La filosofia dell’assurdo

Gli strani paragoni di Emanuele Severino, che gli sono serviti a rendere plausibile la sua filosofia altrimenti incomprensibile e assurda

 

Il più frequente, mi sembra, è quello del sole, che quando “tramonta, esce dalla volta del cielo e scompare allo sguardo”, e paragona questo scomparire alla legna che brucia. Della quale si avvicendano “la legna spenta, la legna accesa, le braci, la cenere e il vento che la disperde”. Ma, dice Severino, non perciò la legna spenta − vale a dire la sua forma iniziale − è diventata niente lasciando il posto alle altre fasi, ma è semplicemente uscita “dal cerchio dell’apparire (ossia dal luogo luminoso in cui stanno tutte le cose che appaiono”). “Al subentrare di ognuno di questi eventi, il precedente esce dall’apparire. Il cerchio dell’apparire non attesta che la legna si trasforma in cenere: appunto perché non attesta che la legna si annienta come legna. Per trasformarsi, o diventare cenere è infatti necessario che la legna si annienti come legna. Ma se l’annientamento della legna non appare, non può apparire nemmeno il suo diventare cenere. All’interno di quel cerchio, la cenere non è la sorte toccata alla legna; essa non grida, ma tace la sorte della legna. In quel cerchio la legna non diventa cenere, così come gli uomini non diventano polvere: la cenere è il successore della legna; la polvere dell’uomo. Ma l’annientamento di ciò che muore non appare”.
Per Severino, insomma, succede alla legna come al sole quando “sprofondando nel mare o nella terra o dietro i monti, non è più visibile”, ma non perciò s’annienta, infatti ritorna; e come il sole, sono la legna, le braci, la cenere, “eterni astri dell’essere che si succedono nel cielo dell’apparire”.
Dunque, quando in tale cielo ci sono le braci, la legna è andata oltre confine; quando di qua c’è la cenere, le braci sono andate al di là. E legna e braci aldilà, sono come il sole nella notte, cioè astri eterni dell’Essere. Per cui Severino così conclude: “In senso rigoroso e al di fuori d’ogni metafora, le pallide luci del crepuscolo sono la cenere del tramonto del sole”.
(Tutte le citazioni di questo paragrafo sono tratte dal Manuale di filosofia per le scuole di Severino, a conclusione di esso).

Ma ora, perché ci troviamo nel campo della filosofia, fondata sulla ragione, e non in quello della fiaba e della fantasia, non possiamo fare a meno di chiederci: è valido un tale paragone, sono confrontabili i due eventi? Rispondere di no, è seguire l’evidenza. Vediamo perché.
Perché nel caso della legna interviene una causa esterna − il fuoco − a modificarla completamente, a trasformarla, come dicono tutti fuorché Severino, in braci e cenere. Invece per il sole, no, nulla sopraggiunge a turbare o modificare la sua natura e il suo moto circolare, e perciò non si può affermare che “in senso rigoroso e al di fuori di ogni metafora le pallide luci del crepuscolo sono la cenere del tramonto del sole”. O si può dire quello che si vuole ma il confronto non regge, o non ci troviamo nel campo della filosofia se è così impreciso il linguaggio che si usa.
Insomma, nessun mutamento avviene nel sole che rimane intero, mentre tutto cambia nella legna aggredita e distrutta dal fuoco, e perché ci sia corrispondenza con le pallide luci del tramonto del sole, si deve prendere dalla legna qualcosa di simile: il suo profumo di legna, per esempio, quello che emana da essa continuamente, e che a un certo punto non sentiamo più perché ci allontaniamo troppo. Similmente spariscono le pallide luci del crepuscolo.
Invece, se un confronto alla pari si vuol davvero stabilirlo fra sole e legna attaccata dal fuoco, si deve guardare a come sarà il sole fra quattro o cinque milioni di anni quando avrà esaurito l’idrogeno che lo alimenta. Allora cambierà colore, si gonfierà, si lacererà, si disperderà in una nebulosa planetaria e si dissolverà. Questo è l’evento che si può paragonare alla cenere e alle faville della legna che brucia.
Questo è il modo corretto di confrontare i due eventi, ma in questo caso non ci sarà più il sole che ritorna dal suo cammino notturno; come non c’è più la legna dopo che è bruciata.
Similmente anche noi uomini ci assentiamo tutte le sere, vale a dire entriamo nel nascosto (il sonno) e ritorniamo tutte le mattine nel cerchio dell’apparire, ma ciò finirà. Verrà per tutti il momento che si esce e non si rientra, quando si cadrà, anziché nel sonno, in un baratro più profondo, quello che normalmente e comunemente chiamiamo morte e che in questo blog ha un appellativo: Abisso.
Un esempio mal posto quello del sole e della legna, che non serve a farci capire la filosofia di Severino, perciò ritorna la domanda:
Davvero la legna rimane integra fuori del cerchio dell’apparire, vale a dire di là, quando di qua vediamo le sue braci? Oppure: è credibile Severino quando afferma che la legna rimane intatta al di là dopo che di qua appaiono di essa solo le braci?
Domande oziose: lui ci crede, molti lo seguono e c’è una struttura pubblica importante costruita su queste basi.

