Il nuovo patto d’amore

Il nuovo patto d’amore, fondato sulla coincidenza degli opposti

Finché l’uomo non comprende due contraria,
cioè due cose contrarie congiuntamente in una,
in verità, senza alcun dubbio,
non è molto facile parlare con lui di tali cose
[cioè del molteplice che è nell’Uno,
eppure resta molteplice],
perché quando comprende ciò,
allora soltanto ha percorso la metà
del cammino della vita che io intendo.

Enrico Suso

 

Paul Gustave Doré, Paolo e Francesca (1861-1868)


Prima parte

Il Nuovo patto d’amore, come dice il titolo, è fondato sulla coincidenza degli opposti, e di tutti quelli che compongono l’immensa rappresentazione che noi uomini chiamiamo mondo, universo, solo due entrano direttamente in gioco: l’uomo e la donna. Soprattutto di loro due qui si tratta, della loro unità che fino ad oggi appare realizzata soltanto in parte, perché non c’era il legame della conoscenza che questo Patto solleva e pone ma solo quello del sentimento. Prima ancora quello più effimero e breve dei corpi che s’incontrano negli innumerevoli amplessi, che continuamente alimentano la specie umana perché non sparisca. Un movimento della natura, perciò, quello che finora si è svolto e si svolge, o prevalentemente da lei diretto, da cui però si è cercato spesso di affrancarsi. Dico dal cieco istinto, dalla necessità, dai comandi imperiosi e incomprensibili, quindi dall’essere oggetti di essa come lo sono le piante e gli animali. Finora con poco successo tuttavia, anche se non può essere considerata piccola cosa il contributo all’emancipazione dato dalla scienza e dalla tecnica.
Ma oggi ci troviamo vicini ad una svolta storica: un nuovo patto a due che integra e modifica le vecchie leggi e stabilisce un nuovo legame con un risultato che sembrava impossibile, anche se sulle ali dell’amore sensazioni e previsioni di esso già c’erano e a volte apparivano.
Dove gli opposti sono già congiunti indissolubilmente, come il giorno notte e l’estate inverno, lì già si svolge il non finito mai, e sono quelli che sono arrivati alla visione e alla comprensione dell’uomo. Si sosterrà che sono sempre stati così. Ma non per l’uomo, è la risposta, e prima era come se fossero staccati e indipendenti, come appaiono oggi vita e morte. Prima mancava la “parola” che li univa, quella che ha annunciato che sono coincidenti, e, come ha detto il poeta “nessuna cosa è dove la parola manca”.
Prima della parola che ha sancito che il ciclo giorno notte è eterno o almeno illimitato, non si sapeva se il sole sarebbe ancora sorto dopo la sua scomparsa nella notte, e se le messi sarebbero spuntate dopo l’inverno. Erano in mano agli dei questi eventi e a loro si sacrificava perché fossero benigni, perché notte e inverno non prevalessero. Dobbiamo a Gilgamesh la scoperta del cammino del sole nell’oscurità, sempre uguale e necessario, e perciò la certezza del suo ritorno giornaliero.
In una situazione simile ci troviamo noi con la coppia uomo donna, somigliante al giorno notte e inverno estate. Il circolo si forma quando li unisce amore, ma amore finora non era una certezza, non era conoscenza chiara e distinta. La sua durata, secondo la normale e quasi universale concezione dettata dall’esperienza, non era eterna. C’è ancora oggi solo il sentimento d’amore eterno, affermato a volte con vigore, ma esso spunta qua e là casualmente e inaspettatamente e nello stesso modo di solito scompare e non si sa se ritorna. Similmente, come abbiamo detto, non c’era certezza che il sole sarebbe spuntato dalle tenebre notturne: bisognava andare a vedere per saperlo.
Così è stato anche per l’unione uomo donna, che prima solo l’amore voleva indissolubile e per sempre e siamo andati a conoscere l’amore per saperlo, a vedere che cos’è. Il nuovo patto d’amore è il racconto della via che conduce a quella conoscenza ed esperienza straordinarie.

1.

La donna è la via e lo sbocco.
Non c’è altro modo per arrivare
alle dorate spiagge del sole e del logos,
l’ultimo campo base dei viventi
diretti verso l’abisso della morte.
Poi spetta all’uomo di condurre
se non si vuole che si fermi questa vita
nella precarietà e nell’indigenza dove si trova.
Ma allora su sentieri inesplorati,
misteriosi e perfino inesistenti
quando il cammino si forma camminando.

