Le indicazioni del destino. Capitolo 1: La chiesetta sperduta

La chiesetta sperdutaluogo d’appuntamento perenne o mappa del tesoro − contiene le prime enigmatiche indicazioni per trovare la chiesetta che mi sono state misteriosamente comunicate quando, poco dopo la sua apparizione, ho cominciato a cercarla

Francisco de Goya, Atropos (o Las Parcas), 1819-1823

Dal regno eterno
È venuto questo Sogno,
Ma io allora non sapevo
Da dove giungeva.
Però era così bello
Che non l’ho più lasciato,
E lui alla fine mi ha portato
Dove l’amore non è fuggevole
Ma immortale.

1.
Luogo di raccolta nella chiesetta sperduta. Si arriva da un lungo sentiero, ma nessuno sa quando arriva. Incontrando l’altro che sta per entrare si guarda, ma non lo conosciamo. S’attende persona lontana, ma invano, e si dovrà ripartire. Non capita mai che l’uno s’incontri con l’altra che una volta ha lasciato, ma forse si spera. Perciò si cerca il luogo d’appuntamento, ma anche là si giunge per caso e si attende. Arriva un altro visitatore ed entra nella piccola chiesa, finché potrà rimanere. Potranno sorgere nuove amicizie, ma per poco, forse solo per ridestare un’immagine.

2.
Avevo provato a dirglielo, sapendo che ci saremmo lasciati: c’è una chiesetta sperduta, luogo d’appuntamento. Si arriva da un sentiero montano, ma vedo soltanto un tratto di esso. Altri pellegrini vi giungono, ma di rado, e la chiesa è piccola, con il tetto a due falde molto inclinato, simile a quelli delle chiesette di montagna. Altro non so dirti, perché c’è nebbia attorno. Non so la strada per arrivare né in che paese si trovi. Eppure solo in quel luogo potremo trovarci ancora. Tienilo a mente: una piccola chiesa, un tratto di sentiero, qualche pellegrino che arriva solitario e buio attorno. Potresti arrivarci un giorno e lì pensare di trovarmi, anche se strade e date non abbiamo potuto indicarci. Potrei arrivare anch’io ed entrerò e attenderò, finché sarà possibile rimanere. Ma non dimenticare: serba l’immagine di quel luogo d’appuntamento.

3.
Mi chiesero se valeva la pena di custodire così lieve speranza e attendere una persona quando, su ogni strada, quasi con lo stesso volto, a mille se ne presentavano. Bastava sapersi adattare, immaginare di aver trovato. A volte, anzi, maschere identiche si mostravano e bastava partecipare all’inganno, all’inizio. Lieve inganno, del resto, e dopo le prime titubanze ci saremmo convinti d’aver trovato, e saremmo vissuti nell’illusione di non perdere e di non perderci mai. Le chiese a mille si sarebbero presentate e tutte simili, e i pellegrini, con un po’ di fantasia, si sarebbero tutti assomigliati. È capitato ancora così, mi dissero, e chi ha accettato si è trovato bene. E mi mostrarono un grande spazio pieno di chiese e di folla e le chiese non sembravano neppure più tali e formavano paesi e città.

4.
Non volevo smarrirmi ancora nelle città, fra la folla, e serbavo l’immagine della chiesetta sperduta. Una volta mi parve d’aver trovato il sentiero e m’incamminai per esso. Il primo tratto aveva un forte pendio e faticai a salire. Ma poi si fece meno ripido e cominciò a girare attorno alla montagna. Più avanti l’impressione che fosse quello tanto cercato divenne più viva, perché sui due lati cominciarono ad apparire verdi arbusti fioriti, simili a lilla, ma con foglie e fiori più piccoli e più profumati. Camminavo spedito ormai, quasi senza accorgermi del lieve pendio, mentre ai lati del sentiero s’infittivano gli arbusti fino a diventare siepi sempre più folte, sempre più alte. M’appariva ancora l’azzurro del cielo ma non mi riusciva più di vedere, attraverso la variopinta barriera, il bel declivio del monte e il grande orizzonte d’alte vette montane. Ancora più avanti, anche il tratto di cielo si chiuse con il verde delle foglie e gli sfumati colori dei fiori dei rami che s’intrecciavano formando un’arcata; ed io camminavo leggero, quasi sospeso, perché al dolce profumo una musica soave mi sembrò che s’unisse. Ma più avanti cominciò a riapparire il cielo, si sfoltirono le siepi sui lati e si ripresentò alla vista sulla destra lo spazio attorno. Avevo girato attorno al monte ed ora mi s’apriva davanti un ampio pianoro. C’era un cimitero poco lontano e dopo un piccolo paese. Passai accanto al cimitero ed entrai nel paese. La chiesetta era posta nella parte più alta ed era bella così stagliata nel cielo. Ma non era certamente quella che cercavo. Questo però già lo sapevo, perché l’illusione da un po’ s’era spenta.

