Il nuovo patto d’amore. Seconda parte

Il nuovo patto d’amore, fondato sulla coincidenza degli opposti (4/5)

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Jean Vignaud, Abaelard und Heloïsa (1819)

Seconda parte

La seconda parte è dedicata in maggior misura al lato oscuro e al metodo seguito per superarlo. Il metodo è quello seguito dalla filosofia, amica della sapienza e suo braccio secolare, e il risultato ottenuto gli va perciò accreditato. Ecco perché la filosofia non può esser lasciata fuori del nuovo patto d’amore: perché la coincidenza degli opposti che essa ha raggiunto nel campo della conoscenza e che richiede il superamento del lato oscuro, è anche quanto il Patto vuole. Cerchiamo di capirne un po’ di più.
L’oggetto dell’amore e della conoscenza a questo punto sembra lo stesso. Esso è l’unità del tutto di cui un esempio è l’uomo e la donna, vale a dire quello di cui ci occupiamo in particolare modo in queste pagine. L’amore l’ha anche realizzato e continua a realizzarlo nel modo che si è detto: coincidenza di cellula e spermatozoo nel microcosmo, unione d’uomo e donna nel macrocosmo. Ma le unità raggiunte finora non dipendono dai partecipanti all’unione. Essi entrano nella scena perché chiamati e recitano la parte a loro assegnata dalla Natura o da Dio, e sentono che quella è unica ed immortale ma che la recita finisce.
Crediamo che da questo punto si sia mossa la filosofia: dall’unità del tutto percepito come sentimento e intuizione, per aprire quel libro, svolgere quel rotolo. Infatti, come ben si sa, si è mossa dalla sapienza. Socrate dai presocratici. Perciò quasi una rivolta degli attori, la filosofia. Portati a recitare la parte più bella e completa, quella che li innalzava fino al divino, non sono più voluti apparire e sparire soltanto, a comando, a tempo determinato. Perciò è stato amore a muovere la conoscenza a cercare l’immortalità. Quella del singolo che ha già in sé la coincidenza degli opposti, ma non lo sapeva, e quella dell’unità uomo donna, che è quanto appare nel gran libro del mondo, dove però le cose sono divise a metà.
A questo punto, non è più fuori luogo parlare di filosofia in un patto d’amore e così ci accingiamo a fare. In modo un po’ discreto tuttavia, per riguardo a chi dovrà leggerlo e firmarlo. Perché se è vero che il sentimento dell’amore è comune e universale, e ciascuno o ciascuna non ha timore di confrontare il proprio con quello di Romeo, Giulietta, Paolo, Francesca, Abelardo, Eloisa, e pensano d’essere capaci di uguagliarlo o perfino di superarlo, non altrettanto comune e universale è la conoscenza filosofica. Sarà pur vero che gli uomini sono tutti un po’ filosofi, ma le vette e gli abissi che Platone, Cartesio, Kant, Nietzsche, Heidegger, hanno raggiunto per sentieri spesso inesistenti quando il cammino si forma camminando non sono alla portata di tutti e quasi nessuno si mette in testa di riuscirci. Anzi i più neppure ci pensano e gli altri, quasi tutti, seguono i sentieri già segnati o ci vanno in funivia.

24.

L’Inconscio è il sonno dell’umanità
di cui ogni membro è contagiato,
perché ogni uomo è specchio del totale.
E il sonno dell’umanità
con i suoi sogni di risveglio
è nella parte a notte dell’Intero.

Nel simbolo che figura in copertina, costituito da un quadrato a due colori − bianco e nero −, e da un cerchio iscritto anch’esso a due colori − giallo e grigio −, il nero e il grigio raffigurano l’inconscio, e c’è una linea − un confine − che lo divide dalla metà opposta, vale a dire il conscio. Inconscio, l’abbiamo detto altre volte, è anche il sonno, esso sta da quella parte. Quello del singolo, abbiamo inteso finora. Ma il primo verso della ventiquattresima frase lo aumenta a dismisura: dice che è anche il “sonno dell’umanità”; ed aggiunge: “da cui ogni membro è contagiato, perché ogni uomo è specchio del totale”. Per questo dire un riferimento a Jung, al suo inconscio collettivo, sembra perfino d’obbligo. Poi, che quel misterioso pelago comune influenzi il sonno di ognuno, anche questo è perfino ovvio. Similmente dall’altra parte c’è una coscienza singola e un mare di coscienza fatto di storia, cultura, leggi, istituzioni, usi e costumi, e la piccola è dentro la grande.
Dunque l’inconscio di ognuno, la sua metà nascosta, è nascosto nell’inconscio collettivo. La seconda notte avvolge la prima. O è un segreto dentro a un segreto, e così immaginando e riflettendo ci è venuto in mente ciò che ha detto il grande mistico Ja far Sâdq: “un segreto velato in un segreto, il segreto di qualcosa che rimane velato, un segreto che solo un altro segreto può insegnare: è un segreto su un segreto che si appaga di un segreto”.
Infine la seconda metà della frase che dice che “i sogni di risveglio” emergono dal “sonno dell’umanità” che si trova “nella parte a notte dell’Intero”. Una sorpresa se è da quell’abisso senza fondo, da quel segreto iscritto in un segreto, da ciò che fra i suoi nomi ha anche morte, che essi salgono? Non dovrebbero giungere dalla coscienza, dalle sue idee chiare e distinte, dalla parte a giorno dell’intero? Decisamente no e un po’ lo sapevamo, questa è solo una conferma. Perché è l’altra parte che possiede in maggior misura il dono delle visioni future. Cassandra era donna, la voce dell’oracolo di Delfi era quella di una vergine sacerdotessa, Tiresia stesso, cui si è rivolto Ulisse per sapere se sarebbe ritornato alla sua isola e alla sua casa, poteva conoscere il futuro perché era uomo ma prima aveva vissuto come donna in cui era stato trasformato, o donna ma era stato uomo.
Però se l’input veniva dal profondo, è nella luce che poteva acquistare figura e misura, e perciò l’ultimo verso parla di “Intero”, scritto così con la maiuscola, e così esso è la coincidenza di luce e tenebra, conscio e inconscio.
Ritorneremo su quest’argomento in un prossimo capitolo, il ventiseiesimo.

25.

Un semicerchio d’inconscio
è stato ritagliato
e già un po’ conquistato,
quello che occorre per congiungere
la fine della vita cosciente
con l’inizio di un’altra.
Così non c’è più separazione né l’oblio.

Ritornando al simbolo di copertina, al cerchio giallo grigio contenuto nel quadrato bianco nero, e a quel che abbiamo detto di essi: che rappresentano con i loro due colori il conscio e l’inconscio, si può ben capire alla luce di questa frase il perché del cerchio e il suo senso. Esso rappresenta ciò che di conscio e inconscio siamo riusciti a conquistare, anzi quel cerchio dentro il quadrato è il nostro mandala. Una figura quindi delimitata posta nell’illimitato, perché di tal natura è il quadrato che ha lati soltanto per poter essere rappresentato in questo mondo di cose distinte e separate, ma va immaginato senza confini.
Per la verità non di tutto il cerchio si occupa la ventiduesima frase ma solo della metà grigia, l’inconscio “ritagliato e già un po’ conquistato” – dicono i versi due e tre. Come e quando? E qui davvero le cose comincerebbero a complicarsi se si volesse dar retta a questa domanda e rispondere ad essa in modo esauriente, e il nuovo patto d’amore si allungherebbe oltre misura diventando un trattato che, per la sua mole, i lettori e i firmatari eviterebbero di leggerlo e firmarlo, come spesso accade ai volumi troppo lunghi e complicati. Perciò chi vuol sapere di più deve rivolgersi ad altri libri che abbiamo scritto dove le risposte sono state date. Però qualcosa è necessario dire anche qui, per dar conto almeno un po’ di quel semicerchio ritagliato nella metà nera del simbolo, espressione di una conquista ottenuta in tale zona. Quella che è servita per congiungere la fine con l’inizio e a raggiungere perciò la coincidenza degli opposti. Ecco perciò qualche appunto sui tentativi compiuti e i risultati ottenuti.
Il primo che ha tentato l’attraversamento della “notte santa” col metodo della poesia, inseguendo gli dei che stavano lasciando gli uomini, è stato Hölderlin, ma si è smarrito nelle tenebre. In quelle interiori che si chiamano anche pazzia, ed ha vagato in esse per più di quarant’anni, fino alla morte.
Per seguire la giovanissima fidanzata rapita dalla morte e portata nel suo regno tenebroso, anche Novalis ha affrontato il lato oscuro e molto ha intuito e scoperto di esso. Anche lui l’ha chiamato notte, “la dimensione invisibile che nasconde il segreto della vita diurna, senza di cui questa non ha senso”. Una notte regina del mondo, eccelsa annunciatrice di mondi sacri, più bella del giorno, perché “sacra, inesprimibile, piena di mistero” e dagli “occhi infiniti” − le stelle − che essa “dischiude in noi”, mentre il giorno ha solo il sole. Inoltre una notte che con volto severo si piega sul poeta e “sotto i riccioli (neri) che senza fine s’intrecciano, mostra la cara giovinezza della madre”. Notte perciò uguale a genitrice, uguale a madre, ecco finalmente un primo aspetto noto e caro dell’impenetrabile segreto di sempre; e, subito dopo, notte uguale a donna − a Sophie, la fidanzata bambina −, che da poco l’aveva lasciato solo nel giorno. Quest’ultimo rapporto è ciò che si riesce a cogliere quando in qualche modo l’uscita viene raggiunta o prevista e si aprono gli occhi sulla coincidenza degli opposti.
Freud ha adottato il metodo della bonifica. Ha detto che “l’intenzione degli sforzi terapeutici della psicanalisi è in definitiva di rafforzare l’Io, di renderlo più indipendente dal Super-io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell’Es. Dov’era l’Es, deve subentrare l’Io. È un’opera della civiltà, come ad esempio il prosciugamento dello Zuiderzee”. E lo Zuiderzee era il mare interno dell’Olanda che gli olandesi hanno trasformato in terre emerse e coltivabili.
Ma coloro che si sono posti davvero sulla via che fino a quel momento appariva solo indicata, perciò come chi l’avventura la inizia dopo averla lungamente pensata e preparata, sono stati Heidegger e Jünger. Hanno preso la via della Notte entrambi e sono giunti fin sulla linea di Mezzanotte. Le loro esperienze e i risultati ottenuti sono stati raccontati in un libretto intitolato “Oltre la linea”.
Sono passati circa cinquant’anni da quell’impresa e nel frattempo anche quel fatidico confine fra due giorni, quello che finisce e quello che comincia non visto mai fuorché dai sapienti che hanno preceduto i filosofi, è stato superato e siamo giunti all’Alba dove ha cominciato a diventare visibile la coincidenza di tutti gli opposti.

26.

Ma ora il sogno che sogniamo
è quello appresso all’Alba,
quello che si dice che è il più vero,
quello che ti sveglia e lo ricordi.

In questa frase si riprendono temi già trattati ma non si può dire che sono pure e semplici ripetizioni. Piuttosto inviti. O meglio ancora sogno, come dicono i versi. Sogno ripetuto che impone l’attenzione. Sogno “appresso all’alba” che da sempre si dice che è il più vero. Di questi sogni ce ne sono innumerevoli in tutti i campi.
Non in uno solo ma in tre consecutivi, Cartesio ha colto l’informe nascita della filosofia moderna e poi ha lavorato per essa, per estrarla dalla pancia della Notte, come aveva fatto Socrate duemila anni prima. Così quell’inizio è raccontato. “Nella notte del 10 dicembre 1619, forse in accampamento danubiano presso Ulma, egli fece tre sogni di straordinaria intensità che gli rivelarono i fondamenti di una scienza mirabile e il piano di una completa riforma del sapere. Svegliatosi in preda ad emozione ed entusiasmo, fece voto di un pellegrinaggio alla Madonna di Loreto, se avesse potuto condurre a termine il programma scientifico sognato. Di fatto, egli dedicherà da allora la sua vita prevalentemente agli studi”.
Un triplice sogno di parole, d’architettura e di musica, dettò a Coleridge l’ammirevole frammento di Kubla Kham.
Stevenson ha detto d’aver sognato la trasformazione di Jekyll in Hyde.

