L’Ente – Prima parte

Nella nostra risposta del 29 luglio 2010 a Profeta, intervenuto con un commento sul post “La filosofia dell’assurdo”, si legge: “Daremo la nostra versione (già presente nel post “Il tempo lineare e l’eterno ritorno”) di come gli enti sono contemporaneamente apparenti ed eterni, divenenti e immutabili, in movimento e immoti. E di questo apparire e scomparire si dimostrerà che si possono conoscere i tempi e i modi delle entrate e delle uscite. Si dimostrerà in altre parole l’Eterno ritorno dello stesso e le vie di questo riandare”. Ora, a distanza di qualche mese, siamo in grado di tenere fede alla promessa, presentando la prima parte di un nuovo post intitolato L’Ente.

Maurits Cornelis Escher, Spiral (1953)

L’Ente,
e in che modo si può dire che è eterno

La strada della conoscenza è circolare,
se la conosci tutta puoi tornare.

1.
Cos’è l’ente (in greco ón e in latino ens), parola che designa ciò che è?
È ciò che appare di volta in volta in tempi e luoghi prestabiliti o sconosciuti, o è il ciclo intero e il suo infaticabile ritornare?
Un esempio: è la rosa che comincia a fiorire a maggio e da pompa di sé nei giardini, o è il seme, la radice, il germoglio, la pianta, il bocciolo, il fiore, il frutto e il ritorno a seme, vale a dire l’intero ciclo da cui poi prende l’avvio un altro uguale?
Per noi che siamo arrivati a questa visione che comprende noi stessi non solo come corpo, vale a dire dopo il giro della conoscenza da poco ultimato, ora è indubbio: l’ente è l’intera manifestazione. Certo, è anche il fiore – ci vorrebbe altro! Anzi esso è ciò che appare di più e come tale è anche il più cercato e visto, ma il fiore è solo un aspetto del totale, solo una piccola parte dell’intero.
Dunque, ente è contemporaneamente quello che si vede e ciò che non si vede, la sua presenza nella luce del sole e il nascondimento nella terra, il suo essere tutto e apparire breve, perché la rosa è circolare come il cielo.
E il fiore che sboccia nel mese più bello dell’anno e ha tanti spettatori che la guardano, allora cos’è? È apparenza, cioè quel che appare, non ciò che è. È uno dei tanti aspetti di ciò che è. In tal caso non è l’ente che si scompone, si scioglie e scompare, dopo aver raggiunto la sua acme, seguendo le leggi della natura, ma l’apparenza. In ciò d’accordo con la grande tradizione dell’Oriente che da tempo immemorabile afferma che il mondo visibile è velo di maya, fantasmagoria che nasconde l’essenza delle cose.
Inoltre ente non è soltanto il giro, vale a dire apparizioni e sparizioni illimitate, ma anche qualcosa che mai avremmo conosciuto se non fosse arrivata la scienza con i suoi metodi e strumenti a scoprirlo nei corpi vegetali e animali. Ha visto il gene, vale a dire l’unità ereditaria fondamentale degli organismi viventi, eterno, immutabile, immobile. Per cui ora l’ente è il ciclo ed è quel centro con i suoi multipli e sviluppi: il DNA, il genoma, ecc.

2.
Perché solo ora possiamo affermare che l’ente è il ciclo e non uno dei suoi innumerevoli aspetti, e che ha un centro? Perché finora sono stati solo aspetti anche gli uomini, partecipanti al grande giro della vita come comparse che non sapevano da dove venivano, chi erano, dove andavano, e ognuna ogni volta l’abbiamo chiamato ente. Perché bisognava arrivare alla fine della via della conoscenza, alla coincidenza degli opposti, alla porta che è ingresso e uscita dal circolo, e al centro di esso, perché ci fosse apertura ad una visione dell’ente così. Tutte cose recentissime come sa chi ci ha seguito fin qui. Chi invece ci trova ora, lo invitiamo a rivolgersi ai precedenti post. Ognuno dice qualcosa dell’immensa avventura e fra essi specialmente L’antica via dei Miti e dei Misteri – percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica, Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica, Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno.
Tuttavia per i più nuovi fra i visitatori, ecco un breve schema della via della conoscenza che è stata percorsa e delle pietre miliari che la segnano e l’illustrano.
L’hanno aperta e posta in luce Parmenide e gli altri sapienti dei secoli VI e V a.C.
L’ha iniziata Socrate.
La parte diurna si estende per ventitré secoli della storia dell’Occidente: da Socrate fino a Hegel se si guarda ai progettisti.
Poi il Tramonto e la continuazione nella Notte, e si arriva fino alla Mezzanotte. Schopenhauer, Nietzsche, Jünger, Heidegger, i maggiori continuatori fino a quel punto.
Mezzanotte è la sponda di qua dell’abisso dove il percorso finora conosciuto s’è fermato.
Ma ora l’Abisso è stato valicato con un ponte, e i mezzi e il metodo impiegati nell’impresa sono raccontati specialmente nei capitoli 16, 17, 18 del libro L’antica via dei Miti e dei Misteri.
Pietre miliari della via. Certamente l’inizio, quello che vide Parmenide, che si trova dove la Notte finisce e comincia il Giorno, e lì c’è una Porta che divide i due sentieri.
Oltre alla pietra d’inizio, Parmenide ha posto anche le indicazioni della via maestra, quella che anche lui ha percorso, che porta all’Essere, il centro del ciclo, e di quella dell’apparenza, che è il rotondo confine dell’ente, la sua parte sulla scena. Via che sarà seguita dalla maggior parte dell’Occidente e che dopo un giro intero si è chiusa nel punto da cui è partita.

Altre pietre miliari scritte da filosofi e scienziati.
La scoperta dei cicli della natura e delle leggi che li regolano.
La scoperta dell’Io.
L’arrivo alla fine del Giorno.
L’ingresso nella Notte.
La Mezzanotte, o “linea zero”.
Infine in questo nostro blog, intitolato La via d’uscita dal nichilismo, l’ultima parte del cammino che l’Occidente non ha ancora percorso, con i cippi dalla Mezzanotte in poi: quelli dell’Abisso, della sponda di qua, del Ponte, dell’altra sponda, della fine della via, della coincidenza degli opposti, della Porta d’ingresso e uscita che si trova in quel punto − la stessa che vide Parmenide venticinque secoli fa, quando è entrato nella parte diurna del cammino giungendo dalla “casa della Notte”, la scoperta del Sé.

3.
Contemporaneamente alla via filosofica è iniziata anche quella sulla terra.
Il luogo di partenza, la Grecia antica.
Il tempo, l’Aurora di venticinque secoli fa: anche con questo nome è stato chiamato e chiamiamo l’inizio della filosofia e della civiltà greca.
Direzione prevalente l’Ovest, perciò ci chiamiamo Occidentali.
Verso l’Italia, da essa in Europa fino alle rive dell’Atlantico e da lì, con Colombo, in America. Poi la conquista del continente americano fino alle spiagge del Pacifico e l’attraversamento di esso in vista del collegamento con l’Oriente, che sulla terra è già avvenuta.
Un viaggio che si è dimostrato anch’esso circolare perché non solo si è svolto sulla rotonda terra, ma ha anche pietre miliari lungo quel corso che lo disegnano in tal modo. Ne citiamo alcune: Atene, la Magna Grecia, Roma, l’attraversamento delle Alpi, l’Europa fino alle spiagge atlantiche del Portogallo, l’attraversamento dell’oceano, l’America, le coste del Pacifico, la rotta verso l’Oriente com’era nelle intenzioni di Cristoforo Colombo.

4.
Il centro.
Percorrendo l’intero giro si arriva alla fine che coincide con l’inizio e, in generale, alla coincidenza di tutti gli opposti, e da lì, uscendo dalla Porta e seguendo la via maestra, si raggiunge il Centro.
Cos’è il Centro? Nelle piante e negli animali da alcuni anni è sulla bocca di tutti. È, come abbiamo già accennato, il DNA, il tutto in una volta da cui tutto si squaderna. Nella volta celeste uno di questi centri è il sole che illumina i pianeti che gli girano attorno, e sulla terra apre i semi, solleva i germogli e li fa apparire. Dante ha visto anche Dio così: “Nel suo profondo vidi che s’interna,/ Legato con amore in un volume,/ Ciò che per l’universo si squaderna”. (Paradiso, canto XXXIII, vv. 85, 86, 87).
Ma ora dobbiamo dire cos’è nella cultura dopo che il ciclo filosofico è terminato e abbiamo raggiunto quella meta eccelsa. Cos’è?
Se si guarda solo alla parte a giorno della filosofia, quella che va da Socrate a Hegel, esso è il centro del semicerchio giallo (vedi il nostro simbolo costituito da un cerchio a due colori giallo grigio di pari superficie, posto dentro ad un quadrato metà bianco e metà nero). Cartesio ha chiamato quel punto “Io penso” che poi con Kant, Fichte, Schelling, Hegel è diventato “Io trascendentale”, “Io assoluto”, “Identità di Io e Dio”, o “Dio è l’idea più alta e sublime che l’uomo ha di sé stesso”. Questo però fino a circa duecento anni fa.
Poi c’è stato il tramonto, l’ingresso nella notte, e il girotondo è continuato in essa fino alla fine che coincide con l’inizio. Si è trattato dell’annessione di una zona d’inconscio − il semicerchio grigio del simbolo −, quel tanto che è servito per costruire la via del ritorno fino all’antico punto di partenza.
In psicanalisi Freud ha paragonato questa occupazione della parte oscura all’opera di prosciugamento e bonifica dello Zuiderzee, il mare interno che invadeva l’Olanda. Così egli ha descritto quella conquista: “L’intenzione degli sforzi terapeutici della psicanalisi è in definitiva di rafforzare l’Io, di renderlo più indipendente dal Super-io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell’Es. Dov’era l’Es, deve subentrare l’Io. È un’opera della civiltà, come ad esempio il prosciugamento dello Zuiderzee”.
Dopo l’annessione del semicerchio d’inconscio, ecco cos’è e dov’è il Centro: lo dice in modo chiaro e distinto un altro fondatore della psicanalisi, Jung.
“Se s’immagina la coscienza, con l’Io al centro, come contrapposta all’inconscio, e se ci si rappresenta il processo d’assimilazione dell’inconscio, quest’assimilazione può essere pensata come una specie d’accostamento fra la coscienza e l’inconscio, dove il centro della personalità totale non coincide più con l’Io, ma è un punto situato in mezzo fra la coscienza e l’inconscio. Questo sarebbe il punto del nuovo equilibrio, una nuova centratura della personalità complessiva, un centro forze virtuale, che offre alla personalità, per la sua posizione centrale fra coscienza ed inconscio, una nuova sicura base” (C.G. Jung, Von den Wurrzeln des Bewusstseins, 1954, p. 133).
Coincidenza di conscio e inconscio
, o personalità integrale, perciò il nuovo Centro, che Jung ha chiamato Selbst () e l’ha così distinto dal precedente: non va assolutamente confuso con l’Io per la metà di inconscio che ha in sé.