5.
Lì si son raccolte a mille e puoi trovare, e riconoscevo che poteva essere vero. Fatte con volti che all’immagine assomigliano, si poteva trovare il volto come l’immagine in quel luogo; fatte a cose e lì raccolte, quasi fermate in un punto ad attendere. E ancora di più ci adunavamo nei luoghi di raccolta, le vie della città, le piazze, a guardare i volti, a guardare i corpi. Qualche volta ho avuto la sensazione di incontrare. Forse assomigliavano soltanto all’immagine bella ma io da molto non la rinverdivo. Improvvisamente mi sembrava di riconoscere dallo sguardo, dall’aspetto e forse ero riconosciuto, e proseguivo felice. Avrei anche voluto dirle: mi pare di averti già visto, ma temevo di sbagliarmi e non mi fermavo, cercando delle prove più sicure. Anche se gli incontri di rado avvenivano.

6.
C’era un pericolo in quel luogo di raccolta, dove si vedevano volti e corpi innumerevoli, ed era quello di sbagliarci, di credere di riconoscere ed accettare. Per la maggior parte dei casi appariva evidente la differenza con ciò che cercavo, ma altri erano così simili che sembravano l’apparizione dell’immagine bella. Volti gentili che sembravano portare la tristezza di un amore lungamente aspettato. Forse io cerco te, avrei voluto dire, ricevendo un muto consenso. E questo poteva anche accadere e, di fatto, avveniva, anche se non si era sicuri d’aver trovato veramente, ed anzi pareva inverosimile. Ma allora interveniva mutua stima, mutua comprensione e ci si consolava a vicenda, e poteva spuntare anche l’amore, forse non il vero amore ma somigliante, e non era neppure escluso che fosse quello vero. Nessuno poteva saperlo e si restava nel dubbio.

7.
In quell’oasi, quasi fermati in un punto, ciò avveniva ormai abitualmente. S’incontravano, credevano di conoscersi e forse si conoscevano, e restavano assieme, anche se per breve tratto, cercando amore e consolazione, per non restare senza fine dispersi, forse per non rimanere senza amore.

8.
Il luogo di raccolta forniva dolci momenti di sosta, con luce e giardini di fiori, volti belli, soavi forme. E là volentieri si sostava e si temeva il partire. Potevi vedere la gente raccogliersi per stare assieme e formare famiglie, paesi e città, e ridere sentendosi parlare e gioire e piangere per gli altri.

9.
Un particolare cenno meritava quel trovarci fermi, nel luogo di raccolta, nella vita dell’oasi. Fermi con forme raccolte, modellate. Non si sapeva come fosse avvenuto.
Ad una prima considerazione, certamente superficiale, sembrava trattarsi di una caduta, caduta di luce di sole, caduta di luce di stelle. A voler anzi cercare con amore, ciò appariva evidente, anche se di caduta senza fine doveva trattarsi e da luoghi senza nome. Ma a parte come fosse potuto avvenire, meravigliavano quei corpi armoniosi, dal colore di luce, forme colme di dolcezza. Si guardavano e sorgeva il desiderio. Era nato anzi un secondo amore, certamente effimero, ma che largo seguito aveva: attaccamento ai dolci corpi rotondi, bramosia. Doveva trattarsi di un errore, un accecamento, forse di una sconfitta. Si accettava la vita facendo vivere i corpi. Si accettavano le tiepide carni, la dolcezza alla bocca, la bellezza agli occhi, nutrendoci. Dopo la sazietà, si cercava subito altro nutrimento. La città terrestre poteva mostrarsi così con la sua faccia d’inferno.

