La metà nascosta — Prima parte (19-21)

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Gian Lorenzo Bernini, Estasi di santa Teresa d'Avila (1647-52)

19. Alcuni esempi d’unità di umano e divino espresso dai mistici, che l’hanno sperimentato in loro stessi.
Il primo esempio è quello dello stesso Gesù che ha detto: “Io e il Padre siamo una cosa sola”, e per aver pronunciato queste parole è stato crocefisso. Dopo novecento anni, un grande mistico sufi si è espresso quasi con le stesse parole; “Io e il mio amato siamo una cosa sola”, e anche lui è stato crocefisso. Per cui un altro mistico ha tratto una conclusione da questi ed altri fatti: “La funzione della comunità ortodossa è quella di esaudire il desiderio del mistico, che è quello di unirsi a Dio, attraverso la mortificazione e la morte”. Un sacrificio che da tempi immemorabili si ripete sempre uguale: l’immolazione della vittima sacrificale.
Dopo Gesù e il mistico sufi, molti altri hanno sperimentato l’estasi, (il significato originario di èkstasi è entrare in Dio). Ne nomino alcuni: Caterina da Genova, Angela da Foligno, Janne-Maire Bouvier de la Motte-Guyon, Anna Kaharina Emmerch, Ramakrishna, Simeone il nuovo teologo, Madre Teresa di Calcutta.
Ha detto la prima: “Ma l’amor puro e netto non può dire voler da Dio alcuna cosa (per buona che esser possa) la quale abbia nome di partecipazione; perché vuole esso Dio, tutto, puro, netto, e grande, siccome è: e quando gliene mancasse un minimo puntino, non si potrebbe contentare, anzi gli parria esser nell’inferno. E perciò dico ch’io non voglio amor creato, cioè amore che gustar si possa, né intendere, né dilettare: non voglio, dico, amore che passi per mezzo dell’intelletto, della memoria, della volontà; perché l’amor puro passa tutte queste cose, e le trascende, dicendo: Io non mi quieterò fino a tanto che io sia serrato e rinchiuso in quel divino petto, dove si perdono tutte le forme create, e così perdute restano poi divine: né altramente si può quietare il puro, vero, e netto amore. Onde ho deliberato, mentre ch’io viverò dir sempre al Mondo: Di fuori fa di me tutto quello che vuoi; ma nell’intrinseco lasciami stare: perché non posso, né voglio, né vorrei poter voler occuparlo se non in esso Dio, il quale se l’ha preso, e serratosegli dentro talmente, che non vuole aprire ad alcuno.
Per l’alienazione in che mi truovo delle cose corporali, non le posso sopportare. Per lo che parmi di non esser più di questo mondo, non potendo come gli altri far l’opere del mondo: anzi ogni operazione che vedo fare dagli altri, mi dà noia, perché non opero com’essi né com’ero usata. Sentomi tutta alienata dalle cose terrene, e massime dalle mie proprie; che sol’in vederle con gli occhi, non le posso più sopportare: e dico a ogni cosa, lasciatemi stare; perché non posso più aver cura né memoria di voi, come se per me non foste. Non posso lavorare, né andare, né stare, né ancor parlare: ma vedomi una cosa inutile, e superflua al mondo: Molti sono che si maravigliano, e per non intendere la causa si scandalizzano: e veramente, se non fosse che Dio mi provvede, alcuna volta dal mondo io sarei tenuta pazza; e questo è perché quasi sempre fuor di me stessa vivo.
Ha detto Angela da Foligno: “Poi vidi Dio in una tenebra, e per questo in una tenebra, perché egli è un bene più grande di quanto si possa pensare o capire, al quale nulla che possa essere pensato o capito riesce ad accostarsi.
E poiché quel bene è nella tenebra, esso è tanto più certo e superiore a tutte le cose tanto più lo si contempla nella tenebra ed è oltremodo nascosto. E in seguito io vedo nella tenebra che esso è superiore a tutti i possibili altri beni e che ogni altra cosa al suo cospetto si fa opaca e che tutto quello che si può pensare è inferiore a questo bene”.
Ha detto Janne-Maire Bouvier: “Al principio della nuova vita, vidi chiaramente che l’anima era unita al suo Dio, senza mezzi né cose in mezzo; ma ancora non era del tutto perduta. In lui si perdeva ogni giorno, come si vede di un fiume, che si perde nell’oceano, versarsi nel mare e poi sciogliersi in esso, ma in modo che il fiume si distingue dal mare ancora per un po’, finché alla fine, ma solo per gradi, si muta nel mare stesso, che rendendolo partecipe a poco a poco delle sue qualità, lo converte a tal punto in sé da far si che da ultimo non ci sia più nient’altro che un unico mare”.
Anna Kaharina Emmerch: “Da alcuni giorni oscillo di continuo tra visione sensibile e visione soprannaturale. Mi devo fare molto coraggio, perché, nel bel mezzo di un discorso con gli altri, vedo contemporaneamente davanti a me altre cose e altre immagini, e poi ascolto le mie parole, nonché quelle del mio interlocutore, come se provenissero da un recipiente cavo, tetro e grossolano. Io mi sento come se fossi ubriaca e stessi per crollare. Le parole che rivolgo alle persone che parlano con me escono pacatamente dalle mie labbra e sono spesso più vivaci del solito, senza che io sappia quello che ho detto, benché mi esprima con estrema coerenza. Devo mantenermi in questo doppio stato, ma non ci riesco se non con fatica. Vedo ciò che mi sta di fronte con gli occhi spenti, come uno che dorma e che stia cominciando a sognare. La seconda visione mi trascina a sé con violenza ed è più nitida della visione naturale; ma non avviene per il tramite degli occhi”.
Ha detto Ramakrishna: “A volte facevo in modo d’andare nella stanza dei domestici e di quelli che spazzavano il pavimento per poterlo lavare con le mie mani, e intanto pregavo: “Madre! Annienta in me ogni idea ch’io sia grande e brahmano, e che essi siano inferiori e paria, perché che altro sono loro, se non tu, sotto molteplici forme?” E ancora: La conoscenza di Dio può essere paragonata a un uomo, l’amore di Dio a una donna. La conoscenza accede soltanto alle sfere esterne di Dio, mentre nessuno può entrare nei profondi misteri divini se non come amante, perché per lui, come per la donna, si aprono le stanze più segrete”.
Ha detto Simeone il nuovo teologo: “Dimoro in te come il profumo nella rosa. Dimoro in te come il nitore nel giglio. Io, nobile frutto, sono sbocciato da te”.
Madre Teresa di Calcutta sentiva accanto a sé “la presenza sensibile” di Gesù e le sue “locuzioni”, cioè le parole che le rivolgeva. Ma poi sperimentò la “notte oscura” e il sentimento della “assenza di Dio” che descrisse in una sua lettera. “Mi sento non voluta da Dio, rigettata, svuotata, senza fede, né amore, né zelo. Il cielo per me non significa nulla, mi sembra non esista”. Da quel momento fu unita a Lui in un ardente anelito, ma nell’assoluta oscurità e fu spinta, così, ad abbandonarsi con cieca fiducia.

20.
Naturalmente l’estasi è la coincidenza degli opposti più alta e completa, quella, appunto, fra umano e divino, mortale e immortale, che tutte le altre comprende, che nulla lascia fuori da sé, per cui a chi l’ha raggiunta è scomparso il mondo di sotto, accecati gli occhi di carne dall’insostenibile nuova luce. O quando il mistico si è trovato presso ad essa, ha visto svanire le cose di qua. Così è capitato a Lao-tzu: “Dopo tre giorni la separazione delle cose aveva cessato di esistere per lui. Dopo sette giorni l’esterno aveva cessato di esistere per lui. Dopo nove giorni, egli uscì dal suo proprio essere. Poi il suo spirito fu radioso come il mattino ed egli contemplò l’essenza, il suo io, faccia a faccia. Quando ebbe visto, si fece senza passato e senza presente. Finalmente entrò nel regno dove morte e vita non esistono più, dove si può uccidere la vita senza dare la morte, e generare senza dare la vita”.
La nuova dimensione raggiunta però diventava inesprimibile, perché le parole e i pensieri appartengono al mondo della dualità e della molteplicità, vale a dire appaiono e si svolgono nello spazio e nel tempo. Ma dall’altra parte il tempo diventa eternità e tutte le cose si raccolgono in una sola. Come si può perciò manifestarla? In generale vale questo detto: l’estatico non può dire l’indicibile. Dice l’altro, immagini, sogni, volti; ma non dice l’unità.
Molte le testimonianze anche su questi aspetti. Riporto quelle di Teresa del Gesù, del siriano Hierotheos, di Simeone il nuovo teologo, di un maestro Chassidim.
Ha detto la prima: “Queste cose, infatti, non si possono né dire né scrivere, perché a nessuno è dato di comprenderle se non a chi le ha sperimentate, e mi riferisco in particolare al dolore, alla profondità del dolore”.
Ha detto Hierotheos: “Mi sembra giusto dire senza parole e capire senza conoscere ciò che è al di sopra delle parole e della conoscenza: il che, ritengo, non è nient’altro che il segreto tacere e la mistica quiete che annulla la coscienza e dissolve le forme. Quindi, nel silenzio e nel segreto, cerca l’unione compiuta e originaria con il bene essenziale e primigenio”.
Ha detto Simeone il nuovo teologo: “La mia lingua non ha parole, e certo il mio spirito vede quello che in me succede, ma non lo spiega. Esso contempla e vuole esprimersi, ma non trova la parola. Guarda l’invisibile, il privo d’ogni forma, l’assolutamente semplice, il non composto e infinito in quanto a grandezza. Poiché non scorge principio e non vede la fine ed è completamente ignaro di un centro, e non sa come deve dire ciò che sta guardando”.
Di un maestro Chassidim [8] si narra che “nelle ore di estasi, doveva guardare l’orologio per tenersi legato a questo mondo, e di un altro maestro che quando voleva osservare le cose singole doveva inforcare gli occhiali in modo da tenere a freno la propria vista spirituale; altrimenti avrebbe visto ogni singola cosa del mondo come qualcosa di unico”. [9]

21. Oltre all’unità di tutte le cose in Dio, espressa dai mistici, c’è quella raccontata dai sapienti del quinto secolo a.C. in Grecia, India e Cina. Il “tutto in uno” visto da loro l’hanno chiamato Essere ma ricorre anche il nome Dio e il nome Logos.
Dio d’altronde è chiamato anche Essere e Logos dalle religioni. “In principio era il Logos”: così si apre il Vangelo di Giovanni. Ed Essere lo chiamano comunemente le Chiese: “Essere sommo”. Per cui si può ritenere che religiosi e sapienti intendano la stessa cosa e forse lo è. Essere e Dio infatti sono luce ed essa è una sola, sono solo gli occhi che si possiedono e si usano che la vestono in vari modi, come vuole chi guarda e fin dove riesce ad arrivare. Anche il sole è luce, eppure non è l’Essere né Dio. È la luce vista con gli occhi di carne, le altre con quelli dell’intelletto e della fede. Perciò si presenta diversa anche la visione dei mistici rispetto a quella dei sapienti, e il linguaggio con cui l’esprimono infatti non è lo stesso. Per i primi la luce è infinita. Per Parmenide, il sapiente che sta alla base di tutta la cultura dell’Occidente, essa è invece limitata e “identica e fissa nella propria identità abbraccia se stessa e così salda nel suo luogo rimane”. Simile alla luce del sole nel cielo delle stelle, aggiungo io, e anch’essa ha un posto fisso nella rappresentazione che ci appare. L’Essere di Parmenide inoltre è “simile a massa di ben rotonda sfera d’uguale forza dal centro in ogni parte”. La similitudine qui usata dal sapiente per indicare l’Essere si trova anche nelle parole di religiosi, mistici poeti. Ha detto Hermes Trismegisto che “Dio è una sfera intelligibile, il cui centro sta dappertutto e la cui circonferenza in nessun luogo”, formula ripresa dai quaranta (religiosi, mistici, filosofi legati alla fede) come la più adatta per indicare il Creatore. Perciò sono somiglianti l’Essere dei sapienti e Dio: stessi nomi, uguali aspetti; con la sola differenza che ho nominata prima: la limitatezza del primo e l’infinità del secondo. Ma anche quest’aspetto non è senza eccezioni, perché Buddha, che va annoverato fra i sapienti, si è sciolto nella Luce come una goccia d’acqua nel mare, e goccia e mare sono cifre del finito e dell’infinito, modi per indicarli. Ed Eraclito ha detto dell’essere che è “luce che non tramonta mai”. Sembra perciò che non ci sia nulla di assolutamente sicuro che serva a distinguere l’Essere dei sapienti, poi ereditato dai filosofi, dal Dio delle religioni.
Invece c’è perché anch’io, che come racconterò a un certo punto e in un certo modo ho lasciato il mondo della duplicità per guadagnare quello dell’unità, quindi nell’Essere, non mi sono trovato in una luce infinita e non mi sono sciolto in essa, ma soltanto in una più luminosa e illuminante di quelle del sole e della ragione, che però gli occhi di carne da soli non percepiscono. In essa le cose non appaiono soltanto a metà − di volta in volta solo il lato chiaro o quello oscuro per intenderci − ma per intero. E spariscono i doppi e i molti, e perciò si afferma che l’Essere è Uno. Tutte le cose in uno, ecco dunque la dimensione dove alcuni sono già entrati e che è ancora aperta ai valorosi che andranno a fondare una nuova civiltà. Ma si tratta ora di distinguere l’Essere dall’Essere sommo o Dio perché, naturalmente, io non insegno la via del Paradiso, ma soltanto quella che ci porta in tondo allo svelamento di noi stessi. Fino alla Fine che coincide con l’Inizio e al Passaggio che in quel punto s’apre. Ebbene, la differenza c’è e sta proprio nel metodo, perché diverso è il cammino seguito dai sapienti per raggiungere l’Essere e conoscere l’unità di tutte le cose, da quello dei mistici per entrare in Dio e fondersi in Lui.

[Continua]


[8] Setta di ebrei orientali, sorta intorno alla metà del settecento.
[9] Le citazioni sono state tratte dal libro di Martin Buber, Confessioni estatiche, Adelphi 2010.

2 Risposte to “La metà nascosta — Prima parte (19-21)”

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