La metà nascosta — Prima parte (25-27)

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C.D. Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (1818)

25. La via scoperta e aperta dalla ragione nella parte a Giorno.
Anche se il semicerchio che congiunge il Tramonto con l’Alba l’ho descritto altre volte, è qui il caso di ritornarci almeno a lunghi passi come quelli con gli stivali delle sette leghe, per non costringere l’eventuale lettore di andarlo a cercare altrove, e magari nel frattempo non si trova più, perché è andato smarrito o distrutto. Pochi, infatti, raccolgono e conservano messaggi difficili da tradurre o che non capiscono, e non per colpa loro. Perché “bisogna raccontare cose che anche gli altri hanno visto perché qualcuno ci ascolti, ma io sto raccontando cose che nessuno ha mai visto, e chi troverò che m’ascolti!”, sta scritto su un cartello indicatore che mi è apparso lungo la via della Notte, e finora ho potuto costatare che le cose stanno proprio così, anche se ho fiducia che cambieranno. Tuttavia conviene essere previdenti, che vuol dire ripetere.
Riassumo perciò gli avvenimenti principali soffermandomi sulle pietre miliari. La prima è il passaggio della Porta, idea ben nota a chi mi ha seguito fin qui perché l’ho varie volte manifestata, ed è scritta con parole chiare e distinte nei frammenti di Parmenide che precedono la filosofia. Da lì è cominciato il cammino dell’Occidente. La nostra civiltà si chiama così perché la sua destinazione era il Tramonto dell’Essere, che è stato raggiunto in modo percepito e raccontato da molti alla fine del diciannovesimo secolo e all’inizio del ventesimo, e da esso è poi iniziato l’attraversamento della Notte, avventura ancora ignota alla stragrande maggioranza degli uomini che l’hanno sempre ritenuta impossibile. Non so quando il nome Occidente ci è stato assegnato e da chi. Sicuramente in seguito al continuo allontanamento dall’Oriente seguendo anche sulla rotonda Terra la direzione del Tramonto. Dalla Grecia antica, che dell’Occidente è l’inizio, all’Italia meridionale, a Roma, all’Europa superando le Alpi, e poi dai lidi della Spagna e del Portogallo attraversando l’Atlantico in America, e dalle spiagge bagnate dall’Oceano Pacifico, solcando anche quello, il ritorno in Oriente. Ciò che è in programma ai nostri giorni, mi sembra. Quel che sta avvenendo anche nel pensiero: la via del ritorno attraversando la Notte porta di nuovo al punto di partenza. Importante è giungerci a occhi aperti e mente sveglia.
Non c’è, dunque, sostanziale differenza di direzione e di percorso fra i due cammini. Quello sulla Terra ha il suo corrispondente nel pensiero o sulle sue circonvoluzioni esterne, perché qui ci troviamo sul confine di quanto è stato prodotto finora, e bisogna seguirle contemporaneamente le due vie se si vuole raggiungere la meta. Comunque io sto qui raccontando quella del pensiero e fra le tante che ha prodotto la principale, vale a dire la filosofia.