10.
Doveva trattarsi di un accecamento, forse di una sconfitta. Non di una sconfitta definitiva, sembrava, ma di una delle tante nella lunga ricerca. Si credeva di arrivare, ma ciò mai avveniva davvero; si credeva di trovare ma poi sorgevano dubbi, smarrimenti e si continuava la ricerca. Non certamente qui, nella città umana, si poteva riuscire ad incontrare. C’era soltanto una possibilità, del resto molto vaga, offerta appunto dal luogo di raccolta, ma in quanto a credere davvero di trovare, a ben riflettere, sembrava addirittura inverosimile. Si credeva di risolvere, di giungere a conclusione, e la fede alimentava la vita. E forse quanto si cercava non esisteva neppure nel luogo di raccolta. Non si poteva, forse, neppure immaginare che esistesse. Ma gli uomini continuavano a sperare, fino all’inevitabile sconfitta. Molti fino al fallimento.

11.
Questo stato di cose portò ad una soluzione sconfortante anche se prevedibile: cominciarono le conquiste in quel luogo di raccolta di beni comuni a tutti, come per tutti splende il sole e l’acqua li disseta e l’aria gli alimenta. S’impadronirono delle terre, delle ricchezze del suolo e cercarono il potere. Diventarono grandi fra i loro simili, si nominarono con titoli sfidanti l’eterno, innalzarono templi di pietra che dura. E la dolce oasi, il paradiso terrestre, luogo divenne di ciechi simboli, tomba d’eterno. Qui sulla pietra si effigiò l’anima morta perché durasse, l’anima di dura materia, il sogno infranto.

12.
Sembrava che ciò che s’era fatto fin qui, corpo e volto, fossero proprio quelli che ci spettavano, forse covati nel sogno, forse un po’ accaduti così, fortuitamente. Ma erano corpo e volto che ci toccavano, perché immagini con forme e aspetti così comparivano e altrimenti, forse, niente poteva mostrarsi. Per conoscerci e poterci ritrovare ci occorreva un volto, un corpo. E allora si doveva convenire che essi, sia pure in piccola parte, erano dovuti all’antico desiderio ed erano un indizio del lungo cammino. Così potevamo incontrare e conoscere e se un giorno arriveremo, forse ancora così ci apparirà il volto e il corpo che cerchiamo.

13.
Questo non significava certamente possedere una carta da puntare con probabilità di vittoria, ma anzi, tenendoci all’esempio della carta, essa apparteneva ad un gioco strano, inestricabile, segno di qualcosa d’esistente, ma che appena s’intravedeva. Oppure ciò che appariva era sempre piccolo, era soltanto un indizio vago, e di là altro ancora, dopo altro ancora.

14.
Eppure, anche se non si poteva pensare a vittoria, era bello vedere fiori nella luce, volti nel sogno. Potevamo vederci, speranza grande e gioia grande, e pensavamo di meritare quella gioia.

15.
Mi apparve una notte, dispersa nell’ombra, oltre un vasto piano, in una lieve luce che appena la tratteggiava ma che non bastava a farla vera, ma lontano sembrava smarrirsi, lievemente sembrava svanire, la forma di una chiesa simile all’immagine. Rimasi sorpreso per la somiglianza, forse perché più veloce dei sensi era stato il desiderio. Ma poi m’avvidi, avvicinandomi, che della chiesa del mio paese adottivo si trattava. Lo spazio davanti era un vasto prato, colmo di sole al mattino, poi c’era la strada, tanto viva di folla al mattino, e più in là la chiesa, alla fine di un breve viale, da tanta luce avvolta. Non ero mai entrato nella chiesa ma passando dalla parte in ombra, era la prima volta, mi giunse immagine di cosa a me simile, sotto l’alta muta oscura, nell’attesa di salire alla ricerca di luce. Ma di una chiesa di recente costruzione si trattava ed io ero arrivato a quel paese da poco.

16.
Vorrei parlarti di un luogo che ho incontrato e che ricorderai sentendone parlare: il vasto pendio del colle che dai piedi del lago saliva, ed era ricco di pini e larici ed ammantato di soffice muschio e fili d’erba. Avevi raccolto un mazzo di ciclamini, ma poi sono andato anch’io a cercarne e durante quel tempo lontano da te ho annotato qualcosa per ricordarla. “Brillavano al sole, d’altro colore vestiti, su profondo prato in pendio. Scivolando la luce incontrava il loro colore ciclamino. Costellato il prato di colore ciclamino, stelle del prato andavo a raccogliere. Lassù sul versante, come nube di stelle, nube di fiori. Stelle dal colore ciclamino”.

17.
La vita sfugge e più non si trova, anche se si vorrebbe non perderla, e allora s’inventano tante cose: ricordi, segni, nomi. E ripetiamo nomi continuamente, quasi che possano così rimanere, e segniamo e incidiamo sulla carte e nel marmo, perché possano di più restare, e ricordiamo.

18.
Sono più vivi i ricordi e possono durare molto, ma dopo tanto non sai più se son tuoi o strani segni che affiorano da profondità lontane. Andiamo smarrendo, anche se non si vorrebbe, e quando partiremo sogno lontano diverrà la vita, a cui un altro giorno si tenterà di credere.

19.
Potrei arrivare alla chiesetta sperduta, luogo d’appuntamento, dove tanto m’aspettavo, e parermi di ritornare, senza che alcuna cosa m’assicuri.

20.
Qui, forse presagendo, cerchiamo di lasciare segni sulla pietra più dura, nella roccia più grande, negli archi istoriati e colonne, nei templi e città, senza sapere di poter ritrovare, senza contare d’avere ritorno.

21.
Finché siamo qui, in questo luogo di raccolta, possiamo però ritornare. Non sempre e non dappertutto, tuttavia, perché innumerevoli luoghi e cose li lasciamo per sempre, anche se di tutti serbiamo speranza di rivederli. Ma non si può sempre ritornare per le vie percorse, nei luoghi visitati, dalle persone conosciute, e anche se lo volessimo ci mancherà un giorno il tempo per farlo. Pensiamo allora di serbare le immagini, ma anche quelle sfuggono e si spengono, anche se non tutte o per sempre, forse, perché ne compaiono a volte improvvisamente: lembi di cielo, tratti di strada, densi di vita improvvisa, quasi ultime scintille d’amore, se possono morire i ricordi.

22.
Certi luoghi e persone care andiamo invece frequentemente a ritrovare, finché benigno è il tempo. E ogni volta si lascia e diventa triste il partire. E ci si rallegra un po’ se si pensa di ritornare. Finché finirà. In questo luogo di raduno c’è concesso questo dono, anche se breve e limitato: poter ritornare, poter rivedere, prezioso dono come quello di poter apparire. Forse una conquista grande, anche se non si poteva pensare a vittoria.

23.
Sembrava così farsi strada, a poco a poco, un’idea singolare, ma che pareva meritare un accenno: che in un punto si fosse fermato il desiderio, che l’inconoscibile avesse acquistato un volto, una voce l’andare dispersi. E sembrava anzi di avvertire quando ciò era avvenuto e cose irruppe nello spazio cieco e voce chiamò rompendo il silenzio di sempre. Ma anche se davvero era accaduto così, non poteva però significare molto, anzi sotto un certo aspetto, non poteva essere successo che così. Solo che ora qualcosa sembrava spostarsi, un centro, un interesse: nel luogo dove si è cominciato a trovare e ritrovare dovevamo continuare la nostra ricerca.

24.
Si doveva convenire che il luogo di raccolta offriva dei vantaggi considerevoli che sembrava diventassero sempre più evidenti più ci occupavamo di esso. Potevamo vederci e potevamo incontrarci e ciò assomigliava al desiderio. Molto vagamente, è vero, e sembrava perfino azzardato pensare a somiglianza se non fosse stato per l’amore che spunta improvviso incontrando, per il dolore senza fine che sconvolge perdendo e per la bellezza che non ha misura.

25.
Da chiome d’albero bagnate da pioggia recente, si staccavano le gocce quando lo scuotevo, e cadevano sulla mia bambina che fuggiva festante sentendole. Ma subito correva sotto l’albero appresso indicandolo: quello. Ma io temevo di bagnarla troppo, e lunga era la fila di alberi. Anzi nella sera che scendeva non riuscivo a vederne la fine, che pur immaginavo lontana, oltre l’ultima ombra. E mi dispiaceva di dover interrompere quella gioia dopo d’averla suscitata.

