Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (prima parte)

Leggi qui il primo capitolo


Nel lungo frattempo, seguendo le vaghe e incerte notizie della mappa, sono riuscito a trovare la chiesetta che era sperduta. A quel punto s’è fatto avanti il Destino, quasi a esigere la sua parte, perché è stato lui a dettarmi la mappa tanti anni prima.  Seguono le indicazioni del Destino, le sue parole e svolgimenti, preceduti dalla seguente presentazione.

M.C. Escher, Circle Limit III (1959)

Questi segnali intitolati Destino sono giunti dopo la scoperta della chiesetta sperduta, dopo che in un cammino circolare come quello che ho compiuto, la fine è giunta quando sono arrivato nel punto da cui tanti anni prima sono partito, e l’ho riconosciuto. Se avessi continuato avrei ripetuto la strada percorsa, ciò che sempre accade se non ci si accorge di nulla, vale a dire quando si arriva con gli occhi chiusi e la mente spenta.
Perché sono giunti quei segnali non l’ho capito subito all’inizio, o non avevo sul loro conto idee chiare e distinte. Poi, però, seguendoli e cercando di scoprire cosa volevano dirmi e dove volevano ancora condurmi, dal momento che l’arrivo era ormai avvenuto, qualcosa ho cominciato a dedurre da quelle parole: il Destino voleva entrare anche lui in quel finale o veniva a riscuotere la parte di merito che gli spettava, o era necessaria la sua presenza in quell’avvenimento. Dopotutto era lui il protagonista dell’inizio, io semmai della fine, e ciò che era stato raggiunto era la coincidenza dell’uno e dell’altra: come poteva perciò mancare! Ecco allora perché si è presentato e non con una sola indicazione con il suo nome, ma in modo continuo e numeroso. Ad una sola, forse, non avrei badato più di tanto, tutto preso a festeggiare la scoperta della chiesetta dopo tanti anni di ricerca. Perciò il suo farsi avanti insistente: parecchi segnali in un solo giorno, uno di seguito all’altro, o meglio non facevo in tempo a tradurne uno che un altro si presentava. Era una di quelle giornate in cui sono tornato, com’è ormai mia abitudine, in quei luoghi cari dove ora inizio e fine stanno assieme, dove la chiesetta sperduta è stata trovata e l’amore è diventato perenne non solo per il sentimento ma anche per la ragione. Ed io in quel giorno votato ad altro, a seguire invece i segnali, ma non di malumore come chi è distolto o costretto suo malgrado, ma anzi interessato, felice, perfino colmo d’entusiasmo. Aspettando dopo il primo che apparisse il secondo; fiducioso, anzi sicuro, che un altro ancora l’avrei visto di lì a poco, pronto a decifrare l’impulso che già sentivo arrivare.
Così camminando e pensando, ne ho ricevuti dodici e li ho tutti tradotti. Alla fine ero più da quella parte che in questa; o ero dove coincidono inizio e fine. Io e il Destino assieme dove il passato e il futuro convergono in un punto: il presente eterno.

Prima indicazione

Il mio Destino
era segnato fin dall’inizio:
l’apparizione di
un’immagine sacra
− la chiesetta sperduta −,
simile ad un sogno
e il poemetto
che descrive quell’evento
e indica come trovarlo,
dove tutto è detto
ma enigmaticamente.

Il Destino si è presentato anche dopo il mio arrivo alla chiesetta ed io ho tradotto quell’incontro con le parole che appaiono in questo primo segnale. Si è trattato di una traduzione pressoché istantanea questa volta, dove chi ascolta sente arrivare la voce nella sua lingua o in una simile che dopo tanti contatti un po’ conosce, anziché in quella dello straniero che tiene la lezione. Indice anche questo che passi d’avvicinamento e reciproca comprensione ce ne sono stati fra me e il Destino in quasi cinquant’anni di rapporti, a volte di convivenza. Ricordo che in passato, specialmente nei primi tempi, ce ne voleva per riuscire a decifrare. Gli input giungevano e mi muovevano, ma non sapevo in quale direzione né perché. Verso la chiesetta − sembrava ovvio −, ma per molto tempo mi ero perfino scordato che c’era; e perciò il mio procedere, anziché deciso e sicuro, è stato per tanti anni un vagare senza meta, nave senza nocchiero in gran tempesta. Ora, invece, ecco la differenza: il Destino si è presentato nel suo solito modo, bussando sempre dalla parte dove io non ero presente perché intento a festeggiare l’arrivo alla meta, però non dal sonno, inconscio, morte, da dove giungeva in passato. Perciò non mi ha trovato impreparato: ho sentito e ho subito aperto all’immagine sacrala chiesetta sperduta − e al poemetto che, come dice il segnale, fin dall’inizio hanno segnato il mio destino. Nulla da eccepire, io direi, perché è quanto davvero è accaduto: non avrei cercato la chiesetta se non fosse apparsa misteriosamente, né l’avrei trovata seguendo un cammino lungo quasi cinquant’anni se non avessi ricevuto le pur vaghe e misteriose indicazioni dell’inizio.
Però se sapevo cosa cercare, perché la chiesetta era simile a quella che avevo appena visto nel piccolo paese del Cadore e perciò l’avrei riconosciuta fra mille, altrettanto non potevo dire del posto dove si trovava, anche se lo immaginavo in altre terre e in altri cieli, perché era luogo d’appuntamento perenne e qui non ci sono ritrovi di tal genere.
Nient’altro credevo di sapere, ma ora qui si afferma invece che nel poemetto tutto era detto fin dalla partenza e ciò costituiva una sorpresa. A ben pensarci, tuttavia, non potrebbe essere altrimenti se la fine ha coinciso con l’inizio, ma io un presentimento che il poemetto fosse la mappa del tesoro l’ho avuto soltanto quando l’ho scritto. Allora, davvero la mia ricerca era diretta alla chiesetta e credevo di poterla trovare in quel tempo, ma in seguito ho perso ogni contatto con essa e per tanti anni non l’ho avuta più in mente, anche se qualche volta sono andato a riguardare il racconto della sua apparizione e delle prime indicazioni per cercarla.
Solo dopo il superamento dell’Abisso, i contatti sono diventati più frequenti, e le previsioni dell’inizio e le scoperte hanno cominciato a coincidere. Ma non immaginavo che tutte le scoperte erano state precedute da previsioni. Si tratterà ora di vedere se davvero è accaduto così dal momento che è ciò che vuole anche il Destino.

Seconda indicazione

Il Destino mi ha dato in visione
una chiesetta misteriosa
luogo d’appuntamento perenne
e un enigmatico piano per trovarla
per non smarrirci ancora
fra le cose effimere e vane,
ed io non mi sono tirato indietro.
Ho accettato la sfida del Destino,
ma era quanto anch’io volevo:
scoprire dell’amore il regno eterno.

Nei primi tre versi del secondo segnale è ripetuto ciò che è detto nel primo: che ho seguito un destino i cui segni iniziali sono stati “una chiesetta misteriosa/e un enigmatico piano per trovarla”, e io ho già riconosciuto che è vero, che sono partito proprio da quelle indicazioni. Nelle cose di qui, a questo punto di solito si obbedisce seguendo i comandi ricevuti, senza chiedersi il perché, come fanno i pianeti che seguono orbite fisse e immutabili, i semi nella terra che si schiudono ad ogni primavera, le rondini che ritornano nello stesso nido. Ma in questo caso, che forse è raro, la mia idea di un luogo d’appuntamento perenne per un amore che volevo immortale corrispondeva a quanto m’indicava il Destino. In altre parole io cercavo quel luogo per un tale amore e il Destino mi presentava la chiesetta che aveva le caratteristiche richieste. Perciò ho preso quella direzione non solo perché comandato o spinto, ma anche perché “era quanto anch’io volevo: scoprire dell’amore il regno eterno”.
Qui si dà il caso che ci sia stato accordo fra chi comanda e chi normalmente obbedisce: non ha nulla dell’imposizione, infatti, ciò che ti fa necessariamente andare dove anche tu vuoi. Cos’era allora? Una casuale coincidenza? Ma si può definirlo così questo rapporto dopo che ho affermato che il “caso è soltanto l’incerto e difettoso appellativo del Destino?”. Perciò è da escludere il caso, e se coincidenza c’è stata e c’è fra quanto volevo e quel che doveva necessariamente accadere, allora essa è fra Amore e Destino. Fra l’amore che era sbocciato in me e mi faceva cercare il luogo d’appuntamento perenne, e il Destino che m’aveva mostrato quel luogo che aveva l’aspetto di una chiesetta montana.
Destino e Amore, dunque, i due con cui ho avuto a che fare contemporaneamente: e se io spinto da amore sono andato verso la chiesetta, mai si potrà affermare che mi sono là diretto perché dovevo, o che si trattava di un comando diverso da quello dell’altro. Da cui si potrebbe inferire che Amore e Destino non sono due ma uno, che sono due nomi del medesimo. Non ha scritto Dante che è “amor che muove il sole e le altre stelle”! E tutto gira anche secondo destino, seguendo le sue immutabili leggi: vanno le cose della terra e del cielo dove devono andare, sono quello che devono essere.

Terza indicazione

Era tutto predisposto fin dall’inizio,
vale a dire fin dal manifestarsi
della chiesetta sperduta
e delle enigmatiche indicazioni per trovarla.
Poi io ho trasferito nella coscienza
quel sogno immenso
che giungeva dal profondo.

La terza indicazione comincia anch’essa ricordando quel che il Destino ha predisposto fin dall’inizio per me: la chiesetta sperduta e le enigmatiche indicazioni per trovarla. Abituato ai sempiterni giri e ritorni, sembra che il misterioso suscitatore di visioni e di segnali non riesca a liberarsi di questo ritornello: così ho pensato quando l’ho visto per la terza volta consecutiva. Ma poi m’è venuto il dubbio che non fosse soltanto una sterile ripetizione. Può darsi che questi cartelli siano posti ad arte, mi son detto, e che vogliano indicare qualcosa d’importante, come accade anche per le vie della terra in prossimità di qualche pericolo o svolta inattesi. Perciò mi son messo a riflettere è il risultato suona così: se la fine coincide con l’inizio come mi è stato dato di scoprire quando sono giunto alla chiesetta, c’è corrispondenza fra i due, o meglio l’una e l’altro coincidono, sono la stessa cosa. Però in due stati diversi: l’inizio nella veste d’enigma, la fine in quella di soluzione di esso. Il primo era un libro chiuso visto come in sogno, il secondo lo stesso, ma aperto, con le pagine che si possono voltare e leggere. Ecco di cosa il Destino voleva che mi accorgessi, mi sembra: di quest’identità. Ed io perciò ritorno a guardare, sotto la spinta di questo nuovo segnale e con maggiore attenzione, se davvero il piano era tutto in potenza fin da quella prima apparizione.

a.
C’era la chiesetta sperduta, (La chiesetta sperduta, 1) luogo d’appuntamento perenne, nella quale si può trovarsi ancora quando gli incontri di qua finiranno. (Ibidem, 2) Essa era simile o eguale a quella di un piccolo paese di montagna, con il tetto a due falde molto inclinato: perciò si trattava di una meta inconfondibile che avrei riconosciuto a prima vista se mi riusciva a trovarla.

b.
C’era un tratto di sentiero che portava fino ad essa, ma era breve e spariva nella fitta nebbia. (Ibidem, 2) Là finiva la visione e cominciava la parte tenebrosa e misteriosa che poi diventerà notte ed Abisso.

c.
Anche se la chiesetta era dispersa, però qualcuno arrivava. Com’era capitato anche a me d’altronde. Come avrei potuto altrimenti vederla, descriverla, entrare in essa, osservare altri che giungevano, aspettare e indicarla alla persona amata “sapendo che ci saremmo lasciati” (Ibidem, 2) come sempre accade in questo mondo! Ma nessuno sapeva da dove arrivava, quindi per caso o in modo inspiegabile. (Ibidem, 1) O si presentava ogni volta che spunta l’amore, come sembrava si potesse dedurre dalle parole: “Mi sembra di averti sempre conosciuta” e “ti amerò per sempre”, che non mancano mai quando si ama davvero? In tal caso era la via indicata dall’amore che bisognava percorrere, come d’altronde era scritto fin dall’inizio. (Ibidem, 30) Però l’amore non era meno enigmatico e misterioso della chiesetta e della via che portava ad essa, ma a differenza delle altre due era qualcosa della cui esistenza non si poteva dubitare.

d.
Dopo l’apparizione della chiesetta sperduta e l’attenzione posta ad essa, c’era il ritorno nel mondo (Ibidem, 3) dove l’incontro d’amore era avvenuto e dove si trovava la chiesetta terrena da cui l’altra era sorta, ma il mondo non aveva più lo stesso aspetto di prima; non appariva più isolato e muto alle domande eterne: da dove vieni, dove vai? Non era più il luogo da cui si usciva senza sapere per dove, oppure si diceva che c’era il nulla aldilà e quindi si precipitava in esso. Ora era diventato il campo base, vale a dire il punto più avanzato di partenza verso la chiesetta celeste, da cui essa appariva come la cima di una montagna prima nascosta da nubi perenni, o solo qualche volta intravista in momenti eccezionali. E dal mondo così mutato nel suo senso sono cominciati i miei tentativi di raggiungere la cima, (Ibidem, 4) anche se immaginavo e prevedevo abissi e misteri nel vuoto immenso e tenebroso che mi separava da essa. Tale vuoto o nulla era chiaramente segnato nel poemetto con le parole: “Una sera ho visto come immagini sciogliersi le cose e svanire, farsi drappo luminoso la luce e svanire, nero manto raccolta tenebra e svanire, e cominciava lo smarrimento infinito. Così si poteva restare senza più nulla, né volti, né forme, né luce; così si poteva restare per nulla, senza più fine”. (Ibidem, 40) Era soprattutto quell’abisso che era necessario superare per raggiungere la chiesetta e il primo tentativo è avvenuto quasi subito. (Ibidem, 4)

