Friedrich Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno

Seconda parte
(Leggi la Prima parte qui)

Marc Chagall, Creazione (1960 circa)

F
Però in questa veste, vale a dire nei modi della natura e della pura e semplice ripetizione eterna, i cicli erano avversati da molti e dallo stesso Nietzsche.

“Liberarsi dal cerchio che dà affanno e pesante dolore” [Laminetta orfica di Turi, 6, Colli 4 (A 65)] sta scritto in una Laminetta orfica, cioè sottrarsi dall’esistenza come da un fardello e da una colpa.
In quanto ai Buddisti, ecco il loro pensiero espresso anche recentemente: “È sconcertante che l’Occidente tenda ad entusiasmarsi per l’idea dell’infinita ripetizione della vita, che da noi è invece un’ossessione La nostra speranza è di uscire dall’oceano delle reincarnazioni, per disfarci, finalmente, in un meraviglioso Nulla, in cui sparisca l’incubo di rinascere innumerevoli volte”.
Anche in Occidente l’Eterno ritorno non è sempre stata accolto a braccia aperte nei modi in cui esso appare in natura e in molta parte della cultura, vale a dire da chi non sapeva che c’era uscita o che ad essa si poteva arrivare. Un’ossessione, insomma, l’eterno girare attorno d’ogni cosa, simile alla “bufera infernale che mai non resta”, che Dante ha posto come pena nel suo Inferno.
“Fastidioso mondo di ripetizioni, avrebbero potuto chiamarlo i saggi orfici, pitagorici, stoici e neoplatonici se non avessero preferito, con poetica ispirazione, dargli il nome più bello e sonoro di eterno ritorno”, ha detto di esso Saramago.
E Borges ha rincarato così la dose: “Nietzsche volle minuziosamente innamorarsi del proprio destino. “Seguì un metodo eroico: disseppellire l’intollerabile ipotesi greca dell’eterna ripetizione, e poi cercare di dedurre da quell’incubo mentale un’occasione di giubilo. Cercò l’idea più orribile dell’universo e la propose per il diletto degli uomini” (Jorge Luis Borges, Tutte le opere − La dottrina dei cicli, vol. I, Mondadori, pag. 574).
D’altronde anche Nietzsche quando esso si presentò la prima volta nella veste tradizionale, vale a dire prima che sognasse l’uscita, perché anche il suo eterno ritorno, se non si tiene conto della porta che gli è apparsa verso la fine della sua ricerca e del sogno liberatore, appartiene alla circolarità delle azioni umane e ai cicli della natura e della Storia, lo bollò come il peso più grande
“Il   peso più grande. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: questa vita, come tu ora la vivi, e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione − e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere! Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato?”.
Allora per davvero Nietzsche ha reintrodotto l’eterno ritorno e l’ha subito all’inizio in vista di qualcosa che si stava preparando: la visione della porta e la possibilità di uscire dalla prigione circolare, come apparirà più avanti.

G
C’è da dire però che non era la prima volta che qualcosa di nuovo accadeva nell’eterno roteare che porta uomini alla ribalta, a loro insaputa, e nello stesso modo li toglie. Ci sono state uscite e risvegli anche prima del tentativo di Nietzsche, ma non era nota la via, non erano calcolati quei percorsi, e perciò apparivano eccezionali o casuali i ritorni.

