Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (seconda parte)

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Ensō (il cerchio), Kanjuro Shibata XX

Quinta indicazione

E sembra che ci siano state
poche eccezioni a quest’andare.
Pochissimi quelli che si sono risvegliati,
e non sono di più, io credo,
quelli che si sono accorti
delle partenze e degli arrivi
e sono saliti o scesi nel momento propizio.

Di informazioni che sono giunte ad alcuni sufficientemente chiare, tanto da svegliarli e da farli scendere all’arrivo, ce ne sono state tuttavia, e sono eccezioni a una regola che è sempre tenacemente in uso.
Di esse ho scritto in varie occasioni lungo la via di ricerca, la quale come ho già ricordato è durata alcuni decenni, ma è il caso che qui ne faccia cenno ancora, perché servono come base ad una considerazione probabilmente mai espressa prima.
Buddha la notte prima del Risveglio ha richiamato alla memoria le precedenti vite vissute e le ha raccontate.
Pitagora ha ricordato d’essere stato Euforbo, milite nella guerra di Troia, e di aver perso la vita per mano di Menelao re di Sparta.
Ermete Trismegisto, per tre volte filosofo in Atene, la terza volta gli sono venute in mente le due precedenti esistenze condotte in tal modo e si è liberato dalla ruota dei ciechi ritorni.
Empedocle è stato uomo e donna ed anche vite non umane.
Se ci sono questi personaggi che hanno ricordato in modo chiaro e distinto − ne ho nominati alcuni di celebri ma ci sono anche innumerevoli persone comuni o poco note che hanno avuto ed hanno questa capacità −, vuol dire che qualcosa ha funzionato alle stazioni. Qualcuno ha percorso tutto il cammino ad occhi aperti o s’è svegliato, o qualcuno ha avvertito dell’arrivo o della partenza.
Si potrebbe perciò concludere che tutto è già avvenuto, e che quel che sto raccontando − vale a dire La chiesetta sperduta − è stato già scritto e insegnato e che perciò è soltanto una ripetizione. Solo un’eccezione che conferma la regola, la quale afferma che dai cerchi del Destino non si esce; e che così sia lo dimostra continuamente la morte che domina incontrastata. Morte come opposto di vita, caduta nel nulla. Ma se di un’eccezione si tratta, essa è di tipo nuovo, perché inferisce sulla regola con l’intento di renderla permeabile ai ricordi d’altre vite più di quanto è stata finora. Chi s’intromette è l’uomo. L’inquietante l’hanno chiamato gli antichi. È l’Io dei filosofi, il dell’Oriente e di Jung. E il metodo seguito è quello della conoscenza prodotta dalla civiltà occidentale: via della filosofia, della sapienza che l’ha preceduta, e per certi aspetti anche della scienza. Questo metodo si distingue da quelli che son venuti prima e anche il risultato ha aspetti inusitati. Vediamoli un po’.
Certamente la maggior parte dei ricordi d’altre vite di chi si trova in questo mondo senza sapere da dove è arrivato e dove è diretto e non si pone il problema, sono pure e semplici eccezioni alla regola. Sono tutte quelle in cui gli interessati, di fronte ad uno spettacolo che li colpisce per la prima volta in modo inaspettato e profondo, dicono: mi sembra d’averlo già visto; o quando c’è il colpo di fulmine esclamano: mi sembra d’averti sempre conosciuta. In questi casi i ricordi sono certamente dettati dal Destino. È lui che avvicina e allontana, che dà e toglie. E per la semplice ragione che in lui c’è da sempre ogni cosa ed aspetto − il passato e il futuro, la vita e la morte −, tutti insieme, tutti in una volta; ma indistinti e indeterminati . E di quel che c’è in tal modo, più o meno misteriosamente, qualcosa trapela anche di qua. Perciò si dice che “non c’è nulla di nuovo sotto il sole”: perché quel che non si vede non è inesistente, ma segreto e nascosto, e appare solo quando esce dalle quinte di questo teatro che si chiama Mondo. Similmente nel punto materiale che ha preceduto il Big Bang che, come affermano gli scienziati, prima di quella deflagrazione aveva le dimensioni del punto geometrico, era raccolto tutto il tempo, che poi si è diventato passato, presente, futuro; e tutto ciò che si è dispiegato nel corso di quattordici miliardi d’anni luce: polveri cosmiche, galassie, stelle, buchi neri, il Sole, la Terra, le piante, gli animali, gli uomini, i pensieri, le fantasie. Perciò eccezioni ad una regola immutabile ed eterna quelli che hanno ricordato e ricordano in tal modo: viventi che hanno sognato e sognano, e fra i loro sogni anche lampi di luci eterne, brani di vite immortali.
Diversi invece arrivi e partenze di Buddha, Pitagora, Ermete, Empedocle, perché hanno percorso la via tenebrosa ad occhi aperti o si sono “svegliati” nel momento propizio. In quel punto di coincidenza dove c’è anche l’uscita dal giro hanno visto contemporaneamente di là e di qua: il sonno e la veglia, la morte e la vita; e perché sono arrivati dalle tenebre, hanno anche indicato e insegnato la via. Però si è trattato finora di un percorso insuperabile senza l’aiuto di una guida e in Oriente ci sono i Maestri che insegnano e accompagnano.
Poi c’è questo mio caso: la meta è la stessa dei personaggi celebri che mi hanno preceduto, perciò fino al Risveglio o all’arrivo al punto di partenza nulla di nuovo. Nuovo è invece il modo in cui sono arrivato ora. Ho percorso una via millenaria, segnata sulle carte fino ad un certo punto, e perciò pubblica, anche se non si sapeva dove fosse diretta, o c’erano solo vaghi indizi: quello d’Anassimandro, per esempio, che ha detto che tutte le cose ritornano al punto da dove hanno avuto inizio. Poi, come ho raccontato nella seconda parte di questo volume, capitolo tredicesimo, l’ho continuata da solo: dalla Mezzanotte, dov’era arrivata negli ultimi decenni del ventesimo secolo, fino all’Alba del giorno successivo. Ma anche in questo caso con l’aiuto della filosofia e della sapienza che l’ha preceduta. Perciò se qualcosa di nuovo c’è ora rispetto al passato è la planimetria che sono riuscito a descrivere, dove spiccano le due grandi arcate, una nella luce e l’altra nelle Tenebre. La prima si svolge dall’Alba al Tramonto, la seconda dal Tramonto fino all’Alba del giorno successivo, e l’Abisso attraversato comincia dopo i battiti della Mezzanotte.

Sesta indicazione

È il destino che ci porta e ci riporta.
Noi dobbiamo soltanto rimanere svegli
durante il viaggio,
specialmente dove la tenebra è più fonda
se non si vuole rientrare nel suo vortice.

Com’è già capitato ad alcuni i cui nomi sono apparsi nell’indicazione precedente, “dobbiamo rimanere svegli/ durante il viaggio” se si vuole uscire dalle cieche ripetizioni − così afferma questo cartello. Non bisogna essere presi dal sonno com’è capitato a Gilgamesh, l’eroe mesopotamico che voleva ritrovare l’amico Enkidu che l’aveva preceduto nel regno della morte ed è partito per quella destinazione. Ma ha chiuso gli occhi in un sonno incontenibile fin dalla prima notte, mentre per superare la prova doveva rimanere sveglio per sette giorni e sette notti consecutive. L’impresa perciò non è riuscita, ma essa era impossibile e tale si è dimostrata, perché rimanere svegli tutto quel tempo non si poteva sul cerchio della veglia e del sonno che appartiene agli dei in modo esclusivo, come ogni altra cosa di natura d’altronde: come la stella, il fiore, la luna e il loro apparire e sparire. Essi hanno già la loro storia e il loro corso non modificabile, e alle partenze e ritorni provvede il Destino, o, appunto, la natura, come si è soliti dire, che poi è un altro dei suoi appellativi. Si ritorna in altre parole solo perché portati. E anche dall’abisso più profondo si emerge in tal modo, ma da un giro così lungo non si salva il singolo. Perciò se gli dei avevano vincolato l’esito dell’avventura di Gilgamesh a quella lunga prova del sonno chiedendo perciò l’impossibile, c’è da supporre che è stato un inganno il loro. Il motivo, forse quello espresso da Hölderlin: “Perché è detestata dal dio previdente l’intempestiva crescenza”. Era prematura quella conquista perché non si poteva superare l’abisso da soli seguendo le vie della natura che sono percorse soltanto dalle specie. Il momento propizio sarebbe giunto molto tempo dopo, con la nascita della filosofia. Da lì è cominciata la via della conoscenza razionale progettata e svolta da singoli, che si è posta anche contro la natura e i suoi limiti. Contro le malattie, i dolori, la vecchiaia: questi i limiti. Contro la morte soprattutto, il confine estremo dell’individuo nell’ambito della natura. La strada della conoscenza è costellata di successi: quelli conseguiti dalla medicina che ha trovato rimedi contro le malattie e i dolori, ha allungato la vita, sostituisce parti non funzionanti del corpo, e con la clonazione si prefigge la produzione di corpi uguali a quelli che si consumano e periscono per sostituirli. Poi le conquiste della filosofia nel campo della conoscenza. La sua nascita è l’inizio del cammino che porta verso l’immortalità del singolo, e questo mio lavoro è una continuazione di quel progetto e di quell’opera fino alla meta. Non ci poteva essere impegno e lotta contro i limiti se si escludeva il più grande.
Dopo venticinque secoli il cammino è terminato e la filosofia, nata dalla sapienza, nella sapienza sta confluendo. Ora chi vuole, chi si prepara in modo adeguato, ha a disposizione la via per andare dal mutevole dove si trova all’immutabile. Per me esso è la chiesetta, luogo d’appuntamento perenne.

Settima indicazione

Il Destino ti riporta sempre
perché è il girotondo
della natura e della vita.
Allora spetta a te
conoscere il cammino
che ha un abisso e un segreto
nel suo circolo
impenetrabili per chi va da solo.

La caratteristica principale del destino, vale a dire il suo aspetto circolare rotante e il suo potere di attrarre ogni cosa nei suoi giri, ormai tutti i cartelli la presentano e insegnano; anche quest’ultimo che l’esprime così: “Il Destino… è il girotondo/ della natura e della vita”. Perché, allora, non si sa da dove si viene e dove si va se è così semplice e chiaro tutto il percorso e se continuiamo a ripeterlo? Perché dipende da te continua l’indicazione; e pensando alle altre già incontrate e commentate, si può anche sapere da cosa dipende: perché ti addormenti durante il viaggio o ti spegni, perché non ti fermi alla stazione d’arrivo che è la stessa da cui sei partito e quindi ti è sconosciuto anche l’inizio.
Una sorpresa certamente, almeno per la stragrande maggioranza, questo rovesciamento delle parti, questo “dipende da te”. Vuol dire che non c’è un divieto assoluto imposto da altri, la qual cosa invece è sempre stata creduta e accettata come ineluttabile.
Ma − si ribatterà − siamo costretti a dormire e a morire e non c’è modo di sfuggire a questi passaggi oscuri e misteriosi e alle loro conseguenze. Però una soluzione a questo punto potrebbe essere questa: non rimanere soli, mettersi in due nell’impresa, perché allora uno sta di guardia e l’altro riposa e poi il cambio. Quel che d’altronde è accaduto finora e così continua. Finora pur siamo svegliati dal sonno e svegliamo, e anche in questo mondo si continua a ritornare perché si è in due. Da padre e madre nascono i figli, soltanto che si riappare nell’ambito della specie, confusi e provvisori. Quindi l’identità personale non si può raggiungere riandando i sempiterni giri della natura a causa di quel che c’è in essi di misterioso e sconosciuto.
Perciò finora non è “lo stesso” che ritorna ma solo qualcosa di lui: gli occhi cerulei come quelli della madre o il naso aquilino uguale a quello del padre o anche caratteri e tendenze, ma quasi mai l’intero. Il ruolo principale d’ogni nuovo nato è quello che gli assegna la natura: rappresentare la specie e continuarla, il resto è secondario. Però sono cominciate le registrazioni anche sul libro della cultura che ha aspetti che riguardano il singolo, anzi è scritto soprattutto per lui. Ma per ora è solo un’appendice a quello della natura, o un organo la cui funzione era in tanta parte ignorata, come gli occhi, i piedi, le mani del bimbo che non è ancora nato. A cosa servono tutte quelle cose nel grembo materno! Lo sanno solo i già nati e bisogna nascere per saperlo, e così sta accadendo per le idee e le opere della cultura. Però il ruolo di rappresentante della specie un vantaggio lo dà, perché è un incarico continuo, necessario, incessante in seno alla natura e in tal modo si gode della sua immortalità o lunga vita.
Se l’individuo non è separato dalla specie, o non in modo evidente come sembra stia avvenendo per l’uomo, allora non c’è distinzione e distacco e quindi non c’è morte. “Essere immortale è cosa da poco:” ha scritto Borges “tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte”. La foglia che ritorna sull’albero in primavera è la stessa che è caduta nell’autunno, e l’usignolo che John Keats ha udito in un giardino di Hamstead, all’età di ventitré anni, in una notte del mese d’aprile del 1919, è lo stesso che nei campi d’Israele, un’antica sera, udì Ruth la moabita. Similmente si è espresso Schopenhauer: “Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente fra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma la pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro”.
Diverso è invece il caso dell’uomo che ha cominciato a diventare un io distinto e determinato, e sta avanzando sempre più in questa direzione seguendo la via della cultura. Egli non è più soltanto un obbediente e, infatti, s’inneggia alla libertà umana che è considerata la conquista più importante. Ma cosa gli serve ad essere un Io solo da mattina a sera e dalla nascita fino all’orlo della tomba, perché ci sono il sonno e la morte che interrompono la veglia e la vita? Essere qualcuno e qualcosa solo per un po’, dunque, singoli a tempo determinato e poi più nulla? Non era meglio rimanere come prima, vale a dire immortale nella specie perché non si sapeva di morire e non si viveva nell’angoscia e nella paura della fine?
A meno che non ci troviamo in una fase di completamento dell’opera e non si riesca a finirla, attraversando il sonno, l’inconscio e la morte ad occhi aperti e mente sveglia, ciò che infatti è accaduto e sto raccontandolo. Ma − dice l’indicazione − si tratta di prove che uno non può compiere da solo, mentre io ho sempre raccontato d’averle superate in tal modo. C’è perciò contraddizione fra le mie parole e l’indicazione del Destino, o così sembra.
Oppure non è vero che ero solo.

Ottava indicazione

Valicare l’Abisso
e svelare il segreto della Porta
sono state le due prove
più difficili, anzi sovrumane,
per ciò che era l’uomo
fino a quel momento.

In quest’ottava indicazione il Destino conferma che le due prove più difficili: valicare l’Abisso/ e svelare il segreto della Porta, sono state compiute. Perciò sembra che il segnale precedente, che come ho già detto è giunto dopo il compimento dell’impresa che comprendeva quei passaggi, non voglia porre in dubbio la sua riuscita e validità, ma sia piuttosto un invito a risolvere una contraddizione esistente: perché dell’Abisso e del Segreto che si trovano nel suo giro il Destino indica che erano prove sovrumane insuperabili per chi le affrontava da solo, e io invece ho spesso affermato che non c’era nessuno con me. Questa è la contraddizione.
Ma, a ben pensarci, essa è solo apparente, perché è nella dimensione dell’amore che quell’impresa mi è stato possibile compierla e lì si è sempre in due anche se non sembra, perché non si vede quando i corpi sono separati. Non ci sono dubbi in proposito perché anche quando la chiesetta è apparsa la prima volta, la sua causa è stata l’amore e poi, sia pure con alterne vicende, anche tutto ciò che è venuto dopo, vale a dire la ricerca di quel luogo d’appuntamento perenne, il cammino verso di esso, le indicazioni, la loro traduzione spesso lungamente cercata e sofferta, il superamento degli ostacoli, l’attraversamento dell’Abisso, lo svelamento del segreto della Porta, la sua apertura e la visione della chiesetta al di là. Perciò siamo sempre stati assieme io e amore, e soltanto perché non c’era l’altra materialmente accanto nelle prove più ardue ho quasi sempre creduto d’essere solo.
Quasi sempre, tuttavia, perché in qualche momento eccezionale chi era con me s’è fatto apertamente conoscere. Quando, per esempio, ho scoperto il segreto della Porta, la prova più difficile e pericolosa che mi è capitata. C’era un fanciullino accanto e la sua presenza, come ricorderà chi ha letto il racconto di quell’avventura, l’ho avvertita chiaramente. E non ha Amore l’aspetto di un fanciullo, non è così che è raffigurato!
Dunque ha ragione il Destino: era necessario essere in due.
Non era la prima volta, in ogni modo, che un’impresa è stata inspirata e sorretta da amore, anzi è sempre avvenuto così quando essa comprendeva il lato oscuro da superare e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno. Molte sono prove già iscritte nel gran libro della natura; poi la ripresa in altri modi e in altre forme sull’altro volume, quello della cultura.
Nel primo libro, c’è la cellula femminile che attende lo spermatozoo alla fine del suo viaggio solitario e pieno d’insidie e di pericoli, e dopo averlo accolto comincia la fusione e il cammino fino a nuova vita.
Per congiungersi con l’ape regina che in un mattino luminoso si lancia nel volo nuziale, ebbra d’altezza, ben diecimila fuchi l’inseguono levandosi da tutte le arnie del luogo. Ma uno solo la raggiunge e la feconda, quello che riesce a seguirla fin sopra le nubi, oltre il volo degli uccelli.
Per raggiungere le acque sorgive che è la meta della loro avventura, i salmoni, che vivevano nelle acque profonde e tranquille dell’Atlantico lasciano quella pace e sicurezza. Maschi e femmine migrano a migliaia, salgono in superficie, si dirigono verso le foci dei grandi fiumi e superando rapide e cateratte li risalgono, fino alle sorgenti montane. Per essi l’acqua dolce è irrespirabile e molti muoiano prima di riuscire a modificare il loro apparato respiratorio, molti cadono nelle secche, altri sono trascinati da improvvise piene, altri ancora sono fermati dalle chiuse, sbranati dai lucci, dalle lontre, dagli uccelli rapaci, dagli orsi che li attendono ai varchi. Ma quelli che raggiungono la meta si congiungono e depongono le uova.
Anche nel secondo libro, quello della cultura, ci sono storie simili. Per ritornare dalla sua sposa, nella sua casa e nella sua isola, Ulisse ha attraversato l’isola dei Latofagi dove l’insidia era l’oblio; quella dei Ciclopi, i mostri figli della Notte; quella di Circe che tanti anni lo ha trattenuto con le catene della seduzione; quella dei Feaci dove l’attrazione si chiamava Nausicaa, ed era la gioventù e la bellezza; ha percorso il paese dei Cimmeri dove il giorno non appare mai, ed è sceso nell’Ade per trovare Tiresia e avere da lui le indicazioni della via ritorno. Non c’è aspetto del lato oscuro che non abbia affrontato e superato per amore.
Per arrivare a Beatrice e incontrarla nel luogo, simile alla chiesetta, dove l’amore è immortale, Dante ha attraversato l’Inferno e il Purgatorio e poi è salito con lei per i gironi celesti fino a Dio, coincidenza degli opposti e amore supremo.
I cavalieri della Tavola rotonda penetravano la foresta dove l’oscurità era più fitta, scegliendo i punti dove non c’erano vie e sentieri, e combattevano i mostri che essa nascondeva, li vincevano e liberavano l’amata che tenevano prigioniera.
Il poeta Novalis ha scritto il poemetto Inni alla notte, entrando nei segreti di quella metà oscura e in quelli più profondi della morte, dopoché la giovanissima fidanzata Sophie ha lasciato questo mondo e lui si è messo per quel cammino tenebroso e misterioso per seguirla e ritrovarla.
Faust
è stato salvato dall’Inferno, dove il patto con Mefistofele l’aveva fatto precipitare, da Margherita. È lei − eterno femminino – che lo soccorre e incaricata dalla Madonna di fargli da guida, l’accompagna fino al regno celeste.
Nietzsche ha scritto Così parlò Zarathustra dopo la rottura della relazione con Salomé. Egli ha percorso il ciclo dell’eterno ritorno fino al punto dove il passato e il futuro s’incontrano, compreso quindi il lato oscuro, e gli è apparsa l’uscita. Però la porta era chiusa e non si è aperta. Forse gli è mancato l’amore corrisposto − il suo non lo è stato. Come ha detto lui stesso, aveva bisogno di una donna per portarlo più in là di quanto non abbia potuto fare da solo. E si è spento nell’oscurità della pazzia.
Dunque, per attraversare l’Abisso e uscire dal ciclo dell’eterno ritorno è necessario che uomo e donna non siano separati ma uniti. Anzi una cosa sola, ciò che in questo mondo numeroso e mutevole si realizza qualche volta nell’amore, ma che di solito ha durata limitata, o non è vissuto nella luce della consapevolezza. La fusione tuttavia era prevista da tempo immemorabile, dal mito, dalle religioni, dalle dottrine esoteriche, ed ora essa è entrata a far parte della conoscenza chiara e distinta.

[Continua]

2 Risposte to “Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (seconda parte)”

  1. Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (terza parte) « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] La via d’uscita dal nichilismo O vie di fuga per pochi se i più staranno inerti ad aspettare… « Le indicazioni del destino. Capitolo 2: Cinquant’anni dopo (seconda parte) […]

  2. Le indicazioni del destino. Capitolo 3: Rivoluzione « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] e franco boraso Leggi qui il primo capitolo Leggi qui la prima parte del secondo capitolo Leggi qui la seconda parte del secondo capitolo Leggi qui la terza parte del quarto […]

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