e.
Ma esso ed altri di quel tempo erano prematuri e vani. Ben più completa e profonda si sarebbe dimostrata la preparazione: era necessaria, per esempio, la conoscenza di tutto ciò che è stato ideato e ottenuto precedentemente in questo campo, quel che dopo alcuni decenni di studi e ricerche è avvenuto.
Però quel primo tentativo di raggiungere la chiesetta non è rimasto del tutto infruttuoso. Dopo di esso il mondo si è scoperto per ciò che è: luogo d’errori, (Ibidem, 6) accecamenti, compromessi, sconfitte, fallimenti. (Ibidem, 9,10) Perché “non certamente qui, nella città umana, si poteva arrivare a trovare”. (Ibidem, 10) E “questo stato di cose portò ad una soluzione sconfortante anche se prevedibile: cominciarono le conquiste in quel luogo di raccolta di beni comuni a tutti, come per tutti splende il sole e l’acqua li disseta e l’aria gli alimenta. S’impadronirono delle terre, delle ricchezze del suolo e cercarono il potere” (Ibidem, 11). E il mondo, anziché trampolino di lancio verso l’eterno, divenne per i più “tomba” di esso.

f.
Pur tuttavia non c’era altra base di partenza, perché solo su questo mondo si trovava tutto il necessario per iniziare l’avventura e portarla avanti e ogni progetto e tentativo erano cominciati. Qui abbiamo un volto, un corpo per vedere e vederci. Qui si poteva incontrare, (Ibidem, 12) e conoscere e riconoscere. (Ibidem, 13-24) Si poteva tornare in luoghi già visitati e ritrovare. (Ibidem, 22) E perché ciò avvenisse sono state costruite strade d’andata e ritorno e ad ognuna, per rintracciarla facilmente, è stato un nome o un numero. (Ibidem, 27)

g.
Infine c’era la meta in quel poemetto scritto cinquant’anni fa, vale a dire la chiesetta, luogo d’appuntamento perenne. Quella per la quale ogni preparazione qui sulla terra era avvenuta, dove l’amore immortale poteva trovare accoglienza e residenza.
A conclusione: se il Destino voleva che confrontassi il sogno che mi ha mandato con il risultato raggiunto dopo tanti anni, eccolo accontentato. È vero: c’era già tutto fin dall’inizio. L’uno e l’altro sono la stessa cosa. Sono l’enigma e lo svolgimento e scioglimento di esso, la potenza e l’atto, il seme e la pianta. Ma perché il primo acquistasse cittadinanza in questo mondo, ho dovuto dargli aspetto, nome, collocazione, trasferendolo nella coscienza, vale a dire nella parte luminosa di me e in quella dell’Occidente, nella sua Storia e come conclusione di essa, mi pare, o almeno come fine del ciclo che è cominciato in Grecia più di venticinque secoli fa ad opera d’Erodoto e Tucidide.

Quarta indicazione

Il Destino ti riporta sempre
nel posto da dove sei partito,
ma non ha voce chiara e distinta per avvertirti.

Non capita mai come nei viaggi di qui
che si sente annunciare:
arrivo alla stazione di…,
treno in partenza per…,
e anche chi dorme si risveglia e scende,
oppure si riscuote e continua
se non è ancora arrivato.
Invece nei viaggi circolari della vita
si passa oltre inconsapevolmente
e si ripete ancora il giro.

La quarta indicazione svela aspetti del Destino − della sua natura e del suo modo di agire −, che normalmente e comunemente non arrivano fino a noi, o non in modo chiaro e distinto come invece qui si legge. Dice che “Il Destino ti riporta sempre/ nel punto da dove sei partito” e da ciò si deduce che si muove in tondo come una ruota che gira o un vortice. Che poi riporti sempre quel che si muove nei suoi cerchi lo si vede bene: ritorna il sole ogni mattina, riappaiono le costellazioni dentro il cielo a periodi fissi e costanti, sboccia il fiore ad ogni primavera.
Ma in questo segnale c’è qualcosa di nuovo che si mostra. Il Destino non riporta soltanto le cose che tu vedi come da fuori o dall’alto e di cui conosci il riandare, ma anche tu che non ti vedi e non sai dove e come si svolge tutto il tuo cammino − quello prima di nascere e quello dopo la scomparsa da questo mondo.
Poi il segnale spiega perché siamo a noi stessi in tanta parte oscuri e perciò non sappiamo da dove veniamo e neppure dove andiamo: perché siamo presenti soltanto ad una parte del percorso, quello che compiamo ad occhi aperti e mente sveglia nella luce del sole e della ragione. Non alle altre perciò. Non a quella del sonno dove si entra senza sapere come, e da cui si esce spesso a seguito del sole che spunta o come se ci fosse una sveglia invisibile che suona. Né a quella che si chiama morte, dove tante volte si precipita all’improvviso e senza avvertimento e ancora non è stabilito quanto si va giù e se c’è modo di risalire. Sembra in ogni modo che il Destino ci riporti anche da quel fondo: da dove si arriverebbe altrimenti! Così esso ci rivela: rivela cioè che riporta sempre al punto di partenza, quindi nel caso del sonno fino al risveglio, e in quello della morte fino alle luminose spiagge della vita. Però non c’è “voce chiara e distinta” che avverte il singolo degli arrivi e delle partenze, non c’è il controllore che le grida e neppure dalle stazioni giunge l’annuncio. Allora si passa e, inconsapevoli, si continua e si ripete l’instancabile ritornello.
Senza informazioni sufficienti perciò il viaggio della vita umana, che quindi ignora da dove viene e dove va e anche cos’è se tanta parte di se stessa non appare.
Però queste cose io già le sapevo, perché sono arrivato alla stazione di partenza dopo un intero giro e l’ho riconosciuta e perché in quel punto, dove la fine coincide con l’inizio, ho visto la Porta e dopo averla superata ho trovato la chiesetta che cercavo: perché, allora, il Destino con questo segnale giunto dopo l’arrivo, si è presentato a ricordarmele?
Una domanda spuntata all’improvviso questa qui, che però mi ha fatto capire quel che c’è sotto. Il quale suona così: fino alle spiagge dorate del sole, della vita, della ragione è il Destino che conduce. Poi ha preso me per continuare, ma anche in quest’ultima avventura fino al campo base ha portato lui e solo da lì sono potuto partire verso la vetta, raggiungerla e impiantare la bandiera. Perciò non si sfugge mai al Destino, non si può farne a meno. Un avvertimento quindi il suo, per farmi rientrare nei limiti stabiliti dopo l’euforia dell’arrivo alla chiesetta. Ma a ben guardare non ce n’era bisogno: infatti, da molto un segnale m’aveva indicato che “Il Destino è il dio che lascia/ e che dispone,/ e se qualcuno di noi/ ora propone,/ deve collaborare con il Destino”, e io mi sono sempre attenuto a quell’avviso.

[Continua]

6 Risposte to “Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (prima parte)”

  1. Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (seconda parte) « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] La via d’uscita dal nichilismo O vie di fuga per pochi se i più staranno inerti ad aspettare… « Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (prima parte) […]

  2. Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (terza parte) « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] Cinquant’anni dopo (terza parte) Di wilmo e franco boraso Leggi qui il primo capitolo Leggi qui la prima parte del secondo capitolo Leggi qui la seconda parte del secondo […]

  3. Le indicazioni del destino. Capitolo 3: Rivoluzione « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] destino. Capitolo 3: Rivoluzione Di wilmo e franco boraso Leggi qui il primo capitolo Leggi qui la prima parte del secondo capitolo Leggi qui la seconda parte del secondo capitolo Leggi qui la […]

  4. Quel che permane nell’eterno ritorno dell’uguale, dopo il completamento della via « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] terra e saremmo amici come prima”. Quel che è accaduto a me: che sono ritornato per ritrovare La chiesetta sperduta luogo d’appuntamento perenne, per incontri che perciò non avranno mai fine anche in questo mondo di apparenze, perché i due […]

  5. Essere e mondo e ciò che li separa | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] l’eterno, un suo sigillo per le cose di qui, com’era d’altronde sancito dal “Patto” (vedi Le indicazioni del destino. Cinquant’anni dopo). Giorno verrà, e ci sembra non lontano, che il ritorno si potrà programmare, e perciò misurare […]

  6. Sogno | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] viaggi circolari della vita si passa oltre inconsapevolmente e si ripete ancora il giro” (vedi Quarta indicazione). Così fino ai nostri giorni però, con le eccezioni che si conoscono, o seguendo altre vie della […]

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