I libri di Lewis Carrol hanno per tema i sogni, e sono sogni; similmente quelli di Howard Phillips Lovecraft, che sono trasposizioni dall’inconscio al conscio: “I sogni di questo tipo risalgono fino alla mia prima infanzia − ha detto quel sognatore −, e probabilmente continueranno sino al momento di scendere nell’avello. Sono altrettanto vividi che in gioventù, ma non di più. Fra quelli che ricordo meglio ci sono visioni di strapiombi paurosi, vette e abissi di orribile roccia nera e tenebra agghiacciante su cui mi portano in volo demoni neri e alati che mi tengono negli artigli e a cui, all’età di sei anni, ho dato il nome originale di ‘magri-notturni’! Effettivamente ho visitato strani luoghi che non sono di questa terra e che non appartengono a nessun pianeta conosciuto. Sono stato a cavallo di comete, fratello delle nebulose. Quanto alle tue ‘crisi di mezzanotte’, sono – o erano – fenomeni curiosi. Cosa puoi aver visto di così orrendo che la memoria ha dovuto liberarsene con il pietoso oblio? Ci sono mondi oltre i confini dello spazio che nessun uomo ha contemplato: mondi neri che non sono sferici o di altra forma, eppure sono vivi. Da essi nessun sognatore dell’universo non ha mai portato ricordi, tranne uno, ma era quasi folle e non è stato capito”.
Il violinista e compositore Giuseppe Tartini “sognò che il Diavolo (suo schiavo) eseguiva sul violino una prodigiosa sonata: il sognatore, una volta sveglio, trasse dal suo perfetto ricordo il “Trillo del diavolo”.
Un poeta invece è stato sfortunato perché del sogno e gli è rimasto soltanto il sentimento di una perdita infinita. Ho perso un verso bellissimo stanotte./ Ho provato ad annotarlo e non potevo./ L’ho ripetuto tante volte e l’ho scordato”.
“Si dice che la notte del 16 febbraio 1869, Dimitri Mendeleev abbia sognato tutti i 65 elementi conosciuti predisposti in una grande tavola. La mattina seguente, ha trascritto il suo sogno su una tavola. Questa prima tavola fu sottoposta a notevoli revisioni nel corso degli anni seguenti, ma nel 1871 assunse la sua nuova forma di grosso rettangolo con intersezioni di gruppi e periodi”.
“Nel 1865 il chimico tedesco Friedrich Kekule intuì la disposizione delle molecole del benzene mentre dormiva. Egli ha raccontato che era salito su una diligenza che viaggiava lentamente lungo le strade di Gand, in Belgio, verso l’università dove all’epoca insegnava. Era stanco e stava riflettendo sul problema del benzene, che dominava i suoi pensieri. Si assopì ma il problema non lo abbandonò neppure nel sonno. Sognò di catene di atomi che si contorcevano in questo o quel modo nell’unirsi agli atomi di idrogeno. Nel sogno, all’improvviso, una catena di atomi si piegò in modo che uno dei suoi capi si agganciò all’altro per formare un piccolo esagono di atomi di carbonio che giravano vorticosamente. Si svegliò di soprassalto e si rese conto che aveva trovato la soluzione”.
Buddha ha sognato le sue vite precedenti e si è “Svegliato” su di esse ricordandole, come si è già detto nel commento della nona frase.
Ermete Trismegisto si chiama così perché è nato tre volte e nell’ultima ha rivisto le precedenti, e anche di ciò abbiamo già parlato.
La conoscenza per Platone, come lui ha affermato, è ricordare.
Certamente sogni che risvegliano se gli autori li hanno riportati alla luce dal nascosto. Risvegliano a scoperte nuove ma anche a vita nuova ed essa diventa un sogno che ricorda un sogno: un sogno di lunga vita più grande e sviluppato della vita. Da cui si può arguire che anche la vita precedente era un sogno e come tale non è stato annullato dalla morte. Era nell’oblio, l’opposto del ricordo, ed è tornato; ma allora Risveglio va scritto così, con la maiuscola: come quello di Buddha, d’Ermete, d’Eraclito, e d’innumerevoli altri sconosciuti sognatori.
La morte non ha potere sulle cose che non sono materiali, come il sonno non ha potere sui giorni di vita precedenti. Perciò non li cancella e c’è continuità.

27.

Io ho compiuto il giro e sono uscito
dal punto dove Coincidono gli Opposti.
Dove inizio e fine sono lo stesso,
il conscio è una manifestazione dell’inconscio
e la vita un sogno della morte.

Se si ritorna alla venticinquesima frase, lì ci sono i tentativi compiuti per attraversare la Notte e i risultati conseguiti. Si afferma che col metodo filosofico, quindi in modo chiaro e distinto, o perlomeno con la lampada della ragione nella mano, simile al lume che i viandanti portavano con loro quando le vie non erano illuminate, alcuni sono giunti fino alla linea di Mezzanotte. Così dicono le testimonianze scritte di quell’impresa, alle quali la quasi totalità degli uomini non ha neppure posto orecchio perché l’avventura sconfina dai luoghi battuti e perfino da quelli immaginati. Comunque fino alla Mezzanotte si è giunti e si dovrà prendere coscienza di questo risultato se non si vuole continuare a precipitare nell’abisso. Com’è sempre accaduto, diranno i tiepidi e gli scettici, e perciò si può anche continuare così: chi si accontenta gode. Ma non sembra che sia ancora consentito. Ormai il dado è tratto, o si passa o si precipita. Non uno alla volta com’è accaduto finora seguendo le leggi della natura, o a gruppi numerosi come nelle epidemie o nelle guerre, ma in massa, forse tutti in una volta. Insomma, si raggiungerebbe il nulla anziché l’essere. Non quello piccolo d’ogni vita singola, ma la voragine dell’umanità, cosa che appare possibile ed è perfino prevista dalle religioni, dai miti e perfino dal pensiero razionale, come abbiamo visto citando casi di caduta collettiva accaduti nel passato e previsti per il futuro. Nel caso di mancato superamento dell’abisso, il pensiero razionale si è dato perfino le armi di distruzione totale, come se obbedisse al destino che vuole che non ci sia più cieca ripetizione − l’eterno ritorno dello stesso − e che si passi, o qui non si rimane.
Ma come si può attraversare la tenebra senza fine se anche l’avanguardia composta da esperti, anzi dai migliori specialisti del pensiero filosofico, si è fermata sulla linea di Mezzanotte e quel confine appare invalicabile? Firmando questo nuovo patto d’amore, è la risposta, perché esso contiene la soluzione. “Io ho compiuto il giro” afferma il primo verso, quindi la Mezzanotte è stata superata. E chi l’ha compiuto è giunto dove coincidono gli opposti, vale a dire la fine con l’inizio: fine della Notte con l’inizio del nuovo Giorno. E c’è di più, molto di più: perché il punto di coincidenza è anche uscita. In una nuova Luce, come ben si può capire, e da lì si vede che la vita è un sogno della morte, e che perciò vita e morte stanno assieme, come la veglia e il sonno.

28.

Superare la distinzione apparente,
raggiungere l’unità almeno fra le parti
che hanno sviluppato le più alte affinità,
è questa la meta più vicina che ci attende.
Uomo e donna sono le due parti,
e spesso, anche se inconsciamente,
si sono già trovate a combaciare.

Certamente l’avventura, che le frasi precedenti hanno un po’ svelato nella sua novità e vastità, ci terrà occupati almeno per un millennio ma intanto si può cominciare, dice la ventottesima frase. Un millennio è il tempo medio impiegato da una civiltà per apparire e svolgersi, com’è già accaduto d’altronde, anzi l’Occidente è sulla scena da oltre venticinque secoli. Si può cominciare dalla metà più a contatto, con la quale c’è la maggiore attrazione: con la donna per l’uomo e viceversa. Dall’abbiccì, insomma, da quell’inizio dell’unione di maschile e femminile che è servita finora alla conservazione e continuazione delle specie. Ma un ritorno all’inizio questa volta per continuare le due metà, vale a dire i due singoli che prima erano ignoti a se stessi nella parte a notte, e non la specie soltanto; e chi continua perciò è l’essere completo così raggiunto, anche se apparentemente scisso in due. Due che non si divideranno mai, neppure nelle avversità, come Paolo e Francesca nell’inferno dantesco.
Gli ultimi tre versi dicono che in questa direzione qualcosa è già avvenuto: le due parti “si sono già trovate a combaciare”. Il riferimento è ai grandi amori. Quelli non sono finiti con la morte fisica delle due metà: certamente non nel mondo della poesia, o in quelli del mito e della religione, e neppure nel mondo della filosofia, perciò non nel Giorno e nella Notte dell’Occidente. Lì hanno il loro posto sempiterno, però solo per previsioni, soltanto visti come in uno specchio. Lì c’è solo il progetto di quel che sarà domani la coincidenza degli opposti.