Qualcosa era già accaduto nei miti, misteri, sapienza.
Nel Mito hanno superato il regno della morte uscendo vivi da esso e indenni, Ercole, Teseo, Orfeo, Ulisse, Enea.
Ercole portando con se, dopo averlo vinto e catturato, Cerbero, il cane a tre fauci di Ades, il re di quel regno tenebroso.
Teseo, che assieme a Piritoo aveva varcato la porta degli Inferi per rapire Persefone e per   riportarla nel mondo dei vivi, da cui era stata rapita con la forza e con l’inganno dal dio di quel regno. L’impresa fallì, ma egli, aiutato da Ercole, e riuscito a fuggire dal quel luogo di tenebre.
Orfeo, il divino cantore, che attirava gli animali con il suo canto e il suono della cetra: sceso laggiù per riportare alla luce l’amata sposa Euridice che un serpente aveva morso mortalmente al tallone mentre vagava per i prati in compagnia di una schiera di Naiadi. Euridice fu risucchiata nell’Averno ad un passo dall’uscita e ad Orfeo non fu più concesso di rientrare.
Ulisse per sapere dall’indovino Tiresia, che conosceva il passato e il futuro e che anche nell’Averno aveva una posizione privilegiata, se sarebbe ritornato ad Itaca, a riabbracciare la moglie, a rivedere il figlio.
Enea, il fondatore di Roma che discese nell’Averno, attraverso lo spaventoso fiume dei morti. La Sibilla che l’accompagnava gettò una focaccia al cane guardiano, il tricefalo Cerbero, ed Enea poté alfine parlare con l’ombra del proprio padre Anchise. Molte cose gli furono rivelate laggiù: il destino delle anime, il destino di Roma, ch’egli stava per fondare, “ed in qual modo egli avrebbe potuto evitare o sopportare qualsiasi fardello” (Virgilio, Eneide, VI, 892). Poi, attraverso la porta d’avorio, fece ritorno ai compiti che lo attendevano nel mondo.
Nei Misteri coloro che arrivavano alla fine del cammino nella Notte non erano più gli stessi.  Ha detto di loro Sofocle: “O tre volte felici/ quelli fra i mortali, che vanno nell’Ade dopo di aver contemplato/ questi misteri: difatti solo a essi laggiù/ spetta la vita, mentre agli altri tutto va male laggiù” (Sofocle, Antigone 1115-1121).
Ma è soprattutto nella sapienza che la liberazione avviene. In essa e per essa non è più il medesimo che ritorna, ma un altro; oppure è lo stesso che si è superato, che è andato aldilà di se stesso. L’oltreuomo, insomma.
Buddha la notte precedente il Risveglio − Buddha significa lo Svegliato −, come ha scritto di lui il suo maggiore biografo Asvagosa, ha richiamato alla memoria “migliaia di vite, come rivivendole” e le ha collegate fra loro.
Ermete Trismegisto, nato tre volte in Egitto, ogni volta si è dedicato alla conoscenza, finché nell’ultima vita terrena si è illuminato, “si è ricordato delle precedenti esistenze, ha ricuperato il suo vero nome” e poi è salito al mondo superiore dov’è l’origine.
Pitagora ricordava anche il suo precedente nome: Euforbo; era un milite nella guerra di Troia e ha perso la vita in battaglia sotto quelle mura, ucciso da Menelao.
In quanto a Parmenide, lui il giro l’ha compiuto in tanta parte e quello che rimaneva l’ha visto e anticipato. È giunto dalla Notte, è arrivato sul punto dove si dipartono i sentieri della Notte e del Giorno e lì c’è la Porta, ha visto la Porta, l’ha superata ed è entrato nel Giorno dell’Essere, luce che non tramonta mai, anche se, come quella del sole, sale e scende dalla terra umana.
Dunque, l’avventura di Nietzsche nella Notte, per arrivare fino al confine è all’uscita, è stata preceduta da altri, ma in domini diversi da quello filosofico e che erano prima di esso.

H
Affidiamoci ora al racconto di Nietzsche esposto nel capitolo “la visione e l’enigma” del libro Così parlò Zarathustra. È il racconto dell’ultima parte del cammino nella notte, da cui arriva fino alla “Mezzanotte”, al “portone carraio”, alla “visione” del pastore che con un morso stacca la testa del serpente che gli si era infilato in bocca. E così “liberato” balza in piedi “circonfuso di luce”

Un cammino che non avviene dalla parte della luce, dunque, ma dall’altra. Non da quella della veglia o della coscienza, ma del sonno e inconscio, appena rischiarati da sogni e visioni spettrali. Si sta tentando l’attraversamento del regno oscuro, perciò. Un cammino che Nietzsche ha iniziato anche prima della parte finale descritta nel capitolo suddetto.
Salomé nella sua La vita di Nietzsche ci ha raccontato “di come com’egli si orienti nella notte, di come proceda lentamente tastoni; sono i passi tormentati, combattuti e infine vittoriosi in direzione di una meta oscura” (Lou Andreas-Salomé, Vita di Nietzsche, cit., pag. 22).
Poi, nel capitolo La visione e l’enigma di Cosi parlò Zarathustra, la parte finale di quel cammino raccontato da Nietzsche stesso.
“Cupamente andavo, or non è molto nel crepuscolo livido di morte, − cupo, duro, le labbra serrate. Non soltanto un sole mi era tramontato. Un sentiero, in salita dispettosa tra sfasciume di pietre, maligno, solitario, cui non si addicevano più né erbe né cespugli: un sentiero di montagna digrignava sotto il dispetto del mio piede. Muto, incedendo sul ghignante crepitio della ghiaia, calpestando il pietrisco, che lo faceva sdrucciolare: così il mio piede si faceva strada verso l’alto.
Verso l’alto: a dispetto dello spirito che lo traeva in basso, in basso verso abissi, lo ‘spirito di gravità’, il mio ‘demonio’ e nemico capitale.
Verso l’alto: sebbene fosse seduto su di me, metà nano; metà talpa; storpio, storpiante, gocciolante piombo nel cavo del mio orecchio, pensieri-gocce-di piombo nel mio cervello.
‘O Zarathustra’, sussurrava beffardamente sillabando le parole, ‘tu, pietra filosofale! Hai scagliato te stesso in alto, ma qualsiasi pietra scagliata deve – cadere! Zarathustra, pietra filosofale, pietra lanciata da fionda, tu che frantumi le stelle! Hai scagliato te stesso così in alto. – ma ogni pietra scagliata deve cadere! Condannato a te stesso, alla lapidazione di te stesso: O Zarathustra è vero: tu scagliasti la pietra lontano, − ma essa ricadrà su di te!’.
Qui il nano tacque; e ciò durò a lungo. Il suo tacere però mi opprimeva; e l’essere in due in questo modo è, in verità, più solitudine che l’essere solo! Salivo, − salivo − sognavo – pensavo: ma tutto mi opprimeva. Era come un malato: stremato dal suo tormento atroce, sta per dormire, ma un sogno, più atroce ancora, lo ridesta.
Ma c’è qualcosa che io chiamo coraggio: questo finora ha sempre ammazzato per me ogni scoramento. Questo coraggio mi impose alfine di fermarmi e dire: ‘Nano! O tu! O io!’ – Coraggio è infatti la mazza più micidial. Coraggio che assalti: in ogni assalto infatti è squilla di fanfare. Ma l’uomo è l’animale più coraggioso: perciò egli ha superato tutti gli altri animali. Allo squillare di fanfare egli ha superato anche tutte le sofferenze; la sofferenza dell’uomo è, però, la più profonda di tutte le sofferenze. Il coraggio che ammazza anche la vertigine in prossimità degli abissi: e dove mai l’uomo non si trova vicino ad abissi! Non è la vista già di per sé un – vedere abissi? Coraggio è la mazza più micidiale: il coraggio ammazza anche la compassione: Ma la compassione è l’abisso più fondo: quando l’uomo affonda la sua vista nella vita altrettanto l’affonda nel dolore.
Coraggio è però la mazza più micidiale, coraggio che assalti: esso ammazza anche la morte, perché dice: ‘Questo fu la vita? Orsù!  Da capo!’.
Ma in queste parole sono molte squillanti fanfare: Chi ha orecchi, intenda.
‘Alt, nano!’ dissi. ‘O io! O tu! Ma di noi due il più forte sono io: tu non conosci il mio ‘ensiero abissale’ (Il pensiero abissale è quel che appare subito dopo: è la possibilità che s’affaccia di uscire dal ciclo). Questo? tu non potresti sopportarlo!’. Qui avvenne qualcosa che mi rese più leggero: il nano infatti mi saltò giù dalle spalle, incuriosito! Si accoccolò davanti a me, su di un sasso. Ma, proprio dove ci eravamo fermati, era una ‘porta carraia’”.

I
Fino a quel punto (prima che il nano gli saltasse giù dalle spalle dov’era accoccolato e prima dell’apparizione del portone carraio), il cammino è quello di sempre: un eterno e cieco riandare. Poi l’improvviso alleggerimento dal “peso più grande”, e la “visione”. E incomincia la parte mai recitata prima dell’ “eterno ritorno dello stesso”.

