Il nuovo patto d’amore

Il nuovo patto d’amore, fondato sulla coincidenza degli opposti (2/5)

Leggi i capitoli 1-7

 

Edvard Munch, Il bacio con la finestra (1892)

8.

Il metodo raggiunto fino ad un certo punto
è quello in uso:
amore, congiunzione fisica, famiglia,
nascita, allevamento, sviluppo nella propria civiltà.
Ma ora c’è qualcosa che s’aggiunge: la continuità.
Le vite già vissute si saldano fra loro
come le perle di una collana,
come i giorni di una vita interrotti dalle notti,
o le veglie dai sonni.
Diventano Risvegli i misteriosi ritorni
dall’indistinto e indeterminato.

 

Lungo una via delle vicine montagne c’è il Passo della morte, una lunga galleria che supera un abisso. In tal modo chi giunge sul ciglio non precipita e può attraversarlo e continuare al di là.
Anche seguendo il cammino della vita si arriva al passo estremo, finora insuperato dal singolo, o esistono soltanto poche eccezioni che confermano la regola. Lo supera invece la specie nel modo che si sa: passando per il grembo materno e poi nella luce della civiltà, e in tal modo la vita qui sulla terra continua. Perciò il grembo materno e la civiltà sono ponti, gallerie, che attraversano la morte e la vita, e ciò è detto nei primi quattro versi. Ma questo in generale, dunque, non in particolare, non come qualcosa che riguarda esclusivamente il singolo e interessa a lui solo.
Ma ora c’è qualcosa che s’aggiunge, recita il quinto verso: s’aggiunge alla vita singola com’è finora, che arriva fin sul ciglio, non può più continuare e precipita. Cosa s’aggiunge? “La continuità” del cammino, dice il verso, che era fermo sul ciglio dell’abisso. Perciò il superamento del passo della morte.
I versi successivi dicono come questo avviene o può avvenire: collegando le vite già vissute con la presente e con quelle che verranno, come le perle di una collana in corso di composizione. C’è già un precedente − dicono i versi successivi: i giorni d’ogni singola vita, interrotti dalle notti e dal sonno ma non cancellati, che si presentano alla memoria appena svegli.
Una bella differenza, si dirà, perché il sonno è superabile ed è continuamente attraversato e la morte no. Solo a lei, infatti, s’addice in pieno la parola a-bisso, che significa senza fondo, dove la caduta perciò è senza fine. Invece no: sono di peso molto differente ma della stessa natura, hanno uguale origine, affermano i versi. E così erano anche per gli antichi: Hypnos e Thanatos erano fratelli. O se una differenza si vuol porre è nel colore: la morte è tutta nera e senza sogni, ma ambedue sono la parte ignota della vita.
Anche il Risveglio dalla morte, cosa finora eccezionale, non è come il ritorno dal sonno: infatti, qui lo scriviamo con la maiuscola. Ma non diverso in modo essenziale tuttavia: da uno ci si sveglia dal giorno di vita precedente, dall’altro dalla vita precedente, e le tante vite così collegate vanno a costituire la lunga vita di cui ci ha parlato Lao-tzu nel suo Tao Tê Ching.
Una lunga vita fatta di vite più corte ma tenute insieme dal filo ininterrotto del ricordo, come la singola è fatta di giorni interrotti dal sonno e poi ripresi: ecco a cosa sta portandoci il nuovo patto d’amore.

9.

Esempi di un simile procedere sono già stati:
Il “Risveglio” di Buddha.
l’ingresso nel “Giorno” di Parmenide
che giungeva dalla “Notte”
e ha attraversato la “Porta”
 sul confine fra le due zone.
Il “Ritorno” ad Atene di Ermete Trismegisto,
il tre volte nato in quella città.
I ricordi delle vite precedenti
di Pitagora, Empedocle…

 

Dopo la lunga vita che il Patto stabilisce, ci sono stati dei precedenti ricorda l’ottava frase, anche se eccezionali, perché ci sono sempre le primizie. C’è sempre, come ha detto il poeta, “la primula che sboccia nell’inverno/ in una nicchia volta al sole del gran bosco”.
E la frase in oggetto, infatti, è una breve ma importante elencazione di nascite di tal genere, di chi ha ricordato vite e morti precedenti e si è illuminato. Così, il poeta Asvagosa, il grande biografo di Buddha, ha ricordato il Risveglio del maestro: “E una volta ottenuto il perfetto dominio su tutti i metodi della meditazione, nella prima vigilia gli venne il ricordo delle sue nascite precedenti, l’una dopo l’altra./ Nel tal luogo ero certamente quel tale, e dopo la mia dipartita da lì giunsi al tal altro luogo, pensava; e così richiamava alla memoria migliaia di vite, come rivivendole”. Un Risveglio dalla morte, certamente, vale a dire dal più profondo dell’abisso, perché se fosse stato dal sonno, come comunemente e generalmente accade a tutti i mortali, non ci sarebbe stato bisogno di scriverlo con la maiuscola e di lasciarlo ai posteri come avvenimento eccezionale, e non sarebbe diventato quel faro di luce che ha illuminato e diretto per tanti secoli una notevole parte dell’umanità. Buddha ha insegnato anche il sentiero che conduce dove lui è arrivato.
Un altro ricordato è Parmenide che, giunto dalla Notte, è entrato nel Giorno dopo aver attraversata la Porta che divide la luce dalla tenebra. Sfera dell’Essere ha anche chiamato quel rotondo cielo ed era immutabile ed eterno. Perciò si può affermare che se è entrato in quella dimensione, là si trova ancora quel sapiente. Infatti, dopo un lungo giro e l’arrivo dove coincidono gli opposti l’abbiamo riscoperto e forse è anche lui che scrive questo patto.
Di Ermete Trismegisto basta quanto dicono i versi sei e sette: filosofo in Atene, dopo la terza nascita in quella città ha ricordato le precedenti vite, si è riconosciuto, ha ricuperato il suo vero nome, ed è salito al mondo superiore dove è l’origine. Perché c’è sempre un mutamento di stato quando si arriva a questi Risvegli.
Pitagora ha ricordato d’esser già vissuto sotto le spoglie d’Euforbo, ucciso da Menelao nella guerra troiana.
Empedocle ha detto di se stesso che “un tempo fu fanciullo e fanciulla, arbusto, uccello e muto pesce che salta fuori del mare”. Né egli credeva che uomo e donna fossero soltanto per il tempo di una vita − cioè dalla nascita alla morte −, per poi venire distrutti, ma che esistessero anche “i non nati ancora e quelli che sono già morti”. Per cui uomo e donna presenti, sono gli arrivati nelle luci della ribalta, e gli assenti sono nel retroscena, prima di entrare e dopo l’uscita, ad aspettare il successivo turno nella ruota che gira.

10.

Il viaggio incomincia nel tuo ventre
e finisce nell’abisso.
Poi sono io che l’ho ricongiunto
al punto di partenza,
perché non precipitasse
in quella voragine senza fondo
come è sempre accaduto,
fuorché − si dice − in qualche caso.

 

Sappiamo già dalla terza frase che si comincia da una cellula fecondata da uno spermatozoo e si compie il gran viaggio che ha come tappe fondamentali il venire al mondo, poi l’arrivo nella luce della ragione, quindi l’attraversamento della vita singola e di quella collettiva che si svolge nella società. Per molti, per loro iniziativa e per segreta destinazione, c’è anche il cammino nella storia, quello che una civiltà ha compiuto dal suo inizio fino a dove lo storico si trova, e per alcuni anche il superamento di quel limite nei modi della previsione e dell’anticipazione. Infine per pochissimi c’è anche l’uscita dalla luce razionale nel punto dove essa tramonta nell’inconscio e l’ingresso nella sua notte, volutamente questa volta, per scoprire e per capire. Cosa che è sempre accaduta e sempre accade, vale a dire succede a tutti di partire per destinazione ignota e senza ritorno, ma la stragrande maggioranza l’ha solo subita e continua in tal modo.
Alla fine però, nonostante i volenterosi, gli svegli, i fortunati, si arriva ineluttabilmente sulla sponda dell’abisso e la caduta diventa verticale fino a profondità da cui non si risale da soli. Così dicono i versi uno e due. Ma a quel punto succede qualcosa di assolutamente nuovo: il precipitare sembra che venga interrotto, deviato e riportato all’origine, quindi all’altro estremo dell’abisso. Così affermano i versi che seguono.
Dunque il cammino fin qui descritto, illustrato anche nella terza frase e là commentato, anziché terminare e cadere come un filo non più trattenuto, giunto ad un certo punto di profondità viene invece raccolto e congiunto all’inizio. Si tratta della traccia di quel ponte di cui ci sono già dei cenni in precedenza, e quest’intervento è opera maschile. Sono io, dice l’uomo alla sua metà nascosta che sta ormai acquistando un nome e un aspetto, che riprendo il filo del viaggio iniziato nell’oscurità e nel segreto del tuo corpo e che si è svolto nel modo che si è detto. Sono io che consapevolmente ora lo porto fino all’altra sponda, quella dove è iniziato, illuminando con la conoscenza le tenebre e il mistero.
Si può facilmente arguire, giunti a questo punto, che, oltre a quello nuovo di cui si sta ora discorrendo, esiste un altro cammino oscuro: quello nel corpo materno, che a differenza di quest’ultimo viene percorso inconsapevolmente, e che perciò dell’abisso c’è già stato superamento. Oppure i due sono uno solo, ma ora il condotto tenebroso e misterioso viene illuminato dalla coscienza.
È la donna, dunque, il ponte antico e l’antico attraversamento sempre in funzione e continuamente usato. Ma si tratta di una struttura costruita dalla natura per far passare la specie e non il singolo individuo. Anzi di simili passaggi, oltre a quello nella donna, ce ne sono molti e di ognuno innumerevoli copie: negli animali, nella terra, negli spazi siderali dove si originano le stelle e i pianeti. Dove però chi passa, passa perché gettato e spinto, a sua completa insaputa, e perciò chi arriva non sa da dove. Ed è, allora, per por fine a quest’ignoranza che il nuovo passaggio sta sorgendo ad un livello superiore, da dove già si domina l’altro, e tale conoscenza è la risposta alle eterne domande: da dove vieni, chi sei, dove vai.
Terminiamo con una riflessione su quel che abbiamo appena esposto: se ciò che qui sta svolgendosi è il tracciato dell’ultimo ponte ed è opera maschile, il precedente più vicino e che di più gli assomiglia è, dunque, nella donna, è la donna. Un ponte antico in lei ed ora uno nuovo in lui. In lei nel ventre, in lui nella testa per ora. Oppure, lo ripetiamo, si tratta dello stesso passaggio che diventa luminoso. Ecco perciò un altro aspetto della coincidenza degli opposti, ecco un nuovo segnale della loro sostanziale identità. C’è addirittura lo scambio delle parti a questo punto e appare in modo chiaro e distinto che è necessario attraversare entrambi i passi, quello della vita e quello della conoscenza, o lo stesso in due modi diversi − inconsapevolmente e consapevolmente − per riuscire ad arrivare all’unità immutabile ed eterna.
L’ultimo verso afferma che non è la prima volta che l’abisso viene superato da un singolo vivente in questi due modi, vale a dire da uno che giungendo in queste plaghe, riservate alle metà distinte e contrapposte e perciò destinate alla scomparsa, afferma di esserci già stato. Questi casi sono noti e non c’è da dubitare della buona fede di chi li ha raccontati e lasciati in eredità. Di alcuni abbiamo già parlato e forse ritorneremo sull’argomento.

11.

Il segreto è tutto lì, dentro il tuo grembo,
e nella bellezza che si coglie nell’uscita.
Quella tua, voglio dire, la più grande,
il tuo volto che appare a chi da te spunta.
A me, invece, è stato ordinato
di decifrare il tuo segreto.