26.
Non era escluso che si potesse trovare la via giusta se il mondo era vero, anche se denso e pesante e frammentato in parti innumerevoli che finivano. Perciò si prendeva una via lunga per seguirla, ma ci si accorgeva dopo un lungo cammino, appena dopo una curva, che essa improvvisamente finiva, oppure si perdeva in un vasto piano nebbioso, dal terreno infido, o s’interrompeva su un abisso. Quand’anche si riusciva a rimanere sul ciglio o non ci si perdeva nella palude, ciò che poteva capitare a chi procedeva guardingo, più non bastavano però le forze per ritornare e più non era sufficiente il tempo. Ciò, veramente, capitava ai più tenaci che avevano scelto la via con fede e la percorrevano fino in fondo. Ma anche per gli altri la sorte non era diversa. Prendevano una via, dubbiosi ritornavano dopo i primi passi e prendevano un altro cammino, e sempre così, fino a trovarsi dopo tanto vagare sulla via per prima iniziata, vecchi e stanchi, senza più desiderio di procedere ancora. Ormai erano innumerevoli i fallimenti, anzi di nessun cammino intrapreso si conoscevano sorti migliori di precipitare nell’abisso, perdersi nella palude, o vagare incerti fino allo stremo delle forze.

27.
Allora si era pensato, nelle città, almeno finché andar si poteva, di dar nome alle vie, e per ognuna che portava lontano, altre costruirne, per ritornare ai luoghi di partenza, in un intreccio vario, sicuro e spesso divertente. Si poteva smarrirsi ancora, tuttavia, ma chiedendo si trovava sempre chi c’indicava la strada da seguire. Se si dimenticava il suo nome, allora diventava più difficile trovare, ma non impossibile tuttavia, perché si conoscevano altri nomi di città e di luoghi vicini, o indirizzi di amici e conoscenti che ci avrebbero aiutato. Nonostante ciò poteva ancora lo smarrimento prenderci, specie se non si era abituati ai lunghi viaggi o se dai raccolti luoghi familiari ci si recava nelle grandi città, dalle tante vie che s’intrecciavano quasi a labirinto. O ancora se da poco datava il nostro arrivo nella luce, o se d’anni pieno era ormai il cammino.

28.
Forse perché pensavo di dovermi smarrire, persa ogni via, m’era apparsa la chiesetta sperduta. Ma sempre che potessi là giungere e fermarmi ad attendare, non solo te vorrei incontrare, che pur sei così cara, ma anche le altre persone care che mi son state vicine e a cui devo molto. E vorrei che m’apparissero luoghi come questi e albe nel cielo e tramonti, notti di stelle, forme belle e gentili. E vorrei che la vita s’aprisse ancora una volta, lassù, come questa, e la chiesa nel mezzo, a segno e ricordo che là ero arrivato per amore e non per caso.

29.
Ma era tanto difficile trovare, anzi sembrava impossibile. Si poteva forse pensare che l’immagine della chiesetta lontana salvasse un po’ dall’angoscia, ma era anche quella un pallido segno che poteva svanire appena si fosse arrivati alla fine della via conosciuta.

30.
Si poteva anche immaginare d’aver trovato una strada, quella che segna l’amore, ma allora assieme dovevamo rimanere, per mano andare. Avevo tentato da solo, varie volte, vie nuove, paesi mai visti, ma come scendeva la sera m’affrettavo da te o se lunga strada ci separava, rivolto a te il pensiero, aspettavo il mattino per raggiungerti. Insieme invece era diverso: sceglievamo fra la via nota e quella mai percorsa la seconda, e proseguendo per essa, fra aspetti nuovi, vagavamo senza meta. Come se insieme ci preparassimo. Vorrei ora dirti di venire con me per quella via che alla chiesetta conduce. Ma non l’abbiamo mai percorsa fino alla fine. Forse non porta neppure alla chiesa. Potrebbe essere stata tracciata per là arrivare, e poi lasciata interrotta, perché non si sapeva da che parte continuarla. Ho cercato di informarmi e quando andavo via da solo, era proprio per chiedere notizie e provare. Ma nessuno sapeva dirmi qualcosa di certo e deluso ritornavo da te. Qualche volta mi sembrò di udire parole e immagine cogliere di quel che cercavo e tornavo felice. Ma già immagine si spegneva e parola svaniva e l’una non sapevo mostrarti né l’altra ripeterti. Tu però non chiedevi certezza e ti bastava rimanermi vicino. So che non chiedi certezza e possiamo insieme tentare la via mai percorsa.

31.
Come sempre sei usa, anche per brevi viaggi che hanno ritorno, portare cesta di vivande e ristorarci per via, anche ora sei stata prudente. Vieni come fiore e frutto ed io ti guardo e s’allevia e s’allieta il cammino. Stanchi, possiamo fermarci per via e tenerci stretti in riposo, per poi assieme continuare ancora.

32.
Se vuoi, però, là dove stanchi ci siamo fermati, possiamo anche rimanere e farci una casa ed attendere i figli. Molti hanno fatto così. La via che percorriamo ha case ai lati, vecchie abitazioni di chi è dovuto partire, ma anche tante case nuove, ridenti, con grida di bimbi, voci di giovani donne. Non mi trovi contrario se mi dici di fermarmi, perché so di farti felice e perché la strada è tanto lunga se fino in fondo si apre. O potremmo arrestarci per forza, un po’ più avanti, se s’interrompe questa che stiamo seguendo. Io intanto approfitterò per chiedere ancora notizie, per cercare ancora di sapere, ma non so con quanta fortuna.

33.
Potrei scoprire un segnale che m’indica una direzione, ma ad un crocicchio più in là fermarmi, perché non si trovano più indicazioni del cammino. Ma anche se tante notizie acquistassi per tutta intera la via, non saprò mai se son vere se vere le troveremo andando. Così ci toccherà di partire senza poterti dare certezza e sicurezza.

34.
Restiamo allora, mi dicevi, tanti non parlano mai di partire. Ti rispondevo che è difficile parlare di partire, tentando vie senza nome, quando si sta così bene su chiaro luogo accogliente con te. Ma d’altronde era meglio parlarne, per non essere colti di sorpresa, all’improvviso. Chi taceva o dimenticava, o s’era da tanto tempo adattato all’inevitabile distacco e rassegnato aspettava. Ma quando giungeva improvvisa quell’ora fatale, incolmabile era il dolore di chi restava e spenta ogni loro speranza. Invece parlandone, poteva farsi il miracolo: che un lume di speranza rimanesse acceso e un’immagine viva.

35.
Il volto, gli incontri, la via, potevano essere preziose conquiste in un eterno vagare senza meta in seno all’angoscia. Un vagare senza volto, senza strada, senza luogo d’appuntamento. Non si poteva affermare che fosse davvero così, ma forse neppure escluderlo. L’angoscia era in noi, anche se non sempre affiorava, assieme a smarrimento e a terrore senza fine. E poi c’era l’amore, che aveva disegnato i visi, permesso gli incontri, aperto un mondo di luce, fatto volto e figura in te, e c’era la gioia di tutto ciò. L’amore pareva avesse ottenuto il miracolo e anzi per esso si veniva alla luce, quasi a conferma.

36.
Ed ora l’amore pareva aver posti due segni nel vuoto: una chiesa e un tratto di strada, per là ritrovare il tuo volto e riconoscerlo, per là poterci ritrovare.

37.
Qui si appare, bellezza affiora per poco, l’amore per poco dura, ancor più presto scompare la gioia, frequentemente bussa il dolore, scompaiono i giorni con volti e sole e amore e più non ritornano, e sempre sconfitto è l’uomo.

38.
Eppure non eravamo rassegnati del tutto e forse mai lo siamo stati, anche se inevitabile giungeva la sconfitta, anche se mai, forse, avrebbe cessato di giungere. Ma ugualmente cercavamo, forse solo per nutrirci di sogni. E tanti ce n’erano stati e nessuno può dire che non fossero veri se con essi un po’ la paura abbiamo vinto e un po’ di conforto trovato. Se sogni di vita che dura giungevano, non era vano nutrirci di sogni, e se veri li credevamo, forse erano soltanto eccessive le nostre speranze.

39.
Per non perdere luce, luce siamo riusciti a ripetere; per non perdere immagini, immagini abbiamo segnato e inciso con luce e spazio attorno, volti d’esseri cari, corpi armoniosi; immagini tutte che non volevano cessare in noi e che non volevamo lasciare. E son lì conservate con cura ed amore, non vive ma neppure senza vita, non durevoli sempre ma conservate e tramandate nei secoli. Teniamo le immagini fattesi forme e colori che erano voluto restare, che erano potuto restare quando s’era scoperto la luce, lo spazio, la bellezza, l’amore. Serbiamo l’immagine di volti non vivi, ma vicini, forse, a non essere mai dimenticati.

40.
Anche se puntuale giungeva la sconfitta, la nostra rassegnazione non era intera. Una sera ho visto come immagini sciogliersi le cose e svanire, farsi drappo luminoso la luce e svanire, nero manto raccolta tenebra e svanire, e cominciava lo smarrimento infinito. Così si poteva restare senza più nulla, né volti, né forme, né luce; così si poteva restare per nulla, senza più fine. E allora anche un’immagine poteva salvare, a patto che non fosse mai persa, e l’amore poteva salvare, se un briciolo non fosse mai spento.

41.
Laggiù disperso nel vuoto c’è un sogno felice: una mano che incontra una mano per insieme salire.

[Continua]

9 Risposte to “Le indicazioni del destino. Capitolo 1: La chiesetta sperduta”

  1. Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (prima parte) « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] La via d’uscita dal nichilismo O vie di fuga per pochi se i più staranno inerti ad aspettare… « Le indicazioni del destino. Capitolo 1: La chiesetta sperduta […]

  2. Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (seconda parte) « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (seconda parte) Di wilmo e franco boraso Leggi qui il primo capitolo Leggi qui la prima parte del secondo […]

  3. Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (terza parte) « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (terza parte) Di wilmo e franco boraso Leggi qui il primo capitolo Leggi qui la prima parte del secondo capitolo Leggi qui la seconda parte del […]

  4. Le indicazioni del destino. Capitolo 3: Rivoluzione « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] indicazioni del destino. Capitolo 3: Rivoluzione Di wilmo e franco boraso Leggi qui il primo capitolo Leggi qui la prima parte del secondo capitolo Leggi qui la seconda parte del […]

  5. Franco a Wilmo. L’aspetto privato dell’Eterno ritorno dell’uguale « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] e le cose hanno acquistato il sigillo dell’eternità. La situazione iniziale è esposta nel post La chiesetta sperduta, il poemetto che ho scritto più di cinquant’anni fa, e che vale come mappa di partenza. I punti […]

  6. Valico del confine fra apparenza ed Essere, che sono i due modi dell’uguale « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] sta a significare a chi parte, anche se in modo misterioso e nascosto come è capitato a me (vedi Le indicazioni del destino, capitoli 1 e 2 e Rivoluzione), che di un circolo si tratta e che “allontanarsi significa […]

  7. Quel che permane nell’eterno ritorno dell’uguale, dopo il completamento della via « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] Poi le note favorevoli, che sono in minor quantità, ci sembra, di quelle opposte. C’è il pensiero degli Stoici, per i quali il mondo com’è è un mirabile disegno che infaticabilmente si ripete, ed ogni uomo in esso. E in questi cicli sempre uguali, tutto riappare identico a come era scomparso. E quello delle religioni che hanno un Dio creatore a fondamento: per esse è provvidenziale nascere alla vita terrena per poter rinascere a quella celeste, perciò la prima è necessaria alla seconda perché il disegno divino si compia. E se si va all’Inferno? Favorevole al ritorno anche Pirandello, a condizione che ritornando si ritrovi l’amico o la persona amata rapita dalla morte. Nel racconto Notizie dal mondo il protagonista Tommaso, interrogandosi sull’origine del mito dell’eterno ritorno, tiene un monologo sulla tomba dell’amico Momino e afferma che “solo due amici felici − o due innamorati – potevano aver sognato una cosa simile”. “Quanto mi piacerebbe” egli conclude “se ci facessero tornare tutti e due assieme! Sono sicuro che pur non avendo memoria della nostra vita anteriore, noi ci cercheremo sula terra e saremmo amici come prima”. Quel che è accaduto a me: che sono ritornato per ritrovare La chiesetta sperduta luogo d’appuntamento perenne, per incontri che perciò non avranno mai fine anche in questo mondo di apparenze, perché i due modi della stessa, quello terreno e l’altro celeste, si sono fusi in uno. All’inizio la seconda aveva l’aspetto e la consistenza di un sogno; ma poi insistendo, seguendo le indicazioni del Destino che in questo caso ha giocato anche lui la sua “matta” − ed ero io − (2), il cammino verso di essa è diventato Via dell’eterno ritorno dell’uguale (vedi Le indicazioni del destino). […]

  8. La via personale dell’eterno ritorno | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] immagine nello specchio, si sono sempre più avvicinate e confuse fino a diventare una sola (vedi La chiesetta sperduta − Le indicazioni del destino, specialmente la tredicesima intitolata […]

  9. Sogno | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] Ma chi li ha portati fino a questo punto? Li ha portati il Destino che è anche Amore (vedi Le indicazioni del Destino). Ma “il Destino ti riporta sempre nel punto da dove sei partito, ma non ha voce chiara e […]

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