La metà nascosta — Prima parte (4-7)

Leggi i capitolo 1-3 della Prima parte

 

John William Waterhouse, Pandora (1896)

4. La metà misteriosa che si può guardare in faccia, sembra un dono o un miracolo. Ma dietro a tanta generosità apparentemente gratuita si celano piani segreti, misteriosi progetti e anche insidie perpetrati dalla Terra e dal Cielo e di cui uomini e donne sono soltanto pedine e vittime. Si va alla ricerca di chi o che cosa ci ha così coinvolto e condannati e di come si può fare a liberarsi.
Trovare fuori la donna in carne ed ossa che invece in noi stessi è lato oscuro e misterioso, ha tutte le apparenze di un dono, di un miracolo.
Come un dono, esso appare nella Bibbia: il dono di Dio a Adamo. Adamo era solo, aveva in sé Eva nel modo che ho detto: come metà ignota. Era androgino Adamo, e ogni uomo in modo più o meno palese lo è, e la scienza afferma che la creatura che si sviluppa nel grembo materno fino a un certo punto non si sa se è maschio o femmina, e solo dopo cominciano ad apparire i caratteri primari dell’uno o dell’altra. Per cui, alla fine, permane quel che arriva alla manifestazione, vale a dire ciò che esce nella luce del sole e della mente, mentre l’altro rimane nel nascosto o è il nascosto. Perciò Dio ha tratto da Adamo quel che lui aveva in sé, nel suo corpo e nella sua mente, ma non si vedeva, vale a dire Eva. Infatti, dal sonno dell’uomo l’ha tirata fuori e dalla parte cieca del suo corpo, perché anche il corpo è volto e nuca, davanti e dietro, e quando il dormente s’è svegliato se l’è vista davanti. Come un miracolo, io credo. Ma poi si sa com’è andata a finire, con la tentazione del serpente, il peccato e il castigo, consistente nella cacciata dal Paradiso terrestre. La separazione di Eva da Adamo, piuttosto che la scoperta della metà misteriosa perché portata alla vista − e vedere è sempre l’inizio di ogni nuova conoscenza se non si giunge nell’aperto solo portati ciecamente dal destino −, è stato un porre fuori il mistero e un trovarselo di fronte ad ogni passo come altro da se stessi, anzi spesso come avversario e nemico. È stato l’inizio della diade, che anche per i pitagorici è il principio della diversità, della disuguaglianza e della molteplicità. Quindi anche l’inizio dell’immenso guazzabuglio qual è oggi il mondo percepito dai sensi. Perché le metà moltiplicandosi e unendosi fra loro spesso in modo casuale, spesso solo per attrazione dei sensi e soddisfazioni fisiche, ottenute spesso con la forza e la violenza, hanno dato vita alle innumerevoli variazioni che si vedono e si toccano. E ora questo mondo è lacerato e disperso da “uno” che era. Ai nostri giorni, poi, anche le metà discendenti dall’uomo e dalla donna del Paradiso terrestre, sembra che non si cerchino più con lo stesso ardore e impegno, quello manifestato in altre età della storia del mondo. Come in quelle dei cavalieri medievali e dei trovatori, per esempio, o dell’idealismo romantico, dove sono fioriti eterni amori. La Notte che è scesa in Occidente, dove le metà opposte sono immerse, non favorisce certo gli incontri anzi li rende molto spesso impossibili, o limitati ai rapporti sessuali occasionali che si esauriscono in breve tempo e si svolgono in forme ed aspetti degradanti che assomigliano ad un ritorno al mondo animale. Certamente sono aumentati i dissidi e gli scontri. Ha nome separazione, divorzio, guerra dei sessi, volontà di sopraffazione, la lotta che s’è fatta più cruenta e a volte mortale.
Un dono perciò, quello di una compagna per Adamo, che si è trasformato in un inferno. Ma era davvero un’offerta del cuore o soltanto un’astuzia per dare avvio al due e al molteplice, vale a dire a tutta la creazione come oggi ci appare? Se è stata un’astuzia degli dèi, allora è il sacrificio dell’uomo (e della donna) che ha creato il mondo, − o quello di Dio stesso che è poi stato scaricato sulle spalle dell’uomo come peccato originale, così che Lui si è ritirato stabilmente nella metà luminosa − e noi continuiamo a subire la dualità, compresa la più grande, la vita-morte.

