L’origine del nostro simbolo

Il nostro simbolo

Quando alla fine del primo libro che ho scritto, intitolato Il ritorno a casa, m’è apparsa l’immagine del simbolo e l’ho disegnata, credevo fosse cosa nuova, e così ho pensato fino ad alcuni giorni fa. Fino a che, amante della lettura come sono e frequentando la biblioteca della mia città, non ho preso in mano un libro e mi sono incuriosito e predisposto a leggerlo dopo aver notato il nome dell’autore. Inoltre l’argomento era di quelli di cui da un po’ di tempo mi sto interessando, e poteva contenere degli spunti utili alla mia prossima dolce fatica d’amanuense, che è diventata la mia maggiore occupazione dopo che mi sono staccato dalla necessità e dalle cure per le cose di questo mondo, contrapposte e molteplici, e mi sono dedicato a quelle di un altro che si trova dopo la Porta che divide i sentieri della Notte e del  Giorno (la stessa che vide Parmenide, venticinque secoli fa. Parmenide, Sulla natura, fr. 1, v. 11), che è la dimensione raggiunta, descritta nel libro La via dei miti e dei misteri ­– percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica.
Dunque, credevo che il simbolo fosse cosa nuova finché non ho cominciato a leggere L’universo, gli dèi, gli uomini di Jean-Pierre Vernant. Fin dalle prime pagine ecco come il grande studioso del mito ha detto che sono andate le cose all’inizio dei tempi e in che ordine.
“Voragine generò due figli, uno si chiama Erebos, Erebo, l’altro Nyx, la Notte. Come prolungamento diretto del Caos, Erebo è il nero assoluto, l’intensità delle tenebre allo stato puro, quella che non si mescola e non si sfuma con niente. Diverso è il caso della Notte. Anche lei, così come Gaia, ha la capacità di procreare senza doversi unire con nessuno, come se ritagliasse i propri figli dal suo stesso tessuto notturno: si tratta, da una parte d’Aither, Etere, Luce eterea, e, dall’altra, di Hemera, Emera, Luce del Giorno.
Erebo, figlio di Voragine, rappresenta il nero più consono a Caos. Notte, richiede invece l’esistenza del giorno. Non c’è notte senza giorno. Che cosa fa Notte quando genera Etere ed Emera? Così come Erebo era l’oscurità allo stato puro, Etere è la luminosità alo stato puro. Etere è il pendant di Erebo. L’Etere splendente è quella zona del cielo dove non giunge mai l’oscurità e che appartiene agli dèi olimpici. Etere è una luce straordinariamente viva, mai violata da nessun’ombra. Notte e Giorno, invece, stanno di fronte. Da quando lo spazio si è aperto, Notte e Giorno si succedono regolarmente. All’ingresso del Tartaro si trovano le porte della Notte, che danno sulla sua dimora. È là che Notte e Giorno si presentano l’uno di seguito all’altra, sulla soglia si scambiano un rapido cenno, s’incrociano, senza mai unirsi né toccarsi. Quando c’è la notte non c’è il giorno, quando c’è il giorno non c’è la notte, eppure non c’è mai notte senza giorno” (Jean-Pierre Vernant, L’universo, gli dèi, gli uomini, Einaudi 2005, pag. 15).
Ed ecco gli abitatori di quei regni: “In alto gli dèi celesti nell’Etere splendente, in basso gli dèi sotterranei o quelli che sono stati vinti e cacciati nel Tartaro, che vivono in una notte ininterrotta, e infine i mortali, in un mondo che è già un mondo in cui notte e giorno sfumano l’uno nell’altra” (Jean-Pierre Vernant, op. cit., pag. 16).

Ora, ecco come coincidono queste parole che arrivano dalla notte dei tempi con il simbolo, che mi sembrava nuovo e perciò mai visto prima.
Ad Erebo corrisponde la metà nera del quadrato. Sotto e d’intorno c’è Caos, perché il quadrato è illimitato, a differenza del circolo che invece è iscritto e ha le misure che noi uomini gli abbiamo finora assegnato.
Notte invece – la metà grigia del cerchio – non è così nera, perché è sempre in rapporto con il giorno, e non c’è mai una metà senza l’altra anche se non appaiono mai assieme e si alternano sempre. Sono le due metà divise della stessa cosa: nel simbolo il cerchio intero.
Etere è la metà bianca del quadrato, anch’essa illimitata.
In quanto al posto occupato da tutti gli abitatori degli abissi, della terra e del cielo, nulla è cambiato dal passato più remoto: nell’Etere gli dèi celesti, nel Tartaro quelli sotterranei, nel cerchio grigio giallo i mortali.
Il Mito è ritornato, e c’è la Porta riaperta fra i tre Regni.

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2 Risposte to “L’origine del nostro simbolo”

  1. Veda e Filosofia « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] nostro, al simbolo, per esempio, del nostro blog che compendia l’intero cammino filosofico? (vedi L’origine del nostro simbolo) Un caso? No. Abbiamo dimostrato varie volte che uno solo è il cammino; diversi invece i metodi […]

  2. Donne e uomini del nichilismo | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] guardare il simbolo del Tao o anche il nostro, il cerchio giallo grigio su campo bianco nero (vedi L’origine del nostro simbolo), per capire qualcosa di ciò che sta accadendo fra uomini e donne in Occidente. L’uomo ha sempre […]

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