Nei primi cinque versi si dice che la vita umana, da quando inizia, è diretta verso la sua misteriosa e tenebrosa fine, e che la prima parte del cammino, fino allo sbocco nella luce del sole, avviene nel grembo materno. La prima parte perciò è la via della gravidanza. Tutto questo è ben noto da molto e si tratta di conoscenza scientifica, vale a dire esatta e valevole per tutti i casi. Il viaggio fino a tale uscita si può ormai vedere e seguire usando gli strumenti della tecnica e si può intervenire quando qualcosa non va, aiutando ma anche interrompendolo a volte quando è richiesto o necessario.
Dopo il grembo materno, il viaggio continua nella famiglia e nella società: nel logos, dice il terzo verso. Nella ragione, si dice normalmente, e si colloca l’inizio di questo terzo tratto nel settimo anno d’età d’ogni nuovo nato.
La direzione è verso l’abisso della morte, dice il quinto verso, e in questa fase il testimone passa di mano. Se fino a quel punto era la donna che aveva in cura il bambino, ora tocca all’uomo di condurre e si dice perché. Perché la vita non si fermi nella precarietà e nell’indigenza da cui ancora non è uscita, basti pensare ai bisogni, alle malattie, alla vecchiaia e soprattutto alla sua ineluttabile fine. Appare in questo dire tutta l’opera di civiltà che si è svolta in Occidente in più di venticinque secoli e che è servita, per prima cosa, contro i limiti indicati. Ecco perciò le case, i paesi, le città, dove la gente si raccoglie per stare assieme e aiutarsi e proteggersi a vicenda, per soddisfare i più elementari bisogni e necessità. Ecco i luoghi pubblici: municipi, chiese, scuole, ospedali, tribunali, monumenti, biblioteche, dove si svolgono le attività relative alla terza parte del cammino, quella che va verso la morte e spesso ci prepara ad essa, escogitando anche soluzioni per allontanarla il più possibile, come le scoperte della scienza medica, e addirittura per esorcizzarla e tentare di vincerla. Ecco le vie, i ponti, le gallerie per collegare i tanti punti di raccolta esistenti nei vasti territori che si chiamano comuni, regioni, patria, continente. Ecco i mezzi di trasporto: i carri, le carrozze, i treni, le automobili, gli aerei, che servono per abbreviare i tempi di percorrenza e a rendere i viaggi più sicuri.
Dunque, nella prima parte del viaggio, ed anche nella seconda fino all’età della ragione, era prevalente il ruolo della donna. Poi nella terza, almeno fino a poco tempo fa, subentrava soprattutto l’uomo. Era lui che si occupava della costruzione di case, strade, mezzi di trasporto, opere pubbliche; che portava avanti le vie della conoscenza e della ricerca: quelle della storia, della filosofia, dell’organizzazione sociale, della scienza. Vie esistenti da millenni, che hanno un inizio e direzioni di sviluppo ben precise, che crescono su se stesse nella luce della ragione, come le piante e gli animali nella luce del sole.
Ma non solo per esse l’uomo si è spinto e continua, ma anche per sentieri inesplorati, misteriosi e perfino inesistenti, sta scritto negli ultimi tre versi, quelli formati dalle tracce di viandanti che seguono cammini lontani da quelli battuti e anche in dimensioni mai raggiunte prima. Questo andar oltre ha dunque uno scopo: allungare il viaggio, vale a dire il tempo della vita, e in tal modo allontanare l’abisso. Non è certo una soluzione lo spostamento in avanti ma solo un procrastinare. O forse quel andare per sentieri perfino inesistenti che si formano camminando mira al cuore di quel segreto e vuole salvare dalla caduta finale. È quel che vedremo andando avanti.

2.

Il cammino nel tuo grembo conduce
fino alle dorate spiagge del sole
e alla luce della mente e qui si esce
e si rimane per un po’, per ripetere poi
a visita finita la stessa lunga strada
cominciando da primordi assai lontani:
cellule, spermatozoi, mutazioni innumerevoli.
Ma ora io conosco un nuovo giro,
uno nuovo arrivo, un’altra uscita nella luce,
e c’è questo patto da firmare: tu mi porti
fin qui come hai sempre fatto
ed io ti conduco con me dove non sai,
fino all’uscita in un’altra luce.

I primi quattro versi di questa seconda frase ripetono le cose dette prima: il lungo cammino nel grembo materno che porta fino alla luce del sole e della mente, dove si rimane per un po’, come in vacanza. Come quando dai raccolti luoghi familiari si va a trovare parenti lontani. Ma là giunti, cioè a quelle spiagge della luce o a quei luoghi che qualche volta non sembrano nuovi, dove ci sono altri che non sembrano stranieri, perché ci sorprendiamo a dire: mi pare di averlo già visto, mi pare d’averla sempre conosciuta, non c’è però la via del ritorno, uguale e contraria a quella dell’andata o anche la stessa, da percorrere in senso inverso. Si afferma soltanto, nel quarto e quinto verso, che il viaggio ricomincia ma dall’inizio primigenio − dalla cellula e dallo spermatozoo −, per giungere alla fine, dopo innumerevoli passaggi ed accrescimenti, allo stesso punto dove è avvenuta la precedente scomparsa. Un eterno ritorno, insomma, di cui però non si sa cos’è accaduto dopo la morte, quindi neppure come si è potuto riapparire e non c’è perciò certezza se lo scomparso e il riapparso sono lo stesso. Non ci sono dimostrazioni scientifiche di tal genere ma solo un sentimento, peraltro antico e diffuso, che afferma che i due non sono diversi. Perciò in questo mondo non si verrebbe una sola volta, e ci sono inoltre esempi famosi di ritorni, ma sono molto rari e c’è la convinzione che non erano uomini comuni quelli che sono rinati ricordando le loro precedenti vite, ma eroi, o figli di dei o essi stessi divini. Solo eccezioni perciò quei ritornanti, che confermerebbero la regola che l’ultima è una partenza di solo andata. Ma quelle eccezioni che si trovano nei miti, nelle religioni, nelle visioni della sapienza, nelle filosofie, nelle scienze, costituiscono il patrimonio di speranze dell’umanità, e senza di esse non saremmo giunti dove ora ci troviamo o non avremmo avuto la forza di continuare nonostante tutto. A quelle indicazioni si guarda ancora e nella loro direzione qualcuno non ha mai smesso di avanzare.
Dunque, c’è un lungo cammino noto che comincia nel grembo materno, continua nella luce del sole e si conclude davanti all’abisso della morte, dove chi giunge è costretto a fare l’ultimo passo, quello nel vuoto, perché non si torna indietro né si può sostare ad attendere. Il passo della morte, si dice. Quello che è accaduto e accade continuamente a tutti, anche a coloro che hanno affermato di essere tornati. Ma non per le vie della natura, in quei casi; né per quelle sulla terra fatte di sassi e asfalto; né per le rotte sui mari o per quelle nei cieli e nello spazio delle stelle. Vie che sono state aperte da Gilgamesh, Ulisse, Colombo e oggi dagli astronauti. Ma non si ritorna circumnavigando la Terra e neppure l’Universo, se un giorno sarà tecnicamente possibile giungere a tanto. In che modo, allora? Conservando la memoria delle precedenti vite, come similmente si ricordano i giorni passati di quella presente dopo il sonno della notte, hanno detto alcuni sapienti. Attraversando il regno della morte ad occhi aperti e mente sveglia, hanno detto eroi e semidei. Così in un passato lontano, ma che sembra ora ritornare perché, dicono i versi otto e nove, ora si conosce un nuovo giro, un nuovo arrivo, un’altra uscita nella luce. Si tratta certamente di cammini ignoti e misteriosi perché è tutto nuovo in questi versi e anche l’uscita nella luce è “un’altra”: un’altra porta, un’altra dimensione luminosa. Non una di quelle esistenti sulla terra o sui ventri delle donne, non la luce del sole o quella della ragione.
Di queste novità ne sapremo certamente di più in seguito, ma esse però hanno l’effetto immediato di introdurre il nuovo patto d’amore. Si può perciò affermare fin d’ora che esso si basa su un’importante novità: la continuazione del cammino della vita oltre i limiti raggiunti, scoperta dovuta specialmente all’uomo, ed egli ora la pone sul piatto della bilancia che è squilibrata a favore della sua compagna, per ristabilire un equilibrio e con esso la giustizia. Diversamente non ci sarebbe patto che tenga e quello esistente ha perso molto della sua validità e credibilità. È ben noto, infatti, che da alcuni decenni la donna ha invaso il campo dell’uomo ottenendo numerose vittorie e conquiste, ed ora partecipa in massa alle attività in esso ed è riuscita perfino a penetrare alcuni suoi importanti segreti. C’è forse anche di più: la parte visibile e funzionante della civiltà sarebbe oggi in grado di portarla avanti anche da sola.
Altrettanto invece non è riuscito all’uomo. Non a generare, come può la donna, anche se su questa via si è messo con le sue macchine ed esperimenti. Ecco perciò che il piatto della bilancia è sceso dalla parte femminile e l’uomo quasi spodestato è diventato più leggero, più fatuo, meno importante, spesso inutile. Solo un’inversione di tendenza consistente in un contrattacco, anzi in un aggiramento per occupare il campo della donna dopo che l’ha lasciato sguarnito per dilagare in quello maschile, potrebbe ristabilire l’equilibrio. Sarebbe proprio questa la tattica da seguire: affrontarla nella sua fortezza più segreta ed esclusiva, vale a dire nella sua capacità di dare la vita. Ma ciò è proprio quello che gli ultimi due versi dicono alla donna: tu mi porti in grembo fino alla luce del sole ed io ti conduco per la via del pensiero fino ad un’altra uscita.
Quel che si afferma in quest’inizio di un nuovo patto d’amore, dunque, è un darsi a vicenda la luce e la vita, e i ruoli sono stabiliti: fino ad un certo punto lei e dopo lui, che condurrà ad una nuova necessaria unità dei contraenti.

