Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica

Questa coincidenza vuol essere, dopo l’articolo Severino e Parmenide, anche una chiamata in correo della casta dei filosofi, che questo frammento che inizia il poema di Parmenide Sulla natura lo conoscono bene, ma non lo spiegano nella sua completezza e complessità, i più ritenendolo opera di fantasia anziché esperienza di una vita. Così, se una spiegazione arriva da fuori, come quella che io ho qui espressa, preferiscono non vederla e sentirla, come hanno fatto i contemporanei di Eraclito e Parmenide.
Ha detto il primo dei suoi concittadini: “Udenti che assomigliano ai sordi” (Eraclito, Frammento 34), “Incapaci di udire e di parlare” (Eraclito, Frammento 19).
Ha detto il secondo: “Mortali che nulla sanno […] gente dalla doppia testa. Perché è l’incapacità che nel loro petto dirige l’errante mente; ed essi vengono trascinati insieme sordi e ciechi, istupiditi, gente che non sa decidersi, da cui l’essere e il non essere sono ritenuti identici, per cui di tutte le cose reversibile è il cammino” (Parmenide, Frammento 6).

Andrea Mantegna, Trionfo della virtù (1502)

Proemio del Poema Sulla natura di Parmenide

Le cavalle che mi trascinano, tanto lungi, quanto il mio animo lo poteva desiderare
mi fecero arrivare, poscia che le dee mi portarono sulla via molto celebrata
che per ogni regione guida l’uomo che sa.
Là fui condotto: là infatti mi portarono i molti saggi corsieri
che trascinano il carro, e le fanciulle mostrarono il cammino.
L’asse nei mozzi mandava un suono sibilante,
tutto in fuoco (poiché premuto da due rotanti cerchi
da una parte e dall’altra allorché si slanciarono
le fanciulle figlie del Sole. Lasciate le case della Notte,
a spingere il carro verso la luce, levatesi dal capo i veli.
Là è la porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno,
e un architrave e una soglia di pietra la puntellano:
essa stessa nella sua altezza è riempita di grandi battenti,
di cui la Giustizia, che molto punisce, ha le chiavi che aprono e chiudono.
Le fanciulle allora, rivolgendole discorsi insinuanti,
la convinsero accortamente a togliere per loro la sbarra
velocemente dalla porta. La porta spalancandosi
aprì ampiamente il vano dell’intelaiatura, i robusti bronzei
assi facendo girare nei loro incavi uno dopo l’altro:
gli assi fissati con cavicchi e punte. Per di là attraverso la porta
subitamente diressero lungo la carreggiata carro e cavalli.
La dea mi accolse benevolmente, con la mano
La mano destra mi prese e mi rivolse le seguenti parole:
“O giovane, che insieme ad immortali guidatrici
giungi alla nostra casa con le cavalle che ti portano,
salute a te! Non è un potere maligno quello che ti ha condotto
per questa via (perché in verità è fuori del cammino degli uomini),
ma un divino comando e la giustizia.
Bisogna che tu impari a conoscere ogni cosa,
sia l’animo inconcusso della ben rotonda Verità
sia le opinioni dei mortali, nelle quali non risiede legittima credibilità.
Ma tuttavia anche questo apprenderai, come le apparenze
Bisognava giudicasse che fossero chi in tutti i sensi tutto indaghi.

(I Presocratici, Testimonianze e Frammenti, Biblioteca Universale Laterza, pagg. 269-270)

Questo è l’inizio della via circolare che mette assieme il viaggio di Parmenide e il mio. Perché io sono arrivato alla fine del lungo cammino iniziato dal sapiente venticinque secoli fa, per dar conto di quell’inizio visto dalla sua conclusione. Fra questi due estremi c’è la Storia, quella della filosofia e la storia della nostra civiltà.

*

Prima Parte

C’è una gran somiglianza fra l’avventura di Parmenide e la mia, anzi non sono essenzialmente diverse. O non sono diversi il cammino circolare, i suoi aspetti, le sue strutture, quelle almeno che appaiono nell’uno e nell’altro caso: la Notte, il sentiero che conduce verso la Porta, la Porta stessa, posta sul punto di confine fra la Notte e il Giorno –, la via maestra aldilà, l’arrivo alla “rotonda Verità”, la “via dell’apparenza” che è necessario percorrere.
Egli arriva dalla Notte, e Notte è uno dei nomi dell’Abisso, il meno pauroso: gli altri sono inconscio e morte. Ma non dice come ha fatto a superarlo. O, allora, non era possibile saperlo nel modo della conoscenza chiara e distinta, perché non c’erano ancora la via filosofica e il Ponte che è stato costruito per continuarla (Wilmo Boraso e Grazia Sacchi, L’antica via dei miti e dei misteri – percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica, Editrice Leonardo, Pasian di Prato, Udine).
Perciò c’è da credere che Parmenide sia giunto aldilà dell’Abisso nei consueti modi che c’erano prima di lui: quelli della natura, del mito, dei misteri, della religione. C’è da scommettere che le cose stanno così, perché egli lascia “le case della Notte” su un carro guidato da “dee”, precisamente “le fanciulle figlie del Sole”. Inoltre quando arrivano davanti alla “porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”, c’è un’altra dea che la sorveglia e “ha le chiavi che aprono e chiudono”.
Quindi l’ambiente è ancora quello precedente la nuova esperienza che stava iniziando e non poteva essere altrimenti, perché, appunto, la via filosofica partirà da lì con Socrate, contemporaneo di Parmenide, anche se il primo era giovanissimo e il secondo assai vecchio. La via filosofica inizierà dopo che la Porta s’è aperta e l’aspetto tenebroso e quello luminoso, che per i mortali sono invece due metà distinte e contrapposte, si sono incontrati e fusi nell’Alba di una nuova civiltà, quella greca del sesto e quinto secolo a.C.