“‘Guarda questa porta carraia! Nano!’ Continuai. ‘Essa ha due volti. Due sentieri convengono qui: nessuno li ha mai percorsi fino alla fine. Questa lunga via fino alla porta e all’indietro: dura un’eternità. E questa lunga via fuori della porta e in avanti – è un’altra eternità. Si contraddicono a vicenda, questi sentieri; sbattono la testa l’un contro l’altro: e qui, a questa porta carraia, essi convengono. In alto sta scritto il nome della porta: attimo. A chi ne percorresse uno dei due – sempre più avanti e sempre più lontano: credi tu, nano, che questi sentieri si contraddicono in eterno?’.
‘Tutte le cose diritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo’.
‘Tu, spirito di gravità! Dissi io incollerito, non prendere la cosa troppo alla leggera! O ti lascio accovacciato dove ti trovi, sciancato – e sono io che ti ho portato in ‘alto’! (La dura reazione di Nietzsche alle parole del nano che inneggia al suo cerchio chiuso, sta ad indicare che un “abisso” si è ormai aperto fra loro. Eppure era lui stesso fino a quel momento il profeta dell’eterno ritorno)’. ‘Guarda’, continuai, ‘questo attimo! Da questa porta carraia che si chiama attimo comincia ‘all’indietro’ una via lunga, eterna; dietro di noi è un’eternità. Ognuna delle cose che ‘possono’ camminare, non dovrà forse avere già percorso una volta questa via? Non dovrà ognuna delle cose che ‘possono’ accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta? E se tutto ciò è già esistito: che pensi, o nano, di questo attimo? Non deve anche questa porta carraia − esserci già stata? (È la stessa che ha visto Parmenide, vale a dire “la Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno”, e che nella dimensione della sapienza ha anche varcato. Poi dalla stessa Porta, ormai introdotta in modo chiaro e distinto anche nel pensiero filosofico, sono uscito anch’io).
E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l’una all’altra, in modo tale che questo attimo trae dietro di sé tutte le cose avvenire? Dunque – anche se stesso? Infatti, ognuna delle cose che ‘possono’ camminare: anche in questa lunga via al di fuori – deve camminare ancora una volta!
E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti – non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta?
E ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via – non dobbiamo ritornare in eterno?
Così parlavo, sempre più flebile: perché avevo paura dei miei stessi pensieri e dei miei pensieri reconditi. E improvvisamente, ecco, udii un cane ‘ululare’”.

J
Alleggerimento e apparizione del portone carraio non sarebbero però bastati per uscire. Era necessario aprirlo e ciò avvenne in una “visione” simile ad un sogno: la visione del “pastore” che si libera dal serpente che lo stava soffocando staccandogli la testa con un morso e balza in piedi “non più pastore, non più uomo”. È la nascita dell’oltreuomo.

“Non avevo già udito una volta un cane ululare così? Il mio pensiero corse all’indietro. Sì! Quand’ero bambino, in infanzia remota: allora udii un cane ululare così. E lo vidi anche, il pelo irto, la testa all’insù, tremebondo, nel più fondo silenzio di ‘mezzanotte’, quando anche i cani credono agli spettri: tanto che ne ebbi pietà. Proprio allora la luna piena, in un silenzio di morte, saliva sulla casa, proprio allora si era fermata, una sfera incandescente, − tacita, sul tetto piatto, come su roba altrui: ciò aveva inorridito il cane: perché i cani credono ai ladri e agli spettri. E ora, sentendo di nuovo ululare a quel modo, fui ancora una volta preso da pietà.
Ma dov’era il nano? E la porta? E il ragno? E tutto quel bisbigliare? Stavo sognando? Mi ero svegliato? D’un tratto mi trovai in mezzo ad orridi macigni, solo, desolato, al più desolato dei chiari di luna.
Ma qui giaceva un uomo! E – proprio qui! – il cane, che saltava, col pelo irto, guaiolante – adesso mi vide accorrere – e allora ululò di nuovo, urlò: avevo mai sentito prima un cane urlare aiuto a quel modo?
E davvero ciò che vidi non l’avevo mai visto. Vidi un giovane pastore rotolarsi, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca, Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto? Forse, mentre dormiva, il serpente gli era strisciato dentro le fauci e – lì si era abbarbicato mordendo.
La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava – invano! Non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: ‘Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!’, così gridò dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà. Tutto quanto in me – buono o cattivo – gridava dentro di me, fuso in un sol grido.
‘Voi, uomini arditi che mi circondate! Voi, dediti alla ricerca e al tentativo, e chiunque tra di voi si sia mai imbarcato con vele ingegnose per mari inesplorati! Voi che amate gli enigmi! Sciogliete dunque l’enigma che io allora contemplai, interpretatemi la visione del più solitario fra gli uomini!’.
Giacché era una visione e una previsione: che cosa vidi allora per similitudine? E chi è colui che un giorno non potrà non venire?
Chi è il pastore, cui il serpente strisciò in tal modo nelle fauci? Chi è l’uomo, cui le più grevi e le più nere fra le cose strisceranno nelle fauci? Il pastore, poi, morse così come gli consigliava il mio grido; e morse bene! Lontano da sé sputò la testa del serpente: e balzò in piedi (Questo è l’esatto momento della liberazione dal giogo eterno e della nascita dell’oltreuomo). Non più pastore, non più uomo, − un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso così un uomo, come ‘lui’ rise!
Oh, fratelli, udii un riso che non era di uomo, e ora mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa.
La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei di morire ora!
Così parlò Zarathustra” (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra – La visione e l’enigma, cit.).