5.
Non è solo una mia idea la domanda di prima che insinua il dubbio sulla generosità e gratuità del dono fatto da Dio a Adamo, che era solo nel Paradiso terrestre e si annoiava e rattristava. Perché quella separazione vista come astuzia e prevaricazione dei divini contro i mortali è presente anche in altre religioni e miti. In quello, per esempio, raccontato da Platone, della creatura androgina figlia della terra, tagliata in due metà da Zeus. Rispetto ad esso, il racconto biblico della creazione con la nascita di Eva da Adamo, per l’Occidente è merce d’importazione. È entrato in Grecia alcuni secoli dopo la nascita di quella civiltà, portato dai primi cristiani, e anche se ha finito con il prevalere sugli altri racconti delle origini, non li ha però cancellati. Ed essi, infatti, stanno ritornando in auge, assieme all’antica sapienza. C’è il ritorno dell’origine oscura e della metà misteriosa, perché c’è la necessità di svelare il segreto. L’aspetto più profondo di esso è la morte che convive con la vita, è la sconosciuta unità di vita e morte, e ciò è soprattutto l’uomo. Vale a dire, più di veglia e sonno, di conscio e inconscio, che sono gradi di avvicinamento alla maggiore profondità e al più tenebroso dei segreti, egli è vita e morte assieme e non può più adagiarsi in questa situazione che da alcuni millenni è pressoché immutata, da quando ha fatto capolino la coscienza della morte e della sua ineluttabilità. Se ciò accadesse, vale a dire se si continuasse a ignorare questo stato precario, la continuazione dell’esistenza dell’uomo sulla Terra sarebbe in forse.
Io sono riuscito a superarla la maggiore profondità, anzi l’Abisso, non scendendo in quel nero vuoto senza fine per poi risalire, che sarebbe stato impossibile, ma beffandolo con uno stratagemma: gettando un ponte fra due rive. Fra il punto estremo dove finisce la vita e quello della nascita, come siamo soliti fare quassù per superare i crepacci della terra o i suoi torrenti e fiumi. Un ponte sospeso finora, in quest’inizio di lotta e di conquista, anzi solo una fune fluttuante nel baratro, ma così sono riuscito a valicarlo. Più avanti, racconterò con più ricchezza di parole l’avventura. Si sappia però fin d’ora che quella corda molle che attraversa l’Abisso è anche l’estremo confine della conoscenza umana, e il vuoto che essa ha delimitato, che nel simbolo di copertina è il semicerchio grigio, è diventato dimensione da conquistare sempre più. Ci vorrà tuttavia del tempo per passare dalla scoperta alla sua pubblica utilizzazione.
A questo punto il cammino che comincia con la nascita e finisce con la morte, giunto in quel punto può non precipitare più nell’Abisso se c’è quell’esile protezione a trattenerlo, simile alle reti poste sotto i funamboli e i trapezisti.

