sulla “linea di Mezzanotte”.
I mistici e i santi per la prima e la quinta, a volte aiutati e a volte no, e nel secondo caso la “caligine” era densa, la “notte oscura” e hanno a lungo disperato, a volte fino alla morte.
I poeti per tutte le vie, mi pare, o hanno percorso tratti di ognuna. Qualcuno anche il giro intero, come Dante. È arrivato fino a Dio attraversando il Giorno e la Notte, l’Abisso e il Cielo.
Tutti gli altri hanno seguito prevalentemente la terza via ed ora si trovano nel nichilismo diventato condizione normale.

N.B.
Per le posizioni di partenza e d’arrivo di Parmenide e mie lungo lo stesso percorso circolare, seguirà lo scritto Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica.

*

Parmenide, Poema sulla natura
A cura di G. Reale e L. Ruggiu, Rusconi, Milano, 1991, pagg. 85-119

giorgione_tempesta

Giorgione, La tempesta (1507-1508)

Proemio del Poema
Frammento 1
(Sesto Empirico, Contro i matematici, VII, 111 e segg.)
1 Le cavalle che mi portano fin dove il mio desiderio vuol giungere,
2 Mi accompagnarono, dopo che mi ebbero condotto e mi ebbero posto sulla via che dice molte cose,
3 Che appartiene alla divinità e che porta per tutti i luoghi l’uomo che sa.
4 Là fui portato. Infatti, là mi portarono accorte cavalle tirando il mio carro, e fanciulle indicavano la via.
5 L’asse dei mozzi mandava un sibilo acuto,
6 Infiammandosi – in quanto era premuto da due rotanti
7 cerchi da una parte e dall’altra –, quando affrettavano il corso per accompagnarmi,
8 le fanciulle Figlie del Sole, dopo aver lasciato le case della Notte,
9 verso la luce, togliendosi con le mani i veli dal capo.
10 Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno,
11 con ai due estremi un architrave e una soglia di pietra;
12 e la porta, eretta nell’etere, è rinchiusa da grandi battenti.
13 Di questi, Giustizia, che molto punisce, tiene le chiavi che aprono e chiudono.
14 Le fanciulle, allora, rivolgendole soavi parole,
15 con accortezza la persuasero, affinché, per loro, la sbarra del chiavistello
16 senza indugiare togliesse dalla porta. E questa, subito aprendosi,
17 produsse una vasta apertura dei battenti, facendo ruotare
18 nei cardini, in senso inverso, o bronzei assi
19 fissati con chiodi e borchie. Di là, subito, attraverso la porta,
20 diritto per la strada maestra le fanciulle guidarono carro e cavalle.
21 E la Dea di buon animo mi accolse, e con la mano la mia mano destra
22 prese, e incominciò a parlare così e mi disse:
23 O giovane, tu che, compagno di immortali guidatrici,
24 con le cavalle che ti portano giungi alla nostra dimora,
25 rallegrati, poiché non un’infausta sorte ti ha condotto a percorrere
26 questo cammino – infatti esso è fuori dalla via battuta dagli uomini –,
27 ma legge divina e giustizia. Bisogna che tu tutto apprenda:
28 e il solido cuore della Verità ben rotonda
29 e le opinioni dei mortali, nelle quali non c’è vera certezza.
30 Eppure anche questo imparerai: come le cose che appaiono
31 Bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso”.

Prima parte. L’Essere e la Verità
Frammento 2
(Proclo, Commento al Timeo, I, 345, 18-27)
1 Orbene, io ti dirò – e tu ascolta e ricevi la mia parola –
2 quali sono le vie di ricerca che sole si possono pensare:
3 l’una che “è” e che non è possibile che non sia
4 – è il sentiero della Persuasione, perché tiene dietro alla Verità –
5 l’altra che “non è” e che è necessario che non sia.
6 E io ti dico che questo è un sentiero su cui nulla si apprende.
7 Infatti non potresti conoscere ciò che non è, perché non è cosa fattibile,
8 né potresti esprimerlo.