3.

L’abisso è la metà di te che non conosci
e precipiti in te se non la trovi.

Questa terza frase è composta da due versi soltanto. Parole di colore oscuro li formano, simili a quelle che Dante vide scritte al sommo della porta dell’Inferno. Oscure specialmente per coloro che credevano l’abisso soltanto là fuori, nell’immenso spazio del mondo, e della stessa natura di quelli che punteggiano le montagne della terra, o come i buchi neri delle galassie, o come le idee del nulla e della morte da cui la mente si ritrae, ma poi ad esse di nuovo si rivolge come incantata, in un andirivieni senza fine. Invece, dice il verso, non è fuori e lontano, ma vicino, anzi in noi stessi. Che sia interno non è però una novità ma voce antica. Quella del sapiente di oltre venticinque secoli fa che ha detto: “Conosci te stesso” e tali parole sono state incise sul frontone dell’Oracolo di Delfi. Ed è evidente che siamo ignoti a noi stessi se fin da quel lontano passato è sorta la necessità fondamentale di conoscerci ed essa non è stata ancora soddisfatta se continuiamo a cercare. Così, infatti, afferma il verso, e non è poca l’ignoranza ma abissale.
Se l’abisso è in noi e si trova nella metà sconosciuta o è tale parte, abbiamo idea di dove cercare e che cosa? Dopo più di venticinque secoli d’introspezione, si può dire che qualcosa abbiamo appreso. Si trova certamente dove c’è buio e mistero. Perciò dove gli occhi sono chiusi e la mente è spenta. “La metà nascosta” abbiamo chiamato quel luogo in altre occasioni, ed esso ha tanti nomi. Ne proferiamo alcuni: notte, sonno, sogno, inconscio, morte, e sono gli opposti di giorno, veglia, conscio, vita. Per scoprirlo dobbiamo perciò volgerci da quella parte prima di essere costretti a farlo, ma allora sarebbe troppo tardi perché si precipita. D’altronde, qualcosa è già stato ottenuto. Il sonno è oggetto di ricerca anche con gli strumenti della scienza e della tecnica, i sogni sono diventati finestre dell’inconscio, parti di questo sconfinato oceano tenebroso vengono sollevate nella luce della coscienza e si mira a bonificarlo, almeno la parte più vicina, come si fa con le paludi presso il mare. E la morte? “Dall’incombere solo, della morte/ con nessuna fuga può giammai (l’uomo) difendersi, / pur se ad un male tenace gli sia riuscito/ abilmente di sfuggire”, ha detto Sofocle nell’Antigone. Ma è proprio l’attacco ad essa che qui viene condotto con tutti i mezzi e risorse, se non si vuole continuare a precipitare nel più profondo di noi stessi da cui non si riesce più a risalire, e l’operazione in corso ha un titolo: nuovo patto d’amore fondato sulla coincidenza degli opposti.

 

Ari Scheffer, Paolo e Francesca (1835)

4.

Io ho raggiunto il Femminile che è in me
e sono una sola cosa con lei.
Tu devi arrivare al Maschile che è in te
e diventare una sola cosa con lui.
Solo così il giro intero si compie e c’è l’uscita.
Io conosco il cammino che porta all’unità.

