La metà nascosta — Prima parte (22-24)

Leggi i capitoli 1-3 della Prima parte
Leggi i capitoli 4-7 della Prima parte
Leggi i capitoli 8-9 della Prima parte
Leggi i capitoli 10-15 della Prima parte
Leggi i capitoli 16-18 della Prima parte
Leggi i capitoli 19-21 della Prima parte

 

Maurits Cornelis Escher, Giorno e Notte (1938)

22. Il Metodo.
Stabilito che la meta è quella dove gli estremi si incontrano e coincidono, si tratta ora di riscoprire come essa è stata raggiunta nel passato dai sapienti. Poi, dal momento che lo stesso cammino è stato ripreso il secolo scorso dopo il Tramonto dell’Occidente, dirò dei mutamenti avvenuti lungo i venticinque secoli che seguirono, fino ad oggi, e soprattutto cosa sta bollendo in pentola al momento. Ma questo avverrà più avanti, verso la fine.
Due sono stati i metodi seguiti dai sapienti antichi. Il primo, un percorso tenebroso che li ha portati fino alla Porta che separa i sentieri della Notte e del Giorno, e superandola sono passati al di là. Il secondo, un lungo sonno con sogni lucidi fino a un Risveglio programmato. Ma la Notte da cui sono giunti quelli che hanno fatto il primo percorso non è la stessa della Terra, quella che occupa circa la metà del tempo di un suo giro e metà della sua superficie, − anche qui si corrono dietro le due facce, una volta al sole e l’altra al cielo oscuro, e cambiano di posizione nel passaggio, vale a dire una diventa chiara e l’altra scura alternativamente, ma non si raggiungono mai. Da questo tipo di notte possono uscire tutti a occhi aperti e mente sveglia, quando vogliono, come ho fatto anch’io tante volte. Basta rimanere seduti in riva al mare e aspettare finché l’alba spunta, o mettersi in cammino verso le cime montane per cogliere anche prima del tempo il suo chiarore. Inoltre, in tal modo, non si esce nel Giorno dell’Essere, com’è accaduto a Parmenide, ma in quello del sole che è il teatro delle facce contrapposte, delle dualità e molteplicità. L’altro della coincidenza degli opposti e perciò del tutto in uno. Abissale quindi la differenza esistente fra le due visioni. Anche il Risveglio non è stato come quello di tutti i mortali. Essi aprono gli occhi ogni mattina sui giorni precedenti di un’unica vita, o creduta tale, ma Buddha, per esempio, li ha aperti su tutte le vite precedenti. L’ha detto lui stesso: “Sono passato attraverso il corso di molte nascite, cercando il creatore di questa dimora senza trovarlo. Doloroso è nascere”. [10] In seguito il poeta e biografo Asvagosa, nel suo libro Le gesta del Buddha, ha ampliato così il pensiero del Maestro: “E una volta ottenuto il perfetto dominio su tutti i metodi della meditazione, nella prima vigilia gli venne il ricordo delle sue nascite precedenti, l’una dopo l’altra./ Nel tal luogo ero certamente quel tale, e dopo la mia dipartita da lì giunsi al tal altro luogo, pensava; e così richiamava alla memoria migliaia di vite, come rivivendole” [11]. Anche di come si è Svegliato, Buddha ci ha lasciato notizia. Sue le seguenti parole: “Essendo libero dalle passioni, si distacca; attraverso il distacco è liberato. Ed ormai lo sa; la nascita è esaurita, la vita santa è stata vissuta, quello che si deve fare è fatto, non c’è altro da fare a questo riguardo” [12]. Indubbio, dunque: Buddha non ha aperto gli occhi del corpo sui giorni trascorsi, ma quelli immortali della mente − il terzo occhio nella tradizione orientale − , su tutte le precedenti esistenze.
A conclusione e riassumendo, diversi sono stati il Passaggio e il Risveglio dei sapienti da quelli dei comuni mortali, che conoscono d’altronde solo un’uscita, quella dal grembo materno e solo la luce del sole. E diversi inoltre da quelli dei mistici, dove sono prevalentemente un dono del Cielo piuttosto che un cammino della conoscenza, dove vengono superati i ricordi delle precedenti vite per entrare in una nuova dimensione. La meta raggiunta dai sapienti nel loro modo diventa una conquista stabile che si colloca nell’evoluzione generale, come un suo vertice. Quella dei mistici, solo nella dimensione delle religioni e nelle esperienze singole, anche se sono pure esse porte aperte nell’umano. Ma sono disponibili solo in casi eccezionali. Perfino i mistici che sono passati, quando poi si è spenta quella luce e sono ritornati nella condizione precedente, spesso non sono più riusciti ad entrare in Dio, e sono rimasti sordi e ciechi, in un’inutile attesa, fino alla fine della loro vita.

23. La ragione è l’eredità che i sapienti antichi hanno lasciato all’Occidente dopo il loro Passaggio o Risveglio.
I primi e principali eredi dei sapienti sono stati i filosofi. Hanno ereditato la sapienza – filosofia, infatti, significa erede della sapienza −,[13] che ridotta in soldi da spendere e in opere da realizzare è la ragione. La filosofia è stata perciò la prima e fondamentale messa a profitto della luce ereditata, fino alle più recenti produzioni: luce elettrica, atomica, luce al sincrotrone. Tuttavia, che la ragione ci fosse anche prima di quel tempo, non si può negare, ma mai in quel modo e con quei risultati. Cioè non come filosofia, scienza, storia, democrazia. C’era come il seme nella terra, come il bambino nel ventre della madre, vale a dire in potenza. Poi è spuntata e il primo che l’ha tratta nella luce è stato Socrate, seguendo lo stesso metodo della madre che di mestiere faceva la levatrice. Quella ricchezza era nascosta nel profondo tenebroso e lui l’ha sollevata e portata alla manifestazione.
Che la ragione abbia avuto un inizio l’hanno detto anche Nietzsche e Jung. Ha affermato il primo: “La ragione è venuta al mondo com’è giusto che arrivasse, in un modo irrazionale, attraverso il caso. Si dovrà indovinare questo caso come un enigma”. [14] E il secondo: “È un complesso energetico, centrato sull’io, di nascita misteriosa e miracolosa (c’è come l’eroe del mito) ”. [15] Ma un riferimento esplicito alla sua esatta origine, vale a dire come conseguenza del Passaggio o Risveglio dei sapienti, l’ho trovato solo pochi giorni fa leggendo Il potere del mito, intervista di Bill Moyers a Joseph Campbell. Ha detto Campbell: “Siamo ancora una volta davanti all’importante transizione che ebbe luogo circa cinquecento anni prima di Cristo, al tempo di Buddha, di Pitagora, di Confucio e Lao-tzu. Mi riferisco al risveglio della ragione umana. L’uomo non è più governato dai poteri animali, non è più guidato dalle analogie che lo legano alla terra coltivata o dal corso dei pianeti, bensì dalla ragione”. [16] Avrebbe colto ancor più nel segno se avesse nominato anche Parmenide e Eraclito, i due che in modo chiaro e distinto hanno aperto la Porta a quella luce.
Però i sapienti dopo il Passaggio o il Risveglio non sono stati illuminati dalla luce della ragione, ma da quella dell’Essere. Perciò cosa c’entra la ragione? Essa non è l’Essere. Ma l’una e l’altro non sono neppure essenzialmente diversi, dico io ora. La luce è la stessa; soltanto che la prima è riflessa, l’altra è diretta. Quest’ultima è come la luce del sole, l’altra come quella della luna e dei pianeti che la ricevono e la riflettono e anche così illuminano la notte. Ma ben si vede la differenza: è luce opaca, non brilla, e per questa caratteristica si distinguono i corpi illuminati da quelli illuminanti. La natura e la qualità del veduto dipendono perciò da chi vede e da dove: se dalla Notte o dal Giorno, dall’Interno o dalla Porta, dalla Terra o dal Cielo. In quest’ultimo caso la differenza è stata espressa in modo mirabile da Paolo di Tarso: “Ora vediamo attraverso uno specchio, nell’oscurità” ha detto “ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosciamo in parte; ma allora conoscerò come sono conosciuto”. [17]
Insomma, dopo l’uscita dei sapienti dal mondo della dualità e molteplicità e il loro ingresso nel Giorno dell’Essere, gli altri non li hanno seguiti. Nemmeno il primo filosofo, Socrate, il più vicino a loro, quasi contemporaneo, l’erede più diretto. Lo ha affermato lui stesso in questo modo: “Sebbene di fronte a Melisso e a tutti gli altri, i quali sostengono che il tutto è un’unità immobile, io provi un rispetto nel timore di fare una disamina grossolana, tuttavia questo rispetto è minore rispetto che di fronte al solo Parmenide. Parmenide, per dirla con Omero, mi sembra venerando e nello stesso terribile. Io, infatti, quand’ero molto giovane lo praticai mentre era assai vecchio e mi parve che possedesse un’acutezza senza dubbio singolare. Pertanto io temo che non riusciremo a comprendere le sue parole e che, ancor più, restiamo lontani dal concetto che egli espresse…”. [18] Un distacco che egli ha ribadito in altre occasioni, con altre parole: “Non si preoccuparono (i sapienti), guardandoci dall’alto, di noi che siamo i più, non dandosi pensiero se riusciamo a seguire le loro parole o se restiamo indietro…”