Per cui, allora, è necessario cambiare metodo: cercare di capire cosa ha spinto Severino ad applicare ad ogni ente i caratteri dell’Essere, eliminando l’Essere, quello che Parmenide ha visto e raccontato, e come può godere di così gran seguito un cambiamento di tal fatta. Com’è possibile, in altre parole, questa nuova araba fenice − legna che rimane intatta nell’invisibile dopo che il fuoco l’ha ridotta in braci e cenere nel visibile −, la quale, come canta il poeta, che ci sia ormai lo dicono in molti, dove sia nessun lo sa, e com’è possibile l’incantamento di molti. Perché non si può pensare di avere a che fare con un illusionista e con dei sempliciotti che si lasciano ingannare da abili discorsi.
Una risposta si può darla anche perché c’è un precedente simile nel passato che ci può aiutare a capire. Un precedente che sta prima dell’inizio della filosofia mentre il pensiero di Severino si trova vicino alla sua fine. Posizioni dove, come si sa dal punto della notte che precede di poco l’alba, l’oscurità è la più fonda. Vediamo un po’.

Se l’Essere − quello della filosofia − ha cominciato ad apparire nel sesto secolo a.C. e a risplendere nel quinto, significa che prima non c’era, o meglio non c’erano occhi aperti per vederlo o capaci di sostenere quello splendore. Infatti, si parla di Alba ed Aurora dell’Essere e della civiltà sotto la sua luce, e di Risveglio. Ha visto l’Aurora Parmenide, giungendo dalla Notte; si è svegliato Buddha. Però i vedenti e svegliati sono stati pochi, qualche decina, anche se poi quella luce è rimasta e la sua incidenza sugli abitanti dell’antica Grecia ha fatto germogliare e fiorire la filosofia; perciò ecco la situazione di quel tempo, esposta dagli stessi vedenti e svegliati.
Da Eraclito.
“Sono udenti che assomigliano ai sordi” (Frammento 34).
“Non sono in grado di udire né di parlare” (Frammento 19).
“Sono asini, “preferiscono la paglia all’oro” (Frammento 9).
“Poiché a ciò con cui essi sono più assiduamente in contatto, il Logos, volgono le spalle, e ciò in cui s’imbattono quotidianamente appare loro estraneo” (Frammento 72).
Sono come i cani, “abbaiano a chi non conoscono” (Frammento 97).

Da Parmenide.
“Mortali che nulla sanno […] gente dalla doppia testa. Perché è l’incapacità che nel loro petto dirige l’errante mente; ed essi vengono trascinati insieme sordi e ciechi, istupiditi, gente che non sa decidersi, da cui l’essere e il non essere sono ritenuti identici, per cui di tutte reversibile è il cammino” (Frammento 6).

E a Zenone, alle sue aporie, o sofismi come li hanno chiamati, Diogene rispondeva camminando: raggiungendo cioè la tartaruga così, con estrema facilità. Ma lo sapevano anche Parmenide e il suo grande discepolo che nel mondo delle apparenze la tartaruga veniva raggiunta e velocemente superata, tanto più se c’era piè veloce Achille come concorrente anziché un vecchio filosofo. Ma non in quello dell’Essere, però. Lì il più veloce non avrebbe mai superato la più lenta, perché non c’è inizio, fine, movimento, mutamento, in quella dimensione.
Situazione perciò di luci ed ombre fitte, di rivelazioni e nascondimento quella del quinto secolo a. C., di cui si farà interprete Platone indicando delle direzioni e operando delle scelte (vedi la Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide).

