Le indicazioni del destino. Rivoluzione

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Hieronymus Bosch, Ascesa all'Empireo (1500-1504)


La tredicesima indicazione del Destino

C’è stato un mutamento di visione,
una specie di rivoluzione copernicana:
la chiesetta sperduta
non è quella che sembrava ubicata
in altre terre e in altri cieli
ma l’altra di legno e di sasso
dove sono arrivato per caso
la prima volta.
Da allora un avvenimento
di questa vita ha acquistato
la consapevolezza
della sua immortalità.

1.
Questo cartello indicatore, intitolato anch’esso Destino − Rivoluzione, è l’ultimo della serie ed è giunto qualche giorno dopo gli altri. Pensavo che le sorprese fossero finite dopo i primi dodici, invece no e questa è ancora più grande. Perché da esso si evince che “la chiesetta sperduta/ non è quella che sembrava ubicata/ in altre terre e in altri cieli”, ma la gemella che si trova nel piccolo paese del Cadore. Per cui c’era contraddizione fra quanto risultava finora e quest’ultima informazione.
Se le cose stavano davvero così, cosa ho cercato allora per tanto tempo: quel che da decenni m’era davanti agli occhi e toccavo con le mani? Cinquant’anni di ricerca per arrivare a scoprire ciò che sapevo fin dall’inizio, vale a dire dov’era e com’era?
Ero perplesso. Forse la mia traduzione è difettosa, mi son detto; o forse un demone maligno vuole confondermi insinuando in me il dubbio sul risultato ottenuto. Cosa non difficile d’altronde perché a quello stato d’incertezza ero arrivato anche da solo dopo che, piantata la bandiera dell’immortalità dell’amore nella chiesetta celeste quando l’ho trovata, sono poi ritornato fra le cose ovvie e scontate d’ogni giorno. E in tale adattamento non sono mancate le domande: quando ritornerò nell’Abisso come sempre accade ad ogni mortale, riuscirò davvero a non precipitare come il solito e quindi ad attraversarlo e rimettere piede sulla sponda opposta dove splende la luce che non tramonta mai? Davvero il mio ritorno dalla morte assomiglierà a quella dal sonno ed io ricorderò la vita di prima come ora il giorno precedente?
E le risposte? Certamente confuse, incerte, contraddittorie, trepide, quelle della carne la cui condanna è sicura: nessuno che sia sano di mente può dubitare della fossa nella terra che tocca al corpo a conclusione del viaggio terreno. Viva invece l’immagine della chiesetta, ormai faro di luce intramontabile, un’idea che dal piano del sentimento era giunta al grado di conoscenza chiara e distinta. Ma ora m’era apparso quest’ultimo segnale che introduceva il dubbio, perché indicava che il faro celeste davvero non c’era e senza di esso tutto sarebbe ripiombato nell’oscurità. Anzi il segnale affermava che la chiesetta sperduta e ritrovata era quella di Grea e non l’altra.
Ma se l’avevo perduta, quando era accaduto? Inoltre era la prima volta che la vedevo, perciò come potevo aver smarrito quel che non avevo mai avuto? Perché una cosa era certissima: fra quelle montagne, in quel paese, non ero mai stato prima. Neppure di passaggio, né portato a mia insaputa, come oggi a volte può accadere se si monta in auto con amici senza chiedere dove si va e ci si lascia trasportare.
A meno che non l’abbia vista in una precedente esistenza e l’ho perduta quando essa è terminata
: ecco il pensiero che improvvisamente è sorto per una domanda altrimenti destinata a rimanere senza risposta. Un’idea questa qui che non era la prima volta che si presentava, anzi mi ha spesso accompagnato specialmente nei momenti difficili e nelle prove più ardue. Ora però non era più una comparsa ma entrava nella scena e la occupava come protagonista. A questo punto mi sono fermato a riflettere. Lo esigeva la nuova configurazione che mi suggeriva il Destino.
Ma sono passati alcuni giorni da allora ed io non sono ancora venuto a capo di questa misteriosa rivoluzione.

2.
Avevo buoni motivi a rimanere perplesso di fronte a quel mutamento che il Destino mi presentava: perché la chiesetta luogo d’appuntamento perenne è sempre stata l’altra fin dal suo apparire, e non quella del piccolo paese del Cadore. Quella che poi ho cercato e trovato aldilà dell’Abisso e dopo la scoperta del segreto della Porta. Inoltre la chiesetta di Grea, anche se era di lunga durata − è stata costruita nel quindicesimo secolo e non mostrava segni di decadimento −, non era tuttavia come la voleva l’amore, vale a dire perenne. Perciò non solo le mie perplessità ma anche le mie resistenze al cambiamento. Non potevo, sulla base di una sola segnalazione, anche se era la più recente, rinnegarla, dopo aver dedicato ad essa tanti anni di ricerca.