Dopo il sogno enigmatico, o visione onirica alla Chagall, o previsione di profeta, è sorto in Nietzsche il bisogno impellente di dare una risposta all’enigma, e si è rivolto per aiuto a coloro cui ha raccontato il sogno, ai marinai della nave dove egli si trovava, i temerari della ricerca e del tentativo, ebbri d’enigmi, le cui anime suoni di flauto inducono a perdersi in baratri labirintici. Queste le domande che egli ha posto loro: “che cosa vidi allora per similitudine? E chi è colui che un giorno non potrà non venire?” (Ivi). Ma non gli arriverà risposta.
Ma ora essa c’è. Si può rispondere con precisione a quelle domande. Ha visto in sogno colui che ha aperto la Porta, simboleggiata dal distacco della testa del serpente, cioè ha visto l’oltreuomo che lui vagheggiava, ma è rimasto allo stato di desiderio che lo consumava. È rimasto un sogno profetico, lui non è riuscito a decifrare l’enigma. La via della libertà che nulla toglieva alla necessità era quella: l’uscita del singolo e il suo guardare da liberato l’intera natura rotante.
Che ritorni pure l’incessante giro dico anch’io ora, ma sono libero da esso, entro ed esco quando voglio dalla Porta (C’è un segnale lungo la via della Notte che dice: “Quando usciremo dalla Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno, lasciando la casa dove ci troviamo, ci diventerà noto il suo aspetto e la sua ubicazione, per cui diventerà possibile a chi è già stato, di entrare e di abitare, di uscire e ritornare”. Come nelle case di qui). Nietzsche invece non è riuscito ad aprirla o gli è mancato il tempo per farlo, quindi il pollice in giù che il facitore d’enigmi gli ha decretato.
Questa è anche la parte finale del cammino filosofico dopo ventiquattro secoli dal suo inizio, la parte finora nota. La parte non ancora comunicata è invece questo blog, conosciuto finora solo da chi ci sta seguendo con attenzione ed amore su queste pagine.

K
Nietzsche racconta la “visione” ai suoi animali: il serpente e l’aquila, che impersonano i cicli eterni ed immutabili della natura. Ma essi, come già il nano, gli si rivoltano contro e lo minacciano.