5.
Con il pensiero di Jung del capitolo precedente, si può confezionare una nuova veste di parole per il nostro simbolo, dopo quella del mito (vedi nel blog L’origine del nostro simbolo).
La parte anteriore, vale a dire il semicerchio di colore giallo, ora si chiama “coscienza”.
La parte di “inconscio assimilato” è l’altra metà del cerchio, quella grigia.
Il totale – il cerchio giallo grigio – che risulta dalla conoscenza filosofica giunta alla sua conclusione, è il simbolo dell’uomo nuovo, ma il suo Centro a questo punto non è più nella metà gialla dove è stato per tanti secoli nel pensiero dell’Occidente, ma è situato fra la coscienza e l’inconscio, esattamente nel mezzo.
Esattamente nel centro del cerchio a due colori del nostro simbolo, dunque, e ciò è diventato visibile anche nella dimensione fisica dopo il completamento della via della conoscenza.
Prima dell’arrivo, non era conosciuto in Occidente un giro così e perciò l’uomo apparteneva soprattutto alla circonferenza, a spazi e tempi limitati di essa (vedi Il tempo lineare e l’eterno ritorno), partecipava alle innumerevoli e mutevoli forme ed era perciò sconosciuto a se stesso in tanta parte.
Dopo l’arrivo, invece, egli è fine che coincide con l’inizio, perciò ecco le differenze e le aggiunte rispetto a prima:
giunge da dove è già stato e là ritorna;
è fine che coincide con l’inizio e perciò sa da dove viene e dove va;
lasciando la circonferenza in quel punto, perché lì è anche la Porta, può uscire in altre terre e altri cieli o portarsi al Centro.
Questo è l’uomo dopo la conclusione della via circolare della conoscenza e dopo che si è assiso sul suo trono.
Dunque una nuova veste s’è aggiunta, ma il vestito della festa, l’ultimo confezionato ed indossato, è però quello filosofico, e per ottenerlo ora il gioco è facile e breve: basta sostituire “coscienza” con “filosofia del giorno” e “inconscio” con “filosofia della notte”. E così c’è giorno e notte, conscio e inconscio, sonno e veglia, vita e morte, in quel totale.

6.
Dunque, nel migliore dei casi non era chiaro cosa intendevamo per ente quando si diceva che esso è il fiore, l’albero, la casa, la stella, il cane, l’uomo. Non era ben chiaro perché, per esempio, di questi aspetti o apparenze si affermava che sono eterni, immutabili, immobili. Si affermava cioè che sono essere a pieno titolo (vedi Severino); o che non sono più quando più non appaiono: la rosa dopo la fioritura, per esempio, e dopo che i suoi petali li ha dispersi il vento. Invece no: seguono la via dell’apparenza. Se sono uniti all’ente e poi si staccano, in modi segreti e nascosti sono però anche sempre conservati, aspettati, indicati: dal rosaio si aspetta la rosa, per esempio. Perché il loro modo d’essere è, appunto, apparenza, che è, come dice il vocabolario, manifestazione esteriore priva di reale sostanza. Le apparenze sono come le immagini geometriche formate dai piccoli oggetti colorati del caleidoscopio, posti in fondo al tubo: gli oggetti son sempre, ma le forme che assumono sono in continuo mutamento e movimento. Perciò, lo ripetiamo, eterno e immutabile non è ciò che si presenta alla vista ma l’ente.
La stessa rosa nel caso della rosa? Un’altra sembra ai più, perché hanno visto la precedente sfiorire, cadere e scomparire. “La stessa” hanno invece intuito filosofi e poeti e ciò vale per tutti i cicli delle piante e degli animali.
Nel secondo volume del Il mondo come volontà e rappresentazione, al capitolo 41, Schopenhauer ha espresso così quell’intuizione: “Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente fra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma la pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro”.
Nella sua Ode ad un usignolo John Keats ha scritto che l’uccello che ha udito in un giardino di Hamstead, all’età di ventitré anni, in una notte del mese d’aprile del 1919, è lo stesso che nei campi d’Israele, un’antica sera, udì Ruth la moabita. Non un altro usignolo, dunque, ma lo stesso dopo migliaia d’anni: l’eterno ritorno dell’usignolo, uguale all’eterno ritorno del giorno e delle stagioni e dello stesso (uomo) appena questo ciclo entrerà nel patrimonio comune.
Leibniz, così ha formulato quel pensiero: “Gli animali, al contrario di quanto crede il popolo, propriamente non hanno inizio” (perciò non hanno fine, il loro ciclo continua ininterrotto – nota mia); e ha fatto il caso del baco da seta che si trasforma in farfalla, o della metamorfosi dei bruchi, dove la morte dell’animale trasformato si prolunga in vita nel nuovo uscito dalla metamorfosi.
La stessa cosa Hegel, che ha ripreso gli stessi esempi e ha aggiunto quello della mitica Fenice. Se la morte viene dalla vita, a sua volta la vita nasce dalla morte. Ai quattro appena citati, si è unito in seguito un quinto, Borges, che nel suo L’immortale ha scritto: “Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte”. (E l’uomo lo è quanto gli animali, perché è un animale anche lui; ma non lo è per quanto ha in più di essi: la conoscenza della morte, e quella dell’immortalità non è ancora idea chiara e distinta – nota mia)
Immortali, dunque, le piante e gli animali nei loro cicli. E noi siamo mortali come singoli solo perché nel giro che c’è stato dato di compiere, quello della conoscenza chiara e distinta, non siamo ancora giunti a fine. Fino a poco tempo fa, però, ora non più.
Un’avanguardia è arrivata. La notizia può essere diffusa.
Ci sarà festa un giorno in terra e in cielo.