3.
In seguito però le mie certezze hanno cominciato a vacillare. Non era facile liquidare come erroneo o ingannevole il segnale, o considerare il suo significato frutto di una cattiva traduzione. Nel primo caso avrei dovuto dubitare del Destino, ed esso non mi aveva mai ingannato e non c’erano ragioni di credere che l’avesse fatto ora; né potevo non fidarmi della traduzione mettendo improvvisamente in dubbio il lavoro di una vita e la mia ormai collaudata esperienza.
Inoltre, a guardar bene, anche la chiesetta di Grea c’era fin dall’inizio ed anzi è stata la prima ad apparire, e da essa è sorta l’altra. Perciò doveva ben contare ed ora il Destino l’aveva posta in primo piano.
A meno che, mi son detto, con il suo ultimo segnale il Destino non abbia voluto farmi tornare sull’argomento perché io scoprissi ciò che ancora c’era d’inesplicato o nascosto. Inesplicato era ancora il rapporto fra le due chiesette: cosa le legava assieme, perché una è nata dall’altra e perché le due si completano a vicenda come le due facce di una moneta. Senza la prima la seconda sarebbe un’idea pura in una dimensione inaccessibile. Senza la seconda sarei passato vicino alla chiesetta di Grea senza mai sapere cosa significava per me, o solo provando un brivido e un sospetto.
Doveva essere l’indirizzo giusto quello che ho preso dopo queste considerazioni perché dopo qualche giorno mi è giunta la seguente spiegazione: fra le due chiesette intercorreva lo stesso rapporto che normalmente e comunemente esiste fra una cosa e la sua idea, fra l’amante e l’amato, fra il luogo del primo incontro e il ricordo di esso quando si è lontani. Niente di diverso, dunque, da ciò che è sempre stato il rapporto fra il soggetto e l’oggetto. Soltanto che questa volta fra le due chiesette non c’erano distanze di giorni, mesi anni, che segnano lo scorrere di un’esistenza. Questa volta a separarle c’era una vita intera o più d’una e s’era stabilito un rapporto fra di loro. Questa volta fra l’oggetto e il ricordo di esso c’era l’abisso della morte e il segreto della Porta, ma ora il primo è stato valicato e il secondo svelato.
Ecco la differenza.

4.
Espresso nel linguaggio della filosofia il problema suona così: non c’erano due chiesette, sia pure somiglianti o gemelle, una in una specie d’Empireo − e così sola, come ha detto Kant, sarebbe stata il sogno di un visionario − e l’altra sulla Terra, ma soltanto una. O una con due facce: la prima colta dai sensi e l’altra dall’intelletto. Oppure due, se così piace, ma solo nel modo in cui lo è ogni cosa di questo mondo che si vede e si tocca, vale a dire una negli occhi e nella mente quando è vicina e la guardiamo o nella memoria quando è lontana e si torna ad essa con il pensiero, e l’altra come cosa là fuori sulla cima di un monte. Ciò che ha fatto dire ai filosofi idealisti che una delle due è superflua e per loro è quella con il titolo di oggettiva.