Sono passati tanti secoli da quell’Alba e siamo giunti alla fine del cammino in quella luce: al Tramonto circa un secolo fa ed ora nella Notte, che per i più è tenebra profonda. Nel nichilismo, si dice normalmente. In esso, le stesse condizioni dell’inizio, ma come ben si comprende viste da posizioni diverse, anzi di segno opposto. Perché allora si andava nella direzione della luce che era appena spuntata e che stava aprendo lo spazio della civiltà che stava nascendo, mentre oggi siamo volti verso il buio sempre più fitto.
In altre parole, se prendiamo come punti di riferimento l’Alba e il Tramonto, nel primo c’era l’Essere che saliva sempre più, anche se pochi l’hanno visto e gli altri si sono dedicati alle apparenze viste in quella luce. Al Tramonto, invece, c’era l’Essere che stava lasciando la terra umana fino a scomparire e solo buio davanti. Ma molti ne avevano fatto in qualche modo esperienza, o diretta volgendosi ad esso o indiretta guardando la sua luce nelle cose, perché si arrivava da un cammino in essa lungo venticinque secoli, o questo è stato il tempo che abbiamo impiegato a compierlo dall’Alba al Tramonto. Perciò ecco la situazione d’oggi.
L’Essere non c’è più e con esso, “addio alla Verità”, anche a quella più piccola e comune: “al vero come descrizione obiettiva dei fatti”.
E “il discorso diventa un gioco di interpretazioni”. “Non disinteressato – dicono i cultori di quest’arte – anche se non necessariamente falso” (vedi Le altre facce del nichilismo)

A questo punto, siamo in grado di rispondere alle domande che ci siamo posti: com’è possibile questa nuova araba fenice − legna che rimane intatta nell’invisibile dopo che il fuoco l’ha ridotta in braci e cenere nel visibile −, e com’è possibile l’incantamento di molti?
Perché Severino ha cercato di salvare l’Essere scomparso per quanto si poteva, è la risposta. Ha cercato di non perderlo completamente, insomma. Come? Rendendo eterno, immobile, immutabile, ciò che è stato per tanti secoli sotto la sua luce, ciò che in qualche modo conservava tracce di esso, come rimangono i colori nei fiori sulla terra anche quando il sole non c’è più, perché è sceso nella notte e nell’inverno.
Salvare l’Essere nelle cose − le sue effigia −, per quanto esse ne sono rimaste impregnate, dopo che quello in cielo non c’è più: ecco cosa può avere spinto Severino a conservare tutto, per sempre. Per produrre una banca dati di tutte le specie, di tutti gli enti e d’ogni momento di ciascuno, da conservare e proteggere in vista dell’Apocalisse sulla terra.
Sotto questo punto di vista diventa encomiabile la sua immensa fatica di salvare il salvabile per l’uomo che non supera l’Abisso.

P.S.
Il Risveglio nella luce dell’Essere, o l’Alba di quella luce vista nel quinto secolo a.C., o l’attraversamento della Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno, ciò, insomma, che è avvenuto al tempo dei sapienti che hanno preceduto i filosofi, ha prodotto i suoi effetti sull’uomo lungo il suo cammino nella filosofia e nella Storia. Dopo più di due millenni da Socrate, con inizio da Cartesio, in quella Luce è sbocciato l’“Io”: “Io penso”, “Io trascendentale”, “oggetto del senso interno”, “Io assoluto”, Identità di Io e Dio, o Dio è l’idea più alta e sublime che l’uomo ha di se stesso − in una successione ininterrotta (vedi L’antica via dei miti e dei misteri, Editrice Leonardo, Pasian di Prato (Ud), pagg. 33-37). E dopo il cammino nella Notte e il superamento dell’Abisso, quando la Fine è arrivata al suo Inizio, l’ Io è diventato Personalità integrale o Sé, in altre parole coincidenza di conscio e inconscio. Solo esso è immortale. Il resto è vaso, terra, natura su cui sorge e si sviluppa. Ma ci vuole almeno la buona volontà, l’impegno, lo studio della filosofia che diventa strada da percorrere, per arrivare fino a quella conclusione.

17 Risposte to “La filosofia dell’assurdo”

  1. Andrea Says:

    E’ un articolo che, per le inesattezze e la totale ignoranza mostrata nei confronti del discorso severiniano, si situa ai limiti della diffamazione.

    Porca miseria, ma invece di sparare sentenze cercate di capirle le cose.
    Altrimenti si fanno becere figure.