L’attacco al lato oscuro e misterioso sembra cominci già in questa quarta frase. Si afferma che la metà nascosta dove c’è l’abisso, oltre ai nomi dati in precedenza si chiama anche donna per l’uomo e viceversa. Che la donna sia solo abisso, o tenebra, o mistero, nessuno che sia sano di mente e che usa la ragione lo può affermare, perché già dal primo verso risulta che la sua natura non è essenzialmente diversa da quella di chi cerca, perché alla fine il cercatore raggiunge ciò che egli stesso è sempre stato ma che non sapeva d’essere, vale a dire il femminile che lo costituisce, per diventare una sola cosa con lei. Anche prima lo era ma senza saperlo, e quell’ignoranza si chiama anche sonno, inconscio, morte; perciò il femminile nell’uomo non era separato da quella compagnia e dalle conseguenze anche negative e nefaste che essa produceva, perfino dai mostri che spuntavano da quelle tenebre. Quello era davvero l’abisso: quel non sapere, quel precipitare nel sonno e in profondità più grandi − l’inconscio −, e perfino nella morte, la senza fondo.
Si dice anche quando l’unità del maschile e femminile avviene e come: quando il giro intero ha compimento, o quando le due metà diventano un intero, simile ad un cerchio, ad una sfera. Come nel mito dell’androgeno primordiale raccontato da Platone nel Simposio. Come nel Tao dove uomo e donna uniti formano un cerchio a due colori d’uguale superficie, stranamente intrecciato, e la donna è la parte oscura. Come Adamo nel Paradiso terrestre prima che Eva fosse estratta da lui durante un profondo sonno. Come il Rebis (letteralmente “due cose”), l’androgino cosmico dell’ermetismo alchemico, rappresentato iconograficamente sotto la forma di una creatura umana bisessuale. Come Séraphîta di Balzac, l’androgino perfetto nato da genitori che erano stati discepoli di Swedenborg. L’intero che così viene raggiunto, Jung l’ha chiamato personalità integrale o Sé, unità di conscio e inconscio, in altre parole di maschile e femminile, che è la stessa cosa detta con altre parole, perché ciò a cui si arriva è sempre la coincidenza degli opposti e le metà visibili da cui si può attingere sono innumerevoli. Sono il giorno staccato dalla notte, una faccia della moneta opposta all’altra faccia, il lato visibile della luna e quello invisibile, la cima e l’abisso, le chiome dell’albero e le radici e più esse affondano nella terra più le altre si sviluppano nella luce, l’esterno e l’interno, la strada che sale e quella che scende, il pieno e il vuoto, il polo nord e il polo sud, la materia e l’antimateria, le stelle e i buchi neri, la natura ondulatoria della luce e quella corpuscolare, nella stessa donna il suo volto celestiale e l’abisso tenebroso dell’origine della vita che porta in sé. Queste le coppie, solo alcune, e non c’è modo, io credo, di esaurire l’elenco, perché di metà distinte e contrapposte è fatto l’universo e funziona perché si alternano le parti ed è inesauribile il mutare.
Ma perché l’unità si compia in modo perfetto, anche la donna − dice il terzo verso −, deve arrivare a scoprire il suo lato oscuro, in altre parole il maschile che è in lei. Quindi lei che occupa il cielo della notte deve invece volgersi e dirigersi verso quello diurno, abitato prevalentemente dell’uomo, e penetrarlo e conquistarlo, o almeno acquistare in esso pari dignità e diritti. Cosa che ha già cominciato a fare e in cui, specialmente da alcuni decenni, sta procedendo alacremente, infaticabilmente, a macchia d’olio. Non c’è occupazione maschile che non sia oggi alla portata della donna e oggetto dei suoi desideri, non c’è campo d’indagine cui non abbia accesso e in molti casi è lei che conduce. La sua volontà è più grande, più forte l’impegno.
Dobbiamo perciò notare che quanto stiamo dicendo su quest’invasione del campo maschile da parte della donna, non ha il carattere di previsione o indicazione ma è quello che sta già avvenendo. Non quel che dovrebbe accadere perché il nuovo patto d’amore non rimanga lettera morta, una pia intenzione o un’opera di fantasia, ma in questo caso e in questo settore i fatti hanno anticipato le previsioni ormai da molto. Non c’è da stupirsi, tuttavia, perché un nuovo patto si può fare soltanto quando sorgono delle esigenze nuove, quando i viventi, uomini e donne, rompono con gli antichi schemi e limiti: abitudini, leggi, condizioni di vita, per procedere oltre, per saperne di più. E quale epoca è stata più inquietante della nostra in quest’aspetto! Da più di cent’anni è cominciato il nichilismo che ha portato dapprima alla svalutazione di tutti i valori e poi al loro capovolgimento, e ai nostri giorni esso è diventato condizione normale. Come quando nel gioco delle carte si azzerano i precedenti risultati − chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato −, e si comincia da capo.
Allora sotto certi aspetti la donna, la più soggetta a quelle restrizioni, ha anticipato la corsa ai mutamenti e sconvolgimenti che stanno alla base del nuovo patto d’amore ed è il futuro contraente che si sta muovendo a maggiore velocità e ha già occupato a quasi tutto lo spazio maschile. Superando perciò l’uomo che a sua volta ha sconfinato nel femminile ma per ora di poco e solo con qualche avanguardia.
Dunque, se si guarda nel campo di battaglia o nell’arena degli scontri i risultati che lei ha ottenuto nella metà maschile sono incomparabilmente maggiori di quelli che il suo compagno ha ricavato nella sua, ma ciò in generale, come movimento di massa, e c’è anche una spiegazione razionale per la loro offensiva riuscita. Sono state e sono per tanti aspetti come orde barbariche nel mondo illuminato dalla ragione e ordinato e trasformato da essa e si tratta, molto spesso, di estromettere l’attuale occupante che ha finito il suo compito e si è corrotto, e di sostituirsi a lui. Ma ciò che vale per la stragrande maggioranza degli uomini d’oggi non è applicabile a tutti. Certamente non ai primi che hanno suonato le trombe del mutamento, vale a dire a Nietzsche, Freud, Jung. Né a quelli che hanno affrontato la tenebra e si sono spinti molto avanti in essa, a Nietzsche, Heidegger, Jünger, pochi altri. Ancor meno a chi ora sta stendendo questo patto.
Ma perché gli uomini nella quasi generalità non hanno ottenuto nella metà femminile i risultati che le donne hanno realizzato in quella maschile? Ecco una bella domanda cui non è difficile rispondere e lo faremo presto, e la risposta può diventare per loro un’indicazione a muoversi nella direzione indicata, se non si vuole arrivare nell’ignavia e nell’inerzia ad un nuovo sterile matriarcato. Perché ormai è chiaro: una parte che domina sull’altra è e sarà soltanto un cambio della guardia di un’umanità votata alla decadenza, forse allo sterminio.
Nell’ultimo verso è esposto chiaramente ciò che ha ottenuto l’avanguardia maschile e specialmente chi è riuscito ad arrivare alla meta: la conoscenza del cammino oscuro che come un ponte supera l’abisso dell’ignoranza di sé, e unisce il femminile al maschile in un’unione che appare stabilita per sempre. Un’unità diversa da quella di prima, perché non ci sarebbe stato bisogno altrimenti di affrontare l’abisso nella dimensione della mente e arrischiare anzitempo la caduta nel vuoto tenebroso. Prima l’unità era ottenuta con i metodi finora in uso: l’attrazione esercitata dai corpi e dai volti e l’innamoramento, modi certamente importanti ma brevi ed effimeri nonostante i sentimenti di durata eterna che spuntavano come germogli prematuri nella vita dei due che s’univano, e che saranno usati chissà quanto ancora, e che anzi non finiranno mai in questa dimensione dove albergano le metà distinte e contrapposte. Ma ad essi ora s’aggiunge questa nuova rivelazione: l’unione può diventare davvero senza fine perché l’ultimo verso: “Io conosco il cammino che porta all’unità”, si presenta come una continuazione di quel andare per sentieri inesplorati e perfino inesistenti/ quando il cammino si forma camminando, che si trova alla fine della terza frase. Qui si sa e si dice che il cammino è continuato fino al raggiungimento della meta, che è la coincidenza degli opposti. Il metodo adottato non è detto, ma andando avanti si saprà di più, perché stiamo descrivendo tutto quel tracciato che si fermerà soltanto alla fine, dove si congiunge con l’inizio.

5.

Che uomini e donne
non siano essenzialmente diversi
lo si vede fin dalla nascita:
hanno un’origine comune,
si sviluppano nello stesso ventre,
escono dalla stessa porta.

In questa quinta frase si riafferma la sostanziale uguaglianza d’uomo e donna. L’uomo è un intero costituito da una metà manifesta e una nascosta e misteriosa, che lui stesso non conosce, e ciò che appare è, appunto, il suo aspetto maschile. Per la donna è la stessa cosa, ma al contrario. Sono come la luna, l’uomo e la donna, mostrano solo una faccia, ma quando ognuno potrà girare attorno a se stesso fimo a raggiungersi non si vedrà più attraverso uno specchio, nell’oscurità, ma faccia a faccia. Non si conoscerà solo per enigmi, ma nello svelamento.
La natura comune dei due è arguibile anche dalla loro origine, da come e dove si sono sviluppati e sono usciti. La stessa matrice ha prodotto entrambi e soltanto piccole variazioni nel progetto costitutivo hanno sviluppato le differenze che poi appaiono nella luce, quelle che sono chiamate caratteri sessuali primari e secondari, delizia e croce delle nostre vite limitate e spezzate quando si congiungono nell’amore o rimangono incomplete e sole lungo i deserti della terra e sulla sponda dell’abisso.
Comunque che uomo e donna siano entrambi un intero ma con una metà sconosciuta, e che per arrivare alla completa consapevolezza devono scoprirla, non è la prima volta che viene detto e abbiamo portato degli esempi: Il Tao, Adamo che non sapeva di avere in sé Eva e l’ha vista dopo che gli è stata tolta, ed altri. Nuovo è però il metodo qui seguito per raggiungere tale conoscenza. Si tratta di girare attorno a se stessi, una vera e propria circumnavigazione della propria metà ignota che si può fare ponendosi fuori di se stessi e andando a guardare. D’altronde si fa già così in ogni altra ricerca: il fisico, il corporeo, è sempre indagato dall’esterno, precisamente dalla mente. Indagato anche per guarirlo, correggerlo, trasformarlo, come sta facendo la scienza medica, per esempio, col corpo umano, o l’agricoltore con i prodotti dei suoi campi. Nell’indagine che nel nuovo patto d’amore si sta seguendo, l’oggetto che è da conoscere non è solo il visibile ma anche il nascosto, non solo la veglia ma anche il sonno, non solo il conscio ma anche l’inconscio, non solo la vita ma anche la morte, e in particolare in questo patto non solo l’uomo ma anche la donna nell’uomo. Ma chi si avventura nell’altra parte senza avere gli strumenti necessari all’impresa, è come se volesse circumnavigare un’isola o un continente nell’oscurità senza bussola e stelle in cielo.

6.

Ogni uomo non sa che ha un volto oscuro,
rivolto al nulla è il volto non apparente.

Al volto oscuro dell’uomo − che nella filosofia, e soprattutto in quel suo ramo che si chiama psicanalisi che lo ha particolarmente in osservazione e cura ha nome inconscio −, corrisponde nella dimensione religiosa il nome segreto di Dio. C’è tutta una tradizione che parla di noto e ignoto, esistente contemporaneamente in tutto ciò che appare e si sente in questa dimensione di cose a metà innumerevoli volte riprodotte e moltiplicate, e l’ignoto solo qualche volta s’è rivelato e in momenti particolari.
Se l’uomo è la metà che si chiama così e l’altro lato segreto non lo portava alla parola, era come se non ci fosse. “Nessuna cosa è dove la parola manca” ha scritto il poeta e queste parole le abbiamo già riportate all’inizio del Patto. O presagendo e vaticinando, l’altra metà nascosta e misteriosa, − come la faccia della luna rivolta agli spazi siderali −, era chiamata io segreto, demone, lato oscuro, enigma, cosa che oggi è venuta un po’ allo scoperto. Era un volto non apparente e perciò i nomi poteva averli tutti e nessuno, ed era con quest’ultimo che l’attore poteva interpretare tutte le parti traducendolo di volta in volta in quello più adatto, ed era questa la sua bravura.
Invece, finché si era rivolti pressoché completamente da una parte sola − ciò che è avvenuto nel lungo giorno della ragione e fino al suo tramonto −, almeno nella vita pubblica era nell’uso e nelle possibilità degli addetti ai lavori di rimanere se stessi, non cambiare idea, non mutare faccia, non essere come bandiere al vento: cosa che oggi non succede quasi più. Il motivo è noto: perché c’è stato e continua il movimento di rivoluzione che s’inoltra nella Notte, e per mantenere le antiche usanze, per non perdere la faccia, i rappresentanti della cosa pubblica si trasformano in attori, fingono d’essere ancora quello che non sono più. Per dirlo con altre parole, si trovano spiazzati, fuori luogo, perché solo gli scenari sono quelli del Giorno, ma loro invece sono abitanti della Notte. Ecco il perché di tutte le contraddizioni del nostro tempo e soprattutto dell’immensa ipocrisia che domina la vita pubblica, e che come un fiume in piena che ha rotto gli argini sta dilagando sempre più. Ma i suoi rappresentanti non sono tutti bravi a recitare, o non l’intero pubblico che assiste ai loro spettacoli si lascia abbindolare, e perciò sono anche disprezzati e irrisi. Spesso loro stessi non sanno più chi sono e allora si atteggiano a questo e quello, stanno artificialmente di qua e di là, e non sapendo a quale ideale aggrapparsi perché non ce ne sono più, ripiegano sulle uniche certezze che sono loro rimaste: il potere e il denaro.
Dunque c’è un volto oscuro che per millenni, pur non occupando il posto di primo attore, ha fatto però sentire la sua presenza. Come enigma insolubile, abbiamo detto; cioè inconscio, sonno, morte. Come istinto. Come odio e amore. Ed ora che ha acquistato il nome donna, e che il mistero perciò, almeno in questo suo aspetto, s’è svelato?
Ora è tutta un’altra cosa, ora c’è questo patto da firmare.
Però in questa sesta frase di soli due versi c’è la parola “nulla” e verso di esso era rivolto il “volto non apparente”.  Ma ora che ha quel nome nuovo, non dovrebbe più dominare, come d’altronde non c’inghiotte più l’abisso perché, come si è già detto e come apparirà meglio soprattutto nella frase trentunesima, c’è un Ponte che s’interpone su cui si può passare. Con il nome donna che la metà nascosta ha ricevuto, costringiamo un po’ il nulla a farsi avanti e presentarsi, e mi pare che diventi nome di Dio, dove si specchia prevalentemente il femminile.
Un nome segreto di Dio è, infatti, Madre, così si dice in molte religioni o forse in tutte.

7.

Il nuovo patto d’amore
non avrà più come scopo principale
l’unione che dura una vita
e la continuazione della specie,
sia pure nei modi della famiglia e della stirpe,
ma l’eternità dell’amore
e il “ritorno dello stesso”,
cioè dell’unità che è stata raggiunta
in modo consapevole
con la “coincidenza degli opposti”
.

Questa frase è un breve compendio del nuovo patto d’amore perciò il suo commento dovrebbe, in certo qual modo, essere il Patto intero. E tutto il resto, allora, quello che abbiamo scritto e che scriveremo, dal momento che ci sono ancora parecchie frasi che aspettano di essere svolte come abbiamo fatto finora? Il resto è complemento, interpretazione, commento: ecco cosa si può dire, variazioni di cui non si può fare a meno, così come sono tante e diverse le metà con le quali si può sottoscrivere il patto, e tanti e diversi i giochi d’amore e quant’altro il patto sancisce. Allora non c’è un solo contraente per ogni coppia, si dirà, come invece sembra che sia quando si fa appello all’anima gemella, e forse le cose stanno proprio così. Tuttavia, lungi da noi l’idea di voler sfatare il mito dell’unica metà dispersa negli innumerevoli labirinti dello spazio e del tempo che potrebbe esserci, che forse c’è, se è vero, e ci piace crederlo, che all’inizio le due metà che ora vanno circolando in gran numero di copie, prodotte soprattutto da amori ingannevoli e mercenari, erano solo le originali. Quel che c’è di sicuro però è il femminile, ed esso può essere vestito e adornato in vari modi: occhi neri o azzurri, capelli biondi o scuri, varie misure di seni, diverse rotondità di fianchi. Il contraente è il femminile, l’altro è il maschile: ecco per chi è predisposto questo patto. Vediamolo un po’, dunque, in questo piccolo compendio rappresentato dalla frase in oggetto.
Nei primi quattro versi si riprendono i motivi fondamentali del patto tuttora in vigore − la formazione della coppia, che dovrebbe durare una vita ed essere indissolubile, e la continuazione della specie −, ma per considerarli ormai inadeguati alla situazione che s’è venuta a creare ai nostri giorni e che sempre più prende piede e si sviluppa. Insufficiente l’unità dei due finché morte non li separa, che contraddice il sentimento d’amore eterno contenuto nell’innamoramento. Insufficienti le intuizioni antiche e nuove che dicono che l’amore è il regno dell’uno per l’altro e che nella sua meta la mia metà riunisco; meravigliose ma non sostenute da un metodo per arrivare a questi risultati per sempre. Insufficiente la continuazione nei figli, che soddisfa solo in piccola parte la voglia d’immortalità presente in ogni vivente che conosce l’angoscia del vivere per la morte, che offusca ogni gioia. Perciò ecco le varianti al patto: “l’eternità dell’amore” e il “ritorno dello stesso”, che sono lo svelamento degli antichi sentimenti − della loro essenza −, e le indicazioni per la loro realizzazione nella coppia e nella civiltà dove essa si forma, nel nostro caso in quella occidentale. A sua volta anche l’Occidente subisce l’influenza di questo mutamento della coppia e in modo decisivo perché, come si sa, l’unione uomo donna e quel che segue è il fondamento della società e d’ogni altro sviluppo. Comunque, come per il nuovo patto d’amore che non richiede l’annullamento di quello esistente, anche per la civiltà occidentale si tratta soltanto di completare e perfezionare la carta costituzione in vigore, perché essa è già fondata sul singolo, sulla persona, privilegia la sua libertà, difende i suoi diritti, protegge il suo sviluppo e c’è la completa libertà di parlare e di proporre.
Negli ultimi tre versi viene indicato il metodo da seguire per il raggiungimento dell’unità che ha in sé l’eternità dell’amore e il ritorno dello stesso: esso è quello che porta “alla coincidenza degli opposti”. Un viaggio “di retro al sole” da compiere ad occhi aperti e mente sveglia, mentre finora, ad eccezione dei pochi casi cui si è fatto cenno in precedenza, la parte misteriosa e tenebrosa è stata superata come dentro a dei recipienti privi di porte e finestre.
Tale viaggio nel suo aspetto carnale inizia con l’atto sessuale e si svolge nel corpo femminile nel modo che si sa.

[1/5 − Continua]

5 Risposte to “Il nuovo patto d’amore”

  1. Il nuovo patto d’amore « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] La via d’uscita dal nichilismo O vie di fuga per pochi se i più staranno inerti ad aspettare… « Il nuovo patto d’amore […]

  2. Il nuovo patto d’amore « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] Leggi i capitoli 1-7 Leggi i capitoli 8-13 […]

  3. Il nuovo patto d’amore. Fine « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] Leggi i capitoli 1-7 Leggi i capitoli 8-13 Leggi i capitoli 14-23 Leggi i capitoli 24-30 […]

  4. Essere e mondo e ciò che li separa | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] donna per l’uomo e l’uomo per la donna (vedi i precedenti post intitolati La metà nascosta e Il nuovo patto d’amore). − È solo l’amore che trasforma e ci pone in condizione di passare dall’ente all’Essere e […]

  5. L’essere | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] raggiunta e vista. O di quando si incontra la metà di se stessi che era staccata e dispersa (vedi Il nuovo patto d’amore) e sboccia improvviso l’amore. O di quando cose od aspetti che ci appaiono arrivano da […]

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