Frammento 3 (Clemente Alessandrino, Stromata, II, 440, 12)
1 […] Infatti lo stesso è pensare ed essere.

Frammento 4 (Clemente Alessandrino, Stromata, V, 15)
1 Considera come cose che pur sono assenti, alla mente siano saldamente presenti;
2 infatti non potrai recidere l’essere dal suo essere congiunto con l’essere,
3 né come disperso dappertutto nel cosmo,
4 né come raccolto insieme.

Frammento 5 (Proclo, Commento al Parmenide, 708, 16-17)
1 Indifferente è per me
2 il punto da cui devo prendere le mosse; là, infatti, nuovamente dovrò fare ritorno.

Frammento 6 (Simplicio, Commento alla Fisica, 117, 4-13; 86, 27-28)
1 È necessario il dire e il pensare che l’essere sia: infatti l’essere è,
2 il nulla non è: queste cose ti esorto a considerare.
3 E dunque da questa prima via di ricerca ti tengo lontano,
4 ma, poi, anche da quella su cui i mortali che nulla sanno
5 vanno errando, uomini a due teste: infatti, è l’incertezza
6 che nei loro petti guida una dissennata mente. Costoro sono trascinati,
7 sordi e ciechi ad un tempo, sbalorditi, razza di uomini senza giudizio,
8 dai quali essere e non-essere sono considerati la medesima cosa
9 e non la medesima cosa, e perciò di tutte le cose c’è un cammino che è reversibile.

Frammento 7 (Platone, Sofista, 237a, 258d; Sesto Empirico, Contro i matematici, VII 111 e   114)
1 Infatti, questo non potrà mai imporsi: che siano le cose che non sono!
2 Ma tu da questa via di ricerca allontana il pensiero, né l’abitudine, nata da numerose esperienze, su questa via ti forzi
3 a muovere l’occhio che non vede, l’orecchio che rimbomba e la lingua, ma con la ragione giudica la prova molto
discussa che da me ti è stata fornita.

Frammento 8 (Simplicio, Commento alla Fisica, e altre fonti)
1 Resta solo un discorso della via:
2 che “è”. Su questa via ci sono segni indicatori
3 assai numerosi: l’essere è ingenerato e imperituro,
4 infatti è un intero nel suo insieme, immobile e senza fine.
5 Né una volta era, né sarà, perché è ora insieme tutto quanto,
6 uno, continuo. Quale origine, infatti, cercherai di esso?
7 Come e da dove sarebbe cresciuto? Dal non-essere non ti concedo
8 né di dirlo né di pensarli, perché non è possibile né dire né pensare
9 che non è. Quale necessità lo avrebbe mai costretto
10 a nascere, dopo o prima, se derivasse dal nulla?
11 Perciò è necessario che sia per intero, o che non sia per nulla.
12 E neppure dall’essere concederà la forza di una certezza
13 che nasca qualcosa che sia accanto ad esso. Per questa ragione né il nascere
14 né il perire concesse a lui la Giustizia, sciogliendolo dalle catene
15 ma saldamente lo tiene. La decisione intorno a tali cose sta in questo:
16 “è” o “non è”. Si è quindi deciso, come è necessario,
17 che una via si deve lasciare, in quanto impensabile e inesprimibile, perché non del vero
18 è la via, e invece che l’altra è, ed è vera.
19 E come l’essere potrebbe esistere nel futuro? E come potrebbe essere nato?
20 Infatti, se nacque, non è; e neppure esso è, se mai dovrà essere in futuro.
21 Così la nascita si spegne e la morte rimane ignorata.
22 E neppure è divisibile, perché tutto intero è uguale;
23 né c’è da qualche parte un di più che possa impedirgli di essere unito,
24 né c’è un di meno, ma tutto intero è pieno d’essere.
25 Perciò è tutto intero continuo: l’essere, infatti, si stringe con l’essere.
26 Ma immobile, nei limiti di grandi legami
27 è senza un principio e senza una fine, poiché nascita e morte
28 sono state cacciate lontane e le respinge una vera certezza.
29 E rimanendo identico e nell’identico, in sé medesimo giace,
30 e in questo modo rimane là saldo. Infatti, Necessità inflessibile
31 lo tiene nei legami del limite, che lo rinserra tutt’intorno,
32 poiché è stabilito che l’essere non sia senza compimento:
33 infatti non manca di nulla, se invece, lo fosse, mancherebbe di tutto.
34 Lo stesso è il pensare e ciò a causa del quale è il pensiero,
35 perché senza l’essere nel quale è espresso,
36 non troverai il pensare. Infatti, nient’altro o è o sarà
37 all’infuori dell’essere, poiché la sorte lo ha vincolato
38 ad essere un intero e immobile. Per esso saranno nomi tutte
39 quelle cose che hanno stabilito i mortali, convinti che fossero vere
40 nascere e perire, essere e non-essere,
41 cambiare luogo e mutare luminoso colore.
42 Inoltre, poiché c’è un limite estremo, esso è compiuto
43 da ogni parte, simile a massa di ben rotonda sfera,
44 a partire dal centro uguale in ogni parte: infatti, né in qualche modo più grande
45 né in qualche modo più piccolo è necessario che sia, da una parte o da un’altra.
46 Né, infatti, c’è un non-essere che gli possa impedire di giungere
47 All’egual4, né è possibile che l’essere sia dell’essere
48 Più da una parte e meno dall’altra, perché è un tutto inviolabile.
49 Infatti, uguale da ogni parte, in modo uguale sta nei suoi confini.

Seconda parte. L’opinione della Verità
Frammento 8
(Simplicio, Commento alla fisica, e altre fonti)
50 Qui pongo termine al discorso che si accompagna a certezza e al pensiero
51  intorno alla Verità; da questo punto le opinioni dei mortali
52 devi apprendere, ascoltando l’ordine seducente delle mie parole.
53 Infatti, essi stabilirono di dar nome a due forme
54 l’unità delle quali per loro non è necessaria: in questo essi si sono ingannati.
55 Le giudicarono opposte nelle loro strutture, e stabilirono i segni che le distinguono,
56 separatamente gli uni dagli altri: da un lato, posero l’etereo fuoco della fiamma,
57 che è benigno, molto leggero, a sé medesimo da ogni parte identico,
58 e rispetto all’altro, invece, non identico; dall’altro lato, posero anche l’altro per se stesso,
59 come opposto, notte oscura, di struttura densa e pesante.
60 Questo ordinamento del mondo, veritiero in tutto, compiutamente ti espongo,
61  così che nessuna convinzione dei mortali potrà fuorviarti.

Frammento 9 (Simplicio, Commento alla Fisica, 180, 9-12)
1 E poiché tutte le cose sono state denominate luce e notte,
2 e le cose che corrispondono alla loro forza sono attribuite a queste cose o a quelle,
3 tutto è pieno ugualmente di luce e notte oscura,
4 uguali ambedue, perché con nessuna delle due c’è il nulla.

Frammento 10 (Clemente Alessandrino, Stromata, V, 138, 1)
1 Tu conoscerai la natura dell’etere, e nell’etere tutte quante
2 le stelle, e della pura lampada del sole lucente
3 le invisibili opere donde ebbero origine,
4 e apprenderai le azioni e le vicende della luna errabonda dall’occhio rotondo
5 e la sua natura; e conoscerai altresì il cielo che tutto circonda,
6 donde ebbe origine, e come la Necessità lo guidò e costrinse
7 a tenere fermi i confini degli astri.

Frammento 11 (Simplicio, Commento al De Cielo, 559, 22-25)
1 […] come la terra il Sole e la Luna
2 e l’etere tutto avvolgente e la lattea via del cielo e l’Olimpo
3 estremo e l’ardente forza degli astri ebbero impulso a formarsi.

Frammento 12 (Simplicio, Commento alla Fisica, 39,14-16 e 31, 13-17)
1 Le corone più strette furono riempite di fuoco non mescolato,
2 quelle che seguono ad esse furono riempite di notte, ma in esse si immette una parte di fuoco;
3 nel mezzo di queste sta una divinità che tutto governa:
4 dovunque, infatti, essa presiede al doloroso parto e alla congiunzione,
5 spingendo la femmina ad unirsi col maschio, e, all’inverso, di nuovo,
6 il maschio con la femmina.

Frammento 13 (Platone, Simposio, 178b)
E primo di tutti gli dèi pensò Eros.

Frammento 14 (Plutarco, Contro Colotoe, 15 1116A)

Frammento 15 (Plutarco, La faccia della luna, 929B)
[…] sempre guardando ai raggi del sole.

Frammento 15a (Scolio a Basilio di Cesarea, 25)
[…] ha radici nell’acqua.

Frammento 16 (Aristotele, Metafisica, 1009 b 21)
1 Come, infatti, ogni volta ha luogo la mescolanza nelle membra dai molteplici    movimenti,
2 così negli uomini si dispone la mente. Infatti è sempre il medesimo
3 ciò che negli uomini pensa la natura delle membra,
4 in tutti e in ciascuno. Il pieno, infatti, è pensiero,

Frammento 17 (Galeno, In Hippocratis libros Epidemiarum)
[…] a destra i maschi, a sinistra le femmine […]

Frammento 18
(Celio Aureliano, Tardarum vel chronicarum passionum libri V, IV, 9, 134-135)
1 Quando la donna e l’uomo mescolano insieme i semi di Venere,
2 e la forza che si forma nelle vene da sangue diverso
3 plasma corpi ben costituiti, si conserva il giusto equilibrio.
4 infatti, se, mescolatosi il seme, le forze entrano in lotta
5 e nel corpo che deriva dalla mescolanza non formano una unità, crudeli
6 tormenteranno il sesso che nasce col duplice seme.

Frammento 19 (Simplicio, Commento al De Cielo, 558, 9-11)
1 In questo modo secondo l’apparire queste cose sono nate e ora sono
2 e in seguito cresceranno e poi finiranno;
3 ad esse gli uomini hanno posto un nome, per ciascuna come un segno distintivo.

Tag: , , , , , , , ,

4 Risposte to “Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide”

  1. L’”inaudito” di Emanuele Severino, ovvero l’attrazione del nulla « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] fino ai nostri giorni, perché essa è in tanta parte le vie indicate dal sapiente di Elea (vedi Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide). − Tutta la storia d’Occidente e anche quella dell’Oriente, fondata sulla fede che le cose […]

  2. La filosofia dell’assurdo « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] E a Zenone, alle sue aporie, o sofismi come li hanno chiamati, Diogene rispondeva camminando: raggiungendo cioè la tartaruga così, con estrema facilità. Ma lo sapevano anche Parmenide e il suo grande discepolo che nel mondo delle apparenze la tartaruga veniva raggiunta e velocemente superata, tanto più se c’era piè veloce Achille come concorrente anziché un vecchio filosofo. Ma non in quello dell’Essere, però. Lì il più veloce non avrebbe mai superato la più lenta, perché non c’è inizio, fine, movimento, mutamento, in quella dimensione. Situazione perciò di luci ed ombre fitte, di rivelazioni e nascondimento quella del quinto secolo a. C., di cui si farà interprete Platone indicando delle direzioni e operando delle scelte (vedi la Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide). […]

  3. Commento al pensiero di Emil Cioran | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] con la ragione giudica la prova molto discussa che da me ti è stata fornita” (frammento 7) (vedi Lettera aperta: Le cinque vie di Parmenide). Perciò il problema Cioran non lo risolve, semmai risulta soltanto rinviato, perché ci sarà […]

  4. Sogno | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] molto possiamo sapere anche dal viaggio di Parmenide, avvenuto circa venticinque secoli fa (vedi Le cinque vie di Parmenide). Anche lui, come i vivi del sogno, ha compiuto il viaggio notturno fino alla “Porta che divide i […]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: