Il nuovo patto d’amore

Il nuovo patto d’amore, fondato sulla coincidenza degli opposti (3/5)

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Dante Gabriel Rossetti, Il sogno di Dante alla morte di Beatrice (1856)

14.

Sai cosa vorrei!
Ritornare passando per il tuo ventre
perché è l’unica via per arrivare
fino a queste plaghe della luce
solare e del pensiero,
ed è anche bello e desiderato
il tuo cammino.

Che ci sia una via del ritorno che il nuovo patto d’amore nomina e pone in primo piano, e che per arrivare alla meta si debba prima affrontare il cammino oscuro, crediamo che anche il più distratto lettore l’abbia ormai recepito. Ed ora la quattordicesima frase − si potrebbe anche dire il quattordicesimo articolo del patto −, ritorna su questa possibilità che si vede e si tocca e afferma che essa è l’oggetto del desiderio per antonomasia che tutti hanno, cui tutti tendono e dove s’immergono, anche se è misteriosa e tenebrosa quella via. E dice anche di più: che quel cammino ora è desiderato anche dall’autore del patto. Vorrei ritornare passando per il tuo ventre, dicono i primi due versi, e sembra che nulla sia posto a condizione e limitazione di quel desiderio. Eppure di una discesa pur sempre si tratta. Eppure nei miti, in molte religioni o forse in tutte, e perfino nel pensiero filosofico, quella nell’oscuro mondo materiale è sempre stata considerata una caduta rovinosa, singola o collettiva. Quella che dal Cielo e dal Totale ci ha fatti arrivare in questo mondo, dove ci troviamo soli, sperduti, in mezzo alle necessità, ai dolori, alle malattie, come appunto narrano quelle fonti antiche. Ne ricordiamo alcune.
Nell’Inno alla perla che si trova negli Atti di Tommaso, “Un principe giunge dall’Oriente per cercare in Egitto la perla unica che si trova in mezzo al mare, avvolta nelle spire del serpente a sonagli”. La perla è l’anima dell’uomo decaduta che egli dovrebbe riportare in patria, ma in Egitto viene fatto prigioniero degli uomini del luogo, che gli fanno mangiare il loro cibo, così che egli dimentica la sua identità: “Ho dimenticato ch’ero figlio di re e ho servito il loro re; ho dimenticato la perla per la quale i miei genitori mi avevano inviato e per la pesantezza del loro nutrimento caddi in un sonno profondo”. Non è difficile cogliere il significato delle immagini, spiega Mircea Eliade che ha commentato questo racconto nel suo libro Storia delle credenze e delle idee religiose. Il Mare e l’Egitto sono i simboli comuni del mondo materiale, in cui sono caduti prigionieri sia l’anima dell’uomo sia il figlio del Re − qui nelle vesti di Salvatore ma non perciò immune dalle attrazioni materiali −, inviato a riscattarla. Disceso dalle regioni celesti, l’eroe abbandona il suo “manto di gloria” e indossa l’ “abito immondo”, per non distinguersi dagli abitanti del paese; si tratta dunque dell’’involucro carnale’, del corpo, nel quale s’incarna.
In una leggenda indiana che risale all’epoca delle Upanishad − anch’essa esposta e commentata da Mircea Eliade nel libro già citato −, il maestro yogi, Matsyendranâth “s’invaghì di una regina e si stabilì nel suo palazzo” , dimenticando completamente la propria identità o, secondo un’altra variante, cadde prigioniero delle donne “nel paese di Kadali”. Qui è apertamente la donna la causa della caduta, ed è la via “carnale” che conduce all’oblio della propria natura immortale con i miraggi della vita profana.
Nella Bibbia la caduta avviene dall’Eden alla Valle di lacrime, e anche questa è provocata da una donna, Eva.
Oltre che per irresistibile attrazione fisica, si cade o si scende per amore.
Orfeo ha affrontato la via dell’abisso infernale per trovare la moglie Euridice, che era stata improvvisamente ghermita dalla morte, e riportarla in vita.
Ulisse è andato a cercare fra le ombre dei morti l’indovino Tiresia, per sapere se il destino gli concedeva di ritornare alla sua isola e rivedere la moglie Penelope.
Teseo e Piritoo sono scesi negli Inferi per riprendere Persefone, la splendida fanciulla che era stata rapita e portata là sotto da Hades, il fratello di Giove, re di quel regno, che voleva farla sua sposa. L’hanno trovata ma l’impresa non è riuscita e i due sono rimasti imprigionati.
Dante è sceso all’Inferno e l’ha percorso da cima a fondo, ha attraversato il Purgatorio ed è entrato in Paradiso per rivedere Beatrice e farsi perdonare tanti peccati commessi in gioventù.
Oppure ci sono anche cadute collettive o generali.
Nel mondo classico c’è la discesa dell’umanità dall’età dell’oro fino a quella che Esiodo chiamò età del ferro, e poi ne ha sottinteso una ancora più sotto, probabilmente questa dove oggi stiamo conducendo le nostre vite perdute nel nichilismo. Nell’età dell’oro gli uomini vivevano “come dèi, senza affanni nel cuore,/ lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava/ la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia,/nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni;/ morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni/ c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra/ senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti,/ sereni, si spartivano le loro opere in mezzo a beni infiniti.” Invece nell’età del ferro “né mai di giorno (gli uomini) / cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte,/ annichiliti; e aspre pene manderanno loro gli dèi./ Però, anche per questi, ai mali si mischieranno dei beni./ Ma Zeus distruggerà anche questa stirpe d’uomini mortali/ quando nascendo avranno già bianche le tempie;/ allora né il padre sarà simile ai figli né i figli al padre;/ né l’ospite all’ospite, né l’amico all’amico/ e nemmeno il fratello caro sarà come prima;/ ma ingiuria faranno ai genitori appena invecchiati;/ a loro diranno improperi rivolgendo parole malvagie,/ gli sciagurati, senza temere gli dèi; né/ ai genitori invecchiati di che nutrirsi daranno.”

Nel mondo cristiano, per Meister Eckhart la creazione stessa è una caduta, attraverso cui l’Indistinto cade nelle distinzioni e produce la molteplicità degli esseri. L’Uno precipita allora nel male e nel non-essere.
Nella sapienza e filosofia parlano di cadute dell’anima nel carcere del corpo Ermete Trismegisto e Socrate, da cui poi si dovrà cercare di risalire attraverso una dura espiazione.
Ha detto il primo: “Vedi, o figlio, attraverso quanti corpi noi dobbiamo passare, attraverso quante schiere di demoni, attraverso quale successione continua e quali orbite di astri, per affrettarci verso l’Uno e Solo”.
Ha detto Socrate che il corpo umano dove l’anima si è incarnata è un carcere, una tomba, da cui si esce con la morte, ed essa non è perciò da fuggire, ma si deve aspettarla come una liberazione. Come lui ha fatto
Così alcune delle cadute presenti nelle religioni, nei miti, nella poesia, nella sapienza, nella filosofia, eventi considerati sempre tragici e funesti.
Ma quale sorpresa ora in questa tredicesima frase! Quel che sempre è apparso in tal modo viene addirittura desiderato, voluto, perseguito. Ora diventa la via che scende, ma che è necessario prendere se si vuole risalire e ritornare.
Anche le altre cadute avevano ritorni, ma per chiamate dall’alto, per aiuti trascendenti, o seguendo le vie della virtù e della conoscenza come in Socrate. Così nell’Inno della perla sono i genitori del principe che gli inviano una lettera dov’era scritto: “Svegliati e levati dal sonno e ascolta le parole della nostra terra. Ricordati che sei figlio di re. Vedi in quale schiavitù sei caduto. Ricordati della perla per cui sei stato inviato in Egitto”. E il principe ruppe il suggello, la lesse…Si ricordò di esser figlio di genitori regali… Gli tornò in mente la perla per cui ero stato inviato in Egitto e si misi all’opera per incantare il serpente a sonagli. Con l’incantesimo lo fece addormentare, poi pronunciò su di lui il nome di suo padre, prese la perla e si affrettò verso la casa paterna”.
Nella leggenda indiana è il discepolo, Goraknâth, che salva Matsyendranâth. “Gli compare dinanzi sotto le sembianze di una danzatrice e si mette a ballare accompagnandosi col canto di melodie enigmatiche. A poco a poco, Matsyendranâth ricorda la propria identità, capisce che la ‘via carnale’ conduce alla morte, che il suo ‘oblio’ era in fondo l’oblio della propria, vera natura immortale e che gli ‘incanti di Kadali’ rappresentano i miraggi della vita profana. Goraknâth gli spiega che è stata la dea Durga a provocare l’‘oblio’ che per poco non gli costava l’immortalità; questo incantesimo, aggiunge Goraknâth, simboleggia l’eterna maledizione dell’ignoranza che la ‘Natura’ (cioè Darga) fa gravare sull’essere umano”.
Nella religione cristiana il ritorno in Paradiso ha richiesto il sacrificio del figlio di Dio, evento simile a quello descritto nell’Inno della perla, dove il Salvatore è il figlio del Re.
Rispetto a questi che portano a mondi trascendenti, il ritorno che Il nuovo patto d’amore stabilisce possiamo chiamarlo piccolo. Vale a dire non conduce nell’Iperuranio, o nel Pleroma, o nel Nirvana, o in Paradiso, o nell’Essere, ma alla coincidenza degli opposti che s’aggiunge all’esistente che già c’è: a questo mondo che ritorna ogni mattina aprendo gli occhi, anche se a volte dopo qualche esitazione quando si proviene da un profondo sonno, e agli enti apparenti da un solo lato, costretti a camminare verso la propria fine. Perciò molte cose sono cambiate dai tempi dei miti e delle religioni dominanti. Prima davvero la discesa portava al regno della solitudine, dello smarrimento e della morte. Ma ora se s’inizia da un grembo di donna entrando in esso, è per poi uscire con ben altre possibilità e prospettive: l’unione con l’altra metà che si vede e si conosce, che si guarda da fuori ed è bellezza.
In ogni modo si è sempre entrati lo stesso, anche se appariva soltanto la parte del cammino che portava fino all’abisso dove si precipitava, e così si continua ancora. Indipendentemente dalla nuova conoscenza che stiamo qui illustrando perciò, la prima forse che parla del superamento della tenebra che sta alla fine d’ogni vita su questa terra. Nessuno quando entra nella donna e sparge i suoi semi, e molto spesso perché rimanga incinta, pensa al destino solitario e mortale del bambino che nascerà: vale a dire anche se allo stato attuale le cose si mostrano nel modo che si è appena detto.
Se tutto ciò è sempre avvenuto e avviene nonostante i risultati che finora si conoscono, che sono fallimentari, per cui si dovrebbe evitare di moltiplicarli, perché si continua? Perché la segreta aspirazione all’unità d’uomo e donna ha sempre operato, sia pure in modo oscuro e segreto, e pur di raggiungerla sono state seguite le vie più insidiose, ci siamo perduti nei luoghi più bui, abbiamo sopportato le pene più grandi. Solo così si può spiegare questo modo di procedere: soltanto se nel profondo la coincidenza uomo donna è sempre esistita.
E qui si dimostra che così è sempre stato, che si è sempre segretamente saputo che si doveva solo trovare la via dell’unità.

15.

Certamente la donna è la causa delle ricadute
negli immutabili cicli della natura
per cui sono anche inganni il suo volto
il suo sorriso, le forme tenere e rotonde,
dei suoi seni e dei suoi fianchi,
i fori d’ingresso nel suo corpo.
Ma la ripetizione instancabile della vita
rappresenta anche l’unica speranza
di cercare e trovare l’uscita da quei giri,
ciò che ho già incominciato a comunicare
e insegnare. E in questa scoperta è contenuto
il completo riscatto della donna.

La quindicesima frase si sofferma sui caratteri femminili che attirano fino alla profondità del suo corpo, ciò che per i miti, le religioni, la sapienza, la filosofia, sono state e continuano ad essere le cadute nella materia, assumendo rivestimenti carnali e vivendo vite miserabili, solitarie, dolorose. Quel che abbiamo visto esposto nel capitolo precedente, insomma. Perciò non c’è dubbio: volto, sorrisi, seni, fianchi rotondi e capaci, fori d’ingresso sono trappole se poi le conseguenze sono quelle che sappiamo.
Ma chi o che cosa viene attirato nella trappola mortale? Ben si sa: l’anima. La perla dell’Inno della perla, la sapienza dello Yogi nella novella indiana, la condizione divina di Adamo o dei primi uomini che vivevano assieme agli dei nell’età dell’oro. È un po’ questo il discorso: c’è una lunga strada che sale dal profondo − dove si annidano i semi della vita umana come nella terra quelli delle piante −, che con tanta fatica e rischio si riesce a percorrere, si raggiungono le luci del sole e della ragione, alcuni arrivano fino alla regioni celesti e perfino ad incontri diretti con la divinità, e all’improvviso di nuovo giù. All’improvviso appare la donna terrena che attira con le sue bellezze e le sue grazie: anche i poeti, i saggi, i santi, i filosofi. All’improvviso di nuovo dentro le tenebre di corpi materiali dopo aver raggiunto il settimo cielo, la patria divina, la casa del Padre. Allora dagli alle donne. Non c’è parola di disprezzo che i Padri della chiesa hanno loro risparmiato. Meglio ancora era bruciarle quelle streghe. E metterle da parte se non si poteva eliminarle tutte perché contassero il meno possibile, o segregando in convento quelle che si votavano a Dio, collocamento spesso imposto. Sono poi noti i divieti rivolti soprattutto ai religiosi perché evitassero ogni commercio carnale. Insomma un immenso ostracismo durato millenni.
E non si può dire che non fosse motivato, dunque; anzi in modo così palese che perfino la filosofia ha preso spesso le distanze dalle donne. La misoginia è una caratteristica di alcuni dei più grandi filosofi, di Kant, Hegel, Schopenhauer e molti altri.
A voler ora soffermarci sulla prima parte del cammino, la discesa o la caduta e solo su quella, con la salita o la salvezza che giungono da altre fonti − dalla fede, da un Salvatore e per grazia divina −, è evidente che per la donna c’è solo la colpa, ed è quanto è accaduto finora, con la condanna impartita spesse volte anche dalla filosofia, vale a dire dal massimo tribunale della ragione.

Invece ecco un’altra sorpresa rappresentata dai versi sette, otto e nove. Se è vero che c’è stata e c’è caduta, solo “le ripetizioni instancabili della vita” ci hanno permesso di affrancarci dagli eterni giri dell’“eterno ritorno”, che Nietzsche ha chiamato “il peso più grande”. Provando e riprovando è nata la scienza del ritorno, oltre a quella esatta della natura, ed è diventato visibile il nascosto dopo che una Porta s’è aperta sul cerchio per lasciarci passare e qualcuno è anche uscito. Cosa che il Patto ora presenta come una possibilità alla portata di tutti; anzi come una presenza, pressoché sconosciuta finora perché esso non è stato ancora presentato, ma che diverrà “vera”, “reale”, come si afferma che sono le scoperte scientifiche, appena si comincerà a firmarlo in molti.

16.

Il Riscatto completo della donna
come molla e genitrice degli eterni giri
in questa prima linea che è la vita umana,
ci sarà quando l’esistenza nostra non apparirà più
un continuo ritorno dal misterioso
e inesplorato dominio della morte
senza che nulla rimanga del passato,
ma ci sarà vittoria e conquista.
Fino a quel momento l’ingresso nel suo ventre
e ciò che segue è una caduta
e uscire da esso per salire
una sconfitta annunciata
un’altra bocciatura all’ultimo esame.

Il completo riscatto della donna comincia dunque con la scoperta che dalle cieche ripetizioni si può uscire. Comincia quando la via che scende e quella che sale sono una sola perché coincidono, come ha affermato Eraclito più di venticinque secoli fa.
Per lui naturalmente non si trattava di una pura e semplice constatazione, ma di un esempio di opposti, assieme ad altri, della loro coincidenza, e della comprensione di tutto ciò. E la totalità di essi era Dio: “Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta ormai come (il fuoco) quando si mescola ai profumi e prende il nome di ognuno di essi”. Oppure Dio si può ravvisare nella coincidenza dei due opposti estremi: l’essere e il non essere dove tutti gli altri sono iscritti.
Dunque non ci sono due vie: quella che scende diversa da quella che sale e la prima come caduta, come immissione nella materia, era addebitata alla donna, e la seconda come salita fino alle regioni celesti era accreditata a Dio. Se le due sono una sola, allora c’è anche un solo custode dove inizia e dove finisce e c’è l’uscita, perché anche questi due termini sono uno solo. D’altronde non è pur vero che anche nella donna dove si entra anche si esce, e l’uscita è nella luce!
Prevedo l’obiezione: sempre di un mondo materiale si tratta, dall’interno di un corpo si esce in uno spazio fisico che ne contiene innumerevoli, dove la vita si svolge nei modi già detti finché non si arriva alla tomba. D’accordo, ma è per questo che si prova e si riprova finché non si trova l’ostacolo più grande e lo si supera, ciò che è ormai il nuovo patto d’amore, con uomo e donna nella veste di opposti coincidenti. Finché non si giungeva a questa scoperta c’era caduta, sconfitta, c’era la bocciatura all’esame finale e la ripetizione del corso precedente.
Rimane tuttavia qualcosa di non ancora sondato in questo dire, a meno che non ci riesca a farlo ora. Il ragionamento suona così: si prova e si riprova quando si ha almeno l’idea di dove si vuole arrivare, e non si può certo giurare che ci fosse quella della coincidenza degli opposti, anche se vaga e lontana, in tutti quelli che hanno fatto all’amore nei secoli e millenni trascorsi per avere figli. Perché allora questo nascere per morire? Perché amore e morte stanno assieme è la risposta, e la seconda è così collegata che a volte appare perfino desiderabile quando il primo si dibatte in grandi difficoltà. E d’altronde non sono anch’essi due opposti che si cercano e si completano a vicenda? Allora ecco la soluzione dell’enigma: amore e morte sono gli opposti, non presenti nel campo della conoscenza chiara e distinta, la cui segreta coincidenza ha anticipato quella d’uomo e donna come ora si sta mostrando nel Patto.
Saranno perciò sostituiti da questa nuova visione? Certamente no. L’uomo e la donna c’erano già in amore e morte e c’era già il sentimento dell’eternità dell’amore e perciò del superamento della morte. Moriamo assieme per risorgere a vita eterna, dicevano gli amanti cui non era dato di rimanere uniti in questa dimensione. Perciò il nuovo patto d’amore nulla toglie all’antica e sempre viva coincidenza di amore e morte ma soltanto aggiunge e perfeziona: dimostra che non era infondato il sentimento antico.
Comunque, non soltanto nell’impresa d’amore, amore e morte stanno assieme, ma anche in ogni altra qui sulla terra che ha contato e conta. Com’è accaduto agli eroi antichi, le cui imprese più grandi sono state il superamento del lato oscuro, o almeno il coraggio di affrontarlo e i tentativi compiuti.
Gilgamesh ha tentato il superamento delle “acque di morte” per scoprire dov’era stato portato l’amico Enkidu rapito dalla morte, ma non è riuscito nell’impresa.
Ercole montò sulla barca di Caronte, il nocchiero della livida palude formata dal fiume Stige, deciso ad attraversare quel pelago per entrare nell’Averno e catturare Cerbero, il cane trifauce di Ades dio dei morti, e la sua impresa fu coronata dal successo.
Enea, il fondatore di Roma, è disceso nell’Averno, attraverso lo spaventoso fiume dei morti, per parlare con l’ombra del proprio padre Anchise, per conoscere da lui il destino delle anime, il destino di Roma, ch’egli stava per fondare, “e in qual modo egli avrebbe potuto evitare o sopportare qualsiasi fardello”. Poi, attraverso la porta d’avorio, fece ritorno ai compiti che lo attendevano nel mondo.
Così alcune delle grandi avventure antiche ed oggi, come allora, la sfida alla morte ancora continua nelle imprese più grandi dei nostri giorni: quelle che portano dei solitari sulle cime più alte, nei luoghi più inospitali per attraversarli: oceani, deserti, ghiacci dei poli, oggi anche gli spazi dei pianeti e delle stelle per raggiungerle. E il motivo è sempre lo stesso: aggirare la morte, o aspetti di essa, per collegarla alla vita nel circolo morte-vita, una delle coincidenze più importanti.

17.

Per chi aspirava all’Uno, a Dio,
all’Atman, al Nirvana, al Pleroma,
era naturale addebitare alla donna la caduta
negli immutabili giri della natura
e quella colpa non è ancora cancellata.
Solo se si esce dagli eterni giri
ci sarà completa riabilitazione.

Perché la via carnale non portava fino al cielo, era caduta e peccato cominciarla e la colpa era attribuita alla donna, spesso in modo diretto e palese. E i giudici di quei tribunali condannavano e venivano eseguite le sentenze. Ancor oggi è così anche se in misura minore, perché sono mutati i rapporti di forza e di potere delle parti. Ma c’è ancora l’ignoranza della causa, quella di cui si sta occupando il Patto, perché la causa è la metà nascosta e sconosciuta che l’altra metà, che si trova nella luce del sole e della coscienza, si porta appresso, come il volto la nuca, come il petto la schiena, come la veglia il sonno. Da ciò derivano tutti i guai, le miserie, i peccati e soprattutto l’interruzione della via che sale in alto.
Se solo ora il Patto apre in modo chiaro e distinto a questa conoscenza, ci sono stati però dei precedenti. Sono i grandi amori e in essi è la donna che salva.
È Beatrice che salva Dante: per rivederla lui attraversa l’Inferno e il Purgatorio e arriva in Paradiso.
È Margherita che salva Faust. È lei che lo trattiene dalla caduta nella perdizione e l’accompagna per la via che porta in Cielo.
Ecco cosa sono i grandi amori: anticipazioni della strada che continua e dell’abisso che viene superato.

18.

Sto occupandomi della metà nascosta
e della coincidenza con quella che appare,
quindi anche di voi
carissime compagne di viaggio
che di tutti gli aspetti di essa
siete il più vicino e affascinante,
come il cielo stellato della notte,
e l’aurora alla fine del viaggio

L’abbiamo già trattato quest’argomento che costituisce il tema della diciottesima frase, perché sono già passati sotto i nostri occhi versi simili, ma ritornarci non sarà una pura e semplice ripetizione. L’argomento è il patto d’amore fra uomo e donna, il quale però è soltanto uno degli aspetti di una più vasta e profonda unità che si chiama coincidenza di tutti gli opposti. Perciò occuparsi di uno di loro significa aprire a tutti: all’ignoto opposto al noto, al male contrario del bene, al nulla che per molti filosofi e mistici e l’altra faccia di Dio. Eccetera, eccetera.
Perciò − e i versi sono chiari in proposito, parlano delle due metà più vicine −, il nuovo patto d’amore s’inserisce in un contesto ben più vasto, da cui anzi non rimane fuori nulla, vale a dire neppure il nulla come si è visto specialmente nella sesta frase. Ma in tal modo s’invadono i campi della filosofia, della sapienza, della religione, cose vaghe e lontane, spesso inafferrabili. Qui invece solo quello dell’amore, o esso in misura prevalente, e il suo oggetto è vicino, afferrabile, si prende, si stringe, si accarezza, si bacia, si penetra: di tanto è la più cercata fra gli opposti, di tanto è la più adatta in questo progetto d’unità!
Si può perciò affermare che si comincia dalla coppia d’opposti uomo donna, e poi anche gli altri ci saranno dati, anche il Regno dei Cieli che è il tempo e il luogo dell’unità completa e totale. E questa non è neppure un’idea che nasce ora ma ha origini antiche e antiche manifestazioni.
Nel Vangelo secondo l’apostolo Tommaso, che Gesù stesso chiamò “didimo”, cioè “gemello”, è detto: “E quando farete del maschio e della femmina una cosa sola in modo che il maschio non sia più maschio e la femmina non sia più femmina…, allora entrerete nel regno”.
Si legge nello Zohar ebraico che “ogni anima e ogni spirito, prima di penetrare in questo mondo, è composto da un maschio e una femmina uniti in un solo essere. Quando discende su questa terra, le due parti si separano e si animano in due corpi diversi. Al momento del matrimonio, il Santo, li unisce di nuovo come prima, e di nuovo essi costituiscono un solo corpo e una sola anima, formando così la destra e la sinistra di un individuo… Questa unione, tuttavia, è influenzata dalle azioni dell’uomo e dal modo in cui si comporta. Se l’uomo è puro e la sua azione è gradita a Dio, egli viene unito alla parte femminile della sua anima, che faceva parte di lui prima della nascita”.
In un frammento da un testo apocrifo, chiamato Il vangelo degli Egizi, conservato da Clemente Alessandrino è affermato che il Redentore, interrogato su quando sarebbe venuto il Suo regno, ha risposto: “Quando quei due (maschio e femmina) saranno uno solo, nell’esterno come nell’interno, e il maschio con la femmina non sarà né maschio né femmina”.
Alla fine dei tempi – questi che stiamo vivendo −, per Paolo di Tarso ci sarà la riconciliazione dei contrari: “Non vi è né schiavo né uomo libero, né uomo né donna”.
Nel Vangelo apocrifo di Filippo sta scritto: “Grande è il mistero del matrimonio! Perché senza di esso il mondo non sarebbe esistito. Ora, l’esistenza del mondo dipende dall’uomo, e l’esistenza dell’uomo dal matrimonio”. Dove matrimonio è uno dei nomi della coincidenza degli opposti.
Il profeta Maometto ha affermato che se si vuole davvero avvicinarsi alla vera religione, si deve prendere almeno metà della scienza religiosa da Aisha sua moglie.
Qui emerge un aspetto donna ben diverso da quello ufficiale ancora in auge nelle religioni dominanti in Occidente: l’aspetto dell’unità uomo donna e perciò quello della coincidenza degli opposti. Un aspetto che è stato offuscato nel lungo periodo in cui la ragione, usata soprattutto dall’uomo, ha dominato, come il giorno del sole la notte, e la ragione ha esteso la sua influenza anche sulle religioni che con essa hanno dovuto fare i conti e mettersi d’accordo.
Il finale di questa diciottesima frase è un inno alla bellezza femminile. Se il giorno è la luce del sole cui è paragonata la ragione, ma è solo quella di una stella, voi donne − canta il verso − siete lo splendore di tutte perché soprattutto vostro è il cielo della notte. E siete anche la fine del viaggio e la bellezza che appare nell’uscita.

19.

Raggiunta la Coincidenza degli Opposti
la metà nascosta si manifesta
e quella più vicina è la donna.
È con te, sei tu, e non si perde.
Diventa inesauribile l’amore.

È detto ancora una volta con chiarezza: quando si raggiunge la coincidenza degli opposti, quella di uomo e donna è soltanto la più vicina e si può estendere l’idea a tutte le metà di questo mondo. A veglia sonno, conscio inconscio, vita morte, ecc. Non c’è più modo di separarle, o meglio non si può fare a meno di tale conoscenza che è quella dell’essere, anche se si può sempre interpretare la parte del distinto e limitato in questo teatro che chiamiamo Terra, e domani forse sui pianeti di altre stelle. Ma è come se a quel punto la parte l’interpretasse l’autore di tutta l’opera. Anzi non si potrebbe fare a meno d’essere anche attori o solo comparse, perché gli occhi vedono solo metà, le mani le toccano, le orecchie le sentono, i nasi le odorano, le bocca le bacia. Perciò non esiste più il problema che ha tanto impegnato e affaticato il misticismo d’ogni tempo e d’ogni luogo: quello dell’identità personale o della sua scomparsa quando essa si fonde con la divinità. Detto con altre parole: c’è ancora l’Io quando avviene la fusione oppure solo Dio, perché il primo si perde come la goccia d’acqua nel mare, come il raggio di luce nel sole? Ancora la coscienza singola o solo quella universale che assomiglia tanto all’inconscio collettivo? Le risposte che sono state date dai diretti interessati sono molte ma contraddittorie, dipendono dalle singole esperienze vissute. Ne ricordiamo alcune.
Per il Buddhismo c’è lo spegnimento nel nirvana − da nirva che significa spegnere. Ma c’è anche il Buddha che ritorna − il Bodhisattva −, per aiutare quelli che si sono persi nel mondo a trovare la strada per salire.
Per molti mistici dell’Occidente e dell’Oriente c’era e c’è l’estasi, che significa entrare in Dio per perdersi in lui, ma per altri ciò non vuol dire il completo smarrimento della propria personalità.
Un esempio del primo caso è Caterina da Genova che ha detto: “Io non mi quieterò fino a tanto che io sia serrato e rinchiuso in quel divino petto, dove si perdono tutte le forme create, e così perdute restano poi divine…”.
Oppure quello di Anna Kaharina Emmerch che descrive il momento del passaggio da questa dimensione all’altra. “Da alcuni giorni oscillo di continuo tra visione sensibile e visione soprannaturale. Mi devo fare molto coraggio, perché, nel bel mezzo di un discorso con gli altri, vedo contemporaneamente davanti a me altre cose e altre immagini, e poi ascolto le mie parole, nonché quelle del mio interlocutore, come se provenissero da un recipiente cavo, tetro e grossolano. Io mi sento come se fossi ubriaca e stessi per crollare. Le parole che rivolgo alle persone che parlano con me escono pacatamente dalle mie labbra e sono spesso più vivaci del solito, senza che io sappia quello che ho detto, benché mi esprima con estrema coerenza. Devo mantenermi in questo doppio stato, ma non ci riesco se non con fatica. Vedo ciò che mi sta di fronte con gli occhi spenti, come uno che dorma e che stia cominciando a sognare. La seconda visione mi trascina a sé con violenza ed è più nitida della visione naturale; ma non avviene per il tramite degli occhi”.
Un terzo esempio è quello di Lao-tzu che ha parlato di sé come di uno che si sta allontanando e perdendo. “Dopo tre giorni la separazione delle cose aveva cessato di esistere per lui. Dopo sette giorni l’esterno aveva cessato di esistere per lui. Dopo nove giorni, egli uscì dal suo proprio essere. Poi il suo spirito fu radioso come il mattino ed egli contemplò l’essenza, il suo io, faccia a faccia. Quando ebbe visto, si fece senza passato e senza presente. Finalmente entrò nel regno dove morte e vita non esistono più, dove si può uccidere la vita senza dare la morte, e generare senza dare la vita”.
Oppure quello di Hierotheos che ha detto: “Mi sembra giusto dire senza parole e capire senza conoscere ciò che è al di sopra delle parole e della conoscenza: il che, ritengo, non è nient’altro che il segreto tacere e la mistica quiete che annulla la coscienza e dissolve le forme. Quindi, nel silenzio e nel segreto, cerca l’unione compiuta e originaria con il bene essenziale e primigenio”.
Ci sono stati invece altri mistici per i quali entrare in Dio non significa l’annullamento di se stessi per diventare Lui solo. Un esempio è Meister Eckhart che ha affermato: “Se io non fossi io come creatura, nemmeno Dio sarebbe Dio”, perché di per sé egli è deserto, radice, solitudine, tenebra silenziosa, intimità nascosta… vale a dire il nulla, negazione della negazione. Similmente ha detto Angelus Silesius nel suo nel Pellegrino cherubico: “So che senza di me Dio non può un istante vivere: se io divento nulla, deve di necessità morire”.
Di fronte a queste risposte che confermano le due differenti visioni esistenti nel linguaggio, quella comune e quella dei mistici e sapienti, c’è la terza del Patto, dove le altre sono contemporaneamente assieme e divise, e l’aspetto manifesto dipende dalla parte che si sta interpretando e quindi anche dalla scena allestita per essa; e quando uno appare l’altro è fra le quinte, prima e dopo l’uscita dalla scena. Una soluzione che non è la prima volta che viene indicata. Si tocca perfino il mistero dell’Unità e Trinità in questo dire, perché si svela ciò che non poteva non esistere anche nell’umano se è vero, come afferma la religione, che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio. Si svela cioè l’aspetto che è giunto alla manifestazione in questo Patto: il tutto in una volta d’uomo, donna e unità dei due. In una sola visione, dunque, in un solo nodo.
Insomma è come se in questa prima e fondamentale coincidenza degli opposti Dio si palesasse, come se il suo volto avesse meno segreti, o come se un segreto fosse svelato per intero almeno in un suo stadio, quello dell’amore uomo donna. Il volto che così s’è manifestato è dunque quello umano, uno e triplice, di cui c’è qualche scultura antica. Quella di Giano, per esempio, che è volto maschile, volto femminile e unità dei due.

20.

Il nuovo essere,
quello che nasce al termine della gravidanza
ha avuto come inizio l’unione
del femminile – la cellula –
con il maschile – lo spermatozoo,
e non si può certo pensare
che quel che è avvenuto in quella fusione
non sia l’una e l’altra cosa assieme anche ora.
Vale a dire l’uomo è uomo-donna
e la donna donna-uomo.
Solo che nel regno delle metà contrapposte
dove si trovano i nati in quel modo
appare prevalentemente una parte soltanto
e l’altra è la metà oscura.

La ventesima frase è una variazione sul tema della faccia nota e di quell’ignota presenti nello stesso individuo. Ribadisce cioè che quel che è nato e nasce da uomo e donna, dove ognuna delle parti ha contribuito in modo determinante al risultato, non può essere solo uomo o solo donna. In altre parole, quel che giunge nel mondo delle apparenze, uomo o donna, è anche segretamente donna o uomo.
Per la dimostrazione di quest’assunto si torna all’origine, a come l’uno o l’altra sono stati concepiti: dall’unione di una cellula con uno spermatozoo che si sono fusi. Se questo è stato l’inizio, come si può pensare ora che il risultato che si vede e si tocca sia un’altra cosa, vale a dire solo uomo o solo donna? Perciò, allora, soltanto l’apparenza ha una sola faccia e l’altra non si vede. Ragionamento che non fa una grinza anche sotto l’aspetto razionale e come tale la frase trova qui il suo posto, anche se potrebbe sembrare superflua.
A questo punto però stiamo insinuando dubbi e perplessità su ciò che sembrava stabilito una volta per sempre: la chiara e netta divisione dei sessi e le parti distinte e separate che uomo e donna svolgono nell’ambito della famiglia e della società, e sono i dubbi e perplessità che alla fine mettono in crisi le consuetudini e i sistemi esistenti, perfino le verità su cui ci siamo a lungo sostenuti. Visti in questo modo, si sarebbe perciò dei distruttori. Ma non è proprio il caso di dolerci e di intonare il mea culpa, se non vogliamo passare anche noi per collaboratori del nichilismo esistente e dilagante, vale a dire essere suoi complici. Perché davvero non lo siamo. Più delle parole sono ormai le cose stesse che stanno prendendo posizione, vogliamo dire anche contro le antiche idee che abbiamo di esse e indipendentemente da quelle che stanno apparendo in questo Patto. Perché la donna si è messa i pantaloni e l’uomo la sottana molto prima che queste cose fossero dette e scritte. Il femminile sta sfumando sempre più nel maschile e viceversa come un destino, e si arriva oggi a non riuscire più a distinguere. Anzi è certamente un destino, e noi siamo qui ad esprimere, per quanto è possibile, soltanto il suo significato e la sua direzione, e ad indicare la parte costruttiva che viene dopo quella distruttiva, come nell’Apocalisse, e non certamente per prendere il posto del dio che lascia e che dispone – qualunque egli sia. Semmai a seguirlo fin dove ci riesce, interpretando e collaborando.
Basti pensare che da questa tappa dove siamo giunti, circa un secolo fa, vale a dire dal nichilismo diventato condizione normale, quindi dalla profonda trasformazione che come un destino sta avvenendo nell’uomo e nella donna, è ripresa l’avventura nella metà nascosta dopo una lunga sosta. Un’avventura che nel suo complesso, come si è visto, è iniziata circa ventisei secoli fa e aveva come motto “conosci te stesso”. Perciò come potremmo essere noi i primi su questa via? Solo i continuatori, questo sì, e coloro che dalla posizione raggiunta hanno visto avanti e si sono anche voltati per cogliere in un solo sguardo l’intero percorso, come si capirà meglio nelle pagine seguenti, specialmente nel capitolo trentuno. Un cammino che si è svolto prima nella metà maschile e poi in quella femminile che contiene le profondità più oscure e misteriose e dove ancora la stragrande maggioranza è accampata. Poi c’è stata un’avanguardia che è uscita ed almeno uno ha attraversato anche la seconda metà e sta scrivendo questo Patto.

21.

Noi siamo nel campo della manifestazione
nella luce del sole e delle stelle
ciò che cellula e spermatozoo
sono nell’interno dei corpi.
Come quei due siamo divisi e separati
in uomini e donne,
come quei due siamo delle metà
senza senso e senza continuità
se non si realizza l’unità
tanto vagheggiata.