La mia avventura è invece cominciata dalla parte opposta del giro: da vicino al Tramonto anziché, come Parmenide, da presso l’Aurora. Sullo stesso percorso, tuttavia, rivolto anch’io alla Luce, perché già sapevo dal Tramonto che sarebbe poi giunta l’Alba di un nuovo Giorno; però c’era tutta la Notte da attraversare. C’è questo mezzo giro in più rispetto a venticinque secoli fa da mettere in conto, anzi è più della metà, perché c’è tutta l’arcata diurna da aggiungere e poi parte di quella notturna fino alla Mezzanotte, infine il Ponte sull’Abisso. In termine di tempo, venticinque secoli di progetti e opere dell’Occidente nel campo del “conosci te stesso”, per il superamento dei limiti che la specie finora ha posto in ogni suo membro, ed essa finora ha ordinato e controllato le parti a noi segrete e nascoste.

Dunque Parmenide è arrivato fino alla Porta nei modi della religione o del mito, accompagnato da fanciulle divine e perché un’altra dea gli ha aperto e l’ha fatto entrare.
L’abbiamo già visto questo cammino in altre orbite o dimensioni. Nella natura, a livello microscopico, è quello dello spermatozoo che dopo un’immensa odissea riesce ad arrivare fino alla cellula femminile ed essa non rimane insensibile: riceve l’eroe che l’ha cercata e scoperta e lo fa entrare in se stessa. Nella luce del sole e della mente, vale a dire in questo giro dove ci troviamo, c’è invece il giovane che cerca e la ragazza che attende, pronta ad accoglierlo e a concedersi se è quello che aspettava. Oppure ci sono i percorsi della poesia e del misticismo che abbiamo già visto in precedenti scritti.
Rimane perciò da vedere cosa ha di diverso, rispetto agli altri, quest’ultimo che sto raccontando, vale a dire la rotonda via della conoscenza. In modo conciso si può distinguerli così: i cammini della natura sono comuni e generali, ma non ci appartengono, nel senso che non sono stati costruiti da noi; quelli nella poesia e nel misticismo hanno parti nascoste e segrete, insuperabili dal singolo con le sue sole forze, perciò l’aiuto diretto da fuori; l’ultimo, invece, può essere percorso da inizio a fine con i propri mezzi e confidando in se stessi, dopo che ho sottoscritto il “Patto” con il Destino.

Infatti, adoperando la filosofia, usandola, è stato possibile costruire la grand’arcata diurna che va dall’Aurora al Tramonto, una struttura che prima non era così evidente, e non si sapeva a cosa davvero servisse. C’era la Storia, quella della filosofia e la Storia dell’Occidente con tutti i principali avvenimenti e si conoscevano gli inizi. Essi avevano dei nomi: Socrate per la filosofia, Erodoto per i fatti e le vicende della Grecia dei suoi tempi, il tutto nella luce della ragione. Ma fino a un secolo fa non si conosceva la fine. C’era l’Aurora ma non il Tramonto, Socrate ma non ancora Schopenhauer. L’arcata di qua non aveva appoggio, sembrava sospesa nel vuoto e tanti la consideravano interminabile: le magnifiche sorti continue e progressive dell’umanità. Poi la fine del Giorno e la fine dell’opera, e da quel momento la possibilità di attraversare il Ponte da fine ad inizio, vale a dire dal XIX secolo d.C. al V a.C., e viceversa. Ciò che hanno fatto tutti i grandi filosofi che sono venuti dopo Schopenhauer, soprattutto Nietzsche. Il via vai da fine ad inizio dei filosofi, ma anche dei più famosi filologi, ha permesso sempre più di accedere al tempo dell’Aurora e alla Notte che c’era ancor prima; quindi ai sapienti che hanno visto e raccontato. Insomma la prima metà della rotonda via della conoscenza apparteneva ormai al dominio umano.
Rimaneva l’altra metà, quella del ritorno all’origine continuando il cammino nella Notte fino al suo termine. Si poteva arrivarci, come abbiamo visto, anche nell’altro modo: volgendosi e ripetendo la via filosofica già fatta, ma ora era necessario andare avanti. Il cammino c’era, ma sconosciuto, o noto solo nei modi del mito, dei misteri, delle religioni, della poesia. Con zone assolutamente inesplorate però, e che venivano superate solo perché portati dalla natura, o con i voli della fede, le intuizioni, gli input dell’inconscio, i sogni.
Se ai miei tempi l’arcata diurna esisteva già ed io l’ho soltanto posta maggiormente in vista e adattata di più al passaggio mettendo indicazioni, non così è accaduto con il Ponte. La parte gravitante nell’Abisso non esisteva ancora, ma c’era però il lungo tratto che va dal Tramonto alla Mezzanotte, somigliante a quello sulle golene dei fiumi della Terra nei ponti che li attraversano, ma l’opera pubblica arrivava fin sulla sponda di qua e lì s’interrompeva. Perciò da quel punto sono partito da solo volto all’altra sponda. Come ho fatto a superare quell’Abisso, l’ho raccontato nel libro L’antica via dei Miti e dei Misteri… (Op. cit.).

Ritorno a Parmenide.
Se per tanti aspetti è stata una via religiosa quella seguita dal sapiente d’Elea fino alla Porta, non c’è però la “folgorazione sulla via di Damasco” che ha colpito e soggiogato Paolo di Tarso, né la vocazione che è chiamata divina, direttamente rivolta ad un uomo perché compia le opere che Dio vuole. Per Parmenide l’aiuto è stato solo il permesso di passaggio. È arrivato dalla divinità per lui ciò che ha detto la guardiana della Porta quando l’ha ricevuto e gli ha aperto: “O giovane, che insieme ad immortali guidatrici/giungi alla nostra casa con le cavalle che ti portano,/ salute a te! Non è un potere maligno quello che ti ha condotto/ per questa via (perché in verità è fuori del cammino degli uomini),/ ma un divino comando e la giustizia”. Perché seguiva la sua volontà e n’era degno c’è stato il lasciapassare.
Il divino comando Parmenide l’ha ricevuto dalla Dea nelle vesti di Themis, che presiede all’Ordine e all’Equilibrio cosmico, madre delle Ore e delle Moire; perciò è dal tempo che è arrivato, dai suoi circoli immutabili ed eterni, dunque dal Destino. Simile ad un sogno premonitore, io credo, di quelli che arrivano presso il mattino e svegliano chi li riceve. E da una posizione così che il sapiente, infatti, è partito: dalla Notte ma quando l’Alba era ormai vicina; dal Sogno ma quando già batte l’ora del Risveglio. Quel comando, insomma, è stato lo scoccare del momento propizio in un ordine cosmico stabilito e ripetuto, piuttosto che qualcosa che giunge nuovo e improvviso. In tale prospettiva non era neppure un comando di quelli fra chi ordina e chi obbedisce ciecamente, come accade con gli input della natura, ma il sigillo di una destinazione. Non ci sorprende perciò di trovarci a pensare che l’appoggio divino a Parmenide era dovuto. Il momento propizio era, in termini di civiltà, il punto di passaggio dal Mito al Logos, o dal Caos al Cosmo in un eterno ruotare della natura e della vita. O, appunto, il passaggio dalle Tenebre alla Luce, che ha cominciato in quell’ora a splendere sulle terre dell’antica Grecia portando alla manifestazione le voci di Socrate, Platone, Erodoto, Tucidide, Sofocle, Euclide…
Perciò c’è certamente la mano del Destino nel viaggio compiuto da Parmenide dalla Notte verso il Giorno, ma il comando non è stato un’imposizione o una riduzione al proprio volere, sia pure da parte della maggiore potenza celeste, ma un “eterno ritorno dello stesso” questa volta atteso e voluto: per sapere quel che ancora non era alla portata del singolo, vale a dire che si ritorna, per conoscere la strada del Destino. Ventitré secoli dopo Parmenide, questa volta nel Tramonto anziché nell’Aurora, le avvisaglie dello stesso problema giungeranno a Nietzsche. Anche per lui l’eterno ritorno dello stesso di chi vuole ritornare per sapere. C’è la necessità in questo ritorno, quindi l’ordine stabilito e immutabile, ma anche ciò che il ritornante vuole, perciò la libertà. Come si sa (vedi L’antica via dei miti e dei misteri…, op. cit.), Nietzsche non è riuscito a stabilire in modo chiaro e distinto la relazione fra le due cose, cioè fra necessità e libertà, e forse per questo le sue strutture mentali non hanno retto. L’abbiamo chiamata pazzia quella inconciliabilità.
Dopo Themis, un altro aiuto celeste è giunto a Parmenide da Dike, la dea della giustizia (in realtà si tratta di un’unica Dea che indossa vesti diverse: dell’Ordine, della Giustizia, della Verità, della Necessità, della Persuasione). Perché anche la giustizia in gioco?
Non aveva detto Anassimandro, nell’unico frammento che c’è giunto di lui, che la separazione delle cose dall’origine è stata un’ingiustizia e che solo il ritorno all’unità l’avrebbe ripristinata? (Anassimandro, Frammento 1 D.K. Vedi anche quindicesima Coincidenza) E qui siamo vicini a quel ritorno, anzi già sulla soglia; la coincidenza sta per essere realizzata. Essa è la Porta, o meglio la Porta è il punto dove Notte e Giorno, fine e inizio, stanno assieme, sono lo stesso. Perciò Anassimandro, arrivato prima di Parmenide sulla scena della Notte che stava per finire, ha visto l’Alba della conciliazione. Parmenide anche l’Aurora e il Giorno.
Se la destinazione di Parmenide è stata la “Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”, anch’io ne avevo una quando sono partito in giovane età per un viaggio simile al suo o forse uguale. Era “la chiesetta sperduta”, luogo d’appuntamento perenne (vedi Wilmo Boraso, La chiesetta sperduta – una storia d’amore, un’apparizione, un’impresa mitica, la conquista dell’immortalità dell’amore) dove l’amore era per sempre. Diversa, perciò, da quella di sasso e legno del piccolo paese del Cadore dove invece lo stesso amore poteva avere soltanto la durata di una vita: e questo è stato il motivo per cui mi sono mosso alla ricerca dell’altra. Le due però erano uguali fin dall’inizio: la seconda come duplicata da uno specchio. Ma apparivano separate però, come, appunto, la cosa e la sua immagine riflessa.
Cinquant’anni è durata la ricerca, seguendo dapprima sentieri lontani da quelli battuti, poi altri segnati soltanto da qualche impronta, infine dove non c’erano più tracce e il cammino si forma camminando; e quando ho trovato la chiesetta sperduta si è perfettamente sovrapposta all’altra diventando Una con essa.
Però ora c’era una strada rotonda che le collega ed è stato alla la fine di essa, che coincideva con l’inizio, che anche le due chiesette si sono unite e fuse.

Chi ha letto La chiesetta sperduta sa anche che lungo il cammino, la via privata è confluita in quella della conoscenza filosofica e le due, in corrispondenza della Mezzanotte, sono diventate una. Uno solo, poi, il Ponte sull’Abisso e non sarei riuscito ad attraversare quel vuoto interminabile se non avessi avuto con me la struttura di pensiero chiamata filosofia che mi ha sorretto e su cui sono passato.
Tutto ciò è raccontato nel libro L’antica via dei Miti e dei Misteri…
Dopo il superamento dell’Abisso, anche per me la Porta. La stessa di Parmenide, io credo; anzi ne sono sicuro. Ma non era la chiesetta la meta? Si, ma prima la Porta, perché essa apre al regno delle coincidenze e quella delle due chiesette è stata subito la più evidente e vicina.
Parmenide per arrivare fino alla Porta l’ha aiutato il Cielo e il Profondo, nelle vesti delle fanciulle figlie del Sole, e della Dea guardiana della Porta. Ed io, chi mi ha accompagnato? L’ho scritto nel racconto
La via dei Miti e dei Misteri…, perché è ovvio che un aiuto l’ho avuto anch’io: perché non si va per percorsi esistenti ma che non ci appartengono se il Signore di quei luoghi non vuole. Ora però devo farne almeno un cenno anche qui, per non lasciare un vuoto. Se anche la mia era una destinazione – infatti sono andato in cerca di ciò che m’è apparso in modo inaspettato e misterioso -, è evidente chi mi ha dato l’ input: il Destino. Non nelle vesti di dee come nel caso di Parmenide: così non l’ho colto. O ce n’era una sola, la ragazza che era con me quando ho visto la chiesetta del piccolo paese del Cadore. Una sola presenza sensibile, perciò, un solo aspetto.

Poi sono cominciate le indicazioni. La prima, la mappa di cui ho detto, la più lunga e complicata, che mi ha impegnato per molto per decifrarla. Poi le altre, ininterrottamente, per molti anni, soprattutto lungo la via della Notte e dall’Abisso.
Anche se un aiuto divino simile a un lasciapassare c’è stato nell’avventura di Parmenide di venticinque secoli fa, che apre la strada alla civiltà greca diventata poi Occidente, quel che comincia ad apparire in primo piano è l’uomo, anche di fronte agli dei. D’altronde una via solo religiosa non sarebbe stata diversa dalle altre esistenti, dove c’è Dio primo attore, e non avrebbe avuto come conseguenza la fondazione della filosofia. Qualcosa di nuovo perciò era entrato in gioco. L’Inquietante l’ha chiamato Sofocle, la Matta l’ho chiamato io (“Tutte le cose sono carte di un gran gioco/ che ha anche l’imprevedibile: la Matta,/ e da poco è entrata anch’essa in giro./ È l’uomo l’imprevedibile, l’ente vagante ed inquietante,/ la carta scombinata che si allaccia a tutte quante./ Ma ora appare che la vita l’ha giocata”, dal Vocabolario, lettera M). Ciò che era una pedina di un gioco incomprensibile e misterioso, ora diventa protagonista, e c’è una precisa volontà: egli segue il suo “desiderio”, la strada è verso la Luce, la meta è l’Essere, e il Cielo l’accompagna.
Anch’io sono stato aiutato ma non ho mai subito costrizione. Alla partenza mi è stata dettata una mappa che cominciando dalla chiesetta appena trovata nel piccolo paese del Cadore portava fino alla sua sosia celeste, ma essa era la meta dove anch’io volevo andare. C’era perciò necessità ma anche libertà in quell’ordito, che in questo mondo di apparenze sono sempre separate e opposte. Inoltre la mappa era sì completa, vale a dire portava fino alla meta, ma c’erano tratti mancanti o indecifrabili lungo il tragitto e ostacoli così grandi che non sarei mai riuscito da solo a superare. Mi riferisco soprattutto al mondo delle apparenze da cui dovevo uscire, all’Abisso che era necessario attraversare, al segreto della Porta che bisognava svelare. Perciò ecco gli aiuti sotto forma di segnali stradali che apparivano davanti a me, perché a lungo cercati; ma anche all’improvviso e inaspettati. Circa la loro provenienza ho già detto nel libro L’antica via dei Miti e dei Misteri. Segnali perciò provenienti dal Profondo. Dal Demone, ha detto Socrate; dai sogni vicini al risveglio, ha detto Cartesio.
Ma neppure quell’aiuto soprannaturale mi sarebbe bastato. Alla fine solo la filosofia, vale a dire l’opera di pensiero dell’intera civiltà, mi ha fatto arrivare fino alla conclusione.
Dopo che la “Dea” ha aperto la Porta a Parmenide e l’ha fatto entrare, gli ha detto cosa l’aspettava aldilà. Così suonano gli ultimi cinque versi del frammento uno:
Bisogna che tu impari a conoscere ogni cosa,/ sia l’animo inconcusso della ben rotonda Verità/ sia le opinioni dei mortali, nelle quali non risiede legittima credibilità./ Ma tuttavia anche questo apprenderai, come le apparenze/ Bisognava giudicasse che fossero chi in tutti i sensi tutto indaghi.
Di tutto ciò, infatti, Parmenide, dopo che è andato e ha visto, ci dice negli altri frammenti che abbiamo di lui. Ci dice della “rotonda Verità”, vale a dire dell’Essere, poi, nella seconda parte del suo poemetto, delle “opinioni dei mortali” dopo che il Giorno è spuntato. A quei frammenti ci volgeremo in seguito; ma prima è necessario che io sgombri il terreno da un’oscura presenza esistente nella filosofia fin dal suo inizio. Essa suona così: davvero la via dell’apparenza, seguita dalla filosofia per venticinque secoli, è stata tradimento  e smarrimento come è apparso già a Platone, un pensiero ripreso in età moderna da alcuni grandi filosofi fra cui Heidegger e che ha assunto perfino le caratteristiche di un parricidio? (Quello di Parmenide da parte dei suoi figli filosofi) In tal caso, come potrei essere io ritornato? Vale a dire: se tale strada non era quella dell’avventura iniziata in quel lontano passato da Parmenide, diventata poi via filosofica, che io con il mio andare ho reso percorribile fino alla fine anche dall’uomo solo senza aiuti esterni e sostegni, come avrebbe potuto condurmi al suo inizio? Se sono ritornato al punto di partenza significa, in altre parole, che era quella giusta, e ciò è necessario che io ora ribadisca perché non rimangano dubbi.
Si è trattato, allora, di un rimorso portato fino al parossismo o di un fraintendimento che solo ai nostri giorni è stato possibile chiarire, o solo con l’arrivo alla meta che ha coinciso con il punto di partenza. Forse si credeva che la “deviazione” portasse “fuori” irrimediabilmente; una via diversa da quella “maestra” che perciò sarebbe rimasta isolata e non più percorribile dalla filosofia; invece le due, alla fine, si sono ricongiunte. Alla fine sono la stessa.
Innanzitutto non era sbagliata perché era anch’essa raccomandata dalla dea, assieme all’altra che portava alla “rotonda Verità”. Però la Porta è stata uscita dalle apparenze, vale a dire dal territorio dei “mortali” che nulla sanno, dov’essi conducono la loro esistenza precaria, volta solo da una parte. Perciò non si poteva più ritornare così, perché qualcosa di nuovo era avvenuto. Come, allora?
Qui giunti ci viene in mente il frammento d’Eraclito che dice: non scenderai due volte nel medesimo fiume (Eraclito, Frammento 91 D.K.), da cui si arguisce che il fiume è un altro o chi ridiscende in esso è un altro. Ed è questo secondo aspetto che qui s’impone, perché è chi ritorna che è mutato. Ritorna dopo aver visto, ritorna “lo stesso” che sa perché riconosce.
Ho citato Eraclito perché anche nel caso di Parmenide si ritorna nel mondo delle apparenze per conoscerle, e la conoscenza è ciò che ha fatto di Parmenide un altro. Inequivocabili, infatti, le parole che la guardiana della Porta rivolge al sapiente: “Bisogna che tu impari a conoscere ogni cosa”, anche “le opinioni dei mortali”.

Viste nella nuova luce, però: ecco la differenza. Che luce? La Ragione. Essa è la luce dell’Essere riflessa dall’uomo. Le stesse e nello stesso tempo nuove perciò le apparenze così viste e tale visione è la filosofia e la scienza. Sarà, come ho detto in altre occasioni, la via della conoscenza chiara e distinta inaugurata ufficialmente da Socrate e seguita prevalentemente dai filosofi dopo di lui. Che fosse diversa da quella dell’apparenza di prima, risulta ben chiaro anche dalle parole di Parmenide che egli pone all’inizio della seconda parte del suo poemetto dedicata alle “opinioni dei mortali”: “Conoscerai l’eterea natura e quanti astri sono/ nell’etere e della pure e tersa lampada/ del sole l’opera distruttrice, e di dove derivarono;/ e apprenderai l’errabondo agire della luna dal tondo occhio/ e la sua natura; conoscerai inoltre da dove la volta celeste che tutto circuisce/ nacque e come Necessità guidandola la costrinse/ a osservare i limiti degli astri” (I Presocratici, Testimonianze e Frammenti, op. cit., pagg. 277-278). Non si può dubitare: questa è la scienza che verrà. Ecco in che modo tutto si può anche ripeterlo, ma rivisto nella nuova luce.
Dunque la “strada maestra” che portava all’Essere è stata in tanta parte non seguita, anzi spesso abbandonata, perché si è preferita l’altra; oppure era più alla portata di mano, o non c’era da lasciare così in fretta la dimensione da cui si giungeva, cosa peraltro impossibile per i più. Perciò la prevalente scelta della seconda via. Inoltre anche la “deviazione” apparteneva al piano del Destino. Alla fine poi, com’è capitato a me, anch’essa ha condotto alla “rotonda Verità”. Seguendo la circonferenza anziché puntare direttamente al centro, dopo un cammino durato venticinque secoli: ecco la deviazione. La meta dell’altra era invece pressoché immediata. L’altra è quella seguita dall’Oriente fin dall’inizio. Ma l’Occidente per la maggior parte si è volto al Tramonto se poi, dopo l’inizio in Grecia, è stato così chiamato, se la filosofia che è nata dalla sapienza, fin dall’inizio non si è tirata indietro ed ha continuato imperterrita la via circolare.
L’Occidente si è volto a occidente e ha fatto il giro della Terra con le sue gambe, le navi, gli aerei.
Ha preso la via circolare ed ha circoscritto l’universo con la sua scienza e la sua tecnica.
Ha deviato verso il Tramonto, ma in tal modo ha posto un limite circolare anche all’inconscio e alla morte, affrontando i loro baratri e alla fine valicandoli.
E al termine dell’immenso cammino si è ritornati al punto di partenza, dove strada maestra e vie del mondo hanno la stessa origine. Essa è la Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno, da cui si dipartano tutte le direzioni e ci sono tutte le indicazioni.
La deviazione dunque c’è stata, ma di quelle simili alle strade di qui, che quando si trovano davanti un ostacolo insormontabile o molto difficile da superare lo aggirano o lo valicano con ponti o gallerie; o c’è deviazione perché si tratta di una via panoramica, o fatta per estendere la conquista, o per seguire virtude e conoscenza. Per tutti questi motivi la via circolare è stata iniziata, indicata, continuata, anche nei punti che non appartenevano ai singoli, dove c’erano soltanto segnali misteriosi, e che potevano essere superati solo se si veniva traghettati dalla fede, dalla poesia, dalla fantasia. Ora, invece, ci sono anche strutture che li aggirano o scavalcano, opera di un’intera civiltà.

Seconda Parte
Ho detto nelle pagine precedenti, ma soprattutto nell’incipit, che l’avventura di Parmenide e la mia non sono due ma una sola, iniziata venticinque secoli fa al tempo dell’Aurora della civiltà occidentale e conclusa ai nostri giorni, dopo il Tramonto, il superamento delle Tenebre notturne e il ritorno al punto di partenza. Una sola avventura perciò e fra i due estremi una lunga storia, anzi la Storia così, con la maiuscola. Quella della filosofia, la più indicata per queste pagine, ma anche l’altra delle vicende umane iniziata da Erodoto nello stesso tempo: storia di guerre, conquiste, avventure, scoperte, narrata dagli storici. E nella Storia, tanti protagonisti; ma in quella della filosofia io e Parmenide ci siamo trovati rispettivamente all’inizio e alla fine di essa. Non in modo esclusivo. Così è stato per Parmenide che ha avuto assieme a lui Anassimandro, Eraclito, ed altri, che sono stati chiamati sapienti per la posizione che hanno occupato e per ciò che hanno visto da quel posto; e credo anch’io di non essere solo, anche se per ora non conosco compagni di viaggio che sono arrivati dove io mi trovo. Oppure, fra i filosofi, solo Heidegger finora, che è giunto però fin sulla “linea di Mezzanotte” e l’Alba l’ha solo intravista. È arrivato cioè fin sul ciglio del baratro, e non pensava che si potesse andare avanti nel solito modo: con la voce della filosofia, il linguaggio usato fino a quel momento. Occorreva un “salto”, una “trasformazione”, una “ metamorfosi nel senso d’Ovidio, la mutazione nel senso dei contemporanei” (Ernst Jünger-Martin Heidegger, Oltre la linea, pag. 85). Ciò che invece è accaduto con il ponte sull’Abisso, appeso alla struttura filosofica nel modo indicato nel libro L’antica via dei Miti e dei Misteri …
Non ho trovato nessuno ad aspettarmi quando sono giunto alla fine del cammino circolare, ma sono qui da poco, e avverto che molti cominciano a farsi avanti. Comunque è dalla fine che ora parlo, la quale, come ormai si sa, è anche inizio, per cui si può affermare che è lo stesso che ritorna. Ma se le cose stanno così, non trovi solo te stesso quando giungi alla meta ma anche tutti coloro che sono già stati: ecco la novità! Quelli dell’inizio, voglio dire, ma anche gli altri che hanno compiuto parti del cammino e che si sono dati il cambio lungo il percorso. Quelli che di quest’avventura hanno scritto le parti relative al periodo storico che si sono trovati a vivere, ed esse sono le tante opere filosofiche. A molti è stato dato di intuire di più del loro tratto di cammino ed hanno scritto anche delle storie della filosofia. Tutti poi avevano a disposizione il passato, da Socrate fino a loro stessi.
Ma un mutamento profondo per il completamento e la comprensione dell’avventura è accaduto quando si è andati ad indagare anche prima di Socrate, ciò che è cominciato ad accadere circa cent’anni fa, e sono stati scoperti e portati alla ribalta i detti dei sapienti. Soltanto frammenti, ma sufficienti a mutare il quadro, a rendere possibile la fine della via e il suo significato.

Tutti in un giro, perciò, gli ideatori e costruttori della via filosofica ed alla fine tutti guardanti ad essa dal suo Centro intatto. Un convegno di spiriti nel punto immutabile ed eterno, cioè nell’Essere? Sembra proprio di sì, e forse non solo ideale, o celeste, come s’intende finora con questa parola, ma sospeso fra la terra e il cielo, come da tanto si sospetta.
Che ci sia una sola avventura e tanti che si sono succeduti sulla scena a compierla, dipende dal fatto che la vita dei singoli individui è più breve di quella dei loro popoli e civiltà. Nel caso specifico la durata della civiltà occidentale lungo la via filosofica è stata di venticinque secoli. Anche da Erodoto fino alla “fine della Storia” sentita e descritta ai nostri giorni, la durata è pressoché la stessa. Certo è che “Si può dire di essa che è finita/ che si sono adempiute le scritture”.
Aspetti di fine della Storia, quella iniziata da Erodoto, sono stati intuiti, percepiti e descritti da molti. Ne nomino alcuni.
Alexandre Kojève dopo Hegel, seguendo le sue indicazioni che nel frattempo erano diventate tracce e percorsi verso la Notte, è arrivato alla chiara conclusione che la Storia è finita. La filosofia di Schopenhauer, l’esistenzialismo, l’irrazionalismo, sono alcuni di quei percorsi.
Il tramonto dell’Occidente di Spengler esprime già nel titolo l’avvicinarsi della fine.
Paul Valéry, dalle ombre oscure di un Tramonto ormai volto velocemente alla tenebra della Notte, ha esclamato: “Noi, le civiltà, ora sappiamo che siamo mortali”.
Per Karl Löwith la fine della Storia è il fallimento della filosofia della Storia che s’accompagna alla sconfitta dell’idea di progresso continuo e inarrestabile dell’umanità, o di quelle di realizzazione dello “spirito del mondo”, o di una società senza classi.
Il Materialismo storico dialettico, che doveva realizzare il Comunismo che avrebbe portato la Storia a compimento, è invece crollato, trascinando nella sua fine la Storia di mezzo mondo – a tanto ammontava quel dominio nel momento della sua scomparsa.
Heidegger ha affermato che l’Occidente è passato da un massimo di manifestazione dell’Essere ad un minimo, ed esso è la Notte e il nichilismo diventato ai nostri giorni condizione normale.
Sensazioni di Tenebre hanno investito J. Derrida, che ha scritto: “[…] l’Europa si vede all’orizzonte, vale a dire a partire dall’imminenza della sua fine” (J. Derrida, L’Autre Cap, Éd. De Minuit, 1991, p.32).
Francis Fukuyama ha scritto un libro intitolato Fine della Storia universale. La quale è stata storia delle grandi culture in confronto fra di loro, ed è terminata per l’imporsi dell’Occidente, che ha diffuso la sua fine in tutto il mondo. Così suonano le sue parole: “È possibile che siamo giunti alla fine della storia in quanto tale; vale a dire al capolinea dell’evoluzione biologica dell’umanità e all’universalizzazione della democrazia liberale occidentale quale forma ultima di governo dell’umanità”.
Baudrillard, anziché di fine, ha parlato di perdita d’ogni senso e d’ogni direzione – la qual cosa appare anche più esatta, perché ben si continua ancora, ma come in un deserto dove non ci sono strade né rotte; o si trovano gli Occidentali come dentro ad una nave che sta andando alla deriva in un oceano sconfinato, e traballano, procedono a zigzag, si perdono.
Samuel P. Huntington, anziché nichilismo diffuso, simile a nebbia fitta che non si dirada e scioglie, ha chiamato l’effetto della Tenebra sulla Terra con un nome ormai universalmente usato: multiculturalismo. O il nichilismo, Proteo dalle innumerevoli forme e nomi, anche con questo sopranome si è presentato e diffuso.
Anche per la filosofia è tutto un finire, o meglio la potenza del nulla l’ha invasa e come un vento gelido su un prato a primavera rattrappisce e svuota ogni parola. Perciò se c’è qualcosa di originale in essa oggi, è espressione di tale situazione. Qui mi soffermo soltanto su due titoli e due nomi: il pensiero debole di Vattimo e l’eternità di tutte le cose di Severino. Entrambi gli autori però forse non sanno che sono amanuensi di qualcosa di più grande di loro, perché esprimono i due rami ed aspetti estremi del nichilismo diventato condizione normale: la vacuità del nulla e quella del tutto eterno, vale a dire le paludi sconfinate dove quei due si versano dopo la fine della filosofia del Giorno.
L’aspetto visibile del primo è la chiacchiera, appena al disopra del blablà delle comari e di quelle che si ascoltano nei salotti mondani, solo perché, come ha detto il caposcuola di quella corrente, ha fondamento nella cultura.
Invece il nichilismo di Severino è nulla nell’altro modo. Nulla è possibile partendo dalle sue premesse che sono, appunto, l’eternità, immobilità, immutabilità di tutte le cose e delle loro determinazioni. Come nella favola La bella addormentata nel bosco, con Severino un incantesimo cala sul mondo e su ogni sua parte ed aspetto, sull’uomo e le sue azioni e idee e tutto si blocca, nella posizione in cui si trovava il momento prima di quel tocco nullificante.
Ma nella favola l’incantesimo dura cento anni e poi tutto riprende come prima. Per Severino, invece, l’immobilità non finisce. Il blocco è per sempre.
Finita la Storia, arriva subito alle labbra una domanda: ed ora?
L’ora è già suonata: è la situazione odierna.
Tutto è provvisorio, liquido, di gomma.
Le ideologie sono sparite.
Le certezze sono finite.
Realtà e illusione si confondono, non conta più la realtà oggettiva ma solo l’immagine, l’apparenza. Reality e fiction sono le parole d’ordine che l’esprimono.
“Verrà il momento in cui solo la fede salverà la ragione. Bisognerà sguainare le spade per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate. Tutto sarà negato, tutto diventerà un credo, si negheranno anche le pietre delle strade e riaffermarle diventerà un dogma”.

Poi su questo vuoto hanno cominciato a entrare gli extracomunitari e le loro culture i barbari dei tempi passati. I quali non arrivano più con spade e lance, perché si troverebbero di fronte bombe atomiche e missili. Allora sono cambiati i metodi, non i risultati: l’invasione è la stessa. Il mondialismo, globalismo, multiculturalismo sono le nuove situazioni. Una Torre di Babele che l’Occidente, che si ritiene il più forte ed evoluto, crede ancora di poter governare e dominare. Perciò il suo dire alle masse sempre più numerose che stanno valicando i suoi confini: integratevi, diventate come noi. Un sogno, o forse il tentativo in gran parte politico di esorcizzare quel che sta accadendo, o forse soltanto un modo di campare. Fa parte del dopo la fine della Storia, anche il potere che ha acquisito l’Occidente di distruggersi con le sue mani, con le bombe nucleari, o di fornire ad altri le tecnologie perché le costruiscano e le usino a suo danno (Un aspetto di fine della Storia è quello che si vede camminando per le strade, entrando in un supermercato, andando alla Stazione. Dappertutto bianchi, neri, gialli, mescolati assieme. Ciò che era collocato in punti diversi della Terra ora si trova negli spazi ristretti che appena ho nominato).
Ho detto che l’avventura di Parmenide e la mia non sono due ma una sola. Lui però si è trovato in una posizione diversa da quella che ho occupato io all’inizio: delle due grandi arcate che costituiscono il giro della Storia, quella diurna da oriente ad occidente e l’altra notturna in un ritorno, lui si è trovato all’inizio della prima io alla fine della stessa. Vale a dire, Parmenide nell’Aurora, io nel Tramonto. Però lui non così fermo in quell’inizio da non riuscire a cogliere anche la fine, come quando dall’alba la luce si estende in cielo e in terra fino al tramonto. Né io tanto immemore nella fine del Giorno da non riuscire a ricordare e scorgere anche la provenienza, verso la quale anzi mi son volto, ritornando ad essa prima di accingermi alla parte più ardua dell’avventura: il raggiungimento dello stesso punto procedendo nel senso opposto, cioè attraversando la Notte e l’Abisso aiutato dal Destino e confidando nelle mie forze e conoscenze, cosa che come ho detto in varie occasioni mi è riuscita.
Dunque, agli antipodi del Giorno della civiltà occidentale Parmenide ed io, ma ambedue con la percezione dell’intero cammino negli occhi e nella mente. Poi le differenze fra noi, perché lungo il rotondo giro delle apparenze ci sono tempi e luoghi innumerevoli, ed io mi son trovato, come ho detto, dalla parte opposta del cammino della luce. Uno sguardo alle principali differenze, puntando i piedi sulle due posizioni occupate alla partenza dell’avventura che, come ho già detto, è durata più di venticinque secoli, ed ecco cosa appare.
Parmenide ha seguito l’astro luminoso appena sorto.
Io mi sono inoltrato dove era sparito per conoscere la zona oscura della vita.
Lui per cominciare la via del Giorno.
Io per continuarla anche nella Notte fino alla sua conclusione.
Però anche Parmenide, come risulta dal racconto del suo viaggio, ha conosciuto la Notte perché è giunto dalla sua “casa”. Poi ha superato la Porta che separa la Notte dal Giorno, ed è entrato nella Luce.
In quanto a me, quando dal Tramonto mi volto indietro prima di inoltrarmi nelle Tenebre, ho visto tutto il Giorno dell’Occidente che ha “l’Oriente nella Grecia antica/ e qui si compie il cielo del Tramonto./ Il Giorno è un tempo solo, cioè il presente,/ dove l’Aurora illumina la sera/ e il Tramonto mostra il suo Mattino”.
Poi da quei due punti di partenza, ma con tutto il giro negli occhi e nel cuore, ciascuno ha seguito la sua destinazione. Lui verso l’Essere, che ha visto e descritto e di cui dirò in seguito, se Dio lo vorrà.
Anch’io, dopo aver raggiunto la Fine che coincide con l’Inizio e superata la Porta, ho poi puntato al Centro. Il Centro è il “Sé”, è l’Essere in noi, che tutto è e da cui tutto appare

P.S.
Certamente l’Occidente ha dato molto all’umanità all’inizio e lungo la sua Storia. Ha dato la Filosofia, la Storia, la Tragedia, la scienza esatta della natura, la Geometria, la Democrazia…
Ma il gioiello più splendente e prezioso è quello che sta emergendo dalla fine della Storia.
È ancora nel profondo, nella miniera, ma sta salendo verso la manifestazione. Il gioiello è in Centro che si raggiunge, come ho detto poc’anzi, dopo la fine del viaggio. Esso è già entrato nella cultura, anche se in punta di piedi, come un risultato di essa, e in tal modo questa eredità verrà trasmessa. Ma anche nell’altro modo, io credo: in quello biologico, com’è vero che “conoscere è ricordare”. Credo che i futuri, che sono anche quelli già stati segretamente, avranno in più nel cuore e nella mente il Centro intatto.
Era nel profondo ed è emerso. Era perduto ed è stato ritrovato.

