Il nuovo patto d’amore. Fine

Il nuovo patto d’amore, fondato sulla coincidenza degli opposti (5/5)

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Anna Costenoble, Tristan und Isolde (1900)

31.

Si valica l’abisso della morte
attraversando il Ponte
sospeso fra due rive,
e si ritorna nella luce della vita
e nella conoscenza dell’intero.

Giunto sul ciglio dell’Abisso tenebroso che all’improvviso s’è aperto dopo il Tramonto, e dove la stragrande maggioranza s’è accampata come in un’attesa, “non ho provato a scendere per poi risalire, come a volte si fa con i burroni esistenti sulla terra, perché già in quel tempo − oggi ancora di più −, esso appariva senza fondo, ma ho cercato di beffarlo con un ponte sospeso. Le due rive dove potevo ancorare l’esile struttura le ho già nominate: Tramonto e Aurora. La seconda individuata e determinata soprattutto da Parmenide; la prima, come ho già detto, da poeti, scrittori e filosofi dei secoli diciannovesimo e ventesimo, anche se non era certamente prevedibile in quei tempi che sarebbero servite come sponde per la costruzione di un passaggio di tal genere. Perciò ho fatto tutto da solo nell’ultima parte. Non molto di più di una corda molle che io ho lasciato andare alle mie spalle come una traccia, e che è diventata alla fine un semicerchio su cui pochi oseranno avventurarsi. Ma ci penseranno poi i tecnici a costruire il ponte. Io credo che si troverà il modo di tirarlo e rafforzarlo il mio esile arco e già vedo con l’immaginazione le torri che sorgeranno al posto dei rudimentali ancoraggi che ho costruito io, più alte di quelle del ponte di Brooklyn, più vicine al cielo di quelle che sono state progettate per l’attraversamento dello stretto di Messina; e il solido nastro che si stenderà dall’una all’altra sponda sarà il più lungo, degno di tanto vuoto. Credo che quel collegamento diventerà un rettilineo fra il Tramonto e l’Aurora, in altre parole il diametro del cerchio sul confine Notte-Giorno che appare nel simbolo. Credo che esso sarà alla fine una strada sospesa indistruttibile che attraversa la Notte, come l’asse terrestre, come la Via lattea. Aperta e illuminata strada di frontiera che collega le sponde vita-morte.
Giunto con quel semicerchio fluttuante nel Buio al tutto in una volta del cerchio, e perfino alla futura strada che attraverserà l’Abisso, c’è ora da vedere come ho potuto percorrere la parte gravitante nel Vuoto, che solo alla fine ha cominciato a diventare esile struttura gettata fra le due rive. C’è da dire, per prima cosa, che già esisteva l’altro semicerchio, quello in alto, progettato e percorso dall’Occidente in più di venticinque secoli, di cui ho già fatto cenno, che come un arcobaleno collega i due poli estremi del Giorno, che è poi la luce della ragione, e che nel visibile e tangibile è strade, gallerie, viadotti, rotte che circondano la Terra. Perché la Terra è stata il campo d’esercitazione nell’attesa di quel cimento: la realizzazione dell’arcata più grande. I suoi ponti sono modelli di quello vita-morte-vita. E c’è l’immenso ponte Aurora-Tramonto, immane cammino di una civiltà sospesa fra l’Abisso e l’Altezza, di cui i tanti racconti e le tante storie sono le carte topografiche e geografiche. Ebbene, è su quel mezzo giro già esistente che sono rimasto appeso come un ragno per attraversare il vuoto che sta sotto. O soprattutto ad esso, perché mi hanno molto aiutato anche il giorno del ciclo giorno-notte, l’estate di quello estate-inverno, la veglia dell’infaticabile successione veglia-sonno, la donna della segreta unità uomo-donna, l’amore del giro amore-morte. Tutte cose già dette, ma che qui amo ricordare perché sono gli appigli senza i quali non avrei mai potuto attraversare l’Abisso cui i più hanno assegnato il nome morte.
Ma ora bando alle trascorse esperienze, entro nel cuore del problema.
Come ho potuto procedere nella Notte senza lumi in Terra e stelle in Cielo, con l’Abisso spalancato ad ogni passo, anzi come ho potuto muovere un solo passo?
Perché, come ho già detto, mi tenevo appeso all’arcata diurna e avanzavo verso levante dopo la svolta del Tramonto, e in tal modo procedevo nella Notte, passo dopo passo, e segnavo il percorso con la corda molle che lasciavo andare alle mie spalle. Non mi risulta che prima di me qualcuno abbia camminato contemporaneamente nel passato e nel futuro come ho fatto io, diretto ad un’unica meta, l’Alba, quella vista da Parmenide e quella che avrei riscoperto di lì a poco se riuscivo ad arrivare sano e salvo. In tempi diversi sì, o distinti, come ho già spiegato, o non con la stessa consapevolezza; io, invece, per l’una e per l’altra arcata nello stesso momento, e sapendo in cuor mio che non era possibile separarle neppure nel pensiero, che non era possibile muovere un passo per una delle due che non fosse anche un uguale avanzamento nell’altra. In questo movimento da funambolo, quando sono arrivato a Mezzogiorno in alto, sotto era Mezzanotte, quando sono giunto all’Alba di venticinque secoli fa c’era la fine della Notte sullo stesso punto, e sono diventati indistinguibili i due momenti.
Tuttavia non sarebbe bastato il lavoro di corde e il mestiere di funambolo se non avessi ricevuto l’aiuto di una luce che non era quella del sole e neppure quella della ragione dopo che l’Essere è tramontato. Sotto forma di segnali che bucavano come scintille e lampi la Tenebra mi è giunto quell’aiuto, che io traducevo in parole, e le parole sono diventate indicazioni, e il loro insieme la collana che mi ha condotto passo dopo passo dalla Mezzanotte fino all’Alba. Anzi, per quanto mi riguarda, con inizio dal Tramonto, perché, come ho già detto, io allora ignoravo i risultati ottenuti dai miei illustri predecessori. Certo, quei segnali sono stati un incontro continuo, a viso aperto, con il mistero, quindi a dirlo con la voce della ragione, anche con l’irrazionale. Ma ho forse mai dichiarato, o anche solo lasciato intendere, che quanto stavo facendo era del tutto razionale! È razionale abbandonare in tanta parte le vie ampie e facili, i vantaggi che offre il denaro, le luci della ribalta, i piaceri della carne, perfino le dolcezze e gli abbandoni dell’amore, per immergersi nella Notte? Inoltre io ho sempre affermato che nel ciclo Giorno-Notte, specialmente quando si giunge nella metà oscura, la ragione è soltanto un piccolo e incerto lume che serve quanto la lanterna che il viandante teneva in mano di notte quando le strade erano buie. Non certo per vedere tanto lontano, dunque, e ancor meno la meta. E anche nei giri della natura dove siamo direttamente interessati, quelli che in qualche modo si vedono, si sentono, si toccano, perché ci troviamo sopra di essi quando si è vivi e svegli, è forse razionale il sonno, la morte, la provenienza della vita dalle profondità della terra e dei corpi? E si smette perciò di dormire, di morire, di provenire dal profondo e dal mistero? Allora, nessuna sorpresa per quanto anch’io non sapevo: non sapevo, e ancora non so, da dove giungevano i segnali. Oppure lo intuisco, anzi posso dire perfino di non aver dubbi, anche se non lo dice la ragione ma il cuore e perciò non posso dimostrarlo: vengono dall’Abisso. Ma non come arrivavano fin qui e perché. Una teoria però c’è e la dico. Come ho più volte posto in evidenza e come risulta dal simbolo, anche il ciclo più grande non arriva fino in fondo all’Abisso, anche perché è senza fondo, e similmente non si eleva fino alla sommità del Cielo che nessun occhio umano ha mai visto. In altre parole il Giorno-Notte, anche se è, o diventerà, il ciclo più grande dell’uomo, non scende fino al nulla e non s’innalza fino a Dio. Più semplicemente circola, come un pianeta attorno alla sua stella, come una galassia nel cosmo, come il cosmo in Dio o nel nulla, o, appunto, nell’Abisso. Per cui c’è ancora fondo oltre il più profondo mai raggiunto dall’Occidente. Ecco, è da quell’inconcepibile interiorità che i segnali mi sono giunti e che ho trasformato in parole. Input di un demone mi sono apparsi, com’è voce di Dio quella che giunge dal Cielo, che molti mistici hanno sentito e comunicato”.

32.

La segreta metà di me stesso
dopo che l’ho conosciuta
superando il confine
della Coincidenza degli Opposti,
ora la vedo là fuori in innumerevoli aspetti.
E cerco quello che più gli assomiglia,
e vorrei trovare quello che combacia.

Anziché dal primo, cominciamo dall’ultimo verso questa volta. Dei tanti volti che sono là fuori “vorrei trovare quello che combacia”, esso dice. In altre parole l’anima gemella. E non è vero, allora, ciò che abbiamo sempre detto: che si tratta d’avere idee chiare e distinte − quelle del Patto − di ciò che prima era solo intuito o visto come un lampo nella notte, e di quel che esso illuminava soltanto per un po’ finché scoccava e spandeva la sua luce! Perché l’anima gemella è ideale antico, anzi un archetipo, che continuamente arriva alla ribalta, e si è sempre creduto che ci sia.
La sua esistenza è legata all’androgeno primordiale di cui parlano i miti e le religioni, quello che abbiamo già nominato in queste pagine, precisamente nella frase quarta. Quello che è stato tagliato in due dalla divinità, che ha staccato esattamente la parte femminile da quella maschile. Un’operazione poi ripetuta per tutti gli individui di quella nuova specie spuntata improvvisamente dalla terra, e le metà le ha disperse ai quattro venti.
Teoricamente però le metà dovrebbero esserci tutte e sono le innumerevoli donne e uomini che abitano questo mondo; ma dove cercare in tanta dispersione la propria, come trovarla, come riconoscerla? Risultati della ricerca in ogni modo ci sono e sono le tante le unioni che continuamente avvengono. Ma che continuamente anche si disfano, anche dopo molti anni di convivenza, anche se sono state sancite dai patti esistenti. Segno indubbio che non c’erano certezze in quei ritrovamenti e collegamenti; che per ogni patto che si scioglie non era quella la metà ma soltanto le assomigliava. Segno evidente che si credeva di aver trovato ma non era vero, specialmente quando il cercatore si era fidato soltanto delle caratteristiche fisiche e dell’aspetto. Anche quando Cupido scoccava la sua freccia, non era per nulla sicuro che le due metà colpite fossero quelle originarie, ma solo le più somiglianti ad esse fra le tante sul mercato. Si da anche il caso che alcune frecce d’amore abbiano fatto centro, se sono esistiti ed esistono i grandi amori, se alcuni sono risultati e risultano indissolubili, se continua la promessa d’eterno amore, se quando uno se ne va l’altro vuole seguirlo e spesso attua il suo proposito. Parole già dette in queste pagine, ci sembra, ma che ci piace risentirle come si fa con la canzone del cuore.
Situazione difficile perciò per le anime gemelle fino ai nostri giorni, ma ora qualcosa sta cambiando e già si mostra.
Per sapere cosa, dopo aver citato l’ultimo verso della frase in oggetto ed essere arrivati fino a questo punto con il commento, bisogna ora salire al primo e seguenti, a “la segreta metà di me stesso dopo che l’ho conosciuta/ superando il confine della coincidenza degli opposti/ ora la vedo là fuori in innumerevoli aspetti”. Ecco che cosa è cambiato: ora non c’è più un’ignota presenza benché somigliante alla misteriosa metà perduta, non c’è soltanto la freccia di Cupido scagliata dal suo arco, che alcuni dicono fosse anche un buontempone e che mirasse a volte a caso per divertirsi. Ora c’è una presenza fisica, un aspetto determinato, e soprattutto la cicatrice della ferita di chi sa che la metà di sé gli è stata tolta, ed essa è prova sicura in caso di ritrovamento. Perché se è proprio lei la ritrovata, i lembi coincideranno esattamente. Similmente accadeva nelle antiche favole con le due metà dell’anello, che veniva spezzato in due quando il distacco era decretato dal destino e ognuno portava con sé la metà, che un giorno sarebbe servita a riconoscere chi possedeva l’altra se essa coincideva, e a ricostituire così l’unità una volta perduta.
Anche in tal modo, tuttavia, è difficile trovare l’anima gemella nel mondo brulicante di metà, sperdute in tempi e spazi illimitati, ma la ricerca diventa indirizzata e c’è il fascino d’essere ognuno cercante e cercato, di trovare come per incanto, di scoprirci uguali ma opposti e assolutamente indispensabili, di unirci nell’amore, e questa è l’essenza della vita.

33.

La metà che s’è svegliata di me stesso
quando ho raggiunto la Coincidenza degli Opposti
è donna, ed ora io cerco la sua figura e la sua voce
fra le tante che passano per le vie
e gremiscono i luoghi di ritrovo.
È ormai tardi per trovare ed essere accettati
perché ho impiegato la maggior parte della mia vita
per raggiungere il punto di ritrovo sicuro e perenne
e nel viaggio ho investito tutti i tesori della gioventù.
Ma intanto qui mi oriento e cerco. Poi ritornerò.

 

Si potrebbe chiamarla la frase della nostalgia e del rimpianto questa qui. “Ho impiegato la maggior parte della mia vita/ per raggiungere il punto di ritrovo sicuro e perenne”, dicono i versi sette e otto, investendo nella ricerca “tutti i tesori della gioventù”, ed ormai è troppo tardi per viverlo l’amore nei modi della separazione in due metà, che perfino gli dei perseguivano. Zeus con le sue continue discese dall’Olimpo per inseguire e possedere donne e ninfe, e anche gli altri erano solerti in questo genere d’avventure. C’è sempre stato un collegamento del genere fra cielo e terra.
Ma torniamo al tema. La situazione prima del patto era quella di sempre, quella che c’è ai nostri giorni, perché il Patto è per ora soltanto una porta sull’immortalità dell’amore che ad eccezione di pochi casi storici non è stata ancora aperta e superata. Quella esistente è invece come gli innamorati la conoscono, come l’ha conosciuta l’autore del patto quando era soltanto una lontana promessa: lo stare assieme abbracciati ma sapendo che l’unione finirà, anche se c’è nel cuore l’anelito al non finito mai, la speranza che duri per sempre.
E la maggior parte, come si sa, si dedica al primo aspetto dell’amore, allo stare assieme, all’unità nel corso di una vita. E non perché è più importante dell’altro, vale a dire della sua eternità, ma perché l’altro appare impossibile da raggiungere, anche se poi, alla fine, se non si arriva all’eternità dell’amore diventa però dolce il morire assieme, la qual cosa è quasi una via di mezzo, lo sfumare dell’eterno nel nulla, e viceversa – e questi due sono i maggiori fra gli opposti e il mutare l’uno nell’altro è la coincidenza più grande.
Dunque, normalmente e pressoché generalmente gli innamorati vivono l’amore contingente, la vita a due d’ogni giorno, l’unione dei corpi. Ma al futuro autore del Patto è capitata un’altra sorte: lui si è dato invece all’altro aspetto. Lui ha cercato subito l’immortalità. E questo nel pieno dell’amore, trascurando perciò spesso la parte comune e abituale. D’altronde solo Giove riusciva a dedicarsi contemporaneamente alle cose celesti e a quelle terrestri, e la stessa cosa riuscirà dopo il Patto, a chi lo firma.
Ma prima, lo ripetiamo, le cose non erano così. O di qua o di là, e l’autore si è posto dalla parte più difficile. Non è stata però una scelta ragionata, assomigliava piuttosto ad un destino. Non è stata una decisione meditata ma una tendenza. Non ha detto: rinuncio ora per avere di più domani e sempre, perché non c’era certezza, e non si è neppure ritirato dal primo aspetto. Oppure la cosa certa era una sola, che un’idea che era sorta, anche se poteva non valere, non voleva più staccarsi. Questa l’idea: quell’amore che era sbocciato doveva rimanere, e non nella mente di Dio o nel labirinto della natura che tutto inghiotte e confonde, ma nel cuore e nella mente dov’era spuntato, dove sarebbe rimasto come un sigillo impresso a fuoco.
Si dovrebbe ora raccontare come quel sogno immenso è diventato vero, come quell’inizio ha raggiunto la sua fine, ma l’abbiamo già fatto, sono le pagine già scritte. Qui ripetiamo soltanto la conclusione: perché c’era già la fine in quell’inizio e dopo è stata soltanto confermata. Perché, come si sa dalla sapienza antica, “in una circonferenza la fine e il principio stanno assieme, sono la stessa cosa”, e la lunga ricerca è giunta dove segretamente sapeva di poter arrivare.
Ancora un appunto sull’ultimo verso e poi chiudiamo. Esso suona così: “Intanto qui m’oriento e cerco. Poi ritornerò”. È previsto cioè un ritorno, anzi è quanto il Patto stabilisce.

34.

Il mio progetto di via
che conduce alla Coincidenza degli Opposti
può diventare un nuovo cammino della natura,
simile a quelli che portano i fiori a rispuntare
e le stelle a riapparire.
Tutto qui il mio segreto contributo

al nuovo astro che si chiama “Io”
e che diventa “Sé” (se stesso) − dopo un giro
compiuto a occhi aperti e mente sveglia.

 

Nella trentaquattresima frase si prospetta che il ritorno all’unità, costituita dalla coincidenza uomo donna, diventi un cammino della natura che s’aggiunge a quelli antichi che vediamo e tocchiamo, “quelli che portano i fiori a rispuntare/ e le stelle a riapparire”. Simili perciò anche a quelli che portano alla ribalta nuove generazioni nel mondo animale e umano. Dove starebbe allora la differenza? Perché è “nuovo” il Patto, cosa s’aggiunge ”?
Chi arriva fino a questo punto ormai conosce la risposta: nuovo perché s’aggiunge la coscienza del ritorno. Nuovo perché chi ritorna sa che è già stato. Una coscienza che non sembra che i fiori e gli animali abbiano, anche se sono sempre gli stessi che si succedono sulla scena del mondo, come hanno inteso poeti e filosofi.
Nella sua Ode ad un usignolo John Keats ha scritto che l’uccello che ha udito in un giardino di Hamstead, all’età di ventitré anni, in una notte del mese d’aprile del 1919, è lo stesso che nei campi d’Israele, un’antica sera, udì Ruth la moabita. Non un altro usignolo, dunque, ma lo stesso dopo migliaia d’anni: l’eterno ritorno dell’usignolo, uguale all’eterno ritorno del giorno e delle stagioni.
Nel secondo volume del Il mondo come volontà e rappresentazione, al capitolo 41, Schopenhauer ha espresso l’identica intuizione: “Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente fra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quel che vorrà, ma la pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro”.
Anche Leibniz ha seguito lo stesso cammino e l’ha così riassunto: “Gli animali, al contrario di quanto crede il popolo, propriamente non hanno inizio”. Naturalmente perché non hanno fine, e ha fatto il caso del baco da seta che diventa farfalla, o della metamorfosi dei bruchi, dove la morte dell’animale si trasforma senza alcun’interruzione nella vita di quello che succede.
Per Nietzsche è lo stesso uomo che ritorna eternamente come i fiori e gli animali, il piccolo uomo però, quello che nasce e muore come loro perché non sa da dove viene, chi è, dove va.
Non si possono perciò escludere dagli eterni ritorni degli stessi anche gli uomini, i quali però arrivano senza sapere da dove. Sono pochi, infatti, quelli che hanno detto e dicono di ricordare vite precedenti o episodi di esse. Perciò il nuovo che s’aggiunge è la coscienza chiara e distinta d’essere già stati, quella del nuovo patto d’amore. Ma per diventare “un cammino della natura” non può essere eccezionale, vale a dire accaduto poche volte nel corso dei secoli e millenni, ma normale e universale.
Un’alleanza di natura e cultura a questo punto è quel che appare in potenza e per tanti aspetti già in atto. Si è sviluppata una coscienza, un Io, che è diventato quando ha scoperto la sua metà nascosta, ed ora quella coscienza tutta tonda s’inserisce nel giro della specie, va ad occupare un posto nei ritorni già esistenti. Si dice fosse Dio che si occupava di trasferire l’anima nel corpo dopo il concepimento, ma ora sembra che dica all’uomo di arrangiarsi, di fare da sé. E forse è Lui stesso che gli ha insegnato il metodo. Perché, viva Dio!, c’è già chi “muove il sole e le altre stelle”, c’è già chi ritorna ed è lo stesso, c’è già l’uomo nella specie, solo che quella conoscenza non apparteneva ai singoli elementi dell’eterna ruota.
Si è trattato perciò da parte umana di inserire l’immutabile nel mutevole, la permanenza nel transitorio, l’apodittico nell’incerto. Non in generale però, a quello ci pensa sempre Dio e lungi da noi il voler prendere il suo posto, ma in ciò che noi stessi siamo e dopo che la morte ad un certo punto dell’evoluzione ha bussato alla nostra porta, l’abbiamo sentita, non abbiamo potuto fare a meno di aprire, e ci ha obbligato a difenderci.
Soltanto un affare privato, dunque, fra noi e lei, e il risultato è l’uomo nuovo, ancor più simile a Dio di quanto finora si è detto. Un dio minore, tuttavia, non super come lo vuole Emanuele Severino. Ma ora con la dote della continuità e dell’immutabilità.
Ci sono perciò altri due opposti che, a questo punto, giungono alla ribalta per coincidere: cultura e natura. Che l’uomo non potesse essere innaturale in quella parte della sua vita che dedicava alla cultura sembrava perfino ovvio: non sarebbe altrimenti sopravvissuto a una tale schizofrenia che dura da millenni. Però fra le due sembrava spesso esistere il distacco più profondo, a volte la più grande avversione, che si esprimeva in battaglie furiose. La guerra è iniziata con la civiltà occidentale, ma negli ultimi decenni s’è fatta senza esclusione di colpi e mette in pericolo mortale sia la natura − com’è oggi, con i suoi fiori, piante e animali, acque limpide, cieli tersi − che l’uomo, autore della cultura, e quindi la cultura stessa nella sua totalità. Perciò il Patto si pone, senza che avessimo preventivato questa sua estensione, anche come coincidenza di natura e cultura nell’uomo, e questo, ci sembra, ci avvicina a Dio.

35.

Svanisce la paura della morte se si arriva
alla Coincidenza degli Opposti
come il giorno che lentamente
e dolcemente si scioglie
nell’oscurità della notte che ritorna.

 

Si afferma che la vita si scioglie lentamente e dolcemente nella morte, e quasi non ci si accorge del passaggio, se è vicina la persona amata, − la parte a notte se è lui che se ne va. Nel secondo caso è lei che si scioglie nella vita dell’amato. Insomma i due innamorati trascorrono serenamente nell’unità vita morte lasciandosi dolcemente andare.
Lo dice la poesia del Carducci intitolata Jaufré Rudel: a Giaufredo diventa piacevole il morire dopo che ha potuto vedere Melisanda, che lo ha stretto al suo petto e “tre volte la (sua) bocca tremante/ co ’l bacio d’amore baciò”. Perché la vita “è l’ombra di un sogno fuggente./ La favola breve è finita,/ il vero immortale è l’amor”.
Perfino l’Inferno non è tanto brutto, anche se la condanna è la bufera che mai non si ferma, se vicina, anzi abbracciata, c’è la persona amata. Così per Paolo e Francesca e, miracolo dell’amore, è la bufera che interrompe la sua furia affinché Francesca possa raccontare a Dante la sua triste storia. Poi il vento furioso riprende ma i due rimangono uniti ed esso non ha la forza di scioglierli.
Non diversamente, le potenze infernali si sono placate con il canto d’amore di Orfeo, quando è là disceso a cercare Euridice, per riportarla in vita. Caronte, per ascoltarlo, abbandonò la sua barca e lo seguì. Cerbero alzò i suoi tre musi e smise di latrare. La ruota dove Issione instancabilmente girava, inseguendo e fuggendo se stesso, s’arrestò. Le figlie di Danao, che osarono macchinare la strage dei loro cugini, e che perciò attingevano di continuo l’acqua che sempre si versava, interruppero l’inutile fatica. Sisifo, costretto a spingere il masso su per la montagna, che subito cadeva rotolando a valle appena giunto in cima, si sedette sulla sua pietra. Tantalo dimenticò la sua sete e fame. Le Erinni, figlie della Notte, divinità terribili e implacabili, rimasero interdette. I giudici dei morti piangevano.
Perciò già l’amore ha sempre vinto la morte, o l’ha almeno interrotta, sospesa, incantata. Anche chi resta, dopo aver perduto l’amata si consola quando pensa di raggiungerla, e a volte s’allieta quando è vicina l’ultima ora perché finalmente va a riunirsi a lei. O addirittura, in modo silenzioso e segreto perché nessuno si accorga, impazientemente di sua iniziativa anticipa la partenza.
Si danno anche casi di partenze assieme o quasi, e allora è un tenersi per mano con uno che va avanti e l’altra che lo segue, la qual cosa nel nuovo patto d’amore può accadere anche per gli arrivi, come già un po’ succede con i gemelli. Perché come la vita si scioglie nella morte, può avvenire ormai anche il contrario quando si raggiunge la coincidenza degli opposti.

36.

 

 

Avendo raggiunto la Coincidenza degli Opposti
− il maschile e il femminile assieme −,
l’altra metà in me ha il tuo aspetto.
Perciò ti ho detto che ci sei per sempre.
Queste unioni non avvengono
dove prevale il finito e il limitato.

La trentaseiesima frase, dopo aver riassunto i risultati già conseguiti o che si possono ottenere con il nuovo patto d’amore, precisamente l’unità di maschile e femminile, e perciò anche lo svelamento della metà nascosta che in tal modo acquista fissità e durata anche nel visibile e tangibile, negli ultimi due versi pone alla ribalta un altro aspetto del patto. Afferma che le nuove unioni “non avvengono dove prevale il finito e il limitato”. Perciò in un’altra dimensione che ha caratteristiche diverse, e se si pone come il suo superamento si può indovinarle: non sono finite e limitate e quindi infinite e illimitate. D’altronde in quale altro luogo un volto visto in questo mondo dove tutto muta e trascorre potrebbe diventare fermo in se stesso e immutabile!
Un’anticipazione di un tale mondo esiste già, è l’arte. C’è forse mutamento e fine nel volto e corpo della Venere di Milo, della Gioconda di Leonardo, della Madonna con il Bambino di Raffaello! Ecco perciò irrompere nel finito e nel limitato la possibilità di rendere imperiture le immagini di qui come si fa con la pittura e la scultura, oggi anche con la fotografia. Lì nella carta e nel marmo, qui nella mente. E si cercherà, semmai, fra le illimitate ripetizioni sempre la stessa, o saremo noi, nel mondo delle metà, ripetizioni di figure eterne e immutabili.
Come ha già previsto Platone tanti secoli fa con le sue Idee. Egli però ha posto quel mondo nell’Iperuraneo mentre noi non lo collochiamo così in alto. Il nuovo patto d’amore si fa qui, ha come base quello precedente, non si sostituisce ad esso ma soltanto lo completa e lo arricchisce.

37.

 

 

Il metodo finora seguito per continuare la specie
sarà anche quello per perpetuare il singolo.
Però è necessario raggiungere un maggior grado
di fusione e consapevolezza,
quello che si ottiene con la Coincidenza degli Opposti.

Una conferma che il nuovo patto d’amore non elimina quello esistente ma lo completa e lo arricchisce, è contenuta nella trentasettesima frase. Essa afferma che il metodo “per perpetuare il singolo” è lo stesso di quello in uso fino ad un certo punto per la specie, ma poi, appunto, c’è qualcosa che s’aggiunge. Dall’indistinto e indeterminato fluire − che opera anche al livello delle attuali strutture umane (famiglia, società, civiltà) −, ciò che s’aggiunge porta al distinto e al determinato, apparentemente nulla mutando nel mondo delle apparenze.
Ciò non esclude che ci sia anche la dimensione del pensiero puro, indipendente dalla sensibilità, vale a dire il mondo delle idee, l’Iperuraneo, il Tao, il Pleroma, il Paradiso, dimensione o stato mentale cara alle religioni e a tanti sapienti e filosofi. Ma il Patto qui ne fa soltanto cenno, anche perché esso mira ad ottenere un duplice vantaggio per i suoi firmatari: che essi siano unità e dualità assieme. Che siano contemporaneamente essere e non essere, essere già stati e aver dimenticato, essere un tutto e sentirsi brevi, recitare la propria parte nel gran teatro della vita ed attenderne una nuova fra le quinte. Com’essi già sono, d’altronde, ma inconsapevolmente. Dopo la firma, invece, in modo chiaro e distinto.

38.

Il prossimo passo avanti dell’Occidente
quello che ha già il piede alzato
è nella direzione della coincidenza degli Opposti.

Si passa da un Patto a due, che integra e perfeziona l’antico rapporto d’amore, a “un passo avanti dell’Occidente” previsto nel Patto stesso. D’altronde si è sempre affermato che è dalla coppia, che si unisce in matrimonio e che forma la famiglia, che inizia ogni altra aggregazione e sviluppo: le comunità, le società, le istituzioni, la civiltà. Anche perché è lì che avviene la procreazione, che è il continuo darsi il cambio nella vita e perciò in tutto quello che da essa si è formato e si sviluppa.
Quindi non c’è sorpresa se ora Il nuovo patto d’amore diventa sorgente, lo era anche il vecchio. E se la sorgente diventa ruscello, torrente, fiume, lago, mare. Se diventa Occidente.
Un nuovo e diverso Occidente a questo punto, com’è nuovo e diverso il Patto fondato sulla coincidenza degli opposti. Sui molti di essi che abbiamo elencato in queste pagine ma anche, come risulta sempre più evidente, su quelli che non abbiamo qui nominato, o non ancora. All’inizio invece solo uomo e donna, com’è sempre accaduto per ogni cosa che nasce. Come Adamo ed Eva, madre di tutti i viventi. Come il maschile e il femminile del simbolo del Tao, da cui tutte le cose hanno avuto origine.
Ma è davvero questa la direzione che sarà seguita? Attualmente è quella scientifica e tecnica la dominante, ma si tratta pur sempre di una signoria esercitata da un ramo della conoscenza e non da tutta. Da quello che, quando esso non era così sviluppato, andava sotto il nome di filosofia fisica. L’antica fisica aristotelica sovrastata però dalla metafisica. Quella che oggi non appare, perché il suo cielo è stato oscurato dalla Notte, e finora sono pochissimi coloro che hanno lasciato le luci artificiali degli accampamenti notturni e sono usciti ad affrontare l’oscurità e il mistero, ma chi l’ha fatto ha cominciato a vedere le stelle. Non solo la luce della ragione, perciò, da cui scienza e tecnica sono derivate, ma anche quelle di altre fonti.
Ecco perché la realizzazione scientifico tecnica non dovrebbe dominare ancora per molto, o perlomeno in modo così esclusivo; perché non ha verità e lo dice essa stessa; perché così com’è rappresenta un pericolo. C’è il rischio che passi i limiti ed esploda: Sarebbe la bomba nucleare il grande botto a imitazione del Big Bang. Dai cui frantumi nascerà un altro universo, diranno gli ottimisti, ma ci sarebbe da aspettare troppo. Anche se, come diceva Nietzsche, nel sonno non c’è trascorrere di tempo e ancora meno ce n’è nella morte. Poi verrà ancora il tempo della vita, ma non si vorrebbe aspettare tanto.
Quanto, allora, se il pericolo più grande si riuscirà ad evitarlo? L’Occidente “ha già il piede alzato” nella direzione del Patto, afferma la trentottesima frase, quindi non dovrebbero esserci tempi lunghi se l’opera di civiltà continua. Altrimenti ci sarà la fine del mondo, o certamente quella dell’Occidente che però si è esteso in tutto il globo.

39.

Quando le due metà s’incontrano
e coincidono inizio e fine,
una succede all’altra
come il giorno alla notte,
si sorreggono a vicenda
e non c’è fine.

Partiti da una specifica coincidenza degli opposti, quella fra uomo e donna, lungo il cammino per seguirne lo sviluppo e renderla stabile e durevole con un patto quella prima unità ne ha introdotte e coinvolte altre. Quelle antiche già esistenti che si vedono da fuori e si toccano e quelle che invece non sono ancora entrate in scena − almeno per noi spettatori umani −, e stanno dietro le quinte, ma di cui si colgono i loro aspetti separati e incompleti e si intuiscono i loro rapporti segreti. Fra le prime il giorno notte, estate inverno, le fasi della luna, gli infaticabili ritorni dei pianeti sulla volta celeste. Fra le seconde: la veglia e il sonno, il conscio e inconscio, il bene e il male, la vita e morte.
Fra le seconde, prima di questo Patto e finché esso non sarà presentato, letto e sottoscritto da tante coppie, anche l’uomo e donna. Anch’essi appartengono alle metà non ancora uscite dalle quinte in modo stabile e sicuro, anche se di rappresentazioni dove hanno svolto le parti dell’unità più grande ce ne sono state tante. Ma ora questa coppia, che finora si è formata in via sperimentale, è ad un passo dalla ribalta ed è sul punto di occupare stabilmente la scena. Non solo con rappresentazioni occasionali perciò, com’è capitato finora. Forse le prime erano volute dal destino come anticipazioni, e finivano spesso in modo tragico perché si svolgevano quasi in incognito, in luoghi e tempi non adatti, ed erano come avversate. Ma dopo il Patto, rimarranno sulla scena in modo stabile e continuo come le coppie di opposti che abbiamo prima nominato, come il giorno notte per intenderci meglio, di cui abbiamo visione e conoscenza perché stanno alle spalle delle nostre esistenze singole e incomplete ma in procinto di diventare unità stabili e sicure. Le quali perciò, finora, fungono da spartiacque fra il noto e l’ignoto, la conoscenza e il mistero. E l’occupazione della scena che il Patto stabilisce, avverrà come per quelle. La scomparsa di una metà sarà solo temporanea perché è legata all’altra che sta nell’apparenza e quest’ultima acquista pienezza dalla prima.
“Si sorreggono e si tirano a vicenda” dicono i versi “e non c’è fine”.

AVVISO
L’avventura è poi continuata con l’uscita dal giro delle apparenze e
l’arrivo in Centro. Questa parte finale del viaggio è raccontata nel
libro “L’antica via dei miti e dei misteri – percorsa ora con la
lampada della conoscenza filosofica”, Editrice Leonardo e in vari post
fra i quali “Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno” e
“Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica
“.

[5/5 – Fine]

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