La ventunesima frase inizia con un confronto fra due coppie: la cellula e lo spermatozoo esistenti all’interno dei corpi e l’uomo e la donna che vivono nell’aperta luce del sole e delle stelle, ma pur sempre dentro un mondo “fisico” come normalmente si dice. Ma perché un confronto? Perché hanno molto in comune, dicono i versi, infatti gli uni in tutti i sensi sono i primordi degli altri.
Il confronto si sofferma soprattutto sulle due coppie di metà: spermatozoo e cellula, uomo e donna, per concludere che ambedue così distinte e staccate sono “senza senso e senza continuità”. Il senza senso è ben noto al livello di uomo e donna ed è arguibile dalla formula classica con cui ci qualifichiamo: non si sa da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo.
A meno che non si realizzi l’unità tanto vagheggiata, dicono gli ultimi due versi. Ed ecco, allora, che viene avanti il senso del confronto fra le coppie suddette e il perché esso è stato posto. Perché, una volta stabilita la corrispondenza, della prima coppia conosciamo cose che della seconda invece ignoriamo. Sappiamo che la prima raggiunge l’unità e perciò anche il suo senso: è l’essere che poi diventa uomo o donna durante lo sviluppo e uscendo dalla dimensione dove si è formato.
Il confronto ci insegna allora sempre più apertamente che simile a quello che vediamo da fuori a livello microscopico, e lo vediamo perché da esso siamo usciti e siamo altro da loro, è l’ulteriore procedere nella vita. Non tanto verso la fusione d’uomo e donna come accade a spermatozoo e cellula, perché l’uno e l’altra spariscono in un’unità che è un’altra cosa, perché essa sia pure in modo precario e temporaneo viene raggiunta con i metodi del sesso e dell’amore, ma verso la comprensione di tutto ciò, che poi è il Patto che qui stiamo predisponendo. Poi chi lo firmerà entrerà direttamente in gioco e punterà alla meta prevista.
Essa appare sempre più chiara è distinta: è l’uomo nuovo e la donna nuova la meta, così come uomo e donna sono invece i risultati della precedente unità di spermatozoo e cellula.
Così come vediamo saremo anche visti
da chi di noi si forma ed esce, e ci sono già la visione razionale e soprattutto quella intellettuale che colgono il mondo come coincidenza degli opposti, ma finora è cosa eccezionale e limitata.
Riassumiamo in una proporzione di tipo matematico il senso che abbiamo dato alla ventunesima frase. Come cellula e spermatozoo fondendosi danno vita ad un uomo o una donna di tanto superiori ai due elementi originari, così uomo e donna unendosi indissolubilmente nell’amore formano un’unità di tanto superiore all’uno o all’altra divisi e separati. L’unità è l’uomo nuovo di cui parlano anche i miti e le religioni, e la nuova terra e nuovo cielo è la sua abitazione.

22.

Se si costituisce l’unità,
finiscono – muoiano –
le metà che l’hanno originata.
Perciò l’amore è legato alla morte,
perciò non c’è mai l’uno senza l’altra.

Il caso normale e generale di morte delle metà che generano l’intero è quello della cellula femminile e dello spermatozoo. Quando s’incontrano e fondono, le due parti non ci sono più. Muoiono, dice il verso, e vive il risultato, e il verso dice quel che avviene davvero nelle misteriose profondità dell’inizio. Ma quanto accade a quel livello estremo vale anche, in un certo modo, per l’uomo e la donna che si sono congiunti e per il figlio che nasce da quell’unione. Anch’egli, normalmente, sopravvive ai genitori ed è sempre motivo di gran pena e dolore per chi rimane quando accade il contrario. Vorrebbero quei sopravvissuti − così si considerano − scambiare le parti, vita con morte, e partirebbero per la grande tenebra senza paura. “Perciò − dice il quarto verso − l’amore è legato alla morte”. “Perciò non c’è mai l’uno senza l’altra”. Tuttavia amore e morte sono scanditi da tempi diversi nel mondo microscopico e in quello degli umani usciti dal grembo materno. Nel primo c’è quasi contemporaneità fra morte e vita, mentre nell’altro esiste un intervallo. Questo però vale solo in superficie perché nel profondo i genitori non vorrebbero durare di più dei figli, perché gli amanti allacciandosi e penetrandosi si sentono morire, e se qualcuno vuole separarli piuttosto si danno la morte assieme, e diventa il morire della morte quell’amore perché non viene più dimenticato.
Non c’è trionfo della morte sull’amore se si costituisce l’unità, né quando la si affronta assieme anche se il risultato è la perdita delle vite separate.

23.

La morte è la negazione
dell’essere individuale incompleto,
uomo e donna, ognuno una metà.
Allora uniamoci per superarla
dicono i due e c’è un metodo:
la coincidenza degli opposti.

Leggendo questa frase, sembra che la morte tanto temuta e sofferta per davvero non ci sia, ma che il suo posto sia occupato solo dall’essere individuale incompleto, il quale non può rimanere alla ribalta più di tanto. Perciò la sottintende fin dalla nascita ed è l’altro estremo della vita. La morte sta in quel limite ed è l’uscita da esso. Rimarrebbe saldo l’Io se raggiungesse l’unità, ma non è facile arrivarci perché è la coincidenza degli opposti, ed essa è la continuazione del cammino nell’oscurità e nel mistero − nella Notte come ormai qui si dice −, finché non si arriva alla fine che s’incontra con l’inizio e con esso coincide, come sempre accade in un circolo dove ogni suo punto è contemporaneamente le due cose assieme. Nel caso in considerazione, poi, quel punto si trova in una posizione particolare: è la fine della Notte e l’inizio del Giorno. Finora al risultato appena esposto l’uomo e la donna sono arrivati e arrivano in modo incompleto e provvisorio, seguendo metodi che essi non conoscono e non dominano, o solo in momenti eccezionali: col sentimento dell’amore o percorrendo la via del misticismo. Ecco perché il loro stato normale è solo apparente, vale a dire c’è e non c’è e in ogni modo più di tanto non rimane. È quel che gli orientali chiamano “samsâra” e gli occidentali “rappresentazione del soggetto conoscente” − o mondo ordito dai sensi e dalle forme della mente −, ed è sempre in bilico e termina con le continue sparizioni nell’abisso. Il quale, come dice una frase che abbiamo già commentato − la terza −, non è fuori di noi ma in noi e il suo superamento è la coincidenza degli opposti.

[3/5 – Continua]

Una Risposta to “Il nuovo patto d’amore”

  1. Il nuovo patto d’amore. Seconda parte « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] La via d’uscita dal nichilismo O vie di fuga per pochi se i più staranno inerti ad aspettare… « Il nuovo patto d’amore […]

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