26.
La filosofia dunque è il tesoro che i sapienti del sesto e quinto secolo a.C. hanno lasciato in eredità, e quelli chiamati a gestirlo hanno preso il nome di filosofi. Il primo di loro è stato Socrate. Con lui è cominciato il cammino nella dimensione appena aperta, vale a dire nel Giorno dell’Essere. In una luce riflessa, tuttavia, com’è quella della terra, della luna e degli altri pianeti del sistema solare, perché solo i sapienti hanno visto in faccia l’Essere, in un momento particolare, nel suo apparire dalla Notte, quando è sembrato che sfiorasse l’umano, come fa il sole con la terra quando sorge. Dopo è salito nella sua Luce e nessun uomo ha avuto occhi per seguirlo così in alto o fissare quello splendore, nemmeno i filosofi più grandi che la visione dei sapienti l’hanno solo ereditata.
Se da Socrate è cominciata l’avventura dell’Occidente verso la destinazione già contenuta nel suo stesso nome, non è stato perché lui ha detto: muovetevi da quella parte o seguitemi. Non era un re né un condottiero per riuscire a tanto, ma un inviso alle autorità, certamente un perdigiorno per molti che lo vedevano continuamente nella piazza principale di Atene a parlare, un incompreso dai parenti, specialmente dalla moglie, che pose fine a uno dei suoi dialoghi con i discepoli, che si svolgeva sotto le finestre di casa, gettando loro addosso il contenuto di un pitale. Tanto tuonò che piove, fu il commento del filosofo che aprì il cammino alla civiltà più grande fra quelle apparse sulla terra, la sola, forse, che riuscirà a completare il giro attorno all’Essere a mente sveglia. Il ciclo Giorno-Notte, cioè, cosa mai riuscita alle altre civiltà, o forse solo a gruppi ristretti di esse. Perché il giro non è mai stato completato, i mortali considerano Luce e Tenebre due forme separate, anziché una sola, e questa è la causa del loro errore e del loro agire errante.[23]
Vediamo le cose a metà perché l’altra metà non siamo mai riusciti a conoscerla e superarla. O solo qualche aspetto di essa finora. La notte sulla terra, per esempio. Un po’ il sonno con la psicanalisi. In qualche modo anche la morte se crediamo alle parole di chi è ritornato da essa: Buddha, Gesù, Ermete Trismegisto, qualche altro. Ma in generale essa è tenebra, mistero, abisso, nulla. Perciò vediamo le cose a metà, sempre solo una metà, e tutto è apparenza. Oggi, poi, della parte ignota non si parla quasi più, per paura, perché si lascia fare alla scienza credendola il toccasana per ogni cosa, perché si è persa anche la speranza. Ma non perciò è scomparsa, né siamo riusciti a esorcizzarla. Ed essa allora compare come mostro che sale dall’abisso e si manifesta nei suoi modi dei nostri giorni. Di essi parlerò diffusamente nella seconda parte.
Ritorno a Socrate. Se non aveva dalla sua parte la forza delle leggi o la volontà di potenza di chi riesce a coinvolgere le folle e trascinarle nella realizzazione dei suoi piani, eppure ha mosso l’Occidente lungo i millenni, in che modo è riuscito allora? Trasformando la Luce ereditata in parole, dialoghi, formule, visione del mondo. Il suo dire non era come il nostro ciarlare nelle tenebre d’oggi, dove tutto appare slegato, incerto, contraddittorio. Si chiamano opinioni quelle ombre e fantasmi, anche le parole dei filosofi del pensiero debole, della filosofia della scienza, dell’ermeneutica, per loro stessa ammissione. Invece nell’Aurora radiosa di ventiquattro secoli fa tutto l’apparente che chiamiamo mondo, universo, firmamento, cosmo, si trovò legato dalla nuova luce e Socrate per primo l’ha raccontato, con regole e precetti mai usati prima. Di tal natura è il linguaggio filosofico: conforme a quella nuova apparenza. Per cui senza di esso non c’è quel mondo, e senza una visione così non c’è la filosofia e la scienza. Nel dire dei sapienti questa corrispondenza è espressa dalle parole: “È infatti la stessa cosa pensare ed essere”. [24]
Il racconto di Socrate, Platone l’ha poi messo nero su bianco, per i presenti e i futuri, aggiungendo certamente di suo, anche se nelle lettere che ha scritto in tarda età egli si qualifica amanuense del maestro e nulla più. Afferma però in esse che la sua filosofia è stata un’altra, una dottrina segreta sulle cui tracce si sono messi oggi in molti.
In seguito Aristotele ha chiamato “animali razionali” gli utenti della nuova luce. Sono quasi ventitré secoli che portiamo questo appellativo e non muterà più finché ci sarà uomo. Invece la ragione non continuerà ad occupare il posto di luce più alta, vale a dire ad occupare il primo posto nelle vicende umane, quel che è stata finora per la maggior parte degli uomini. Lo vieta la sua natura di luce riflessa, che non può estendersi anche sul suo lato oscuro. Lo so ben io che ho dovuto rivolgermi ad altro per continuare il cammino dopo il Tramonto. Specialmente alla sapienza, che illumina l’intero e non solo la metà. Altrimenti il blocco, il fine corsa, quel che sta accadendo oggi all’Occidente della filosofia, della scienza, della tecnica, del denaro, della volontà di potenza, chiuso nella sua fortezza nella Notte e difeso dalle armi di distruzione di massa. “Si tratta di decidere – ha detto Heidegger − se l’Occidente si crede ancora capace di creare un fine di là da se stesso e della storia, oppure se preferisca abbassarsi alla conservazione e al potenziamento degli interessi economici e vitali, e accontentarsi di fare appello a ciò che è stato finora come se fosse l’Assoluto”. [25]
Riprendo la filosofia, per completare la descrizione della sua arcata lunga ventiquattro secoli. Sono appena all’inizio, a Socrate, Platone, Aristotele, ma se, come dice il proverbio, chi bene incomincia è a metà dell’opera, questo è il caso in cui si può affermare: anche più in là della metà. Per un semplice motivo: perché la luce dell’Aurora ha illuminato fino al Tramonto, come fa d’altra parte il sole quando sorge. Quindi tutto il campo di sviluppo era presente fin dall’inizio e perciò anche tutto il cammino è stato in qualche modo previsto, e i filosofi dell’inizio sono stati un po’ anche filosofi della fine. Per questo motivo tolgo gli stivali delle sette leghe e indosso le ali di Icaro, per essere ancora più rapido di quanto mi ero proposto in partenza, guardandomi bene però dallo spingermi troppo in alto per non essere catturato e sciolto dall’Essere, perché allora addio al mondo della dualità e della molteplicità e a questa mia idea di dare conto del passaggio di esse all’unità. Sarei rapito in Cielo e trattenuto per impedirmi di portare altro scompiglio, o spedito nell’Ade.