“Dove c’è il più bello che si mostra/ gli è accanto il più profondo che contiene la sua radice”, canta Hölderlin in una sua poesia. Similmente il punto più oscuro della notte è il più vicino all’alba, la montagna più alta affiora dalla fossa più profonda, la vela più esposta ai venti ha la chiglia di deriva più penetrante. E cosa c’è di più abissale di un ventre di donna se lì si annida l’origine della vita! Perciò la sua bellezza è la più grande: quella che vede il bambino quando esce, quella che attira e spinge l’uomo a penetrarla.
E mi pare che non finiranno ingressi e uscite anche quando la coincidenza degli opposti sarà raggiunta. Mi pare che l’Uno, il prossimo Signore della Terra, non rinuncerà ad apparire nei due modi e perfino alla divisione in due, per continuare a vedersi anche a faccia a faccia, com’è già avvenuto d’altronde in Cielo.
Nel pantheon indiano incontriamo Mitravarunau, cioè “Mitra e Varuna” insieme, simbolo della divinità “totale”, in cui sono compresi i due “aspetti” della divinità: manifestato e non manifestato, luce e tenebra, visibile e non visibile, ecc. Ma i due sono anche separati, e perciò appaiono anche divise le due facce e con loro luce e tenebra, ecc., come sempre accade nel mondo delle metà contrapposte. Oppure ci sono i due “aspetti” del Brahman, apara e para, cioè inferiore e superiore, visibile e invisibile.
Nel Buddhismo, Mâra, la Morte, è anche Kâma, l’Eros, vale a dire lo Spirito della Vita.
Il dio del tempo illimitato degli Iranici, Zurvan, che gli storici greci traducevano con Cronos, era anche lui androgino. Da Zurvan sono poi nati i due fratelli gemelli, Ohrmazd e Ahriman, rispettivamente il dio della luce e quello delle tenebre, che perciò hanno la stessa origine. Gli dèi che le simboleggiano lo fanno intendere chiaramente: l’una e l’altra sono solo gli aspetti consecutivi della stessa realtà. Per chi le osserva isolatamente, sembrano essere separate e in conflitto, ma il sapiente coglie la loro origine comune, anzi un solo medesimo essere, visto sotto il duplice aspetto di manifestato e non manifestato.
Ermete affermò che tutti gli esseri, sia animali sia non animali, hanno i due sessi, e per questo ritenne che la causa di tutte le cose (cioè Dio) complicasse in sé il sesso maschile e quello femminile, di cui egli credeva che Cupido e Venere fossero l’esplicazione. E Valerio Romano sostenendo il medesimo principio, cantava Giove onnipotente come Dio genitore e genitrice.
Anche il Dio dei cristiani è padre e madre assieme. L’hanno detto in molti, ultimamente anche Papa Luciani nel suo pur brevissimo pontificato e l’attuale Giovanni Paolo II. E se è anche madre, non è solo altezza ma anche abisso, non solo luce ma anche tenebra, come ben hanno saputo Giovanni della Croce e altri mistici.
Nella mitologia greca c’è Giano bifronte e in alcune rappresentazioni una delle due facce è femminile.
Anche il nome di Dio, qualunque sia, è noto e non noto, manifesto e segreto, voce e silenzio. E ciò, naturalmente, nello stesso momento che viene pronunciato, quando sembra esistere soltanto il manifesto. Diciamo nomi di cose, Dio fra esse, che sono come iceberg, nascoste per la maggior parte. Nessun nome è perciò in sé conchiuso ma sempre aperto, sempre da completare. In ogni modo non è mai di più della metà. Se diciamo infinito è anche nulla.
Di tal nome si dice nell’Ermetismo: “Tu, ineffabile, indicibile, tu il cui nome è pronunciato solo dal silenzio”.
Di tal nome si dice nel Taoismo: “Io non ne conosco il (vero) nome, ma lo designo con l’appellativo di ‘via’. Sforzandomi per quanto possibile di definirla con un nome, la chiamo ‘grande’. ‘Grande’ significa procedere, ‘procedere’ significa ‘allontanarsi, ‘allontanarsi’ significa ‘tornare’”. Perciò il Tao più lontano è contemporaneamente il più vicino.
Nella Bibbia il nome più noto è quello delle quattro lettere (il tetragramma); e nella Cabala s’incontra l’affermazione secondo cui JHW”H indica il Dio rivelato, e quindi il Dio d’Israele, mentre Elohim è l’appellativo del Dio nascosto.
In filosofia il nome segreto di Dio è nascosto nella dotta ignoranza. Essa è l’estrema conoscenza razionale che giunge sul confine, che qui abbiamo chiamato Tramonto, e si volge all’inconoscibile e intuisce e immagina.
Ha detto Dionigi Areopagita: “…alla Causa di tutte le cose che è superiore a tutte le cose non si addice nessun nome e si addicono tutti i nomi delle cose che sono…”.
Ha detto Nicolò Cusano che “anche i pagani chiamavano dio con nomi diversi rispetto alle creature (che ne hanno uno solo). Lo chiamavano Giove per l’ammirevole giustizia, Saturno per la profondità dei pensieri, Marte per le vittorie in guerra, Mercurio per la prudenza delle decisioni, Venere per l’amore che conserva la natura, Sole per la forza dei movimenti naturali, Luna per la conservazione degli umori nella quale consiste la vita, Cupido per l’unione dei due sessi per la quale lo chiamavano anche Natura in quanto conserva le specie delle cose mediante i due sessi…Perciò i nomi che esplicano (Dio) possono essere molti, ma mai tanti e tanto grandi da non poter essere di più. Ciascuno di essi sta al nome appropriato e ineffabile di Dio come il finito sta all’infinito”.
Nei più perfetti mistici dell’Islam, la presenza divina è manifestata attraverso un “angelo uomo” dall’aspetto androgino. Il “compagno” e “amato” di Hafiz o di Suhrawardi non sono precisati in quanto al genere grammaticale; né il pronome né il verbo persiano indicano il genere quando si tratta di questo essere angelicato (seraph), immagine dell’uomo perfetto.
Uno dei simboli principali dell’ermetismo alchemico era Rebis (letteralmente “due cose”), l’androgino cosmico, rappresentato iconograficamente sotto la forma di una creatura umana bisessuale. Rebis nasceva dall’unione tra il sole e la luna o, in termini alchemici, tra lo “zolfo sofico” e il “mercurio sofico”. Chi poteva ottenerlo, si trovava, di fatto, in possesso della pietra filosofale, poiché essa si chiamava anche Rebis o “Androgino ermetico”.
Perché tutto questo panegirico? Per ricordare, che per ciò che sta accadendo in terra per l’uomo e la donna, ci sono stati precedenti nel mito, nella religione, nella conoscenza esoterica, in quella filosofica. E come quei personaggi che univano in un solo aspetto le due metà, così saranno gli aderenti al Patto. Sotto quest’aspetto, gli dei, gli angeli, gli eroi, sembrano previsioni, anticipazioni, o forse anche indicazioni del segreto da decifrare.
Spunta in tal modo un’altra idea su tal segreto: esso è la contemporaneità d’apparenza e nascosto, d’altezza e abisso; ciò che uomo e donna sono nel Patto e che le sue frasi hanno già rivelato in buona parte. E si continua.

 

12.

Il ventre di donna ha oggi
due aspetti, come ogni altro cosa:
quello di origine e sviluppo della vita
e l’altro di bomba demografica.
Oggi è il secondo che prevale
e si può capire perché è inconsciamente rifiutato,
perché ci sono tanti omosessuali e lesbiche.
La continuazione della specie
in modo così dirompente e dilagante
è diventata oggi una iattura, un pericolo,
e perciò c’è reazione contro la causa.
Ma un giorno ridiventerà preziosa la donna
come è già stata, anzi lo è già immensamente
per chi conosce la “coincidenza degli opposti”
e sa che il prossimo gradino di sviluppo
non è la continuazione della specie
ma quella dei due uniti in uno solo.

 

In questo mondo, tutte le cose sono a metà, come abbiamo avuto modo di dire anche nei commenti della terza e quarta frase, o sono interi con una faccia invisibile e perciò è come se essa non ci fosse, perché qui ha riconosciuta dimora solo quel che si vede e si tocca. Anche perché l’altra parte se è invisibile agli altri è pure sconosciuta a se stessi ed è presente solo nei modi della tenebra illimitata, del sonno e sogno, dell’inconscio, del desiderio, dell’aspirazione all’unità, della fede, dell’erotismo, della morte, e molto spesso della violenza sugli aspetti noti, quasi che essi rappresentino un’usurpazione e come per ristabilire un equilibrio, anzi per alcuni la giustizia.
Il primo che all’inizio della nostra civiltà ha indicato l’ingiustizia presente nel mondo duplice e molteplice è stato Anassimandro, il sapiente del sesto secolo a. C. Il suo pensiero suona così: “Là dove le cose hanno il loro sorgere, ivi è anche il loro venire meno, secondo necessità. Esse debbono infatti fare ammenda ed esser giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo”; e si sa che l’origine è L’ápeiron, cioè il non-limitato, non-finito, non-particolare. Qui ci è come dato di ascoltare il momento del distacco dall’origine degli enti e la loro diffusione e dispersione. Una specie di creazione o emanazione, perciò, del mondo numeroso e vario, perché questo frammento è anche il primo della sapienza greca che è giunto fino a noi ed è l’unico di quel grande. Poi il loro declinare come condanna a causa della loro differenziazione e il ritorno alla casa comune.
Dello stesso avviso Lao-tzu, per il quale le cose escono dal Tao − un altro nome dell’Innominabile, Indistinguibile, Impronunziabile −, attraversando “La Porta della misteriosa femmina/ [che] è la scaturigine del Cielo e della Terra”, per poi ritornare al luogo d’origine, ed esso è richiesto, perché “Il tornare è il movimento del Tao”, e in tal modo si compie la giustizia.
Il ritorno all’unità è, dunque, anche ciò che la giustizia vuole; è la bilancia che non ha più un piatto alto e uno basso, ciò che invece sempre succede nella dimensione delle cose divise a metà. Quel che accaduto per tanti secoli ad uomini e donne così scissi, con i primi in mostra e dominanti e le seconde ignorate e neglette.
Dunque perché nel mondo delle metà distinte e contrapposte una è sempre sottomessa e vittima, essa si ribella e si rivolta. Di questo genere, per esempio, è la guerra femminile contro l’oppressione maschile dei secoli scorsi, ma di tal genere anche il grembo di donna che come un ápeiron o un tao minore viene adoperato solo come macchina di riproduzione per la pura e semplice continuazione della specie: come una fabbrica nella produzione in serie di sole metà, spesso ottenuto col mero metodo fisico d’unione dei corpi, e perciò essi, specialmente ai nostri giorni, sono tanto mostrati ed esaltati. Il richiamo sessuale è quel che quasi esclusivamente si propaganda. Il risultato è la moltiplicazione incontrollata e la prevaricazione degli enti che devono invece ritornare all’unità, quella di cui stiamo qui parlando, in particolare modo la coincidenza d’uomo e donna, inizio del ritorno all’unità del tutto.
Di fronte al prevalere dell’aspetto quantitativo che moltiplica le metà, c’è la “reazione contro la causa”, contro il grembo della donna diventato oggi “bomba demografica”. In vario modo si manifestano i rifiuti e le lotte che dal tempo e luogo dove ci troviamo si possono vedere e comprendere e che sembrano difese approntate dalla natura e cultura assieme, forse per la prima volta alleate. Sono esse gli omosessuali e le lesbiche con le loro unioni infeconde, i matrimoni fra loro che in alcuni stati sono diventati legittimi. I corpi si uniscono come prima, ma sono metà dello stesso segno che si sovrappongono, come animali che s’accoppiano da dietro. Come se, guardando ad altre metà contrapposte, notte si sovrapponesse a notte e giorno a giorno, estate ad estate e inverno a inverno. Dov’è in tal caso il cerchio intero, dove sono i frutti che produce, dov’è l’uscita da quei cerchi senza porte, dov’è perciò l’avvenire, dov’è la speranza? Quindi sono certamente aspetti della palude e segnali inequivocabili della morta gora, dove stanno scivolando le viziose vite di tutti nel lettone, queste combinazioni diventate d’attualità, di moda, e argomenti di pubbliche discussioni e di dotte conferenze; ma nel loro degrado, e perché sono aspetti della trasmutazione dei precedenti patti, anche segni inequivocabili di un cambiamento in corso. Quello che il nuovo patto d’amore prospetta e persegue: non più moltiplicazione di metà ma il ritorno d’interi, lasciando per via gli innumerevoli facsimili come copie che svaniscono.
Anche la vecchiaia, la sua continuazione oltre i limiti naturali ottenuta con la medicina, è un altro aspetto della reazione contro l’incontrollata moltiplicazione delle metà distinte e contrapposte. A lasciar vivere i vecchi tanto a lungo va a danno di chi dovrebbe sostituirli occupando il loro posto. Ma per quanto è previsto finora, chi dovrebbe dare il cambio sono soltanto delle metà, ed è contro questa cieca continuazione che la cultura, sia pure nel solo modo della previsione vaga e oscura, si è posta. Perché anch’essa persegue la lunga vita e quindi a suo modo s’inserisce nel progetto.
La soluzione che si prospetta è la realizzazione dell’uno intero nella metà che appare, che perciò conserva il suo aspetto d’uomo e donna. In tal modo si troverebbero assieme essere e apparenza; contemporaneamente vogliamo dire, immutabili nella loro mutabilità, eterni nel loro divenire, immortali nel loro nascere e morire. Ciò che l’esistente è già, ci sembra, ma che finora non sa di essere. Quando queste cose accadranno, per tutti “ridiventerà preziosa la donna”, afferma il dodicesimo verso, come lo è già per chi ha raggiunto la coincidenza degli opposti.

13.

Tu sei per me il cammino nell’oscurità,
io, per te, quello nella luce.
Ma non c’è inizio del Giorno
se non arrivi dalla Notte,
non c’è l’uno senza l’altra, quindi,
o se le due parti sono distinte
non sono separabili.
Un nuovo patto perciò
diventa indispensabile,
altrimenti non saprò mai chi sono io
né tu saprai quello che ti manca.

 

Questo tema compare già nelle pagine precedenti ma ripeterlo giova: il lato oscuro che è parte integrante dell’uomo è il femminile in lui e quello deve circumnavigare per conoscersi. Così dice il primo verso della tredicesima frase, ma non è proprio al femminile nell’uomo che sembra rivolgersi, ma alla donna in carne ed ossa, come se fosse lei il cammino oscuro. Non lo è, infatti? anche fisicamente vogliamo dire. Non c’è un tale cammino nel suo grembo dove passa il piccolo dell’uomo? Ebbene, nell’altro, vale a dire in quello che ognuno ha in sé e non conosce, passa l’uomo nuovo, vale a dire il singolo e non un indistinto e instabile rappresentante della specie umana com’è normalmente e pressoché generalmente ogni nato in questo mondo. Il secondo cammino non è però indagabile come quello fisico, non è a portata di mano per toccarlo ed entrare in esso, ma in un certo modo è anche più vicino e non lo vediamo perché è dietro, come diceva Eraclito del Logos: “Poiché a ciò con cui essi sono più assiduamente in contatto, il Logos, volgono le spalle, e ciò in cui s’imbattono quotidianamente appare loro estraneo”.
Ecco dunque che non l’astratto femminile ma la donna in carne ed ossa è il cammino oscuro. Non solo esso, certamente. Lei è anche la fine del cammino, anche lo sbocco, e il volto bello e le dolci forme che si colgono nell’uscita, ed è la metà coincidente e quindi il risultato dell’unione, ma di tutto questo già si è detto e si dirà.
In un rapporto uguale ma contrario si trova la donna rispetto all’uomo: lui è il cammino nella luce e qui il riferimento è alla metà manifesta dell’intero, vale a dire la civiltà che è stata edificata prevalentemente dall’uomo cui lei ormai partecipa a pieno titolo. “Ma non c’è inizio del Giorno” se non si arriva dalla Notte e viceversa, perciò i due “si danno nascita fra loro”. Queste ultime parole sono di Lao-tzu, ed egli le ha usate non per l’uomo e la donna ma per i due opposti estremi. L’intero verso suona così: “Essere e non-essere si danno nascita fra loro”; ma la stessa cosa vale per ogni altra coppia di opposti. Per il Giorno che spunta dalla Notte, per l’uomo che nasce dalla donna, per la donna che s’illumina nell’uomo, in una dimensione per ora solo indicata, quella del Patto, o che ha solo qualche abitante.
Perciò un uomo senza donna non può esistere. “Non c’è l’uno senza l’altra”, afferma il quinto verso, anche se appare soltanto la metà, maschile o femminile. Mondo delle apparenze o illusorio è, infatti, chiamato questo mondo dai sapienti e da molti filosofi occidentali; samsâra dagli orientali.
Gli ultimi quattro versi ribadiscono la necessità del Patto, non solo per i motivi sopra esposti ma anche perché altrimenti la singola metà non saprà mai chi è. E si ritorna in tal modo a quel “conosci te stesso” dell’antica sapienza da cui è cominciato il cammino della conoscenza che ha portato fino al Patto. Coincidenza degli opposti e conosci te stesso diventano perciò la stessa cosa.

[2/5 − Continua]

2 Risposte to “Il nuovo patto d’amore”

  1. Il nuovo patto d’amore « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] Leggi i capitoli 1-7 Leggi i capitoli 8-13 […]

  2. Il nuovo patto d’amore. Fine « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] i capitoli 1-7 Leggi i capitoli 8-13 Leggi i capitoli 14-23 Leggi i capitoli […]

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