7.
Tutto il ciclo della conoscenza è registrato ora nella cultura, e quest’ultimo post, redatto in modo conciso, vuol essere una specie di DNA di esso.
Per vedere le sue apparenze, è necessario però guardare a tutta l’opera, che in tanta parte è già esposta in questo blog. In esso c’è il racconto di un’odissea che attende il lettore che vuole sapere, o, meglio ancora, che vuol conoscere cos’è eterno in lui e cosa rimarrà dopo l’uscita dal mondo e fino a nuovo richiamo, dopo che la sua apparenza in questa vita finirà.
Il racconto dell’odissea è cominciato con l’apparizione della chiesetta sperduta.
C’è poi la mappa ricevuta in modo misterioso che conduceva ad essa, ma per trovarla non sono bastate le sette fiasche colme di lacrime cantate da Carducci nella poesia Davanti a San Guido, le sette verghe di ferro logorate per appoggiarsi nel fatale andare, né i sette lunghi anni trascorsi in quella ricerca. Cinquanta sono stati i miei.
Ma alla fine i punti sul terreno e nel pensiero hanno coinciso con quelli della mappa di quando sono partito, quella che la mano del Destino m’aveva preparato (vedi specialmente il precedente post intitolato Le indicazioni del Destino).

7 Risposte to “L’Ente – Prima parte”

  1. Luca Ormelli Says:

    Al solito: somma qualità. Con un vizio ab origine: L’Ente – Prima (P)arte. Se concordi segnalerei il Vostro blog sulla mia umile piattaforma.

  2. wilmo e franco boraso Says:

    Caro Luca, ovviamente siamo d’accordo per la segnalazione sul tuo blog che troviamo, a nosta volta, molto interessante sopratutto, a parer di Wilmo, per la parte poetica. Vorrà dire che ci scambieremo le “segnalazioni”. Grazie per averci fatto notare l’errore che abbiamo subito corretto.

  3. Luca Ormelli Says:

    Grati e della stima e del riconoscimento. Ad ora il Vostro blog si manifesta. Ad maiora.

  4. L’Ente – Quinta parte « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] il corpo, ritornava anch’essa in tal modo ma non sapeva d’essere già stata e che sarà (vedi L’Ente e in che modo si può dire che è eterno – prima parte), mentre la cultura sapeva, ma non abbastanza, o non si credeva e si restava nel dubbio, o aderiva […]

  5. L’Ente – Sesta parte « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] me questa data/ e le immagini qui del mio cuore”. [7] Vedi L’ente – seconda parte. [8] Vedi L’ente – prima parte. [9] Vedi L’ente – prima parte. [10] Vedi L’antica via dei Miti e dei […]

  6. mattia guolo Says:

    Grazie…per l’aiuto! ve ne sono grato

  7. wilmo e franco boraso Says:

    Grazie a Te, per l’attenzione che ci presti.
    Cordiali saluti

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