27.
Dunque, dopo che con il passaggio della Porta si è mostrata la dimensione luminosa che i sapienti antichi hanno chiamato Giorno dell’Essere, e dopo che, partiti dall’Aurora, la direzione da seguire è stata verso occidente, l’altro estremo di quell’immensa rotondità luminosa, non c’era di meglio del continuare così, o solo da quella parte siamo stati prevalentemente costretti e spinti, come i girasoli. Ma non è stato facile né breve quel cammino.
Si può dire che le difficoltà della ragione di tracciare e percorrere la via in Cielo sono state pari a quelle degli “animali razionali” per procedere sulla terra e sui mari. Anzi le stesse, si può dire, se la meta era una sola e se per giungere ad essa era necessario percorrere il giro intero.
Quel cammino si è svolto dalla Grecia all’Italia meridionale e poi sempre più verso occidente: verso Roma, l’Europa, le sponde dell’Atlantico. Circa duemila anni ci sono voluti per arrivare fino a quel confine che appariva insormontabile, anche perché conquista e occupazione sono avvenute affrontando difficoltà d’ogni genere e popoli ostili che soltanto dopo lungo tempo sono diventati occidentali anch’essi. Poi il superamento di quell’oceano ad opera di Cristoforo Colombo, la scoperta dell’America e l’attraversamento del suo territorio fino alle rive del Pacifico, e da esse si sta tessendo il collegamento con l’Oriente. Esilissimo per ora, come lo è quello del pensiero nel suo ultimo tratto, di cui dirò nel trentacinquesimo capitolo. Un cammino durato complessivamente più di venticinque secoli per i motivi che ho già detto: perché la ragione è stata portata soltanto dalle teste degli uomini ed essi hanno potuto avanzare solo con i loro piedi o utilizzando le informazioni dettate dalla nuova luce: su carri, a bordo di navi, e più recentemente sugli aeroplani; costruendo strade e ponti, scavando gallerie, tracciando rotte sui mari e nei cieli.
Sotto l’aspetto del confronto e corrispondenza fra il cammino sulla terra e quello nel pensiero, l’avventura di Cristoforo Colombo oltre le Colonne d’Ercole è stata una preparazione all’altra, che è venuta dopo. Si doveva capire, dall’idea di rotondità della Terra e dal cammino sulla sua superficie che la dimostrava, che anche quello della civiltà è rotondo, che se era sorta doveva anche tramontare. Si doveva accorgersi da quello sulla terra che anche il cammino del pensiero è un ritorno al luogo da dove si è partiti. Colombo, infatti, non aveva in mente la scoperta dell’America ma l’attraversamento dell’Oceano Atlantico, che nel cerchio del pensiero corrisponde alla Notte, per raggiungere l’Oriente. Visto sotto questo disegna che tutto comprende, il continente americano diventa il punto più avanzato dell’Occidente in vista del suo collegamento con il punto di partenza. Altrimenti, alzando le vele dalle spiagge dell’Europa, c’è da dubitare che il giro completo della Terra avrebbe avuto possibilità di riuscita. Inoltre, ci sarebbe ancora l’Europa senza l’America, o meglio un Occidente limitato all’Europa? Non ci sarebbe, è la mia risposta, che ho già esposto in precedenti occasioni. L’invasione dall’Africa, India, Cina, che per ora è strisciante e apparentemente pacifica, sarebbe massiccia, violenta e inarrestabile. Solo l’impero americano che domina incontrastato sull’intero pianeta è oggi garanzia che il giro si può fare, o almeno che la possibilità c’è. Si dovrà poi vedere se al progetto seguirà l’opera, se ci saranno abbastanza occidentali disposti a credere che un’avventura di tal genere non è soltanto sogno e fantasia.
Se dal cammino sulla Terra, che partendo dall’antica Grecia è giunto, dunque, fino alle spiagge americane dell’Oceano Pacifico sempre seguendo la direzione Occidente, si passa a quello corrispondente del Pensiero, è stato Kant che per primo l’ha definito interamente e delimitato e l’ha anche collocato in un Totale, per quanto ignoto e misterioso. Quel cammino è l’intero sviluppo della ragione da Socrate a Nietzsche, vale a dire fino al punto in cui essa non è stata più in grado di illuminare la Tenebra dove l’Occidente stava entrando. Ed ecco come il filosofo della Critica della ragion pura ha rappresentato quello sviluppo: come un’isola in un oceano, il cui profilo emerge dalle acque infide e tempestose. “Scogliere dinanzi alla spiaggia, il mare di ghiaccio: banchi di nebbia, ghiacci che si vanno liquefando che ci attraggono come il miraggio di nuove terre – e il navigatore errabondo vi fa naufragio”.[26] Oltre l’isola per Kant non si poteva andare, né lui, figlio della terra, non si sarebbe mai messo in quell’Inferno. Infatti, i primi che dopo aver saputo di quei confini hanno tentato di superarli e si sono spinti in quelle Tenebre, hanno pagato il fio della loro temerarietà. Hölderlin per seguire gli dèi fuggiti dalla terra della ragione, si è smarrito e non ha più ritrovato la via del ritorno. Nietzsche che più di un secolo dopo ha cercato addirittura di attraversarlo per intero l’oceano lungo la rotta Oriente-Occidente, come aveva fatto prima di lui Cristoforo Colombo con quello terrestre, si è perso anche lui ad un passo dalla conclusione. Molti altri, poeti e scrittori, hanno cercato di illuminare quell’oscurità con le droghe, per cercare di vederci un po’, ma poco contavano quei chiarori nel buio illimitato. Anche le intuizioni poetiche più profonde non sono riuscite a forarlo con una illuminazione continua e persistente. Innumerevoli perciò i fallimenti.
Tuttavia quei tentativi dovevano essere fatti, anche a rischio della vita, com’è, infatti, accaduto. Quei limiti dovevano essere abbattuti, anche se la meta a quei tempi era solo immaginata o sperata.