5.
Sulla base dell’ultimo segnale e delle novità da esso introdotte, ecco come è cambiato il senso dell’avventura.
Si cercava la chiesetta per sposarci, mossi da amore.
L’abbiamo trovata. È la chiesetta che chiamerò reale, vale a dire quella di sasso e legno che si trova in un paesino del Cadore.
Poi essa si è come specchiata, o un’altra ne ho visto come in uno specchio. Non più nello spazio oggettivo quest’ultima ma in un interno. Nello specchio della mente, io direi, o così si può chiamare quella dimensione per distinguerla dalla prima; oppure in un luogo di essa che si chiama memoria.
Fin dal suo apparire io ho cominciato a cercare quel sogno lontano e sperduto. Ne fa fede il poemetto che ho scritto in quel tempo intitolato, appunto, La chiesetta sperduta.
Le due chiesette avevano lo stesso aspetto, come l’hanno sempre una cosa e la sua immagine negli occhi e nella mente quando la guardiamo, o il suo ricordo quando non è presente e la pensiamo.
Nel caso delle due chiesette però non sembrava esserci questo collegamento, perché non poteva esistere il ricordo di ciò che non avevo mai visto in vita mia.
Appariva però che la seconda, a differenza della prima, era luogo d’appuntamento perenne per un amore che il sentimento vuole immortale, mentre la chiesetta di Grea era si il luogo d’appuntamento come l’altra ma non perenne, perché terminano gli incontri quando finisce la vita e perché, caso più raro ma sempre possibile, il luogo stesso può sparire se una catastrofe lo distrugge o se viene demolito. Inoltre tutte le cose di questo mondo non durano sempre.
Sembravano perciò due le chiesette, perché esistenti in dimensioni diverse e staccate, e il titolo di sperduta è andato a quella interna perché l’altra era presente, anche se in luogo e tempo limitati e brevi che confinavano con il vuoto, e anche se là ero arrivato per caso.
Perciò mi son messo alla ricerca della seconda.
Chi mi ha seguito fin qui un po’ conosce la mia odissea, più lunga di quella d’Ulisse, e che, ancor più che sulla rotonda terra, si è svolta nelle altezze e profondità della mente. Nelle altezze è stato seguito in tanta parte il tracciato della filosofia, dalla sua Aurora al suo Tramonto. Nelle profondità, per superarle e arrivare dall’altra parte, ho adottato l’acrobatico metodo che ho raccontato nel capitolo intitolato L’attraversamento dell’Abisso. In tal modo sono arrivato alla chiesetta celeste. Ma anche alla coincidenza degli opposti, alla fine che coincide con l’inizio, vale a dire al punto da cui sono partito. Quindi alla chiesetta terrena. E soltanto dopo è giunto il segnale Destino – Rivoluzione, che mi ha detto che la chiesetta sperduta era quest’ultima.
Però a questo punto ben si capisce perché: perché la prima è diventata il ricordo dell’altra. Da solo, sperduto era perciò anche l’aspetto sensibile, anche se visto e toccato. Perché era stato trovato per caso, e trovare una cosa per caso non significa che non sia sperduta. A meno di non riuscire a determinare dopo l’inaspettata scoperta le sue coordinate che la renderebbero rintracciabile sempre, ciò che è stato fatto nel corso di una lunga ricerca. Inoltre il caso era allora l’incerto e difettoso appellativo del Destino. In altre parole come l’avevo trovata l’avrei anche perduta, come accade di solito in questo mondo, dove si arriva senza sapere, si passa e si sparisce, tutto abbandonando ogni volta, nulla ricordando ad ogni passaggio.

6.
Dopo queste conclusioni, sono giunti altri segnali o li ho cercati e visti. Ma diversi dai soliti questa volta. Non giungevano più dal nascosto come lampi nella notte che m’affrettavo a tradurre prima che scomparissero, ma erano già parole e idee in tanta parte. Di tal natura sono quelli che qui riporto.
− La chiesetta sperduta è stata il luogo d’appuntamento di una precedente esistenza. Quando ho ritrovato il suo aspetto sensibile in cima al pendio in fiore, vale a dire la chiesetta di Grea, è quel ricordo che si è acceso, ma era ignoto allora il collegamento fra le due, quel che esiste invece quando ciò avviene nel corso di una vita. Ci ho messo tanto tempo a collegarle perché le divideva l’abisso della morte e il segreto del passaggio.
− La chiesetta dispersa era il ricordo di una precedente esistenza, che per cause sconosciute o per imperscrutabili disegni del Destino s’è acceso in questa dopo che ho incontrato il suo aspetto sensibile, e sono dovuto andare a cercare dov’era. Era, come ho detto, in ciò che si chiama passato. Ma non di giorni, mesi e anni di una vita si trattava in questo caso, ma d’intere esistenze, e per trovarla c’era l’Abisso da valicare e il segreto della Porta da svelare.
− Cos’era allora la chiesetta sperduta che s’è accesa dopo che ho visto quella di Grea? Era la memoria della prima ma un Abisso le separava e un Segreto. E perché le due diventassero una sola ho attraversato l’Abisso e svelato il Segreto.
− Si è acceso un ricordo di una vita precedente sulla base di un casuale incontro con il suo oggetto – la chiesetta di Grea −, e poi sono riuscito a trovare il collegamento fra l’uno e l’altro nonostante l’Abisso e il Segreto che le dividevano, perché ho attraversato il primo e svelato il secondo.
− Dov’è la chiesetta che era sperduta? Nella memoria. Ma il suo ricordo che s’è acceso alla vista della chiesetta di Grea era quello di una vita precedente che dopo il superamento dell’Abisso e la scoperta del segreto della Porta si è congiunto ad essa ed ora c’è continuità, e la morte è diventata un lungo sonno.
− La chiesetta sperduta è il ricordo della chiesetta di Grea. Che era sperduta perché le separava un Abisso e un Segreto: un ricordo perciò staccato e isolato dal suo oggetto sensibile. E per congiungerli nel modo in cui normalmente lo sono dentro una vita, ho dovuto superare l’Abisso e svelare il Segreto.
− La chiesetta di Grea è l’aspetto sensibile di un totale di cui era ignoto l’altro aspetto, quello sperduto e misterioso ma suscitato dal primo tuttavia, cioè dalla chiesetta di pietra e legno trovata per caso
.
− Dei due aspetti in cui si divide ogni cosa: quello percepito dai sensi, considerato esterno, e l’altro nella mente, nel caso della chiesetta uno l’avevo trovato per caso e l’altro, suscitato dal primo, era disperso.
− Si connettono le esistenze dopo l’attraversamento dell’Abisso e la scoperta del segreto della Porta.
− La strada che va da un’esistenza all’altra e le collega: quella ho cercato e trovato.
− Perché il ricordo era di una precedente vita, ho dovuto superare l’abisso della morte che è quello che divide un’esistenza dall’altra e svelare il segreto della Porta, cioè conoscere che da dove sono uscito si poteva anche entrare. Come avrei trovato altrimenti la chiesetta sperduta!
− Il ricordo di una precedente vita l’ho collegato al suo aspetto sensibile scoperto in questa. Il collegamento è la via circolare che ho descritto nella parte seconda del presente volume.