29.

La coincidenza rende indissolubile
e interminabile l’unione.
La conoscenza del segreto
della metà nascosta
ci rende immortali.

I primi due versi della ventinovesima frase hanno la brevità di un’affermazione apodittica: “La coincidenza rende indissolubile/ e interminabile l’unione. Ma quale coincidenza: quella operata dalla natura nei modi noti della cellula e dello spermatozoo, o quella dell’uomo e della donna nell’unione d’amore che è giunta ora nella dimensione della conoscenza? Tutte e due, è la risposta. Si vede pure che anche la prima continuamente si ripete e non ha fine, perciò è, appunto, “interminabile”. Ma all’interno di un’entità più grande, anzi immensa, che la sovrasta, vale a dire la natura. E la fusione di cellula e spermatozoo in essa è simile a onda di mare, foglia al vento, granello di sabbia continuamente mosso e disperso, stella dell’universo che s’accende e si spegne.
Diverso è il caso della coincidenza uomo donna, altrimenti il Patto sarebbe scritto sulla sabbia. Non saremmo noi a scriverlo per noi stessi ma, appunto, la natura o Dio; e si sarebbe giocati dalla prima innumerevoli volte, come fa con cellule e spermatozoi e anche con noi finora, e scartati altrettante; o si dipenderebbe da Dio completamente perché solo lui secondo le scritture in uso ha la facoltà di promuovere o bocciare all’esame finale.
Invece no, la coincidenza degli opposti è un patto a due. Due così uniti che , come l’ermafrodito del mito, è autosufficiente in tutto. In quell’inizio antico ha fatto paura agli dei, e Giove l’ha diviso in due e ha potuto farlo perché la vittima designata non conosceva ancora i suoi poteri.
Ma oggi è giunto a questa consapevolezza. Dopo millenni è giunto a questa conoscenza di sé.
Gli ultimi tre versi aiutano e rafforzano i primi due, ma anziché alla coppia uomo donna essi si rivolgono ad uno solo dei due, che però ha in sé anche l’altro dopo che ha scoperto il “segreto della sua metà nascosta”. E se l’unione è “interminabile”, il singolo è “immortale”. È come il sole che non muore quando tramonta e scompare, ma soltanto esce dall’apparenza e poi ritorna.

30.

Dopo tanti progetti e tentativi
è venuto il momento di costruire il passaggio
che porta fino alla Coincidenza degli opposti.
Un cammino che prima veniva compiuto
scalando le cime e affrontando gli abissi:
ciò che hanno realizzato in Oriente
e i mistici di tutte le religioni.

Ma alla fine l’appalto del ponte
è toccato all’Occidente
che ha presentato al concorso
la sua sapienza, la filosofia e la scienza
e perfino i tentativi fisici della tecnica
che possono servire di supporto.