  2. lupo Says:

    Sono perfettamente in accordo con Andrea e nella mia grande ignoranza (nonostante una settimana ad ascoltare e discutere con Severino e altre centinaia di persone e aver letto una decina di libri scritti dal filosofo Bresciano) consiglio a Wilmo e Franco (mi sembrano questi gli autori di questa cretica al pensiero severiniano e non solo) di leggere meglio “La struttura originaria”, da cui prede l’avvio il pensiero teoretico severiniano. L’esempio che Severino fa del sole che tramonta rientra in un contesto assai differente dall’esempio della legna e della cenere. Di sfuggita dico che la domanda a cui si dovrebbe rispodere è se tutto ciò che avviene nel far sì che la legana divenga cenere, cioè l’insieme fisico/chimico di tale processo:calore, fiamma, anidride carbonica ecc. ecc. fino al fenomeno cenere, è la legna, se tutte quelle cose sono la cosa legna? Credo che nessuno possa dire di sì. Allora vuol dire che si è convinti che almeno una parte della cosa legna non ci sia più, non la si ritrovi in nessuna parte del suo processo metamorfico. Ebbene, per essere conseguenti bisogna dire che almeno una parte dell’essente legna, nelle sue varie fasi dell’incenerimento va nel niente. Questo si deve dire per onestà intellettuale! Non che tutto diventa qualche cosa d’altro, ma che c’è almeno un qualcosa che diventa un nulla.Questo nulla non è solo un durante e un dopo , ma anche un prima e quindi un nulla da cui nasce un qualche cosa. Ecco il diventar altro da sè dell’essente. Ecco la follia! Severino non nega che vi sia un processo che si chiama legna che brucia con tutti i fenomeni che appaiono, nega che tali fenomeni spieghino fondativamente ciò che ne è stato della legna. Ma la legna è metafora del diventar altro di tutti gli essenti. Cioè dell’enticidio che è la forma originaria di qualsiasi violenza. Dire che ogni più piccolo fenomeno del processo combustivo della legna è un etrno, sia che appaia o che non appaia, è dire qualcosa di estremamente scandaloso, ma fuori da questa logica c’è il nichilismo e questo vale anche per questo mio scritto!

  3. wilmo e franco boraso Says:

    Ad Andrea.
    Ad Andrea posso solo dire per ora di indicarci le “inesatezze” contenute in La filosofia dell’assurdo, perché in un discorso filosofico bisogna sgombrare il campo da esse, se si vuole continuare in modo chiaro e distinto.
    E poi strana la richiesta che ci viene fatta. “che bisogna confutare Severino sui temi strettamente teoretici”. In tal modo si voleva dimostrare anche il sesso degli angeli. se Severino è un avversario filosofico, noi non andiamo ad incontrarlo sul suo terreno preferito dove è imbattibile, ma conoscendo il suo punto debole – il suo tallone d’Achille – è lì che miriamo. D’altronde lui, tanto superiore a noi in questo campo – lo dicono gli innumerevoli attestati e l’ammirazione pubblica che riscuote – credo che ci concederebbe la scelta delle armi. Inoltre se la casa è costruita sulla sabbia, noi non ci curiamo della casa, destinata a cadere, ma avvertiamo del pericolo.
    Perché, allora, i suoi fan ci vogliono invece incolpare di lesa maestà e sembrano auspicare una nuova Santa inquisizione?
    Un novello fanatismo, una nuova fede di contro agli stessi insegnamenti del maestro?

  4. wilmo e franco boraso Says:

    A Lupo.
    L’esempio del sole che tramonta e sparisce, per spiegare la legna che non c’è più dopo che il fuoco l’ha bruciata, è Severino che lo fa. Quindi non è vero che esso “rientra in un contesto assai differente dall’esempio della legna e della cenere”. Anzi la corrispondenza dei due avvenimenti Severino la ribadisce così: succede alla legna come al sole quando “sprofondando nel mare o nella terra o dietro ai monti, non è più visibile”, ma non perciò s’annienta, infatti ritorna; e come il sole sono la legna, le braci, la cenere, “eterni astri dell’essere che si succedono nel cielo dell’apparire”. Infine le testuali parole che concludono il paragone: “In senso rigoroso e al di fuori d’ogni metafora, le pallide luci del crepuscolo sono la cenere del tramonto del sole”. (Severino, Manuale di filosofia per le scuole, conclusione)
    A questo punto ci aspettiamo che Lupo faccia ammenda: che riconosca di essersi sbagliato. Però se lui si è sbagliato e l’esempio di Severino non calza (vedi il post La filosofia dell’assurdo), non c’è modo di farsi neppure la più pallida idea di dove va e quando ritorna “l’eterno astro dell’essere” che si chiama pezzo di legno, quello con i nodi posti in un certo modo che lo rendono unico, dopo che il fuoco l’ha bruciato.

