Presagio

 

L'oco

La mia avventura è cominciata quando è apparsa la chiesetta sperduta e io sono andato a cercarla – su questo non c’è dubbio [1]. Ma un presagio di essa l’ho avuto parecchi anni prima, al tempo della scuola media [2].
Era professore d’italiano, latino, storia, geografia un prete. Si chiamava Girardi ed era di natura burbera, scontrosa. Non ricordo di averlo mai visto seduto in cattedra durante le lezioni: la cattedra davanti e lui appoggiato al muro dietro ad essa. Non usava libri di testo e dettava lentamente le lezioni di cui riuscivamo a prendere copiosi appunti, qualcuno a scrivere tutto.
Il primo incontro e scontro che ebbi con lui fu durante un’interrogazione. Non ricordo ciò che risposi. Ricordo invece l’esito, espresso dalle parole: oco , cosa credi di essere, un filosofo! [3] E mi mandò al banco.
La seconda volta l’oggetto in discussione è stato un compito d’italiano. Tutti i miei compagni avevano i voti in cifre − allora si usavano i numeri da 0 a 10 e il professore faceva grand’uso del primo −, io invece una nota: non è farina del tuo sacco. Ti aspetto da me nel pomeriggio per una prova.
Ci andai. Mi fece sedere ad un tavolino e mi disse: svolgi questo tema. Non ricordo il titolo, l’oggetto si: Corradino di Svevia, che era l’argomento delle lezioni di Storia di quei giorni. Poi mi lasciò solo e si mise a trafficare fra i suoi libri e le sue carte, ed io entrai nel tema. Non lo svolsi nel modo normale, ma in versi.
Non ricordo quasi nulla, però qualcosa è rimasto: una quartina intera, un pezzo di un’altra. Ma bastano, per dare un’idea.

(…Corradino)

Sorge il mattino.

Il sol che nasce
Bello e splendente
Annunzia al giovane
Pugna vincente.

[…]

Povere cose, certamente, ma i versi erano tanti e scritti in breve tempo.
Finito che l’ebbi, lo consegnai.
Lo guardò, lo lesse, lo vidi farsi serio e compunto, poi mi disse: come hai fatto? Le quartine, le rime… M’è venuto così, gli risposi. Allora si voltò verso di me, mi guardò fisso negli occhi lui che era sempre sfuggente e mi svelò un segreto: scrivo versi anch’io.
Ciò detto aprì un cassetto e tirò fuori un quaderno. Si trattava di un poemetto. Lo lesse, me lo diede in visione lì sul posto. Lo guardai, lo lessi anch’io senza proferire parola. Tutta l’operazione ci costò un bel po’ di tempo perché il poemetto era lungo.
Poi me n’andai di corsa.

Non ricordo molto, ma qualcosa è rimasto di quella lettura e complicità. Si trattava di una madre e del figlio. Il figlio doveva partire ed era buio là fuori e l’alba era ancora lontana. La madre gli diede allora una lampada accesa. Seguivano i versi che mi sono rimasti impressi nella mente, con le inesattezze e le manchevolezze ormai irrimediabilmente parti anch’esse della memoria.

È l’orizzonte oscuro
Incognito è il cammino
Pur a quei rai sicuro
Ascende il pellegrino
Verso la patria ignota
Che scorge in fondo
All’avvenir remota.

Ma candido barlume
Già rompe in ciel vacilla
E si scolora Il lume
Dubbioso alla pupilla
Del viator che a stento
Anco il ricopre
Con la man dal vento.

[…]

Dopo che la luce del sole aveva reso inutile la lampada, la memoria si è quasi spenta in me. Non ricordo più i versi del cammino nel giorno, solo il loro senso. Cantavano le difficoltà, i pericoli, i sacrifici, gli smarrimenti di quel ragazzo nel giorno della sua vita, in quella “patria ignota”, fra folle estranee, nel labirinto delle sue vie e piazze.
Finché non declinò il giorno e arrivarono le ombre della sera.
Allora

Torna il bel raggio e torna
Lontana ricordanza
D’una chiesuola adorna
D’una solinga stanza
Dove materna fede
(…la lampada)
Che al partir gli diede.

Sereno avanza il passo
Per l’aria tenebrosa
Finché su breve sasso
Spenta la lampa’ ei posa.
Posa attendendo il messo
(…che lo rinnovi)
Al materno amplesso.

Questo il ricordo, che prima del ritrovamento della chiesetta sperduta non era mai affiorato, o solo in lampi e scintille. C’era ma era nel retroscena, non aveva ancora una parte. Poi è apparsa la chiesetta sperduta, l’ho cercata, dopo tanti anni l’ho trovata, e l’avvenimento che qui racconto di quando ero uno scolaro si è fatto avanti. È entrato nella scena quasi a voler affermare la sua non estraneità e a far valere la sua parte, e io l’ho accolto con tutto il cuore, l’ho messo nel posto che gli spettava e l’ho chiamato Presagio [4].


[1] Vedi L’antica via dei miti e dei misteri – percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica. Oppure Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte.
[2] Frequentata presso il Collegio Vescovile Atestino di Este (Pd).
[3] L’oco, in dialetto veneto, è il maschio dell’oca.
[4] Di quel nostro professore e dei suoi scritti ho chiesto all’amico Bruno Trivellin che abita nel paese natio, compagno di scuola di quel tempo, di informarsi, di sapere cosa n’è stato. Ha chiesto e poi mi ha riferito. Mi ha detto che dopo la sua morte la camera che abitava nel Patronato della Madonna delle Grazie è stata sgombrata di ogni cosa e dei suoi scritti sembra che non ci sia traccia.

2 Risposte to “Presagio”

  1. 001prova001@libero.it Says:

    Una curiosità, parli spesso al plurale, ma siete in due a scrivere ?
    Un’altra cosa… ti sei mai interessato alla psicanalisi ?

    Andrea

  2. wilmo e franco boraso Says:

    Chi batte i tasti è il Destino. Noi riceviamo, traduciamo, sviluppiamo e usiamo le tecniche a disposizione per trasmettere le indicazini e i messaggi. Di questo lavoro, ciascuno di noi opera dove riesce meglio o più gli aggrada.
    Ci chiedi inoltre se ci siamo mai interessati alla psicanalisi. Se mete della psicanalisi sono state e sono l’annessione di nuove zone dell’Es da parte dell’Io (“Dov’era l’Es deve subentrare l’Io” – Freud) e , dopo l’Io, la conquista del Sé (“Il centro della personalità totale non coincide più con l’Io, ma è un punto situato in mezzo fra la coscienza e l’inconscio” – Jung), agli stessi risultati noi siamo giunti seguendo la via filosofica fino alla fine di essa che coincide con il suo l’inizio (vedi fra i post già pubblicati L’ENTE, prima parte). D’altronde, come la chimica, fisica, astronomia, ecc., che fino a Galileo e Newton erano indissolubilmente e notoriamente parti della filosofia fisica, anche la psicanalisi lo è. Le distinzioni operate fra le varie scienze sono soltanto ripartizioni, specializzazioni, dopo che il sapere ha raggiunto dimensioni troppo grandi per essere rappresentato da una sola parola.
    Un cordiale saluto.

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