Ci siamo! Quel che abbiamo a lungo rimandato − la filosofia −, perché abita soprattutto il pensiero razionale e perciò in questo nuovo patto d’amore − come s’è detto − è un po’ fuori luogo, ora non si può più evitare. Perché questa trentesima frase parla chiaramente di appalto del Ponte, conferito all’Occidente: un appalto concorso a quanto pare che comprende sia il progetto che l’opera, e la prima parte è “la sua sapienza, la filosofia e la scienza” e perfino la tecnica. Perciò un progetto che è iniziato molto tempo fa se si considera che la sapienza occidentale ha preceduto la filosofia, e la filosofia è cominciata con Socrate quasi venticinque secoli fa.
In un certo modo la prima idea del Ponte era già presente interamente nella sapienza, nel pensiero di Anassimandro che abbiamo citata nel commento della frase dodicesima, ma soprattutto nel poemetto di Parmenide intitolato Sulla natura. In esso in potenza c’è già tutto. L’arrivo dalla Notte. L’attraversamento della Porta “che divide i sentieri della notte e del Giorno”, perciò quella che si trova nel punto dove la tenebra comincia a svanire nella luce, e che si è aperta per lasciarlo passare. La sfera luminosa dell’Essere dove è entrato, che è la dimensione dove non ci sono più parti contrapposte né staccate.
C’è già l’intero giro in quell’inizio della conoscenza, vale a dire c’è anche la fine, quella che nel Patto ha l’aspetto della coincidenza uomo-donna, e non poteva essere che così, se inizio e fine sono “lo stesso”.
Quindi l’idea c’era già di ciò che poi è stato raggiunto, dopo venticinque secoli di filosofia e scienza. Dopo c’è stato il lungo cammino nel Giorno, nella luce della ragione per i più, dall’Alba al Tramonto, dove l’Occidente è giunto davvero più di cent’anni fa, vale a dire non solo nei modi della previsione e del progetto. Poi l’inizio dell’attraversamento della Notte da parte di alcuni.
Heidegger e Jünger, come è già apparso in queste pagine, sono arrivati fin sulla “linea di Mezzanotte”. Il loro sogno era di arrivare fino al Risveglio. Dopo il lungo sonno ci sarà il momento improvviso del risveglio, ha detto Heidegger. Per Jünger la Mezzanotte era “un’ora di morte”, − perché lì, come già per Paolo di Tarso, l’uomo vecchio finisce −, “ma anche un’ora di nascita”, quella che sarebbe diventata visibile dopo l’attraversamento della Notte.
Sono passati circa cinquant’anni da quelle previsioni e nel frattempo anche la “linea” è stata attraversata, ed è stata superata la parte oscura che va dalla Mezzanotte all’Alba. Rimane da vedere come, anche se qui, come si è già detto, si potrà solo farne cenno. Ma occupiamoci prima di quel che rimane ancora da commentare nella frase in esame.
Essa dice che “scalando le cime e affrontando gli abissi” si è giunti ugualmente alla coincidenza. In altre parole ci sono stati dei risultati attenuti in modi diversi e luoghi diversi da questo che stiamo illustrando. Ed è vero: basta pensare ai ponti di corde sui baratri in Tibet, che bisogna attraversare per raggiungere i monasteri dispersi fra le cime, o ai misteriosi sistemi di elevazione escogitati dai monaci cristiani per raggiungere quelli del monte Athos. Anche così l’unità è stata raggiunta. Oppure nel silenzio e nell’isolamento dei conventi, aspettando e bussando perché la Porta si apra. Anche in tal modo in Oriente l’atman, o sé individuale, si è unito al Brahman − il sé universale −; o in Occidente il singolo e sperduto mortale si è legato a Dio.
Ma all’Occidente, che accanto al progetto del Ponte ha sviluppato anche la scienza e la tecnica in grado di realizzarlo, si è chiesto e si chiede molto di più: che esso non sia adatto solo ad alcuni con qualità eccezionali, ma a molti, anzi a tutti coloro che vorranno passare. Similmente sono state realizzate funivie, filovie, per le cime e gli abissi della terra.
Ma cosa c’entra la tecnica, si dirà, per quelle cose che non sono di questo mondo? Lo dicono gli ultimi due versi: i suoi tentativi “possono servire di supporto”.
Supporto è il corpo, e la tecnica, che appartiene alla mente ed è il suo braccio, da molto sta occupandosi di lui, guarendo le parti ammalate con le medicine, sostituendo quelle rotte o non più funzionanti con le protesi, entrando nei suoi codici segreti con i suoi strumenti; e oggi è già all’opera per clonarlo. Sembra proprio questo il progetto dell’Occidente che risulta vincitore dell’appalto: la ripetizione dello stesso corpo per una mente che non si perde nell’oblio, dove perciò la tecnica ha la sua parte.
Però giunti a questo punto, cioè all’affidamento dell’appalto del Ponte all’Occidente e quindi alla conoscenza di tutto il progetto, manca ancora la spiegazione di com’è stata superata la parte d’abisso che va dalla Mezzanotte, dove sono giunti Heidegger e Jünger, all’alba del nuovo giorno. Lo diciamo adesso nel modo più contenuto. Perché − lo ripetiamo − questo non è luogo per la filosofia, ma non può mancare in questo frangente. Solo seguendo la via della conoscenza, infatti, siamo giunti alla conclusione, e la filosofia ha avuto la parte del leone in quest’impresa. Senza di essa non si avrebbe mai potuto superare l’abisso con un ponte di tal genere e perciò a compiere l’impresa che ora ci accingiamo a raccontare con le parole di chi l’ha compiuta.

[4/5 – Continua]

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