6. La donna come opposto irraggiungibile se non si riesce a superare il lato oscuro, e perciò insidioso e causa d’ogni guaio e sventura, si trova anche nel mito di Pandora.
Dopo che Prometeo ebbe donato agli uomini il fuoco che aveva rubato agli dèi, e dopo che egli fu punito nel modo atroce che ci ha raccontato il mito – incatenato ad una roccia montana con un’aquila che gli mangiava il fegato che ogni notte ricresceva −, Zeus, non ancora contento, ma soprattutto preoccupato per ciò che gli uomini ormai possedevano e che a lungo andare li avrebbe resi avversari temibili e probabili nemici, perpetrò contro di loro un inganno. Fece preparare ciò che sembrava un dono molto prezioso visto da fuori, ma che celava un’insidia che avrebbe annullato i vantaggi che avevano ottenuto con l’uso con il fuoco, che illuminava loro le vie della notte e forse un giorno anche quelle della morte, rendendoli immortali. Era l’inganno un male di forza uguale e contraria al bene usurpato e il suo nome era Pandora. Se gli uomini avessero abboccato, gli dei avrebbero continuato a dominare incontrastati, per sempre.
L’ha raccontata Esiodo questa storia, in due versioni [1]. Nella prima, seguendo il volere di Zeus, Efesto fece con la terra l’immagine di una splendida fanciulla. Con una candida veste Atena la coprì. Lo stesso dio dell’Olimpo preparò con le sue mani una corona d’ora riccamente lavorata con tante figure d’animali della terra, del mare e dell’aria, che balzavano come fossero vive, e le cinse il capo. Quando quel “maleficio” di aspetto splendente fu pronto, Zeus lo portò davanti al consesso degli dei e degli uomini. Gli uomini fiutarono l’insidia, ma di fronte a tanta bellezza rimasero abbagliati e conquistati e non riuscirono a rifiutarla. Da Pandora ha avuto inizio la generazione delle donne e sono incominciati tutti i guai e le pene degli uomini, compresi i dolori, le malattie, la vecchiaia, che prima non subivano e pativano in cambio del loro assoggettamento agli dèi. Prima, insomma, gli uomini si consumavano a poco a poco, dolcemente, come una candela a cui viene a mancare sempre più la cera. Però si spegnevano, per sempre. Mentre gli dèi erano immortali: ecco cosa gli distingueva nettamente dagli uomini.
Dopo il dono di Pandora, invece, la via della tribolazione, ma anche della speranza. Da quel momento è cominciato il sogno di conquista del lato oscuro. E, guarda caso, è stato proprio quello “splendido maleficio” a sollevarlo dal sonno e dalla morte. Si può immaginare anche il movente: quella bellezza, per non perderla mai, per tornare a rivederla, perché era lei il nero velo da sollevare.
Nella seconda versione di questo mito primordiale si narra che Zeus chiamò Prometeo e gli disse: “Figlio di Giapeto, tu sai più di tutti gli altri e ti rallegri di aver rubato il fuoco e di avermi ingannato: ma ciò sarà a danno tuo e degli uomini futuri a cui hai creduto di arrecare vantaggio. Essi, infatti, riceveranno da me, in cambio del fuoco, un male di cui gioiranno, circondando d’amore ciò che costituirà la loro disgrazia”. Alle parole seguirono i fatti: la costruzione di Pandora. Molti abitanti dell’Olimpo furono coinvolti nell’opera per volere del loro re. “Efesto fece con la terra l’immagine di una pudica fanciulla, Atena la coprì di una candida veste e le insegnò l’arte di tessere; le Cariti e Peito la ornarono con una collana d’oro; le Ore cinsero il suo capo con una ghirlanda di fiori primaverili; Afrodite la circonfuse di fascino amoroso e desideri struggenti; Ermes pose nel suo petto la menzogna, le lusinghe e l’inganno, e la chiamò Pandora”. Quando quella creatura incantevole, contro cui non c’è difesa, fu pronta, lo stesso messaggero degli dei la portò ad Epimeteo perché la consegnasse agli uomini. Egli prese il dono, anche se Prometeo gli aveva raccomandato di non accettare alcun regalo da Zeus, perché solo guai sarebbero derivati da esso, e così, infatti, accadde. Da un grosso vaso che Pandora aprì, uscirono tutti i mali del mondo, anche le malattie, la vecchiaia, e la temuta e sofferta morte, e si diffusero dappertutto. Così gli dei hanno messo in ginocchio gli uomini anche nel loro mondo, e la distinzione è diventata più grande, la separazione più profonda. Da allora sono rimaste pressoché immutate e non rinunciano ad esse gli immortali. È il loro capolavoro, l’insegna del comando, il trono senza insidie provenienti da fuori, il Cielo irraggiungibile. Agli uomini invece la Terra, peraltro luogo d’atterraggio anche dei divini, che si servono di essa per le loro scorribande, divertimenti e sollazzi, e Zeus dall’alto lancia i suoi fulmini contro gli abitanti come su bersagli di legno o carta. Da questa contrapposizione fra uomini e dèi tutti i miti e le storie antiche hanno avuto inizio. Le prime parole di ognuna suonano così: prima gli dei, poi gli uomini, e che essi stiano sempre sotto e che non diventino troppo potenti. Ciò vale per ogni luogo e ogni tempo: in Occidente e in Oriente, dalla creazione fino ad oggi. Ci hanno detto i sapienti dell’India che i loro dei “non vogliono che si sappia. Hanno posto il loro veto. Non possono liberare i loro armenti – gli uomini −, come noi non possiamo privarci di pecore e bovini”. Ha detto il dio d’Israele all’angelo: ora che hanno mangiato il pomo dell’albero della conoscenza devo liberarmi di loro, “perché non prendano anche i frutti dell’albero della vita e diventino simili a noi”; e gli scacciò, e armò il suo alato guardiano con una spada fiammeggiante e lo pose a guardia della porta del paradiso.
Dal vaso di Pandora uscirono: la Vecchiaia, la Fatica, la malattia, la Pazzia, il Vizio e la Passione. Subito esse volarono via a stormo ed attaccarono i mortali. Ma la fallace Speranza, che Prometeo aveva pure chiuso nel vaso, li ingannò con le sue bugie ed evitò così che tutti commettessero suicidio.
Pandora: ciò che esiste di più notturno e ciò che è più luminoso, ciò che irradia felicità e la più nera lotta si ricongiungono sotto forma di queste bugie, di questa seduzione amorosa. Ecco dunque Pandora, luminosa come Afrodite, e simile ad una figlia della Notte, tutta menzogne e civetteria.
I due aspetti che ha sempre avuto il lato oscuro, quando raggiunge l’unità con l’altra parte e quando invece è staccato e solo.
Ma in quella luminosità e oscurità congiunte gli dèi non hanno previsto la possibilità di aggiramento fino a cogliere quel tutto in uno senza smarrirsi e precipitare, ciò che poi è cominciato ad avvenire e che ai nostri giorni è giunto a conclusione.

7.
Nel primo mito cui ho fatto cenno, quello del taglio in due parti dell’essere che era uomo e donna assieme, che più del racconto biblico della nascita di Eva da Adamo sta alla base della civiltà greca e quindi dell’Occidente, gli umani non erano creature degli dèi ma prodotti della Terra, come le piante. E non crescevano distaccati, l’uomo di qua e la donna di là, ma assieme, come se il dio Efesto, dice il mito, li avesse fusi e plasmati in un essere solo, affinché, di due divenuti uno, potessero vivere entrambi così uniti.
Erano, dunque, un tutto pieno, rotondi di forma, come l’Essere di Parmenide si può aggiungere. Non due corpi e un’anima sola, come accade ancora oggi nell’amore più grande, ma un corpo e un’anima. Non una metà manifesta e l’altra ignota come io dico che oggi è l’uomo, ma tutte e due in luce. Il volto come quello di Giano bifronte, ma con la faccia maschile da una parte e quella femminile dall’altra – come d’altronde appare Giano in alcune raffigurazioni che sono state salvate e conservate −, e i due sessi su un unico corpo. Formidabile quella creatura, di nulla mancante, capace di riprodursi da sé, anzi di copiarsi continuamente e illimitatamente, quel che promette di fare oggi la scienza con la clonazione e non c’è dubbio che ci riuscirà. Alcuni animali sono già stati clonati e ci sono scienziati che giurano di poterlo fare anche con l’uomo, anzi si mormora che l’opera è già stata compiuta. Perciò un’antesignana della moderna ingegneria genetica, la creatura del mito, ma prodotta dalla natura, come la più completa e riuscita delle sue opere. Un’intempestiva crescenza, tuttavia, se ha sorpreso gli stessi dèi olimpici, ha attirato la loro l’attenzione e ha suscitato i loro timori e paure. Si riunirono allora sotto l’egida di Zeus e decisero di intervenire prima che fosse troppo tardi; prima che quei nuovi nati dalla Terra acquistassero coscienza della loro forza e decidessero di usarla contro di loro. Gli Olimpici avevano già subito assalti dai giganti e dai titani e non volevano essere colti di sorpresa un’altra volta.
Fu questa la decisione cui giunsero: ridurre drasticamente la loro forza e i loro poteri separando l’uomo dalla donna. Tagliandoli a metà, insomma. Compito che Zeus stesso si assunse e lo eseguì con la spada. In corso d’opera fece anche di più di quanto era stato stabilito: dopo averli divisi prese quelle metà e le gettò lontano, ai quattro angoli della terra. In direzione opposte le getto, il lato uomo da una parte e quello donna dall’altra.
Perciò è così difficile ancora oggi che uno trovi l’altra, anzi impossibile se non interviene il destino. Una ricerca complicata ancora di più dalle tante metà somiglianti all’originale che sono dappertutto, prodotte nel corso dei secoli e i millenni dalle innumerevoli combinazioni affidate soltanto al desiderio o alla prevaricazione. Per cui spesso si crede di aver trovato, ma poi ci si accorge che era solo un’illusione, e si comincia da capo. Una ricerca che non avrà mai fine perché è legata alla propria manchevolezza. A meno che non si riesca a riscoprire la faccia nascosta che ognuno porta in sé a segno è ricordo dell’antica separazione. Solo con quella negli occhi e nel cuore si può rivolgersi al mondo delle parti separate e disperse e far conto di trovare davvero, vale a dire senza illusioni e inganni. Ma ciò significherebbe risolvere l’enigma, cosa mai accaduta finora in modo chiaro e distinto. Solo qualche volta, come ho detto, il destino ce l’ha posta di fronte, ed è nato l’amore. Io e tu la stessa cosa, ecco un avvicinamento al segreto più grande compiuto nei modi del sentimento. Ma per avere conferma è necessario andare a vederci, e per riuscirci aggirare noi stessi. Con le sonde all’inizio, come hanno fatto gli scienziati e gli astronauti per scoprire la faccia nascosta della luna.
Io sono una sonda di tal genere, la prima, forse, che nei modi della conoscenza filosofica e scientifica ha compiuto il periplo della metà sconosciuta, e più avanti racconterò come ho fatto.

[Continua]


[1] Esiodo, Teogonia, 567; Le opere e i giorni, 53.

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