L’inaudito di Emanuele Severino, ovvero l’attrazione del nulla


Qui scriviamo i canti
di una nuova era.
La filosofia ufficiale,
le nenie funebri
di quella che finisce.

 

 

Salvador Dalí, Persistenza della memoria, 1931

Non sempre Severino arriva fino alla base del suo pensiero. Perlopiù si ferma prima, a quel “inaudito” indicato ma non svolto, che per i pochi che sono riusciti a seguire la sua filosofia fino a quel punto è espresso dalla formula: “l’essente è eterno, immutabile, immobile”.
Essente
è l’uomo: ogni uomo che si vede e tocca, ma anche quelli che non s’incontrano più per le vie e le piazze della città e hanno la loro foto su una lastra in cimitero e di cui, perché si crede che le cose vengano dal nulla e nel nulla ritornano, si dice erroneamente o superficialmente che sono morti, e quelli che non abbiamo mai visto perché non sono ancora nati. I primi, infatti, per Severino sono soltanto usciti dal cerchio dell’apparire e i secondi non sono ancora entrati in esso. Inoltre, essente è anche ogni filo d’erba del prato di questa primavera e di ogni altra passata e futura, i sassi della via, ogni granello di sabbia del mare, le stelle del cielo, i bruchi che si arrampicano sui fili d’erba, la secrezione che essi lasciano spostandosi eccetera – tutto eterno, immutabile, immobile, che non è stato o sarà, ma è.
Dunque, Severino non arriva spesso fino alla formula dell’“inaudito”, che è la base di partenza, il fondamento su cui sorge la sua filosofia, ma qualche volta è successo in modo chiaro e distinto: nel libro Il muro di pietra, per esempio, uno dei tanti che ha scritto. (E. Severino, Il muro di pietra, Rizzoli, pagg. 195-196) Ecco in che modo: partendo da Proust.
Seguono le pagine 195 e 196 di quel libro, che dividiamo in tre parti, e sotto ad ognuna un commento.

Prima parte.
Nel Tempo ritrovato Proust parla degli attimi in cui ritorna il suo passato di bambino, quando a tarda sera attendeva il ritorno a casa dei genitori e a un certo punto tintinnava in giardino il campanellino del cancello. Il tintinnio e i passi dei genitori, in quegli attimi, “io li udivo ancora, li udivo proprio loro, pur situati così lontani nel passato […] Era proprio quel campanello a risuonare ancora in me, senza che io nulla potessi mutare nelle strida del suo sonaglio […] Dunque quello scampanellio vi era sempre, e con lui, fra esso e l’attimo presente, tutto quel passato indefinitamente trascorso che ignoravo di portare ancora in me”.
Quegli attimi, scrive Proust, non sono soltanto “resurrezioni del passato”, ma resurrezioni “totali” del passato, non sono “semplicemente un’eco, un duplicato d’una sensazione passata”, “ma proprio quella sensazione stessa”.

Qui si dice che si ripresenta eterno, immutabile e immobile, ciò che dovrebbe essere lontano, vago, perduto. Come sono i ricordi in genere, che poi svaniscono completamente, o diventano solo indecifrabili segni come le pietre di una via antica corrose dal tempo e dall’uso, che nessuno più sa a cosa servivano e dove conducevano. Invece a Proust si ripresentano le stesse cose di quando era bambino: non “un duplicato d’una sensazione passata, ma proprio quella sensazione stessa”.
Un’esperienza che non è toccata solo a Proust, ma anche ad altri. A Borges, per esempio, durante una passeggiata notturna, che così racconta: “Una sorta di gravitazione familiare mi guidò verso quartieri, del cui nome voglio sempre ricordarmi e che dettano reverenza al mio cuore” […] “Mi arrestai a guardare quella semplicità, Pensai, certo ad alta voce: ‘È come trent’anni fa’. Calcolai la data: un’epoca recente in altri paesi, ma già remota in questa mutevole parte del mondo. […] Il facile pensiero ‘sono nel mille ottocento e tanti’ cessò d’essere poche approssimative parole e divenne realtà profonda. Mi sentii morto, sentii che percepivo astrattamente il mondo; sentii un indefinito timore penetrato di scienza che è la luce migliore della metafisica. Non credetti, no, di aver risalito le prevedibili acque del Tempo; piuttosto sospettai d’essere in possesso del senso reticente o assente dell’inconcepibile parola eternità. Solo in seguito potei definire tale immaginazione”.
“La scrivo, ora, così: questa pura rappresentazione di fatti omogenei – notte in quiete, muro nitido, odore di provincia della madreselva, fango essenziale – non è soltanto identica a quella che si verificò in quest’angolo tanti anni fa; è, senza somiglianze né ripetizioni, la stessa. Il tempo, se possiamo intuire tale identità, è una delusione: l’indifferenza e inseparabilità di un momento del suo apparente ieri e di un altro del suo apparente oggi, bastano a disintegrarlo”
(J.L. Borges, Nuova confutazione del tempo, Mondadori, pagg. 1080-1081).
Dunque, nel corso di una vita, simili ai ricordi si ripresentano anche avvenimenti lontani nel passato che sono gli stessi della prima volta. “Resurrezioni totali”, li ha chiamati Proust. Non “poche approssimative parole” ma “realtà profonda”, ha detto Borges.

 

Seconda parte.
Dunque, il passato si ripresenta in carne ed ossa. Come son proprio le montagne, e non le loro semplici immagini, a ripresentarsi allorché le nubi che le avvolgevano si dissolvono e si allontanano. Proust avverte qualcosa d’inaudito al di là dei consueti modi di considerare il passato da parte della “nostra cultura” (sente la voce della Non-Follia). Ma poi, l’inaudito, egli lo perde subito di vista, perché se quella del passato è una “resurrezione totale”, è però, per lui, conservato soltanto nella coscienza dell’artista, cioè di un essere “destinato a morire”, a diventare un “essere che non è più”, che è annientato dall’“azione distruttrice del tempo”. “Anche per Heidegger la poesia di Hölderlin intuisce ciò che rimane, lo stabile, l’“Essere”; ma la stabilità dell’“Essere” rimane sino a che i poeti esistono: con la loro morte, anche la stabilità si annienta.”

Qui si entra decisamente nel cuore della filosofia di Severino. Bene la voce della “Non-Follia” che i poeti percepiscono, dice Severino, ma ecco il loro limite: percepiscono l’eterno, immutabile immobile ma all’interno di un di un essere “destinato a morire”, cioè solo nel corso della loro vita finché dura. Poi, seguendo invece la voce comune e generale della Follia, credono che il loro corpo finisca nel nulla. Perciò quella voce, per Severino, è solo un’eco dell’eterno, che pian piano si spegne
Ma non conosce Severino la metempsicosi? Lui non ci crede, d’accordo, ma c’è per moltissimi, anzi è la teoria più diffusa in tutti i piani della conoscenza: miti, misteri, religioni, sapienza, filosofia (vedi
Per sempre e L’infinito di Leopardi). Per molti è la più razionale teoria dell’immortalità personale. E nella metempsicosi non ci sono ritorni d’avvenimenti accaduti nel passato di una sola vita, ma in vite precedenti quella in corso, che emergono da profondità più oscure e lontane. Inoltre i pochi esempi di “resurrezione totale”, che sono avvenuti nel corso di una vita quelli di Proust e di Borges per intenderci –, sono piccola cosa rispetto agli altri.
Riporto alcuni esempi celebri, già esposti in altri post di questo blog, ma essi sono innumerevoli.

Buddha la notte precedente il Risveglio − Buddha significa lo Svegliato −, come ha scritto di lui il suo maggiore biografo Asvagosa, ha richiamato alla memoria “migliaia di vite, come rivivendole” e le ha collegate fra loro.
Ermete Trismegisto, nato tre volte in Egitto, ogni volta si è dedicato alla conoscenza, finché nell’ultima vita terrena si è illuminato, “si è ricordato delle precedenti esistenze, ha ricuperato il suo vero nome” e poi è salito al mondo superiore dov’è l’origine.
Pitagora ricordava anche il suo precedente nome: Euforbo; era un milite nella guerra di Troia e ha perso la vita in battaglia sotto quelle mura, ucciso da Menelao.
Dunque, ritorna il passato “in carne ed ossa” nel modo di Proust e Borges, ma molto più spesso in quello di Buddha, Pitagora, Ermete, e nel secondo, allora, non c’è il corpo fisico che lo chiude e limita. Non c’è il corpo che, “destinato a morire”, quando ciò avviene decreta la fine anche di quel che è avvertito e vissuto come eterno, immutabile, immobile. E come potrebbe? Come può il guscio provocare la fine della perla, il fango della miniera del diamante e il corpo della mente?
Come può ciò che per tutti perisce, fuorché per Severino, trascinare nella sua sorte l’eterno?

 

Terza parte.
“Totali resurrezioni, ma all’interno del perituro – prosegue imperterrito Severino. Totali resurrezioni, ma all’interno di una vita che è morte. Il passato, per Proust, “è sempre”, ma perdura rimanendo nascosto in uno scrigno destinato alla morte. Come ogni altra voce dell’Occidente, nemmeno Proust vede che lo scrigno, in cui il passato permane, è eterno. Il suo modo di pensare è simile a quello di chi si rallegrasse per il fatto che i passeggeri di una nave che si sa destinata a un naufragio in cui non c’è scampo per nessuno escono dalle loro cabine, dove si erano da tempo nascosti o da tempo erano stati dimenticati, e si riuniscono nella sala da pranzo (cioè nella sala della memoria). Possono solo intonarvi un canto funebre, che celebra l’effimera resurrezione del tempo che è stato ritrovato e che è destinato a essere definitivamente perduto”.

E qui scatta la differenza esistente fra Severino e tutti i personaggi che ha avuto la cultura nei millenni che ci hanno preceduto, compresi quelli dell’Oriente. Personaggi che hanno contribuito ad aumentarla e svilupparla fino ad arrivare, in Occidente e per gli autori di questo blog, alla fine della via della conoscenza iniziata venticinque secoli fa nell’antica Grecia. In questo capolinea l’eterno, immutabile, immobile, è la coincidenza di fine e inizio, ed è soprattutto il “Centro” di tal giro, dove si può portarsi e da cui tutto il movimento appare. Da cui si vede, in altre parole, tutto ciò che ruota in cielo e in terra. Come già in parte  avviene d’altronde: vediamo il sole che percorre la volta celeste, le fasi della luna, le stelle che ritornano nel cielo della notte, il giro delle stagioni… Ma ora molto di più. Ora anche l’intero cerchio della vita umana: giorno e notte assieme, conscio e inconscio assieme, vita e morte unite.
Sembrerebbe però, secondo questo mio dire, che a un tale risultato si sia arrivati, quindi ci sarebbe un “eterno” che ha avuto inizio. Ma l’inizio è coincidenza con la fine, quindi non c’è un inizio. Cos’è accaduto, allora? È accaduto che non alla vasta e numerosa specie, non all’interminabile natura, non a Dio, ma all’uomo, ciò che era sentimento, fede, intuizione, è diventata idea chiara e distinta. Ecco cos’è capitato. E la via ora c’è per lui, il suo cerchio è tutto intero, il suo centro è immobile, immutabile, eterno. Centro di ciò che gira in cielo e in terra: galassie, stelle, pianeti, stagioni, piante, animali, uomini.
Perciò la terza parte del brano andrebbe corretta così.
− Il corpo, sia esso eterno come vuole Severino, o limitato e finito come sostengono tutti gli altri, passati e presenti, non è limite e impedimento al manifestarsi delle “resurrezioni totali”, tant’è vero che possono avvenire non solo da un giorno della vita ad un altro della stessa, seppur lontano, ma anche da vita a vita.
− È eterno, immutabile, immobile, ciò che viene sperimentato come tale, vale a dire la “resurrezione totale” di Proust, “la realtà profonda” di Borges, i ricordi di vite precedenti di Buddha, Pitagora, Ermete, e per me “la chiesetta sperduta” che è riapparsa da profondità lontane e nascoste, e sono riuscito a trovare la strada che collega le due. Una strada di tempo, perciò, che sembrava non finire mai, invece è ritornata su se stessa, formando un cerchio e diventando
eterno ritorni (vedi L’antica via dei Miti e dei Misteri, percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica, Editrice Leonardo, Pasian di Prato, Udine). Ma chi muore nessuno l’ha più visto circolare per le vie e le piazze della città con il corpo che aveva quando li ha lasciati, neppure i parenti più stretti e gli amici più cari. O esiste solo un caso: quello di Cristo, ma anche lui, come affermano i Vangeli, dopo la resurrezione era pressoché irriconoscibile e aveva un corpo che passava attraverso i muri.
− Inoltre perché dovrebbe essere eterno, immutabile, immobile, anche l’involucro, cioè lo scrigno che contiene la perla, la terra che nasconde il diamante, il carcere che rinchiude l’anima, la mente, l’Io, il Sé?
− Va da se, inoltre che ciò viene sperimentato come eterno, immutabile, immobile, non può avere limitazioni. Non “c’è” e poi “non c’è più” solo perché il corpo finisce. Esso rimane, indipendentemente dal corpo. Così, infatti, è sempre stato. Così è e sarà.
Concludendo: non è necessario che il corpo sia eterno, immutabile, immobile, per l’eterno, immutabile, immobile, che lo abita.

 

P.S.
Non insisterei tanto con la filosofia di Severino, a confutarla, a dimostrare la sua infondatezza, se il punto più profondo dell’Abisso del nulla, da quanto mi risulta, non fosse stato toccato proprio da essa. E, arrivati a quel livello, non si esce più con le proprie gambe, perché si manifesta tutta la potenza del nascosto, tutta l’attrazione del senza fondo. Tutto e fermo e si ferma lì sotto. Tutto è bloccato, immobile, immutabile: eternamente, come similmente accade in fisica quando − dicono gli scienziati − si raggiunge lo zero assoluto.
In quel nulla vanno a finire:
− Parmenide, che secondo Severino è stato il primo nichilista perché, per lui, l’essere e non l’essente è eterno, immutabile, immobile.
− Tutta la filosofia che è nata subito dopo, da Socrate fino ai nostri giorni, perché essa è in tanta parte le vie indicate dal sapiente di Elea (vedi Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide).
− Tutta la storia d’Occidente e anche quella dell’Oriente, fondata sulla fede che le cose escano dal nulla e nel nulla ritornino.
− La metempsicosi, perché non si ritorna con lo stesso corpo, o non è certamente necessario.
− Il divenire, perché esso è − dice Severino − “trasformazione e metamorfosi – divenire – altro, appunto. Il risultato del divenire è altro dall’inizio del divenire. Il risultato, cioè il compimento del divenire, è la situazione in cui la cosa che diviene è diventata altro da sé è altro da sé. Ma che una cosa sia altro da sé, cioè non sia ciò che essa è, non è forse il senso stesso dell’impossibile? Non è forse l’essenza stessa della follia” (E. Severino, Nascere, Rizzoli, pagg. 265-266).
− Infine il nulla stesso, perché “tutto è eterno, immutabile, immobile”.
Più nichilismo di così!
E tutto viene infaticabilmente ripetuto, ribadito, rispiegato, a chi si ostina a non capire e continua a domandare. Ma non c’è nulla da capire, c’è solo il vuoto là sotto.
“Io definisco la filosofia di Severino come espressione di una tesi che è falsa (negazione dello spessore ontologico del divenire e, quindi, del non essere e della morte) − ha detto di essa Giovanni Reale − però espressa nel modo più coerente e più perfetto. Ma con N. Gòmez Dàvile io penso che la coerenza di un discorso non è prova di verità, ma solo di coerenza” (Giovanni Reale, Corriere della Sera, 6 gennaio 2005).

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41 Risposte to “L’inaudito di Emanuele Severino, ovvero l’attrazione del nulla”

  1. luca Says:

    prima di commentare una ‘mente’ come emanuele severino bisogna fare lo sforzo di capire il significato di determinati termini sui quali si basa il suo pensiero filosofico.credo che parole come eternità e immutabilità non abbiano lo stesso significato a cui lo scritto vuole assegnare e far intendere,bensi ad un senso piu complesso e articolato quasi incapibile alle persone con un’intelligenza ‘normale’.penso che severino sappia che il corpo non rimane in eterno su questo mondo ed è per questo motivo che invito i lettori a fare uno sforzo ed un tentativo in più per capire ed approfondire il suo pensiero!!!finisco dicendo che se un qualsiasi pensiero non mi è comprensibile non significa che sia infondato ma semplicemente lontano da una mia visione su cui fondo il mio esistere….

  2. wilmo e franco boraso Says:

    caro Luca. Pensi male se credi “che Severino sappia che il corpo non rimane in eterno su questo mondo”; perchè per Severino il corpo rimane in eterno, e non si tratta di un pensiero secondario ma del fondamento della sua filosofia. La quale inizia appunto, con il trasferimento di ciò che apparteneva all’Essere di Parmenide (eternità, immobilità, immutabilità, ecc.) ad ogni ente, e dell’Essere non rimane nulla, quel nulla che sta imperversando nel pensiero e nelle opere dell’Occidente. Se non ti bastano queste mie parole, studia la sua opera, o se vuoi far prima chiedi a lui. Sta sicuro che “eterrnità e immutabilità” hanno il significato di sempre anche per Severino, e in tal modo lui le ha usate e le usa. Inoltre io non mi sogno nemmeno di considerare “infondata” la filosofia di Severino. E’ fondata e come. E’ il maggior monumento al nulla che sia mai stato eretto e solo un grande filosofo poteva arrivare a tanto.
    Ciao, buona giornata.

  3. luca Says:

    bisogna capire cosa si intende con la parola “mondo” e cosa intende severino per essa?per mondo ho inteso ciò che entra ed asce dalla scena dell’apparire rimanendo percepibile ai sensi ed è scontato che gli “eterni” seveririani compaiano in successione su questa scena.ma questo non significa che cio che è eterno continuerà ad apparire alla vista e il corpo cosi inteso non può comparire in eterno.il comparire di cio che è non può trovarsi sulla scena della vista in eterno ma bensi in quel luogo che racchiude in sè il mondo e il suo apparire che è l’uomo.ciò che compare può comparire solo se appare il suo apparire trascendentale ed è questo apparire che rimane in eterno e la sede in cui tutto resta è l’uomo e non quel mondo percepibile ai sensi.la filosofia di severino fa uso di una vecchia frase di parmenide per la quale la ragione e non l’occhio vede il vero!il suo discorso può essere comprensibile solo se si fà una netta distinzione fra la ragione e i sensi…..un saluto.luca

  4. LUCA Says:

    Consiglio di leggere il libro “la legna e la cenere” dove in un capitolo si chiarisce che il mondo con il suo apparire possono esistere solo se è l’uomo ad associarne l’esistenza.il mondo non può esistere separato dall’uomo e questa è una delle basi imprescindibili su cui si fonda il suo pensiero filosofico,per il quale non può esistere una casa,una stella,un monte,un albero etc etc separato dall’uomo.il luogo eterno che “sta” non è il mondo con il suo apparire e l’uomo è un essere temporale che và e viene ma è esattamente l’opposto,per cui è l’essenza dell’uomo quel luogo che “sta” e raccogliere in sè tutti gli eterni che si susseguono nel mondo sensibile e sono visibili nell’esperienza,così è il mondo esterno che inizia e finisce e la nascita e la morte dell’uomo fanno parte della sua stessa essenza.

  5. wilmo e franco boraso Says:

    Caro Luca.
    Come tu sai il nostro BLOG si intitola La via d’uscita dal nichilismo, dove c’è anche un Abisso da superare, e ci risulta che il punto più profondo di esso è stato toccato da Sevrino. Si trova così in giù che da lì non si può risalire con le proprie gambe. Perciò i nostri post, che sono soprattutto cartelli indicatori del pericolo. Per superare l’Abisso ora c’è il Ponte, ed è specialmente a quel passaggio stretto e difficile che invitiamo e poi all’uscita.
    Detto questo, lungi da noi l’idea di porci nella posizione di critici di una filosofia che ha il suo fondamento nel declino e caduta di una civiltà (l’Occidente), e nel nichilismo diventato condizione normale. Oltretutto, se fine a se stessa, una tale critica non gioverebbe a nessuno.
    Veniamo a noi.
    Bene quel che dici del mondo interpretando Severino, cosa d’altronde assai nota in filosofia, oggi anche nella scienza. L’ha affermato Schopenhauer: “Non c’è mondo senza l’uomo”, e prima di lui Berkeley si è così espresso: “Vi sono verità talmente chiare che per vederle ci basta aprire gli occhi. Tale è questa importante verità: Tutto il coro del cielo e le aggiunte della terra, tutti i corpi che compongono l’enorme costruzione dell’universo, non esistono fuori di una mente; non hanno altro essere che l’essere percepiti; non esistono se non li pensiamo o esistono soltanto nella mente di uno Spirito eterno”. Inoltre per gli idealisti più esigenti, Berkeley fra essi, il mondo “reale”, quello che normalmente e comunemente chiamiamo “vero” è un inconcepibile mondo superfluo. Per Severino invece è eterno, immutabile, immobile.
    Non va bene invece se pensi che gli eterni che compaiono con incredibile rapidità in successione nella scena, vale a dire nel cerchio dell’apparire, “non continueranno ad apparire e il corpo così inteso non può comparire in eterno”. Sbagli perché ciò che è eterno, anche per definizione, in un tempo eterno appare e scompare innumerevoli volte. Quindi il tuo corpo di ora, spero ancora giovane e bello, altrimenti è una fregatura, te lo ritroverai sempre, perché – dice Severino -, tu sei eterno tutto e in ogni singola parte e trasformazione. Anzi “condannato” ad esserlo. Perciò non nominare neppure “nascita e morte” se non vuoi entrare nel novero dei folli che credono che le cose vengono dal nulla e finiscono nel nulla: gli eterni non hanno inizio e fine.
    Tieni presente inoltre che c’è un grande traffico sul confine fra il cerchio dell’apparire e quello dello scomparire, tale e quale quello del divenire. Soltanto che nel divenire ciò che va di là viene ricliclato, nel caso di Severino, invece, rimane per sempre, ed è sempre in tenuta per il rientro.
    Un cordiale saluto

    P.S. Di La legna e la cenere che tu nomini, presto vedrai qui qualcosa di essa, che sarà però ancora una volta un segnale di pericolo.

  6. roberto fiaschi Says:

    Gent. Sig. Franco Boraso, ho letto con interesse il suo ottimo articolo circa la filosofia di Severino. Con questo mio intervento intendevo però chiederLe alcuni chiarimenti, sollevando al contempo dei rilievi critici. Inizierei da qui : le scrive
    “P.S.
    Non insisterei tanto con la filosofia di Severino, a confutarla, a dimostrare la sua infondatezza, se il punto più profondo dell’Abisso del nulla, da quanto mi risulta, non fosse stato toccato proprio da essa. E, arrivati a quel livello, non si esce più con le proprie gambe, perché si manifesta tutta la potenza del nascosto, tutta l’attrazione del senza fondo. Tutto e fermo e si ferma lì sotto. Tutto è bloccato, immobile, immutabile: eternamente, come similmente accade in fisica quando − dicono gli scienziati − si raggiunge lo zero assoluto.
    In quel nulla vanno a finire:
    − Parmenide, che secondo Severino è stato il primo nichilista perché, per lui, l’essere e non l’essente è eterno, immutabile, immobile.
    − Tutta la filosofia che è nata subito dopo, da Socrate fino ai nostri giorni, perché essa è in tanta parte le vie indicate dal sapiente di Elea
    ….. CUT per brevità ………
    − Infine il nulla stesso, perché “tutto è eterno, immutabile, immobile”.
    Più nichilismo di così!”

    Non sono riuscito a capire dove stia o quale sia quel “nulla” nel quale _secondo Lei_ la filosofia di Severino destinerebbe tutti gli aspetti che Lei ha enunciato qui sopra.
    Aggiunge poi “Più nichilismo di così!”.

    Nella filosofia di S. niente si annulla, dunque neanche l’errore o l’illusione, che in quanto tali sono eterni, ma i cui contenuti sono inesistenti. ora, se un contenuto è inesistente, non si potrà parlare di esso come di un qualcosa che finisce nel nulla, poiché tale nulla non si predica di un esistente, bensì di un contenuto erroneo od illusorio, il quale,non essendo, non finisce da alcuna parte, tantomeno nel nulla. Ora, non so se ho capito bene i Suoi rilevi critici: probabilmente no, poiché io sono una testa dura, se non impermeabile. Però mi permetta quest’altra considerazione.
    Lei scrive:
    “Non insisterei tanto con la filosofia di Severino, a confutarla, a dimostrare la sua infondatezza, se il punto più profondo dell’Abisso del nulla, da quanto mi risulta, non fosse stato toccato proprio da essa.”

    Ora, io non sono riuscito a rinvenire, nel suo articolo, né come Lei tragga la conclusione circa l’abisso del nulla severiniano, né alcun tentativo di confutazione da parte Sua. Se me ne volesse parlare gliene sarei grato, essendo io molto interessato a queste tematiche.

    Quanto al Prof. Reale che Lei cita, egli dichiara “falsa” la tesi severiniana la quale negherebbe lo spessore ontologico del divenire. Non sono mai riuscito a trovare una confutazione dettagliata del Reale, al di fuori di quella di cui sopra, la quale però è soltanto una semplice asseverazione. Potrà mai avere dignità ontologica ciò che è negazione di ogni ontologia, e cioè l’identità degli auto-negantesi come l’essere ed il nulla?

    Grazie infinite e scusi per l’irruzione🙂
    Cordiali saluti
    Roberto Fiaschi
    _____________________

  7. roberto fiaschi Says:

    Sono sancora qui🙂

    Riporto una citazione del Sig. Franco :
    “caro Luca. Pensi male se credi “che Severino sappia che il corpo non rimane in eterno su questo mondo”; perchè per Severino il corpo rimane in eterno, e non si tratta di un pensiero secondario ma del fondamento della sua filosofia. La quale inizia appunto, con il trasferimento di ciò che apparteneva all’Essere di Parmenide (eternità, immobilità, immutabilità, ecc.) ad ogni ente, e dell’Essere non rimane nulla, quel nulla che sta imperversando nel pensiero e nelle opere dell’Occidente. Se non ti bastano queste mie parole, studia la sua opera, o se vuoi far prima chiedi a lui. Sta sicuro che “eterrnità e immutabilità” hanno il significato di sempre anche per Severino, e in tal modo lui le ha usate e le usa.”

    In nessuna opera di Severino_ e le posseggo tutte _ si sostiene che il corpo permanga in eterno QUI, in QUESTA visibilità, cioè nell’orizzonte dell’apparire finito. Al contrario, questo tema è spesso motivo di equivoco_uno dei tanti_ che si commettono sul pensiero severiniano. L’eternità non implica che per esempio questo computer rimanga sempre qui innanzi per l’eternità: questa sarebbe sempiternità, un puro permanere, sostare nell’orizzonte fenomenico. Questo computer passerà, uscirà cioè dall’apparire finito ( = DIVERRA’ dunque, in senso non-nichilistico ) , pur essendo un eterno come ogni altro essente. Se Luca voleva intendere ciò, allora Luca ha ragione. Se invece intendeva cosa altra, allora io non ho capito niente, come spesso mi capita🙂

    Cordiali saluti,
    Roby

  8. luca Says:

    ciao roby,credo fortemente in ciò che hai scritto ed a quanto ho ben capito sei anche tu un fans del buon severino!quello a cui mi riferivo era propio questo,che nella scena finita dell’apparire l’essente non rimane visibile in eterno e cosi questa scena non può comparire alla vista per sempre.mi sembra più che ovvia questa affermazione ed è propio questo ciò che volevo intendere.non è necessario che l’eterno debba comparire ed essere visto per sempre,così l’eterno seveririano ha un significato che è altro rispetto a ciò che intendiamo comunemente con questo termine.severino fà una differenza tra apparire empirico ed apparire trascendentale.l’apparire empirico è ciò che si mostra nell’esperienza entrando e uscendo dal cerchio del visibile,mentre l’apparire trascendentale è ciò che consente all’apparire empirico di mostrarsi perchè quello che compare non può comparire uscendo dal nulla ma bensì se appare il suo apparire trascendentale.severino fà l’es. di una penna che prima compare nel cerchio dell’apparire e poi viene presa e chiusa in un cassetto inaccessibile all’uomo.questo cassetto inaccessibile è la dimensione che non è visibile e che non appare e pertanto l’uomo non avendo esperienza di quella dimensione non può affermare che la penna si sia nullificata,così secondo il principio cardine di severino che è il principio di non contraddizione per cui ciò che è non può essere e diventare altro la penna continuerà ad essere anche non comparendo più.questo è l’apparire trascendentale che è eterno e che consente a ciò che è nell’esperienza di comparire e il luogo in cui è racchiuso e ha sede questo apparire è l’uomo e non potrebbe essere altrimenti se partiamo da questo principio….noi siamo rè anche se ci crediamo mendicanti!ciao a tutti,luca

  9. roberto fiaschi Says:

    Ciao Luca,
    sì, esattamente tutto quanto da te così ben riassunto.
    Sono molti anni che tento di studiare il pensiero di Severino. Lavoro ciclopico, tanto è vasto ed articolato quel pensiero.
    Però ho notato che nessun critico prende mai in considerazione il lavoro-base di Severino, cioè LA STRUTTURA ORIGINARIA, Adelphi.
    Tutti, o quasi, prendono di mira soltanto qualche corollario di tale pensiero, ma così facendo rimangono ai margini della critica. LA STRUTTURA ORIGINARIA richiede un impegno fuori dal comune, pertanto è comprensibile mirare soltanto ad aspetti più immediati del pensiero severiniano che magari risultano al senso comune strani o inaccettabili. Ma qui si tratta di lasciar da parte per un momento il “buon” senso comune ed argomentare sui fondamenti.
    Grazie, ciao
    Roberto

  10. luca Says:

    ciao roby.infatti nel mio primo post ho scritto che bisogna fare lo sforzo di capire determinati termini sui quali i basa il suo pensiero filosofico.è un pensiero molto complesso ed articolato spesso non comprensibile se si naviga sulla superficie e non si fà il tentativo di addentrarsi in profondità,così,come hai appena scritto tu,può risultare inaccettabile per il senso comune.si può infine essere d’accordo o in disaccordo,credere o non credere nella sua riflessione,ma non penso che il suo pensiero sia un segnale di pericolo e un’attrazione verso il nulla….

  11. luca Says:

    per un’ulteriore chiarimento si vada a vedere la seconda parte dell’intervista che severino a girato in occasione de “vacances de l’esprit 2008″……parla dell’eterno secondo la sua visione filosofica.

  12. wilmo e franco boraso Says:

    Gentile Sig. Roberto Fiaschi.
    Per il nostro BLOG che ha per titolo La via d’uscita dal nichilismo, il punto più profondo di esso visto finora lungo il cammino è la filosofia di Severino. Quindi tale punto appare dalla nostra via, non in Severino, per il quale il nulla non esiste e perciò non destina nulla.

    Per nulla intendiamo il nulla che è nel nichilismo, quello che ha colpito il Cielo più alto, al di là della fisica, oscurandolo completamente e cancellandolo. E’ soprattutto “la morte di Dio” di Nietzsche e ai nostri giorni l’eliminazione dell’Essere operata da Severino, dopo che ha trasferito agli enti tutti i suoi attributi. Nel nostro BLOG un appellativo del nulla è Abisso. Comunque, nel nostro caso, è più corretto chiamarlo nichilismo anziché nulla, perché ha colpito e soppresso soltanto la parte più nobile ed elevata dell’uomo.

    Sappiamo bene che per Severino il corpo non rimane per sempre “QUI, in QUESTA visibilità”, come il sole (l’esempio più frequente che Severino propone) non rimane in questa volta del cielo ma tramonta e scompare. Però ritorna: così per Severino ritorna ogni corpo. Luca, Roberto, il computer di Roberto, perché sono eterni, anzi “costretti” ad esserlo. Cito l’ultima di queste asserzioni che ho trovato su internet: “Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che la disperde sono eterni astri dell’essere che si succedono nel cielo dell’apparire, ma anche tutte le fasi dell’albero che (…) hanno preceduto la legna tagliata per il fuoco.
    Quando gli astri dell’essere escono dal cerchio dell’apparire, il destino della verità li ha raggiunti e impedisce loro di diventare niente.
    Appunto per questo essi – tutti – possono ritornare. (Dal Manuale di filosofia per le scuole – conclusione)

    Nel frattempo, vale a dire finché non arriva l’ora del ritorno, cosa fanno al di là gli “eterni astri”, cosa faranno Luca e Roberto in carne ed ossa, e com’è, dov’è quel posto? Butto la domanda a Roberto e nascondo la mano, perché non voglio imbarcarmi in una polemica senza fine e senza conclusioni. Solo una curiosità perciò.

    Cordiali saluti Wilmo

  13. roberto fiaschi Says:

    Grazie Sig. Wilmo per la gentile risposta ; riporto :

    “Per nulla intendiamo il nulla che è nel nichilismo, quello che ha colpito il Cielo più alto, al di là della fisica, oscurandolo completamente e cancellandolo. E’ soprattutto “la morte di Dio” di Nietzsche e ai nostri giorni l’eliminazione dell’Essere operata da Severino, dopo che ha trasferito agli enti tutti i suoi attributi. ”

    Severino non ha annullato l’essere, annullando così la differenza ontologica heideggeriana tre essere ed essente, se sta dicendomi questo; tale differenza ontologica non può sussistere, poiché anche l’essere, per quanto diverso possa esser dall’essente, non è un puro nulla, ma ha in comune con gli essenti il fatto di ESSERE, cioè è un non-nulla. Certo, l’essere non è un oggetto tra gli altri, ma non è neppure un nulla, poiché appunto E’; ed anche gli essenti non sono un puro nulla, ma appunto SONO: pertanto essere ed essenti hanno in comune il fatto di non essere dei NULLA.
    Allora si può vedere che S. non elimina l’essere, bensì dice che l’essere è tutto ciò che non è un nulla, e dunque l’essere heideggeriano viene meglio precisato come APPARIRE INFINITO, cioè quell’essere la cui essenza è l’apparire inesauribile di tutti gli essenti, ma chiamare ESSERE l’apparire infinito è fuorviante, poiché, s’è detto, anche gli essenti sono ESSERE, cioè non sono dei NULLA.

    riporto ancora :
    “Sappiamo bene che per Severino il corpo non rimane per sempre “QUI, in QUESTA visibilità”, come il sole (l’esempio più frequente che Severino propone) non rimane in questa volta del cielo ma tramonta e scompare. Però ritorna: così per Severino ritorna ogni corpo. Luca, Roberto, il computer di Roberto, perché sono eterni, anzi “costretti” ad esserlo.”

    Il ritorno degli essenti nel cerchio dell’apparire non è un ritorno puramente identico_non è un ritorno dell’identico_ alla maniera degli stoici o di Nietzsche: tutt’altro. E’ il ritorno recante con sé il superamento di ogni contraddizione in cui consiste il non-apparire della totalità dell’essente nel cerchio FINITO dell’apparire, cioè i QUESTO orizzonte fenomenico. Poiché cioè ogni essente appare in modo finito, c’è una disequazione tra il suo _dell’essente_ apparire senza la totalità infinite delle sue determinazioni ed appunto l’infinità delle sue determinazioni. Questa viene chiamata contraddizione C. Dunque ogni essente è destinato a riapparire sempre più libero dalla suddetta contraddizione, tale che ogni essente appaia sempre più “se stesso”, cioè sempre più avvolto dal doloro, poiché ogni dolore è una contraddizione, anche se non ogni contraddizione è dolore.

    Vi è poi la contraddizione consistente nel considerare l’essente affetto dalle insidie del NULLA. Questa contraddizione è destinata a TRAMONTARE totalmente, al contrario dalla contraddizione C, la quale non può mai tramontare , in quanto l’apparire FINITO in cui consiste la contraddizione C non può mai divenire quell’altro da sé che è l’apparire INFINITO. Dovendo allora passare il nichilismo, l’essente libero dall’atmosfera del nulla è qualcosa in più rispetto allo stesso essente visto con le lenti del suddetto. Libero dal nichilismo, QUESTO mondo appare scevro dall’angoscia del nulla e della morte, e dai rimedi approntati per essi. Tale mondo, QUESTO mondo, è il mondo restituito alla sua essenza autentica, cioè quella di esser un eterno che di eternità in eternità va raggiungendo sempre più ciò che da sempre invero esso è. Non è quindi, per farla molto breve, un SEMPLICE ritorno dello stesso. C’è una differenza abissale…

    Quanto all’esser “costretti” ad essere: l’essere non è una costrizione. perché? Intanto diciamo che ogni essente è una totalità infinita di essenti dei quali ne appaiono solo una infima quantità qui, nell’apparire FINITO. Non a caso S. afferma che ogni essente, quindi l’uomo, è un RE che non sa di esserlo. Dunque è fuorviante rappresentare un essente come se fosse SOLO QUESTO QUI ED ORA essente. ma a parte ciò, CHI, domandiamoci, CHI vorrebbe evadere da se stesso per esser altro da sé? Cioè per non volere ciò che di fatto adesso è? L’io, la volontà di potenza che è persuasione di poter far divenire altro le cose. Ma l’io può avere questa persuasione perché ritiene _consapevolmente o meno_ di esser soggetto alla corrosione del nulla minaccioso, onde il divenir altro da sé costituisce la scappatoia da sè per approdare alla salvezza dell’esser altro da sé. Mi fermo qui.

    ” Nel frattempo, vale a dire finché non arriva l’ora del ritorno, cosa fanno al di là gli “eterni astri”, cosa faranno Luca e Roberto in carne ed ossa, e com’è, dov’è quel posto? Butto la domanda a Roberto”

    Il FARE ed il NON FARE sono preoccupazioni tutte interne al nichilismo. Anzi, si potrebbe ben dire che il nichilismo sia il regno del FARE, poiché è tramite esso che si fronteggia e si approntano i rimedi contro il nulla incombente. Ma naturalmente è impossibile gettare un occhio a ciò che no appare. Questa è una curiosità appetibile, lo riconosco, ma è pur sempre un corollario, poiché il non “poter vedere” non rappresenta una contraddizione per le fondamenta del discorso severiniano: la non-contraddittorietà dell’essente e quindi l’eternità dell’essente NON è un conoscere TUTTO delle determinazioni dell’essente, tanto meno se non appare più. Azzardo a dire che noi tutti stiamo vivendo ORA tutte le nostre INFINITE vite, delle quali appare solo una piccola parte, questa, ora, nell’apparire FINITO.
    E poiché si è spesso mossa l’accusa che il discorso severiniano sia privo della dimensione del mistero, beh, si può ben vedere che ciò è tutt’altro che vero…
    Grazie e cordialissimi saluti
    Roberto

  14. luca Says:

    roberto,hai riassunto benissimo la differenza tra apparire finito in cui emerge tutta la contraddizione del finito e l`apparire infitito dove viene avvolta la totalita del “tutto”.dietro la comprensione di questa abissale differenza si radica la base del pensiero filosofico di severino…
    un saluto,luca

  15. wilmo e franco boraso Says:

    A Luca e Roberto.

    Per noi la via filosofica è stata un’esperienza e ci è servita soprattutto per attraversare l’Abisso, altrimenti invalicabile. Alla fine abbiamo detto (e stiamo dicendo) soltanto ciò che abbiamo visto e toccato. Un racconto dell’avventura è Compendio, il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio e la morte, e, in modo anor più completo, L’antica via dei Miti e dei Misteri, percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica.
    In quest’avventura, quel che abbiamo ottenuto di più rispetto alla misera condizione di partenza in cui tutti ci troviamo (soggetti ai dolori, alle malattie, alla vecchiaia, alla morte), è stato frutto di volontà, ricerca continua, dura applicazione.

    Leggendo invece Severino e le esposizioni della sua dottrina, ci pare di trovarci alla corte dei miracoli. Sono tali, per esempio:
    – La legna che rimane intatta al di là, dopo che di qua (il cerchio dell’apparire) il fuoco l’ha ridotta in braci; oppure, il che è lo stesso, l’uomo che di qua è appena morto e c’è il suo cadavere disteso sul tavolo dell’obitorio e di là è vivo e vegeto in carne ed ossa.
    – Oppure l’uomo diventato “superdio”, come afferma Severino: “Nella sua essenza più profonda l’uomo è oltre l’uomo, in un senso abissalmente diverso da quello di Nietzsche dove il suo superuomo è il rafforzamento estremo della volontà di potenza. nella sua essenza più profonda l’uomo è già da sempre e per sempre oltre la volontà di potenza. E quindi non solo è oltre l’uomo: superuomo – ma oltre dio: superdio”. (E.Severino, “La filosofia futura, pag. 273 – Rizzoli Milano 1989)

    Ancora queste tre note:
    – L’eterno ritorni di Nietzsche “non è un SEMPLICE ritorno dello stesso”: vedi sul BLOG Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno.
    – Si può dire dell’uomo che “è un RE che non sa di esserlo”, ma non che è un “SUPERDIO” che non sa di esserlo, e lui proprio non lo sa e c’è solo Severino che glielo dice.
    – In carne ed ossa significa avere mani per lavorare e scrivere, piedi per camminare, testa per pensare e fare progetti. Perciò devo ripetere la domanda: cosa fanno al di là della sfera dell’apparire Luca e Roberto in carne ed ossa, vale a dire con mani, piedi e testa, e cosa fanno di qua se non usano mani, piedi e testa? O lo fa Severino per loro?

    Cordialissimi saluti. Wilmo

  16. LUCA Says:

    Per una possibile risposta consiglio di nuovo di andare a sentire l’intervista,suddivisa in due parti,che Severino a tenuto in occasione de “le vacances de l’esprit 2008”.In quell’intervista credo che riassuma chiaramente e in breve il suo pensiero filosofico senza lasciare alcun dubbio.In precedenza ho scritto che si può essere d’accordo o in disaccordo verso la sua filosofia,ma come ha fatto presente anche Roberto bisogna fare il tentativo di addentrarsi nell’essenza del suo pensiero e non rimanere ai margini della critica prendendo in considerazione quache frase estrapolata da un contesto e così faciendo è molto facile perdere la via e smarrirsi.Luca
    ps:volevo ringraziarvi perchè grazie a voi ho la possibilità di confrontarmi e coltivare così la mia grande passione verso la filosofia….grazie

  17. wilmo e franco boraso Says:

    A Luca.
    Se ti dicessi che seguo Severino da oltre quarant’anni, scriveresti ancora che per capire la sua filosofia bisogna “fare il tentativo di addentrarsi nell’essenza del suo pensiero, e non rimanere ai margini della critica prendendo in considerazione qualche frase estrapolata da un contesto e così facendo è molto facile perdere la via e smarrirsi”?
    Ebbene, ora ti dico proprio così: seguo Severino da oltre quarant’anni. Perciò per me non si è mai trattato di estrapolare “qualche frase da un contesto”, ma per le mie osservazioni e confutazioni ho sempre preso come tema le basi della sua filosofia.

    Che seguo Severino da oltre quarant’anni, ho anche modo di dimostrarlo: una lettera aperta a lui indirizzata, pubblicata nella rivista Cultura e natura, che porta la data giugno/luglio 1988. Ora quella rivista non esce più, ma ne conservo ancora una copia e se ti interessa, potrei farti avere quell’articolo.

    Naturalmente, non ho mai ricevuto risposta, ma non l’aspettavo. Come non le aspetto ora alla Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide (vedi il blog), quelle pubbliche almeno. Bisogna appartenere alla Casta per godere di simili privilegi o anche per essere presi soltanto in nota, ma lì tutti non riescono ad entrare o lo vogliono, perché, come diceva un celebre scrittore francese a proposito dell’Accademia (cito a memoria), lì si entra tori e si diventa buoi.

    Hai fatto bene ad indicarmi le recenti interviste a Severino; le ascolterò volentieri perché sono ancora interessato alla sua filosofia. Di alcuni aspetti di essa, anzi, ho scritto un nuovo post intitolasto la filosofia dell’assurdo, che uscirà fra qualche giorno, e che contiene una mia teoria sull’origine di quel pensiero.

    Ti ringrazio, cordiali saluti

  18. Massimo Says:

    Un solo e rapido commento: per criticare una discorso non basta stupirsi delle conseguenze, bisogna saggiarne le cause, il fondamento. Una critica che si limiti a esprimere incredulità non è una critica, anche i contemporanei di Newton non avebbero accettato la teoria della relatività, ma le opinioni hanno il poco valore che possono avere se non supportare da argomentazioni, cosa ben rara questa, la parola l’abbiamo tutti, l’intelletto in grado inferiore.

  19. Massimo Says:

    Dimenticavo: chi avesse compreso realmente il senso della struttura originaria difficilmente si troverebbe a muovere certe critiche al suo autore: non è importante passare decenni su severino, l’importante è capirlo, come per ogni cosa..

  20. LUCA Says:

    Massimo è propio questo il problema!Cercare di capire l’essenza del pensiero di Severino è un lavoro molto complesso e impegnativo e non sò quante persone lo abbiano realmente capito.Io da semplice appassionato di filosofia stò facendo lo sforzo per cercare di comprendere il più possibile le sue teorie ma credo che sia un lavoro molto complicato e non sempre si ottengono dei risultati,anzi,per capire una semplice frase a volte mi capita di rileggerla più volte!Vorrei specificare che questa è solo una mia impressione personale e non voglio generalizzarla…..un saluto,luca

  21. wilmo e franco boraso Says:

    A Massimo.

    “La struttura originaria” sarà anche una gran bella struttura ma sono le fondazioni che non reggono, e questo stiamo dimostrando.
    Ma ciò che ci mette contro Severino in filosofia, è l’uso che ha fatto e fa del pensiero di Parmenide, che è il racconto di un viaggio iniziatico di cui ci sono giunti i centocinquanta versi che ogni buon filosofo ormai conosce. Ebbene, il racconto è molto più complesso e vario di quanto Severino ha detto di esso (vedi su questo blog la Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide). Egli l’ha ridotto a poche formule instancabilmente ripetute come “l’essere è, il non-essere non è”, e ha finito con l’attribuirgli la negazione dell’esistenza del divenire e del molteplice, facendo di lui il primo nichilista della storia dell’Occidente.
    Ma il motivo del nostro contrasto è ancora più profondo: la nostra esperienza è stata simile a quella di Parmenide. Abbiamo fatto anche noi quel viaggio, abbiamo percorso anche noi quel giro. Unica differenza, siamo partiti da posizioni diverse in tempi diversi: lui dalla Notte, diretto verso il Giorno; noi dal Tramonto volti alla Notte; lui dall’inizio della civiltà greca diventata poi Occidente; noi dal declino dell’Occidente e poi lungo la sua caduta nel nichilismo.
    Sulla corrispondenza fra il viaggio di Parmenide e il nostro, vedi su questo blog Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica.
    Cordiali saluti

  22. wilmo e franco boraso Says:

    A Luca.
    Non preoccuparti e dolerti tanto per le difficoltà che trovi a comprendere la filosofia di Severino. Credo che anche lui abbia problemi: quelli di sistemare un mondo di natura creato da Dio (si diceva) e da lui trasformato completamente. Basta pensare all’eliminazione del mutamento e del divenire.
    Quando raggiungerai un maggior grado in filosofia, saprai distinguere nettamente fra il mondo di natura e quello della cultura. Solo il secondo ci riguarda direttamente ed ha come inizio il motto “conosci te stesso”. Era inciso sul frontone dell’Oracolo di Delfi, è anteriore alla nascita della filosofia, e dicono sia dovuto a Solone, uno dei sette sapienti dell’antica Grecia.
    Percorrendo questa via, noi uomini ci siamo in tanta parte affrancati dalla cieca necessità, quella della natura, abbiamo raggiunto i nostri limiti estremi e abbiamo cominciato a superarli. I limiti erano quelli ben noti a tutte le culture: da dove vieni, chi sei, dove vai. Continua, comunque, per la tua strada. Se sei deciso e costante come ci appari, ti libererai da solo dagli idoli dei nostri tempi. Capirai che la “filosofia della vita” conta molto di più di quella “ufficiale” o “di scuola”.
    I tuoi interventi ci fanno piacere, anche perché ci danno modo di chiarire delle idee che altrimenti verrebbero in luce con più difficoltà o in tempi più lunghi.
    Cordiali saluti

  23. luca Says:

    Ringrazio tanto per il consiglio,sicuramente il mio spirito critico cercherà di farne tesoro.Una delle mie perplessità maggiori è quella di sapere se la nostra conoscenza attuale è sufficente a spiegare la complessità dell’esistenza e soprattutto se ciò a cui diamo per scontato(mutamento e divenire)sia effettivamente così scontato e se ci potrà essere in futuro una conoscenza diversa che interpreti le cose sotto un’altro punto di vista….il percorso è lungo e non sò se arriverò mai ad una risposta,sicuramente continuerò a cercare!Un saluto e un arrivederci al prossimo commento.luca

  24. Andrea Says:

    Sono completamente d’accordo con Roberto e Massimo.

    Bisogna confutare Severino su temi strettamente teoretici e non “stupirsi delle conseguenze” controintuitive che il suo discorso mette in luce.

    Ergo, bisogna confutare la struttura della Struttura Originaria.

    Ad oggi solo Donà ci ha provato un pò seriamente. Ma secondo me non ci è riuscito.

  25. wilmo e franco boraso Says:

    A Luca.
    Si, dici bene: “la nostra conoscenza attuale non è sufficiente a spiegare la complessità dell’esistenza”. Non siamo dei “superdei”, piuttosto vale ancora la massima socratica: “sapere di non sapere”. Per questa sua posizione , posta fra la conoscenza e l’ignoto, l’oracolo ha eletto Socrate primo fra coloro che sanno, vale a dire sapiente. E i sapienti sono coloro che si sono trovati nel posto più adatto nel momento propizio: dove la Notte finisce e comincia il Giorno (Parmenide), dove Essere e non-Essere si danno nascita fra loro (Lao.tzu) . (vedi su questo blog il post dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica).
    Se il motto “Conosci te stesso” è ancora quello dell’inizio, di passi però ne sono stati fatti. Esattamente è stata percorsa tutta la via filosofica, lunga venticinque secoli, e in questo cammino “mutamento e divenire” che tu citi, hanno acquistato aspetti nuovi. Di cambiato c’è soprattutto il divenire nel suob rapporto all’Essere, che puoi leggere nel post Il tempo lineare e l’eterno ritorno.
    Arrivederci

  26. Massimo Says:

    @ wilmo:

    Attendo di capire quali siano, di precso, le fondazioni che “non reggono”. Qui, si badi bene, non sto invitando ad adorare il libro: invito a fare l’opposto ma, prima ancora, invito alla consapevolezza di possedere – o meno – gli strumenti e le conoscenze per farlo. In secondo luogo, formulare una critica, pur supportata dalla comprensione di ciò che si critica, non significa ancora cogliere nel segno e snidare una presunta fallacia. Molti suoi allievi che ho avuto come professori si rendono bene conto di ciò. Di obiezioni nel corso degli anni ne ha ricevute molte, quelle grossolane sono state davvero poche, quelle più interessanti e più efficaci erano quelle che meno di discostavano dal senso dei suoi scritti a punto che spesso, paradossalmente, finiscono per concedergli quanto dovrebbero negargli. Tra parentesi, Donà non è l’unico a essersi occupato del fondamento dell’opera, vi inviterei a leggere differenza e negazione di Luigi Tarca ma anche le considerazioni di Vincenzo Vitiello e Paolo Pagani. Se proprio si volesse approfondire la cosa, si potrebbe notare come l’edizione del ’58 sia leggermente diversa da quella dell’84. Qui non si ha a che fare con un dilettante e chiunque lo abbia studiato e meditato in modo serio può rendersene conto – e solo costoro possono permettersi di giudicarne il lavoro in modo credibile, imparziale e obiettivo e perciò di risultare credibili e affidabili in buon grado – e quantomeno evitare ironia e sarcasmo nel tono e nel modo di esprimersi, completamente fuori luogo.
    Quanto all’interpretazione di Parmenide: forse non è chiaro, ma tutte le grandi menti speculative leggono la storia alla luce della verità della propria teoria, nel senso che tendono sottolineare alcuni aspetti e non altri, a scegliere determinate prospettive e soluzioni esegetiche e interpretative per mostrare un sentiero e un filo conduttore che prima non appariva. La scelta di una linea poi non è arbitraria ma dettata da cete regole interpretative. Ovviamente Severino, avendo interesse a mostrare le consegunze e il peso del suo discorso sulla cultura, la società, il pensiero, la civiltà, tenderà a interpetare il senso dello sviluppo storico in un modo piuttosto che in un altro. Questo non significa, banalmente, che sia all’oscuro del fatto che le sue risposte siano discutibili con altre alternative in sede filologica, che il senso degli eventi sia infinitamente più ricco e vario. Non solo è il primo a dirlo – leggetevi Filosofia Futura – ma fa riferimento concreto al controverso caso di Parmenide proprio in Essenza el Nichilismo, dove da un lato mostra come alla sua interpretazione del’eleate se ne possano affiancare uleriori, dall’altro argomenta le motivazioni che lo han portato a propendere per la sua, dettate dal ragionamento e non da semplice gusto estetico. Pensare che l’autore non sia consapevole dei problemi che l’ermeneutica, le scienze cognitive e i condizionamenti storici comporano significa non avere le idee chiare su Severino, perlomeno non aver letto alcuni su testi basilari o non averli capiti adeguatamente.

  27. Massimo Says:

    Per finire: Reale è un grande studioso della filosofia greca, ha una padronanza decisamente più scadente di quella moderna. In secondo luogo non è un filosofo, è uno studioso di filosofia che propone interpretazioni originali d alcuni grandi testi della filosofia. E’ un filologo, non è un teoreta, non ha la stoffa dei pensatori sistematici, perciò non può essere accostato a personalità come Bontadini e Severino durante incontri e convegni filosofici pensando di poterlo far discutere seriamente in ta senso. Qusto la dice lunga sul peso che le sue considerazioni possono avere in tal senso, per quanto riguarda il Bresciano.

  28. wilmo e franco boraso Says:

    A Massimo.
    La filosofia di Severino non è il tema di questo nostro blog ma soltanto uno dei tanti aspetti, limitato e che si esaurisce. Il tema è La via d’uscita dal nichilismo, e la filosofia di Severino è un ostacolo ad essa e perciò i nostri cartelli di “Attenzione!”, “Pericolo”, “Vicolo chiuso”. E ciò non solo per tale filosofia, ma anche per il pensiero contemporaneo in auge che fa capo al “pensiero debole” e alla “ermeneutica” (vedi il nostro post Le altre facce del nichilismo). A questo punto ci sarà chi non guarda i segnali, s’infila in quel labirinto e non ne verrà più fuori, e chi seguirà la grande tradizione filosofica, che non è nichilismo ma si è bloccata sulla “linea di mezzanotte o linea zero” e lì ha rotto gli argini diventando palude (il nichilismo). Blocco però che è già stato superato – vedi, appunto, La via d’uscita dal nichilismo.

    Posta questa premessa, la risposta può suonare così.
    Condividiamo tutto quel che scrivi, per esempio che “quanto all’interpretazione di Parmenide … tutte le grandi menti speculative tendono a sottolineare alcuni aspetti e non altri, ecc.”, ma Severino non lo ha interpretato, lo ha stravolto (vedi il post Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide). Per il resto invitiamo a rivedere la risposta alla precedente lettera: “Abbiamo fatto anche noi il viaggio di Parmenide, abbiamo percorso anche noi quel giro …” Perciò siamo in grado di affermare che l’interpretazione di Severino è uno stravolgimento. perchè la nostra non e soltanto una costruzione di pensiero, ma abbiamo “visto”

    Grazie delle informazioni. Andremo a rivedere soprattutto Essenza del Nichilismo, la parte dove Severino “argomenta le motivazioni che lo hanno portato a propendere per la sua (interpretazione), dettate dal ragionamento e non dal semplice gusto estetico”.

  29. antonio luca Says:

    ciò che afferma Emanuele Severino non è lui a dirlo! egli non fa che portare alla luce della consapevolezza ciò che la filosofia aveva pensato sin dall’inizio. ma il problema nasce proprio qui. perchè nessun manuale, nessun libro e nessun corso universitario sono riusciti, o riescono, a creare una consapevolezza su cosa sia, in realtà, la filosofia. accostarsi ad essa significa, ancora oggi, accostarsi ad un reperto archeologico, a qualcosa che non esiste più e del quale ci si deve limitare a fare una storia. credo sia questa la verità che rende fondamentale l’opera di Severino. giacchè, come lui stesso insegna, la verità non sta in nessuno di noi e nemmeno in nessun dio. ecco perchè credo sia limitante una discussione sulla verità o non verità del suo pensiero. sarebbe meglio chiedersi come mai sappiamo abbastanza su Cristoforo Colombo e poco o niente su Aristotele ad esempio, o su Hegel per fare solo qualche esempio.

  30. wilmo e franco boraso Says:

    La filosofia ha avuto un inizio e sappiamo cos’è accaduto. Ce l’hanno detto i presenti a quell’avvenimento, i sapienti dei secoli VI e V a.C., specialmente Parmenide e Eraclito. In quel tempo e luogo è spuntata una luce, simile all’alba e all’aurora del sole e si è aperto uno spazio luminoso. Quella luce è stata chiamata Fuoco, Alétheia, Logos, Essere… I sapienti hanno anche indicato le vie da seguire in quell’aperto (vedi nel blog Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide). La filosofia è specialmente la quarta, quella che si è svolta sulla rotondità della terra e del pensiero, direzione occidente, perciò ci chiamiamo Occidentali. Quindi si sa cos’è filosofia.
    È stata la via seguita non solo dai filosofi, che si possono considerare avanguardie e guide, ma da tutti i greci e poi dall’Occidente intero. È durata circa venticinque secoli e oggi, dopo l’attraversamento della Notte, un’esigua avanguardia è arrivata alla fine, ed essa ha coinciso con l’inizio.
    Perciò il “ritorno a Parmenide” e agli altri sapienti: quello di Nietzsche, di Heidegger. Essi però sono ritornati volgendosi e ripetendo la via già percorsa. Hanno tuttavia intuito che si doveva arrivare andando avanti, continuando, ma sono stati fermati dalle Tenebre e dall’Abisso. A noi invece è riuscito di passare e siamo arrivati all’inizio nel modo indicato dal post Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica. Per il modo in cui è stato superato l’Abisso vedi Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte.
    Con tutto questo Severino c’entra assai poco, né si capisce perché anche lui sia tornato da Parmenide dal momento che nulla ha in comune con il grande sapiente di Elea.

  31. Giulio Says:

    Il punto centrale della filosofia di Severino è la sua innegabilità, si riguardino le figure dell’elenchos in ritornare a parmenide. Per il resto si parla di gusti, non di rigore teoretico o possibili confutazioni. Negare l’esser sè dell’essente è autonegarsi.
    saluti codiali a tutti

  32. wilmo e franco boraso Says:

    Va bene il “rigore teoretico” in filosofia, ma non perseguito ad ogni costo e contro ogni evidenza.
    Inoltre la filosofia non è solo quello, c’è anche l’esperienza. La filosofia espressa nel nostro BLOG, per esempio, è il racconto di un viaggio, uguale a quello di Parmenide, anzi lo stesso, (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica). Seguire ciecamente Severino si può, anzi molti stanno facendolo; ma dovrebbero almeno fare il conto con quello che perdono.
    Perdono:
    – L’essere di Parmenide, perche gli “eterni” di Severino per Parmenide sono solo “apparenze”.
    – L’evoluzione di Darwin, la relatività di Einstein, la psicanalisi di Freud, che per Severino sono solo “errori grandiosi”, (vedi Oltre i miti, Darvin Einstein Freud, Che errori grandiosi – Corriere della Sera 24/5/2010).
    – Tutta la filosofia, da Socrate fino ai nostri giorni, che diventa soltanto un girovagare nel nichilismo.
    – La metempsicosi, che per il filosofo di Brescia non esiste.
    – Il divenire, perché esso – dice Severino – è “trasformazione e metamorfosi – divenire – altro, appunto. Il risultato del divenire, è la situazione in cui la cosa che diviene è diventata altro da sé, è altro da sé. Ma che una cosa sia altro da sé, cioè non sia ciò che essa è, non è forse il senso stesso dell’impossibile? Non è forse l’essenza stessa della follia?” (E. Severino, Nascere, Rizzoli pag 265-266).
    – Non ci sono opposti e le loro coincidenze perché “tutto è immutabile, immobile, eterno”.
    Mi fermo qui, ma l’elenco potrebbe continuare senza che si possa scorgere la fine. Credo però che basti a dare una misura della rinuncia e del vuoto che si crea, quello che si chiama, appunto, nichilismo.
    A questo punto scelgano i lettori.

  33. luca Says:

    Non credo che Severino rinunci,nè tantomento crei quel vuoto ammettendo che gli enti siano eterni ed immutabili.Le differenze,gli spostamenti,il variare sono anch’essi eterni ed immutabili,così come il divenire degli enti.Si tratta solamente di offrire un senso diverso da come la coltura occidentale tratta questi termini.La sua filosofia mostra l’impossibilità di una sua possibile negazione,in quanto,come ha anche sottolineato Giulio,si cadrebbe in autonegazione tentare di contriddirla.Ciò che personalmente posso dire è che se l’ente in quanto ente mostra l’impossibilità di una sua negazione,inevitabilmente si arriva alla conclusione della sua eternità ed immutabilità.Mi chiedo allora quali possono essere dei dubbi riguardo la struttura del suo pensiero?
    Se la civiltà occidentale mostra tutta la sua contraddizione nel pensare l’ente,perchè non prendere in considerazione un pensiero che porta alla luce tale contraddizione?
    Un saluto,Luca.

  34. wilmo e franco boraso Says:

    Risposta a Luca.
    Confermiamo: a voler sancire l’eternità di tutti gli enti si perde tutto; o, per Severino, tutto diventa voce della “Pazzia” che ha dominato l’Occidente fin da Parmenide. Il divenire, per esempio, diventa solo un gioco a rimpiattino, solo entrate e uscite dal cerchio dell’apparire. Ma queste cose dovrebbero saperle gli allievi, seguaci, discepoli, di Severino!
    Ancora un appunto: negare l’immortalità della spoglia mortale – il corpo -, non significa “autonegarsi”, come ha detto anche Giulio. Rimane pure l’Io”, il “Sé”, vale a dire ciò che è stato portato a compimento dalla filosofia dopo un cammino lungo venticinque secoli, ed esso è il nucleo eterno, immobile, immutabile: la perla estratta dall’ostrica, il diamante sollevato dal profondo e che ora splende nella luce. Quindi la strada della filosofia da Socrate fino ai nostri giorni non è un ghirigoro nel nichilismo, ma è stata conquista e avanzamento fino alla fine che coincide con l’inizio e fino al Centro, che è la perla, il diamante. Cioè fino a quell’immortalità personale che ha nome, appunto, “Io”, “Sé”, com’è sempre stato d’altronde, ma ora di più, ora in modo chiaro e distinto, perché sono ciò che risulta dalla filosofia dopo il suo millenario svolgimento. (Vedi i post Le altre facce del nichilismo e L’ente e in che modo si può dire che è eterno)

  35. luca Says:

    Specifico che Severino utilizzando il termine “follia” non intende affatto cancellare e rendere illusori i millenni della fisolofia,ma è semplicemente un modo per indicare un percorso che sarà destinato ad uscire da essa e vedere,poi,nella “non follia” una destinazione futura.Il termine “follia” ha un significato radicalmente diverso da ciò che il nostro vocabolario intende con questo termine.Se si conosce il discorso di Severino non c’è bisogno di dover chiarire questo particolare! Detto questo continuo a non capire il motivo per il quale si perde tutto affermando l’eternità dell’ente.L’eternità dell’ente non è,ripeto,una fede che può essere smentita,ma l’evidenza innegabile!.L’entrata e l’uscita degli eterni dal cerchio dell’apparire è la sola dimostrazione del divenire,così come quegli enti che chiamiamo “io” e “sè” sono degli eterni che antrano in tale cerchio.In base a cosa affermiamo l’esistenza di qualcosa?L’esistenza di ciò che chiamiamo “io” e “sè” in base a cosa l’affermiamo?Questa domanda potremmo porcela per una qualunque cosa e la risposta non può che essere inevitabilmente l’apparire.L’apparire stesso,così,finisce per essere quell’evidenza innegabile la cui smentita cadrebbe in contraddizione e
    che stà al fondamento della filosofia seveririana,per cui è impossibile che le differenze si annullino e diventino un illusione,dato che anch’esse appaiono in tale cerchio.

  36. wilmo e franco boraso Says:

    Gentile Luca
    “Si perde tutto” vuol dire, naturalmente, perdere il loro comune uso, senso, valore: quel che Luca conferma dicendo che parole come “pazzia” hanno per Severino “un significato radicalmente diverso da ciò che il nostro vocabolario intende con questo termine”. Bene, nulla lo vieta; ma perché il lettore capisca bisogna però premettere un vocabolario così fatto, almeno per le parole più importanti. Come abbiamo fatto noi d’altronde, quando ci siamo messi per il cammino che attraversa il sonno, l’inconscio e la morte e non bastavano a raccontarlo vocaboli e voci correnti. Tale Vocabolario che ha come sottotitolo l’evoluzione della lingua è già inserito nel blog fino alla lettera G, ma esiste al completo e un po’ alla volta lo pubblicheremo tutto.
    Quello di Severino potrebbe ad esempio risultare così:
    DIVENIRE, entrata ed uscita degli enti eterni, immutabili e immobili dal cerchio dell’apparire.
    STORIA, entrata e uscita degli enti eterni, immutabili e immobili dal cerchio dell’apparire.
    TEMPO, entrata ed uscita degli eterni, immutabili, immobili dal cerchio dell’apparire.
    MUTAMENTO, entrata ed uscita degli eterni, immutabili, immobili dal cerchio dell’apparire.
    ETERNO RITORNO, entrata ed uscita degli eterni, immutabili, immobili dal cerchio dell’apparire.

    A quanto sembra, risulterebbe un vocabolario molto più semplice di quelli in uso, perché se tutti gli enti sono eterni, immutabili, immobili, ad essi non succede mai niente ad eccezione di quel loro apparire e sparire dalla scena.
    Un cordiale saluto

  37. luca Says:

    Ho la sensazione che la facciate troppo semplice!Potrei tranquillamente anch’io spiegare il divenire come entrata e uscita degli enti dal nulla,la storia come un futuro in quanto nulla da scrivere,il tempo inteso come passato diventato nulla e futuro ancora nulla,il mutamento pensato coma qualcosa che diventando altro si lascia alle spalle un pezzo di sè che và nel nulla,e così via!Qualsiasi termine della cultura occidentale ha come prerogativa l’uscire dal nulle e il ritornarvi.Mi sembra,però,al quanto limitativo affermare che le differenze possano esistere solo concependo la nullità dell’ente,cosi come mi sembra limitativo che le differenze cessino di esistere affermando l’eternità dell’ente.Se affermate la non-eternità dell’ente dovete provarla su una base logica e,soprattutto,utilizzando un sapere che sia incontrovertibile,non enunciando solo una tesi o un parere,altrimenti non fate altro che affermare il tempo in cui viviamo,vale a dire il tempo degli abitatori della fede!
    Luca

  38. wilmo e franco boraso Says:

    Luca, parafrasando, può “tranquillamente spiegare il divenire come entrata ed uscita degli enti dal nulla”, ecc., ma a chi? Non a noi che non crediamo che l’ente arrivi dal nulla e nel nulla ritorni. Quest’idea non ci ha mai sfiorato, anzi diciamo anche noi che è eterno (vedi L’ENTE, e in che modo si può dire che è eterno), ma in modo completamente diverso da quello di Severino.
    Se, per semplificare, e per non costringere Luca a leggere tante pagine del blog, partiamo da Schopenhauer, il modo è il seguente.
    Scrive Schopenhauer: “Se un asiatico mi domandasse la definizione dell’Europa, sarei obbligato a rispondere: è quella parte del mondo infestata dall’incredibile illusione che l’uomo sia stato creato dal nulla e che la sua nascita sia la sua prima venuta alla vita”.”Le qualità innate che troviamo in un uomo e mancano in un altro non sono il grazioso regalo di qualche divinità sconosciuta, ma il frutto delle azioni personali di ogni uomo in un’altra vita”.
    Il modo qui espresso da Schopenhauer è la metempsicosi, e ciò vale anche per noi, ma con qualcosa in più che da allora abbiamo aggiunto. Questo qualcosa è la via che collega le esistenze o, con più esattezza, l’ultimo tratto di essa, perché tale via l’Occidente la sta costruendo da ventiquattro secoli. Essa è la sua filosofia, la sua Storia, e mancava solo la parte dalla Mezzanotte alla nuova Aurora. Con l’ultimo arco di cerchio la fine ha coinciso con l’inizio; poi, uscendo in quel punto, è stato raggiunto il Centro del giro.
    Un lavoro d’équipe perciò la via che collega le esistenze, un’opera della cultura di una civiltà che ha generato il Sé, vale a dire l’ente eterno, immutabile, immobile. Il quale, dunque, non è lo strano “eureka” di uno solo.
    Chi vuole saperne di più sull’ultimo tratto costruito e sul lavoro d’insieme che l’ha preceduto, deve cominciare a sfogliare le tante pagine del blog, come molti stanno già facendo.
    Un cordiale saluto

  39. Armando Bertossa Says:

    Gentile Wilmo e Franco Boraso, potremmo trovare una via per comuncare anche in privato? Se mi manda una mail all’indirizzo del sito di Asia, http://www.asia.it, mi verrà inoltrata e poi la ricontatterò.
    Franco Bertossa
    Vacances de l’Esprit
    (sono quello che intervista Severino nei filmati)

    Cordialmente,
    Franco Bertossa

  40. APEIRON Says:

    Caro Roberto Fiaschi,posseggo anche io tutte le opere di Severino.Lei è uno dei pochissimi ad averlo letto seriamente.La sua competenza è ammirevole.Come quella di Luca.Pochissimi comprendono il fondamento di questo pensiero abissale.Alcuni lo criticano guardando qualche video su you tube o,peggio ancora,discettano di lui dopo una veloce sbirciatina su wikipedia.Severino è un gigante.Per comprenderlo ,occorre aver ben chiaro il significato dell’ELENCHOS aristotelico.( e dei suoi rapporti con il principio di non contraddizione,ma non nichilisticamente inteso),quindi aver letto seriamente non solo ” la struttura originaria”che,chiaramente sta alla base;ma,anche,testi come ” TAUTOTES” ,” FONDAMENTO DELLA CONTRADDIZIONE” e “DESTINO DELLA NECESSITA’ “. Testi fantastici come ” GLIA ABITATORI DEL TEMPO” ” LA FILOSOFIA FUTURA” ” LA GLORIA” ” OLTREPASSARE” e altre decine. Certo è fatica (sublime fatica,aggiungo!),ma eviterebbe tante fesserie. Qualcuno parlava di uscita dal nichilismo. L’uscire dal nichilismo,se nichilisticamente inteso,è come pretendere di saltare oltre la propria ombra.Severino lo dice chiaramente: se percorro il cammino nella NON-VERITA’,questo CAMMINO è IMPOSSIBILE mi conduca alla verità.E’il peccato originale dell’EPISTEME,che evoca il nulla assoluto,e poi pretende di governarlo.Si afferma che gli eventi escono dal nulla,e poi si postula una struttura che pretende governare ciò che,per principio non lo è.Dunque,il credere che QUEL cammino sia la via verace,è solo una FEDE.Non si “arriva”alla verità.Non si “esce”dal nichilismo.Severino non “nullifica il nulla”,come improvvidamente ebbe ad affermare Sergio Givone nel suo ” storia del nulla”.Anche critici competenti ( e allievi di Severino) come Donà,( l’aporia del fondamento) e Messinese ( l’apparire del mondo),sono caduti nell’equivoco,soggiacendo a questa morsa terribile che è il ” non potersi trovare nella contraddizione”.Sono le enormi e contraddittorie cattedrali della scienza,che eredita dai greci il ritornello che “dal nulla nulla si genera”,e poi lasciano la “FORMA” tranquillamente nel nulla che negano.Pena,il non poter parlare del divenire che,a sentir loro, è l’evidenza indiscutibile.
    Le enormi cattedrali della fede religiosa,che ancora deve a Sverino una risposta circa quella domandina fatta dal filosofo bresciano qualche decennio fa. ” CHE LA FEDE SIA COMPATIBILE CON LA RAGIONE,E’ UN’AFFERMAZIONE DI FEDE O DI RAGIONE?”.
    E’ la follia di coloro che scambiano l’eterno con l’immobile. Ovviamente,sarebbe follia voler “convincere”.Ogni atto è follia.La follia del volere e credere di poter ” esser l’altro da sè “.L’eternità dell’ente sta in questo! Le tematiche e i testi ( divulgativi e non) di Severino sono un oceano.Vasto profondissimo,tempestoso,arduo…ma le sue acque sono di una terribile limpidezza.

  41. maurodinardo Says:

    La questione Emanuele Severino

    Prestare soccorso ad Emanuele Severino, al forse più grande pensatore che l’uomo abbia mai sfornato, è come tentare di arrestare la pioggia raccogliendo qualche goccia che scende dal cielo, e tuttavia deve avere luogo e per evitare chi in tal senso predisposto di perdersi nell’immensa distesa su cui il filosofo italiano estende il suo pensiero e quello che si sa poggiante sul suo simile ugualmente costituito.

    E che va raccolto come l’espressione che deve, per esserla, avvalersi della medesima premessa e circostanza, e la prima l’ossigeno e la seconda il cibo, e quindi quella necessità che Emanuele Severino deve indicare con cautela e per evitare quella reazione del suo simile che sa ferma difesa della madre come radice della violenza a cui spesso si è riferito e attraverso le sue variegate espressioni sulla Terra.

    E in primo luogo le lingue variegate con cui l’uomo si distingue dal suo simile, e quindi come la diversa costituzione benché, dicevamo, debba pertanto avvalersi della medesima premessa e circostanza, come allora la fede che verte su di sé e indicando in uguale maniera l’altra la sua imitazione e appunto con sue parole intonate altrimenti e che celano l’aspetto inaudito della violenza e il riparo dalla morte.

    E la grandiosità di Emanuele Severino risiede proprio nel fare intravedere uno solo il modello relazionale al quale l’uomo si è sottoposto e come suo fermo rifiuto della morte anche se tuttora, e cioè come prima del subentro delle sue parole nell’allora sua quotidianità, costretto ad applicarsi come fermo destino e nel senso che rimane costretto a corrispondere la realtà come l’animale nella procura del cibo.

    Sicché, per abbreviare il discorso di Emanuele Severino, la madre è Dio al cospetto dell’uomo e come da egli appresa sua ferma sensazione di tutela e quella come dimostrata dallo scienziato Pavlov mediante il cane a cui pertanto aveva annunciato il cibo con il suono di un campanello affinché con suo udirlo lo confermava presente anche quando assente e oggi onnipresente sulla Terra come la scienza in sua vece.

    E cioè appresa materna conferma che l’uomo fornisce al di là della sua espressione e quella che la filosofia ha tentato di arrestare ma ampliandola a dismisura dal momento che al suo cospetto come la ferma radice della violenza e la medesima somministrandogli il cibo in assenza del padre che intanto lo procurava e così di suo nutrendo il suo avversario perché privo dell’esperienza per ravvisarla suo pericolo.

    E quando Emanuele Severino faceva sapere Lucifero bello, indicava la strada per scoprirlo, e quella che ogni suo destinatario potrà edificare e ponendo il suo sguardo nel vuoto e l’assenza della madre come femmina negli stessi ripari e rimedi di cui si avvale, e la procura del cibo e la costruzione dell’abitazione, e che ogni uomo necessita per difendersi dalla morte che ignora ampliata per sua stessa cecità.

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