7.
Cosa è accaduto dopo che le due chiesette sono diventate aspetti di una sola? È accaduto che ora tutto torna.
Era solo un sospetto che non fosse la prima volta che vedevo la chiesetta di Grea quando l’ho incontrata in cima ad un pendio in fiore durante una gita, ma ora è una certezza.
La prima volta sono arrivato lì per caso, ma caso era allora l’incerto e difettoso appellativo del Destino, mentre oggi conosco la sua trama.
Oppure è stato amore a condurmi in quel luogo, in quella chiesetta, ma Amore in quel tempo era immortale solo per il sentimento. Ora anche per la conoscenza.
Tutto torna perché è l’eterno ritorno dello stesso, ma la consapevolezza è diventata più grande, ha superato il confine di una vita.
D’altronde cosa significa il ritorno dello stesso dopo quest’avventura giunta a conclusione? Quel che ho sempre inteso con queste parole: che sarei ritornato, che avrei ricordato, in modo uguale o ad esso collegato, come s’inanellano e concatenano i giorni di una vita anche se interrotti dal sonno e dall’inconscio. Ecco ciò che è accaduto. Anche la prima volta. Condotto in quel caso dal Destino ancora sovrano, ma che qualche occasione di scampo ogni tanto la lascia a chi percorre i suoi ferrei giri; vale a dire prima che rinunciasse ad un po’ del suo potere in mio favore. Così la prima volta che ho visto la chiesetta è accaduto in forza di quell’amore che volevo immortale. D’altronde non è ciò che ho sempre sospettato fin da quando siamo partiti per la sconosciuta località di montagna, per andare a rendere indissolubile un legame d’amore? E non lo dice anche il poemetto scritto in tempo lontano che là la prima voltasono arrivato per caso” ma che volevo fosse l’amore a riportarmi!
Inoltre è qui che io ritorno dopo la prima volta, e voglio forse qualcosa di diverso? No, lo stesso. Perciò gli ultimi versi del segnale suonano così:

Da allora un avvenimento
di questa vita ha acquistato
la consapevolezza
della sua immortalità.

[Fine]

3 Risposte to “Le indicazioni del destino. Rivoluzione”

  1. L’Ente – Sesta parte « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] è la stessa dell’inizio: vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica [4] Vedi Le indicazioni del Destino. Rivoluzione. La presenza di un’apparenza come la chiesetta sperduta, che a differenza di tutte le altre era […]

  2. Valico del confine fra apparenza ed Essere, che sono i due modi dell’uguale « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] modo misterioso e nascosto come è capitato a me (vedi Le indicazioni del destino, capitoli 1 e 2 e Rivoluzione), che di un circolo si tratta e che “allontanarsi significa tornare”. Non c’erano le tante […]

  3. La via personale dell’eterno ritorno | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] Nel mio caso inizio e fine assieme avevano l’aspetto di due chiesette uguali. All’inizio una era sulla terra, in cima ad un pendio in fiore, e l’altra in cielo come specchiata nell’azzurro di un limpido mattino di settembre, e sembrava l’immagine speculare della prima. Ed io ho cercato la seconda e dopo tanti anni l’ho trovata. Nel frattempo ho camminato ad occhi aperti e i miei passi son diventati impronte e le visioni parole di un “ritorno eterno”. Nel frattempo le due chiesette che sembravano separate, sia pure nei modi di una cosa e della sua immagine nello specchio, si sono sempre più avvicinate e confuse fino a diventare una sola (vedi La chiesetta sperduta − Le indicazioni del destino, specialmente la tredicesima intitolata Rivoluzione). […]

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