[Continua]


[23] Parmenide, frammento 8. Esso suona esattamente così: “Infatti, essi stabilirono di dar nome a due forme l’unità delle quali per loro non è necessaria: in questo essi si sono ingannati”.
[24] Parmenide, I frammenti – fr. 3.
[25] Martin Heidegger, Nietzsche, Pfullingen 1961, vol. I, pag. 579.
[26] Così Kant ha descritto l’aldilà dell’isola in una drammatica pagina della Critica della ragion pura, guardando fuori come in ispirito.

8 Risposte to “La metà nascosta — Prima parte (25-27)”

  1. Luca Ormelli Says:

    «Sarebbe lungo, il ritorno per la strada: il tempo incalza e io conosco una scorciatoia» [Pindaro]

  2. wilmo e franco boraso Says:

    Pindaro (518-438 a.C.) è contemporaneo di Parmenide (520-440 a.C.), hanno quasi la stessa età. Vicino a Socrate (469-399 a.C.), anch’egli contemporaneo di Parmenide ma giovanetto quando il sapiente “venerando e terribile” era assai vecchio.
    Ci troviamo perciò in un punto focale della Storia dell’uomo e si sa cosa è accaduto: l’Essere è apparso, Parmenide l’ha visto ed ha volto il carro tirato da focosi destrieri da quella parte, e ha visto anche la via delle apparenze in quella luce e l’ha indicata.. A Socrate e Platone poi il compito di seguire quella direzione e cominciare a costruire la via. Via filosofica l’abbiamo chiamata. (vedi Lettera aperta. Le cinque vie di Parmenide, e Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica).

    Quel che è accaduto a Parmenide è stato visto anche da altri di quel tempo e di quei luoghi, Eraclito in testa, anch’egli contemporaneo di Parmenide.
    Poi da Buddha (566-486 a.C.), contemporaneo di Parmenide, in India.
    Da Lao-tzu (metà del quinto secolo a.C. circa) anch’egli, perciò, contemporaneo di Parmenide, in Cina.

    Quel che hanno visto Parmenide, Eraclito, Buddha, Lao-tzu nei modi della sapienza, impossibile che non l’abbia colto anche Pindaro con le ali della poesia.
    La “scorciatoia” di Pindaro è perciò la via diretta all’Essere.
    Quella che Parmenide ha chiamato Via Maestra.
    Buddha Sentiero.
    Lao-tzu Tao.
    “Ciò che – per Eraclito – abbiamo di più vicino ma ad esso volgiamo le spalle”.

    In quanto alla strada, sarebbe stato lungo aspettarla. Allora era solo indicazione della direzione (verso Occidente) e progetto.
    Oggi, dopo venticinque secoli, abbiamo anche la strada, ma ora che è costruita e un’avanguardia l’ha percorsa da inizio a fine, non si può dire che sia lunga. Anzi chi è arrivato può coglierla in un solo sguardo da quel punto: il Centro, che è l’Essere.

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