    Il seguito del commento di Lupo è chiaro e distinto. Nel fenomeno della legna che brucia, dice Lupo, almeno una cosa appare certa: che la legna non c’è più. Appare certo che “calore, fiamma, anitride carbonica, ecc., fino al fenomeno cenere, non è la legna” e quindi “almeno una parte della cosa legna non c’è più. Ergo “c’è almeno un qualcosa che diventa nulla”. E conclude. “ecco il diventare altro da sè dell’essente. Ecco la follia”.
    A parte l’annacquamento della teoria di Severino, la quale dice che tutto è eterno” e non solo una parte, qui c’è una domanda che ha già una risposta nei post da noi pubblicati (vedi, per esempio, Il tempo lineare e l’eterno ritorno), ma che renderemo più esplicita e adatta al caso se ci sarà bisogno. E’ una conoscenza che appoggia sull’esperienza, perciò non è “estremamente scandalosa”, e spiega meglio della Filosofia dell’assurdo cosa capita alla legna quando è investita dal fuoco e sparisce.

    Il nichilismo che ha invaso l’Occidente non è il prodotto della fede che le cose vengono dal nulla e nel nulla ricadono. Una fede così non l’ho mai trovata in filosofia e se c’è è assieme ad altre e non produce effetti devastanti nel totale. Meno che mai, è una fede che si trova all’inizio della filosofia, di cui è causa Parmenide. All’inizio, c’è l’aurora della civiltà e poi il giorno. Il nichilismo invece è molto più recente: è declino e caduta dell’Occidente, tramonto e notte dell’Essere, e i primi segni li hanno visti i poeti circa duecento anni fa. Ora è tenebra per tutti. Ma c’è la via d’uscita. Il nostro blog sta indicandola e s’intitola, appunto, La via d’uscita dal nichilismo.

  5. Profeta Says:

    Non capisco il perché di tutta questa voglia di azzardare conclusioni improprie e inopportune, visto che ti basi su pochi stralci della gigantesca opera severiniana. Sono altre le obiezioni che andrebbero fatte a Severino, ma solo dopo aver letto e capito tutto il suo discorso. Ti consiglio di leggerti:

    La struttura originaria
    Studi di filosofia della prassi
    Essenza del nichilismo
    Destino della necessità
    Tautotes
    La Gloria
    Oltrepassare

    Soprattutto questi, e poi incominciamo a ragionare seriamente, buona lettura!

  6. Profeta Says:

    Lasciando da parte le interpretazioni (“legna”, “sole”, ecc.), il punto è che l’eternità delle cose è il loro stesso mostrarsi così come sono. E come sono? Sono divenienti, e allora sono eterne nel loro essere divenienti, cioè l’eternità non esclude la nascita e la morte degli essenti, anzi ne è la condizione fondamentale; infatti, se tutto il divenire non fosse l’eterno, non si potrebbe nemmeno affermare che esiste il divenire, appunto perché l’esistere del divenire è la sua stessa eternità.
    X-che-nasce è eterno proprio in quanto è “X-che-nasce”. L’eternità è il NON nascere e il NON morire solo nel senso che tutte le cose che nascono e muoiono non vengono e non vanno in ciò che è altro da esse: x è eternamente x, e non viene e non va in y, pur essendo eterno nel suo venire e andare (nascere e morire). Solo che questi venire e andare non consistono nell’esser altro da parte di ciò che non può essere altro da sé.
    Il fatto che quello che è accaduto ieri (sia M) non sia più “in me” così come lo era ieri, è la necessità che M sia eternamente M proprio nel suo esser qualcosa che è accaduto (= caduto sopra di me, cioè nell’attualità della mia coscienza) e che è assegnato a restare un passato (rimanendo anche un “presente” in sensi diversi da quello in cui consiste “la prima volta che M è apparso”). Quell’ “in me” significa che “io” sono l’essere che è destinato ad esperire, in tempi e modi differenti, tutto ciò che può esistere: quell’ “in me” è la necessità che il mio cerchio di luce (il mio essere) sia, oggi, in relazione ad A, ieri, in relazione a B, e domani in relazione C.
    E’ a questo punto del discorso (sintetizzato al massimo, il che non è proficuo) che sorgono i problemi in Severino, problemi riguardanti la natura dell’apparire infinito e del finito, e del trascendentale e dell’empirico, e quindi del senso originario e ultimo dell’eternità. Ma non è qui il caso di procedere oltre. Ciò che devi capire è che il discorso di Severino non è discutibile restando all’interno delle categorie della “storia dell’uomo”: si deve giungere nel pianeta Severino, per poter vedere qual è la luce della verità che gli gira intorno.

  7. Andrea Says:

    Nessun fanatismo.

    Ma cosa vuol dire che “Perché nel caso della legna interviene una causa esterna − il fuoco − a modificarla completamente, a trasformarla, come dicono tutti fuorché Severino, in braci e cenere. Invece per il sole, no, nulla sopraggiunge a turbare o modificare la sua natura e il suo moto circolare, e perciò non si può affermare che “in senso rigoroso e al di fuori di ogni metafora le pallide luci del crepuscolo sono la cenere del tramonto del sole”.

    Le nuvole che andrebbero a coprire eventualmente il Sole, facendo in modo (per rimanere su questo linguaggio totalmente improprio) che da A come Sole che appare si passi a B come sole scomparso non hanno la stessa funzione filosofica del fuoco che trasforma la legna in cenere?

    Si ragioni in primis su concetti come apparire del sole e scomparire dello stesso. Perchè prima di arrivare ad interpretare combustioni e reazioni varie, bisogna che queste appaiano, che si manifestino come un primo stato seguito da un secondo, dunque prima A e poi B per esemplificare.

    Se non apparissero questi essenti le combustioni nemmeno potrebbero essere “inventate”.

    La filosofia prima va all’essenza della manifestazione. Quando Severino vorrà scrivere un trattato sulla combustione ne riparleremo.

  8. lupo Says:

    Rispondo a Wilmoboraso. La legna e la cenere è metafora dell’impossibilità che gli essenti diventino altro da ciò che sono. La scomparsa del sole rientra in tale metafora e quindi ammetto che sia scritta nel testo per le scule, ma Ho sentito con le mie orecchie usare dal Filosofo, la metafora del sole riferita agli uomini primitivi , ai bimbi e a coloro che astronomicamente credevano che il sole, tramontando, potesse non tornare più. Ma faccio volentieri ammenda! Per quanto riguarda il nichilismo e la sua nascita, mi pare di ricordare che in: -“Essenza del nichilismo”- Severino non punti l’attenzione sulla comparsa del termine “nichilismo”, ma del senso che esso ha per l’umo greco nel passaggio fra mito e filosofia. Il nichilismo inizia, più o meno consapevolmente, con l’enticidio. Poi ammetto la mia ignoranza sulle possibili vie d’uscita dal nichilismo prospettate da Wilmoboraso. Appena posso mi documenterò. Se mi è permesso, consiglierei una discussione molto pacata e possibilmente sgombra da pregiudizi; specie per noi “severiniani” il cui dire è tutto fuorchè “nostro”.

  9. wilmo e franco boraso Says:

    A Profeta.
    Non siamo degli sprovveduti. Siamo arrivati a questo BLOG con una filosofia il cui titolo principale è La via d’uscita dal nichilismo, e soprattutto a questo miriamo. E non per un puro e semplice esercizio teoretico, ma perché ne va della nostra civiltà, della possibilità per essa di risorgere dalle sue ceneri. Altrimenti rimarrà incompiuta e spenta ed altre si avvicenderanno sulla scena del mondo. Come è già accaduto per quelle che l’hanno preceduta.

    Eppure il “pianeta Severino” è anch’esso allacciato alla “Storia dell’uomo”, a quel “enticidio” di cui parla Lupo, che ha permesso al filosofo di Brescia, confutando Parmenide, di considerare “essere” ogni “ente”. E’ quella la partenza della sua filosofia.
    Ma è proprio essa che contestiamo e combattiamo. Parmenide non ha commesso nessun enticidio e di ciò dubitava lo stesso Severino. Infatti parecchi anni fa egli ha scritto: “Ma sin dai più antichi interpreti il pensiero di Parmenide è stato inteso non solo come negazione dell’esistenza del divenire, ma anche come negazione dell’esistenza di quello stesso molteplice (il molteplice è l’insieme delle cose in quanto fra loro differenti), di cui l’essere dovrebbe essere l’elemento unificatore; se il significato dei passi di Parmenide relativi al senso del molteplice rimane per noi ambiguo, è tuttavia fuori dubbio che il modo in cui Parmenide testimonia il senso dell’essere consente il costituirsi della negazione dell’esistenza del molteplice, perché questa testimonianza non porta semplicemente alla luce quegli elementi (su cui invece si soffermerà esplicitamente il pensiero di Platone), che impediscono alla conoscenza di giungere a tale negazione. Pertanto nella tradizione storica, Parmenide rimane il filosofo che ha inteso negare l’esistenza del molteplice in base alla considerazione che l’affermazione di tale esistenza equivarrebbe all’affermazione che il non-essere non è. E se l’essere è, allora ogni cosa determinata, proprio perché è determinata in un certo modo )ossia come colore, forma, suono, albero, stella, animale, casa, acqua, aria, fuoco, terra) non è l’essere, ossia è il non-essere”. (Emanuele Severino, La filosofia antica, pag. 52)
    Così lo stato di dubbio di Severino circa la negazione del molteplice di Parmenide, che in seguito però l’ha tramutato in certezza. Come abbia potuto, non si sa. Si sa però che su tale certezza – l’essere è e non può non essere e il non-essere non è -, egli ha fondato la sua filosofia. Ma è proprio questo che va confutato: che Parmenide abbia negato il molteplice. D’altronde bastano i versi del proemio del poemetto Sulla natura a dimostrarlo: “Eppure anche questo imparerai: come le cose che appaiono/ Bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso”. (Vedi nel BLOG Lettera aperta: le cinque vie di Parmenide)

    C’è nel tuo scritto un pensiero che potremmo sottoscrivere anche noi, almeno in parte. Esso suona così: “…il punto è che l’eternità delle cose è il loro stesso mostrarsi cosi come sono. E come sono? Sono divenienti, e allora sono eterne nel loro essere divenienti, cioè l’eternità non esclude la nascita e la morte degli essenti, anzi ne è la condizione fondamentale; infatti, se tutto il divenire non fosse l’eterno, non si potrebbe nemmeno affermare che esiste il divenire, appunto perché l’esistere del divenire è la sua stessa eternità”.
    Si potrebbe, come abbiamo detto sottoscriverlo anche noi, perché sappiamo bene come il divenire diventa eternità e le apparenze immortali, e sul rapporto essere e divenire (nel nostro caso i due nomi sono eternità e tempo) abbiamo scritto un post (vedi nel Blog Il tempo lineare e l’eterno ritorno) che ha delle affinità con quanto tu dici. Questo modo di pensare però ci sembra farina del tuo sacco, non di quello di Severino che ha in orrore il divenire. Siamo già all’apostasia oppure è una svolta del pensiero di Severino?

  10. wilmo e franco boraso Says:

    Ad Andrea.
    Un paragone vale se c’è analogia e affinità fra i due termini a confronto, affinché da uno di essi si possa inferire l’altro.
    Le nubi che coprono il sole non sono la stessa cosa del fuoco che brucia la legna, e in tal caso si dice che non c’è paragone.
    O nel paragone fatto da Severino, quello del sole che tramonta e sparisce che dovrebbe spiegare la legna che non c’è più dopo che il fuoco l’ha bruciata, basta mettere un bel NON: NON è vero che “in senso rigoroso e al di fuori di ogni metafora, le pallide luci del crepuscolo sono la cenere del tramonto del sole”.

  11. wilmo e franco boraso Says:

    A Lupo.
    Se la filosofia di Severino non è il salvataggio degli enti, perché nessuno ha commesso “enticidio” (vedi anche la risposta a Profeta), che ne è di tale filosofia?
    L’enticidio è stato per lui la causa del nichilismo, dall’inizio della filosofia in poi; è il peccato originale di cui l’Occidente si sarebbe macchiato e da cui non è ancora redento; ma se questo enticidio non è mai avvenuto, che ne è della filosofia di Severino?
    Ecco le domande che dovrebbero trovare risposta prima d’ogni altra cosa, altrimenti si persegue una storia simile a quella della religione: la storia del peccato originale, dei suoi effetti, questa volta sulla civiltà che sta dominando la terra e che potrebbe trascinarla nella sua rovina, e del salvatore necessario.

    Sono d’accordo sul modo di continuare questo confronto, che si fa interessante: deve essere pacato, “sgombro da pregiudizi”, costruttivo.

  12. Profeta Says:

    L’eternità di cui sto parlando, e di cui affermo che è l’eternità “degli essenti cangianti e molteplici”, è uno dei due sensi dell’eternità di cui parla Severino. L’eternità di cui parlo è assolutamente identica ai significati “ente”, “esistere”, “apparire”, “determinazione”, “significare”; questi, significati, pertanto, sono un unico significato, che il linguaggio dell’uomo scompone arbitrariamente.
    Orbene, l’errore di Severino sta nell’asserire che l’eternità è, da un lato, immediatemente posta nell’atto stesso in cui si afferma che l’essere (le determinazioni x, y, z) è, e dall’altro lato, essa è mediatamente posta nell’atto in cui si pretende di dimostrare che l’essere è anche quando non appare.
    Cioè se questo ente che nasce è eterno nel suo nascere, è contraddittorio che sia eterno al di là del suo nascere, ed è pertanto una contraddizione affermare che esso è eterno “in base alla struttura originaria che, valutando l’essere che non appare, non gli consente di essere caduto o sopraggiunto dal niente”. Ossia è sempre in base all’apparire (= essere) che è possibile affermare l’eternità (l’essere) di qualcosa. Ciò significa che la formula “l’essere esiste anche quando non appare” deve essere cambiata in “l’essere esiste (= appare) in me (in relazione ad un certo tempo/luogo) anche quando non esiste (= non appare) in me (in relazione ad un cert’altro tempo/luogo).
    In altre parole: quello che ho fatto ieri è “in me” che è apparso, ed è pertanto eterno in un “in me” che è diverso dall’ “in me” di oggi, in cui non appare più quello che ho fatto ieri, anche se appare come un passato. Non so se mi sono spiegato

  13. Anonimo Says:

    infatti appare il non-apparire di qualcosa…Severino lo dice da sempre🙂

  14. wilmo e franco boraso Says:

    A Profeta.
    Daremo la nostra versione (ma essa è già presente nel post Il tempo lineare e l’eterno ritorno) di come gli enti sono contemporaneamente apparenti ed eterni, divenienti ed immutabili, in movimento ed immoti. E di questo apparire e scomparire si dimostrerà che si possono conoscere i tempi ed i modi delle entrate e delle uscite. Si dimostrerà, in altre parole, l’ Eterno ritorno dello stesso e la via di questo riandare.
    Questo risultato chiaro e distinto si ottiene però dopo l’uscita dal nichilismo e perciò è necessario attraversare tutto quel buio. Prima lo si può solo intuire.

  15. Profeta Says:

    ogni senso dell’ “eterno ritorno” è un equivoco, perché è un rimandare indefinitamente l’eternità di ciò di cui si dice che ritorna. Con l’eterno ritorno non si giunge mai all’eternità, e non la si afferra mai proprio perché essa è in verità l’immediatezza assoluta, già da sempre raggiunta: è l’esser sé stesso dell’ente in quanto tale.
    Alcuni eterni ritornano in quanto qualcosa si rimostra, e in questo rimostrarsi tale qualcosa è un’identità diversificantesi, nel senso che quest’albero oggi lo vedo nel modo x, e domani vedrò il riapparire in me dello stesso albero nel modo y. Non ci sono altri sensi del “ritornare”.

  16. wilmo e franco boraso Says:

    A Profeta.
    Dopo l’esistenzialismo, Nietzsche, Heidegger, Jung e qualche altro, non vale essere eterni in modo comune e universale, come natura o alla maniera dell’idealismo assoluto, per esempio, ma sapere di esserlo come singolo e sperimentarlo. E’ questo sapere che si persegue e di cui si è giunti alla meta. Essa è l’uscita dal nichilismo e la via che là conduce la stiamo indicando. Vista da questa posizione, La via d’uscita dal nichilismo é il tratto finale dell’eterno ritrono dello stesso. Crediamo che un giorno questa strada non sarà solitaria com’è ora, ma affollata.
    Prima c’erano solo intuizioni dell’eternità personale, di questo proporla con nome, cognome, indirizzo.
    Di Spinoza: “Sentiamo e sperimentiamo di essere eterni”. Di Angelus Silesius. “Tanto l’eternità è a noi connaturale e propria/ che, lo vogliamo o no, dobbiamo esser eterni”. Di Holderlin: “Sai tu perché non ho mai temuto in alcun modo la morte? In me sento una vita che nessun Dio ha creato e nessun mortale generato (Iperione). Di Borges: “Vivere è un sentiero futuro già percorso”.
    Ebbene, se finora c’erano solo intuizioni, oggi è conoscenza chiara e distinta.

  17. ENES Says:

    COME PROMESO HO VISITATO BLOG CHE MI PIACE ,MIO COMENTO DI USCITA DI NICHILISMO SAREBE ALA ENTRATA

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