Erano amici Zarathustra, il serpente e l’aquila, ma il distacco non è avvenuto in modo pacifico, come fra coloro che non hanno più nulla in comune ma neppure nulla da rimproverarsi. Gli animali lo hanno anzi minacciato, egli è stato in pericolo di vita, il serpente gli è entrato in gola e lui ha dovuto staccargli la testa con un morso per non soccombere. Si è svolta così quella storia. Per gli animali “Tutto va, tutto torna indietro, eternamente ruota la ruota dell’essere. Tutto muore, tutto torna a fiorire, eternamente corre l’anno dell’essere […] In ogni attimo comincia l’essere; attorno a ogni “qui” ruota la sfera “là”. Il centro è dappertutto. Ricurvo è il sentiero dell’eternità” (Così parlò Zarathustra, cit., pagg. 265-266).
Ma non sono questi i giri da cui non si esce, cui le piante e gli animali sottostanno? Ed è di essi che l’aquila e il serpente l’hanno eletto loro re; com’è sempre stato, insomma. Ma contro i suoi animali ecco la reazione del re: “O voi maliziosi burloni e organetti cantastorie! […] come sapete bene ciò che ha dovuto adempiersi in sette giorni: e come la bestia mi è strisciata dentro le fauci per strozzarmi! Ma io ne ho morso il capo e l’ho sputato lontano da me. E voi, − voi n’avete ricavato una canzone da organetto? Ma ora io giaccio qui, stanco per quel mordere e sputare via, reso malato dalla mia stessa redenzione” (Ibidem, pag. 266). Poco dopo Zarathustra dice anche che cosa lo soffocava: “Il grande disgusto per l’uomo – ciò mi soffocava e mi era strisciato dentro le fauci”, perché “Eternamente ritorna (soltanto) l’uomo di cui sei stanco, il piccolo uomo […] Ahimè, l’uomo ritorna eternamente! L’uomo piccolo ritorna eternamente![…] Ah, schifo, schifo, schifo! – egli conclude – giacché gli era tornata alla memoria la sua malattia. Ma qui le sue bestie gli impedirono di continuare a parlare”(Ibidem, pag. 267). Perché? È evidente il motivo, ora che si sa che Zarathustra sta lasciando il chiuso roteare. Perché sta staccandosi da loro ed esse con il loro istinto animale lo intuiscono. Con queste parole lo impedirono: “Smetti di parlare, tu sei convalescente! […] e va fuori, invece, dove, come un giardino, ti attende il mondo. Va’ fuori, dalle rose e dalle api e dagli sciami di colombe! E soprattutto dagli uccelli canori: per imparare da loro a cantare! Cantare, infatti, va bene per i convalescenti; colui che è sano può parlare. E anche se vuole canzoni, il sano, ne vorrà diverse da quelle che vuole il convalescente” (Ibidem, pag. 268).
Ma i loro discorsi provocarono ancora una volta la reazione di Zarathustra: “O voi, maliziosi burloni e organetti cantastorie, tacete dunque! […] Come sapete bene quale conforto io mi sono inventato in sette giorni! Il conforto e la guarigione ch’io mi sono inventato era appunto: ch’io dovessi tornare a cantare: ma volete di nuovo farne subito una canzone da organetto?” (Ibidem, pag. 268).
Una canzone da organetto era diventata per Zarathustra l’eterno ritorno, quello del nano e dei suoi animali. Che però non demordono, e ancora una volta gli dicono di tacere, quasi un’intimazione: “Smetti di parlare […] Giacché le tue bestie, Zarathustra, sanno bene chi tu sei e chi devi diventare: ecco, tu sei il maestro dell’eterno ritorno −, questo è ormai il tuo destino […] Vedi, noi sappiamo ciò che tu insegni: che tutte le cose eternamente ritornano e noi con esse, e che noi siamo stati già, eterne volte, e tutte le cose con noi. Tu insegni che vi è un grande anno del divenire, un’immensità di anno grande: esso, come una clessidra, deve sempre di nuovo rovesciarsi, per potere sempre di nuovo scorrere, per potere sempre di nuovo scorrere e finire di scorrere” (Ibidem, pag. 269).
Così gli animali di Zarathustra vogliono che continui ad essere il loro re: come lo è stato fino a quel momento. Il re del loro eterno ritorno. Oppure che muoia. “E se tu, Zarathustra, ora volessi morire: vedi, noi sappiamo anche come in tal caso parleresti a te stesso – gli dicono − […] Io torno di nuovo, con questo sole, con questa terra, con questa aquila, con questo serpente – non a nuova vita o a una vita migliore o a una vita simile; io torno eternamente a questa stessa identica vita, nelle cose grandi e anche nelle più piccole, affinché io insegni di nuovo l’eterno ritorno di tutte le cose […]. Dette queste parole, le bestie attesero in silenzio che Zarathustra dicesse loro qualcosa: ma Zarathustra non udì che esse tacevano. Piuttosto rimase a giacere muto, gli occhi chiusi, simile a un dormiente, sebbene non dormisse: egli, infatti, si stava intrattenendo con la sua anima. Allora l’aquila e il serpente, vedendolo così tacito, onorarono il gran silenzio e si allontanarono discretamente” (Ibidem, pagg. 269-270).
Non dice Zarathustra perché non ascoltava più i suoi animali, e perché non rispose loro se qualcosa gli giunse di quel ciarlare: per non deluderli forse, ma certamente per paura. Non si era, infatti, il serpente infilato nella sua bocca e sceso nella gola per strozzarlo? Non preferivano la sua morte all’abbandono?

[Continua]

Una Risposta to “Friedrich Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno”

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    […] Friedrich Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno By wilmo e franco boraso Terza e ultima parte (Leggi la Prima parte qui) (Leggi la Seconda parte qui) […]

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