12 Risposte to “Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica”

  1. fascinator Says:

    Complimenti per aver fatto Centro!
    Segnalo il libro a cura di Raphael: Parmenide, Sull’ Ordinamento della Natura, Edizioni Asram Vidya
    Per Raphael il Proemio costituisce una vera iniziazione filosofica. Se si elimina il Proemio, il messaggio di Parmenide rimane monco e tutta l’ opera non può essere compresa.
    Zafiropulo aggiunge: “il Proemio simbolizza, senza alcun dubbio possibile, l’ iniziazione che era di regola praticata nella cerchia pitagorica … Così viene fissato lo spirito in cui tutto il poema deve esser compreso”.

  2. wilmo e franco boraso Says:

    Non conosciamo Raphael ma sappiamo qualcosa di ciò che Oriente e Occidente hanno in comune.
    Abbiamo scoperto l’origine comune della sapienza d’Oriente e Occidente, quando abbiamo notato che Parmenide, Buddha e Lao-tzu erano contemporanei. La Luce che essi hanno visto in quel tempo — sesto secolo a.C. –, che li ha illuminati e svegliati, era la stessa, e tramutata in parole è, appunto, la sapienza, che noi leggiamo nel poema di Parmenide Sulla natura, nel Piccolo veicolo di Buddha, nel Tao di Lao-tzu.
    Tutti e tre sono giunti direttamente all’Illuminazione seguendo le vie indicate, La via maestra per Parmenide, vale a dire la seconda via (vedi su questo blog la Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide). Ma Parmenide, forse perché si trovava molto più a occidente degli altri due –- nell’Italia meridionale e Buddha e Lao-tzu in India e Cina –, oltre alla via Maestra ha indicato anche quella di ciò che appare ai mortali, dopo che dalla Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno è entrato nel Giorno. Nel blog essa è la quarta via, quella della ragione o della filosofia. La ragione, a questo punto, è luce riflessa. Similmente ogni giorno il mondo appare perché il sole lo illumina e tutte le cose riflettono la sua luce.
    E ora la notizia più importante: la via di ciò che appare ai mortali, o via della filosofia, è giunta alla fine in questi giorni, e il nostro blog sta descrivendo questa conclusione. La via d’uscita dal nichilismo è il titolo della parte finale di essa. Arrivare alla fine significa ritornare all’inizio, quindi alla coincidenza degli opposti e alla Porta che apre e chiude il cerchio della conoscenza: la stessa che Parmenide e Lao-tzu videro e che Buddha ha chiamato Risveglio. Uscendo dal giro, si può portarsi al Centro, nel punto eterno, immutabile, immobile da cui il cerchio appare. Quello che ogni cosa compie in cielo e in terra.
    Hai ben detto, caro visitatore del nostro sito: avete fatto Centro. È lì, infatti, che si arriva per la Strada Maestra fin dai tempi in cui è stata indicata e percorsa, ora anche seguendo la via della conoscenza.

  3. Si prospetta il grande distacco dal mondo di natura « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] sanno di sé stessi, sono l’eterno ritorno dello stesso che sa di ritornare (vedi specialmente Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica, Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno, L’antica via dei Miti e dei Misteri […]

  4. L’Ente – Quinta parte « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] è avvenuta la coincidenza e da qual punto è stata presa la via maestra, diretti al Centro (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica). Dal Centro tutto il cammino è apparso in uno sguardo (vedi L’Ente e in che modo si può dire […]

  5. Essere o avere un corpo « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] ritorno (dalla morte alla nascita: vedi Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno, Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica). In quanto al corpo, ora che si può rientrare ad occhi aperti, si va a prenderne uno, come […]

  6. nessuno Says:

    “Com’è possibile, in altre parole, questa nuova araba fenice − legna che rimane intatta nell’invisibile dopo che il fuoco l’ha ridotta in braci e cenere nel visibile −, la quale, come canta il poeta, che ci sia ormai lo dicono in molti, dove sia nessun lo sa, e com’è possibile l’incantamento di molti”.

    Da mo che tutti sanno(a parte i filosofi,sempre in ritardo,porelli) che lo spazio-tempo é un continuum,dove il tempo rappresenta la quarta dimensione.Se non siete bravi in matematica,e lo posso capire,almeno un minimo di immaginazione,suvvia!



  7. nessuno Says:

  8. Severino e la logica (Le due logiche) « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] perche fine ed inizio erano “lo stesso”. Partiti da Parmenide siamo arrivati a Parmenide (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica. Vedi anche il tracciato completo della via esposto nel libro L’antica via dei miti e dei misteri […]

  9. L’essere | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] Dunque, a quel momento eccezionale siamo giunti portati da Amore e dal Destino e poi dai nomi delle cose in terra e in cielo che indicavano la meta, e molti li abbiamo raccolti e ordinati nel Vocabolario. Ma ora c’è un altro modo di arrivare, ormai presente in noi e che ha cominciato ad apparire nella Cultura. Ora la mappa, le ricerche, le indicazioni, le illuminazioni, le orme confuse e incerte, sono diventate aperta via fino alla frontiera e al valico, quella dell’Eterno ritorno dell’uguale (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica). […]

  10. La Via dell’eterno ritorno, che illuminata e segnalata diventa Eterno ritorno dell’eguale | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] Partita da Parmenide, ai nostri giorni essa s’è chiusa con il “ritorno a Parmenide” (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica). Questo è il nome della pietra miliare che è stata posta in quel punto. Conoscendo partenza e […]

  11. Dal tempo all’eternità | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] dal nichilismo, vale a dire fino al punto dove è giunta la filosofia e la sua storia (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica). Una durata del cerchio simile a quella di Wolfgang Goethe, che l’ha espressa così: “Colui […]

  12. Giro intero | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] 1. È necessario conoscere il giro intero e i suoi segreti, allora l’eterno ritorno diventa eterno ritorno dello stesso per chi in questa consapevolezza lo percorre. Un tal giro è la filosofia, ritornata a Parmenide ai nostri giorni dopo essere partita da lui venticinque secoli fa (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica). […]

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