24.
Anche i sapienti sapevano che gli altri erano rimasti indietro, prima della Porta, e gli hanno redarguiti e spronati perché la superassero, perché uscissero dalla loro visione delle cose a metà, la metà su cui normalmente e pressoché generalmente aprivano gli occhi ogni mattina uscendo dal sonno, ignorando l’altra. Di loro ha detto Parmenide che vanno errando per le vie dell’opinione, dove tutto è diviso e frammentato, e perciò sono “uomini a due teste; infatti, è l’incertezza/ che nei loro petti guida una dissennata mente. Costoro sono trascinati,/ sordi e ciechi ad un tempo, sbalorditi, razza di uomini senza giudizio,/ dai quali essere e non essere sono considerati la medesima cosa/ e non la medesima cosa, e perciò di tutte le cose c’è un cammino che è reversibile”.[19] Parmenide ha anche insegnato in modo inequivocabile, − anche se le interpretazioni da parte di chi non ha mai voluto o osato sporgersi dall’altra parte sono state insufficienti o equivoche − perché per gli uomini c’è sempre un cammino che volge all’incontrario, uno che sale e uno che scende per esempio, mentre si sa da Eraclito che una sola è la via. Perché essi, ha detto il grande Eleate, “…stabilirono di dar nome a due forme/ l’unità delle quali per loro non è necessaria: in questo essi si sono ingannati”.[20] Non necessaria è per loro l’unità di giorno e notte, uomo e donna, vita e morte, e invece non si possono scindere. Come vado dicendo anch’io, insomma, fin dall’inizio di questo scritto, e indico invece la loro indissolubilità nella luce dell’Essere. Ma Parmenide l’ha detto venticinque secoli prima di me.
Un altro sapiente di quei tempi che ha manifestato lo stesso giudizio di Parmenide sui mortali che non hanno intelligenza per il Logos che tutto collega ed unisce, − Logos, oltre che pensiero e parola significa anche legare − è stato Eraclito. “Di questo Logos che è sempre − egli ha scritto − gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato; benché, infatti, tutte le cose accadano secondo questo Logos, essi assomigliano a persone inesperte, pur provandosi in parole e opere tali quali sono quelle che io spiego, distinguendo secondo natura ciascuna cosa e dicendo com’è. Ma agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo che non sono coscienti di ciò che fanno dormendo”. [21] Rimane celato nella sua essenza ciò che fanno da svegli perché si trovano di volta in volta o nella veglia o nel sonno, vale a dire solo su una metà dell’intero, e cogliendo solo la parte sfugge a loro il totale, l’unità di tutte le cose.
Comunque, ormai qualcosa era accaduto di fondamentale. L’Essere era uscito dal nascondimento, o meglio le avanguardie l’avevano colto a mente sveglia nel passaggio dalla Notte al Giorno e quella Luce che li ha illuminati − o che hanno potuto sostenere aprendo nuovi occhi −, sarebbe stata trasmessa in eredità come ragione. La quale, come ho detto, per la sua natura di luce riflessa è sempre presente da una sola parte e l’altra è oscura. Il giorno ha sempre la notte, la veglia ha il sonno, il conscio l’inconscio, la vita ha la morte. Ma per la sua origine celeste non ha perso mai completamente la memoria della sua provenienza, che perciò ogni tanto è affiorata. Per cui anche il lato oscuro è stato spesso rotto da lampi di luce e da scintille. Inoltre nella sua veste di eredità non ha mai cessato di rivolgersi alla fonte della ricchezza. Come avrei potuto anch’io, altrimenti, aprire gli occhi della mente nel momento del Tramonto e dopo! Ecco perciò la spiegazione di questo mio ritorno in un duplice modo: rivolgendomi all’inizio e continuando nel cammino circolare per ritrovarlo dopo un giro.
Luce riflessa si, ma di natura celeste la ragione. E perciò anche questa caratteristica: se da essa si è continuato a vedere nei modi della duplicità e molteplicità, tuttavia rispetto a prima che la Porta si aprisse ai sapienti c’è stato certamente un aumento di visione. Specialmente per gli occhi di chi si è trovato più vicino, o sulla soglia. Con questo nome è chiamata, infatti, la conoscenza presso il limite, specialmente in campo scientifico, e si aprono dimensioni sconosciute ma non inesistenti da quei confini. Una soglia è Il principio d’indeterminazione di Heisemberg. [22] Un’altra l’Indeterminatezza (“incompletezza”) esistente nei sistemi formali di Gödel. Una terza il pi greco, cioè l’interminabile 3,14…, quello che non ci lascia misurare esattamente il giro del pensiero, che c’impedisce di chiuderlo completamente. Ma come potrebbe essere diversamente se il ciclo dell’Occidente non è ancora completo, ci troviamo prima della Fine che coincide con l’Inizio e il Passaggio è ancora aperto e c’è attesa che si arrivi! Perciò anche il più esatto linguaggio della ragione finora ha fallito la prova. Solo dopo ci sarà perfetta chiusura.

[Continua]


[10] Prima di ricevere l’Illuminazione.
[11] Asvagosa, Le gesta del Buddha, canto XIV, 2-3 – Biblioteca Adelphi, p. 88.
[12] Buddha, dal Sermone del fuoco, Theravada Sutta Pitaka.
[13] Filosofia significa amica della sapienza, o anche erede di essa.
[14] Al di là del bene e del male, pgr. 103, p. 93.
[15] La dimensione psichica, pag. 23, Boringhieri.
[16] Joseph Campbell, Il potere del mito, Intervista di Bill Moyers, pag. 53, Guanda.
[17] Paolo di Tarso, Lettera ai Corinzi.
[18] Platone, Teeteto, 183E.
[19] Parmenide, frammento 6.
[20] Parmenide, frammento 8, vv 53,54.
[21] Eraclito, frammento 1.
[22] Così l’ha espresso Heisemberg, il suo scopritore: “Nelle teorie classiche l’interazione tra l’oggetto e l’osservatore veniva considerata o come trascurabilmente piccola o come controllabile, in modo da poterne eliminare l’influenza per mezzo di calcoli. Nella fisica atomica invece tale ammissione non si può più fare perché, a causa della discontinuità degli eventi atomici, ogni interazione può produrre variazioni parzialmente incontrollabili e relativamente grandi. Questa circostanza ha come conseguenza il fatto che, in generale, le esperienze eseguite per determinare una grandezza fisica rendono illusoria la conoscenza di altre grandezze ottenute precedentemente; esse infatti influenzano il sistema su cui si opera in modo incontrollabile, quindi i valori delle grandezze precedentemente conosciute ne risultano alterati. Se si tratta questa perturbazione in modo quantitativo, si trova che in molti casi esiste, per la conoscenza contemporanea di diverse variabili, un limite di esattezza finito, che non può essere superato”. (Die phisikalischen Prinzipien der Quantentheorie, 1930, I pgr. 1).

Una Risposta to “La metà nascosta — Prima parte (22-24)”

  1. La metà nascosta — Prima parte (25-27) « La via d’uscita dal nichilismo Says:

    […] Leggi i capitoli 16-18 della Prima parte Leggi i capitoli 19-21 della Prima parte Leggi i capitoli 22-24 della Prima parte C.D. Friedrich, Viandante sul mare di nebbia […]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: