La metà nascosta — Seconda parte (28d)

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d) Il lato oscuro nel Faust di Goethe.

Johann Wolfgang von Goethe, Faust (1772-1831)

Il dottor Faust, perché il sapere cui aveva dedicato lunghi anni di studi e ricerche non gli aveva dato alcun vantaggio in questo mondo e lui si trovava “senza denaro, né un podere, né onore, né lustro”, dopo essersi dato alla magia, all’alchimia, all’astrologia, senza riuscire ad ottenere risultati concreti neppure con queste scienze occulte, e arrivato perciò sull’orlo del suicidio, accetta di scambiare la sua anima con i poteri soprannaturali che il Principe delle tenebre gli mette a disposizione. Ed è stato com’evocare le forze dell’inconscio, per farne esclusivo uso durante la sua vita e per ottenere ciò che non gli era stato possibile rimanendo cittadino della metà luminosa soltanto, senza alcun potere sull’altra. Il lato oscuro veste qui i panni di Mefistofele. Viene stabilita la clausola del patto, che suona così. “Io m’impegno dunque di qua al tuo servizio e di stare al tuo cenno senza mai tregua e riposo. Ma quando ci ritroveremo di là, mi dovrai rendere la pariglia”. Faust l’accetta incondizionatamente, ed anzi quanto gli viene offerto gli appare oltremodo vantaggioso rispetto a quello che doveva poi corrispondere in cambio. “Dell’aldilà poco mi può importare. Mandami prima a pezzi questo mondo, e poi sorga pure l’altro. Da questa terra sgorgano le mie gioie, e questo è il sole che illumina i miei dolori. Se tanto tanto riesco a liberarmene, succeda poi quel che può o quel che vuole. Per conto mio, non voglio più sentire assolutamente discutere, se nella vita futura ancora si ami o si odi, e se anche in quelle sfere ci sia un disopra e un disotto!”. Conclude Mefistofele: “Da poi che la pensi così, ti ci puoi arrischiare. Impegnati, e vedrai con gioia le mie arti in questi stessi giorni. Io ti darò quel che ancora nessun uomo ha mai visto [29]. D’altronde il patto con il diavolo era l’ultima risorsa che ancora gli rimaneva, perché con le scienze occulte aveva già provato, inutilmente, e lui Faust − leggi Goethe − aveva paura della Grande Tenebra. Non l’avrebbe mai affrontata da solo, facendo affidamento sulle sue capacità. Ciò che invece accadrà dopo di lui, dopo che il Tramonto è sceso sull’Occidente. Goethe aveva paura della morte e doveva essere ben grande se non volle accompagnare all’estrema dimora la mamma, anzi non si mosse neppure da Weimar; e se lasciò chiuse le finestre della sua casa quando vi passò davanti il corteo funebre di Schiller. Si può ben dire, allora, che Goethe ha portato il lato oscuro dalla parte di quello manifesto per il profondo orrore che aveva della morte che gli impediva di volgersi ad essa, di guardarla in faccia, quello che invece poi è riuscito ad altri per scelta, la maggior parte per necessità. Perché dopo di lui ha cominciato a scendere “davvero” il Tramonto sulla nostra civiltà, e le sue ombre hanno cominciato “davvero” ad invadere le menti suscitando angoscia, paura, terrore.
Dopo il patto, Faust beve il filtro magico che lo fa ringiovanire e i due soci cominciano ad operare assieme, Mefistofele apparentemente nella parte di servo, l’altro in quella di padrone. Il primo comanda e l’altro gli mette a disposizione i suoi poteri eccezionali. Faust intenderebbe usarli per compiere opere che non siano indegne o infami, ma come in una ruota che gira la parte che è sopra scende, così si trasformano gli effetti di quell’accordo scellerato passando di mano da Faust a Mefistofele. La farina del diavolo va a finire in crusca, dice il proverbio, e così accadrà per ogni progetto e opera di quei due. La vittima maggiore sarà ancora una volta la donna, la candida e bellissima Margherita, di cui Faust s’invaghirà e che vorrà possedere. Ecco come si svolge l’opera di seduzione che dopo l’innamoramento e l’offerta di sé condurrà la giovane alla disperazione e alla morte.

Faust: “Bella signorina, posso prendermi l’ardire d’offrirvi il mio braccio e la mia compagnia?”.
Margherita: “Non sono né bella né signorina. E a casa posso andarmene senz’essere accompagnata. (Si libera e se ne va).
Faust: “Il cielo m’è testimonio: è una gran bella bambina! Non ho mai veduto niente di simile. Virtuosa, costumata e nello stesso tempo, non so che di piccante. Quelle labbra rosse, quelle gote luminose, non le dimenticherò più per tutta la vita! Il modo come abbassa gli occhi m’è rimasto impresso nel profondo del cuore. Il suo fare stizzito poi è stato, a pensarci, proprio un incanto!”.
Mefistofele entra.
Faust: “Senti: devi procurarmi quella ragazza!”.
Mefistofele: “Che ragazza?”.
Faust: “Quella ch’è passata in questo momento”.
Mefistofele: “Quella? O se torna ora dal suo piovano che l’ha assolta da tutti i peccati! E poi sono passato quatto quatto rasente al confessionale: una vera innocente, che s’è andata a confessare proprio per nulla. Su di lei non ho alcun potere!”.
Faust: “Eppure i quattordici anni deve averli passati!”.
Mefistofele: “Già: tu parli come un don Giovanni, che vuole sempre per se tutti i più bei fiori. E gli sembra che non ci sia un solo onore e un solo favore che non debba cogliere. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco!”.
Faust: “Caro signor mastro Commendevole, lasciatemi in pace con la vostra morale! Ve lo dirò chiaro, netto e tondo: se questa sera stessa quel dolce bocciolo di giovinezza non riposa fra le mie braccia, a mezzanotte ognuno di noi se n’andrà per la sua strada”. [30]

Alla fine, proprio perché il diavolo non aveva poteri diretti su Margherita protetta dalla fede e da una grazia innata − e perché la soave fanciulla diffidava di Mefistofele, lo sentiva come l’incarnazione del male, che è in ognuno ma che si può evitare affidandosi al lato luminoso −, Faust si fa meno intransigente e i due compari decidono una strategia a più ampio respiro.
Faust entra nella stanza di Margherita e depone nell’armadio un cofanetto pieno di gioielli che Mefistofele gli aveva procurato. Quando Margherita ritorna, lo trova e l’apre e non può resistere alla tentazione di provarli. “Una gentildonna se li potrebbe mettere nei giorni di festa grande! Chi sa come mi starebbe la collana? Di chi sarà tutta codesta magnificenza? (Si orna dei gioielli e va davanti allo specchio.) Se almeno gli orecchini fossero miei! Però bisogna dire: si prende subito tutto un altro aspetto! A che vi serve la bellezza e il sangue giovane? Si, tutta roba bella e buona. Ma nessuno se ne interessa. Vi si loda a mezza bocca per compassione! È l’oro che si vuole. Tutto dipende dall’oro. Ah povere noi!”. Margherita farà vedere i gioielli alla madre e lei ad un prete, il quale se ne impossesserà, nonostante il parere contrario della ragazza, perché “non dev’essere davvero senza religione chi li ha portati nella sua stanza in modo così carino”.
Ma siamo solo all’inizio, l’opera di seduzione continua e lascia segni. Margherita “pensa giorno e notte ai gioielli e ancora di più a chi glieli ha portati”, e l’inquietudine la prende. Faust ordina a Mefistofele di provvederne degli altri. Questa volta Margherita li mostra a Marta, una vicina un po’ ruffiana, la quale consiglia alla ragazza di non farli vedere alla madre, perché non facciano la stessa fine dei primi. In quanto al loro uso, “non hai che da venire spesso da me, e metterli di nascosto – gli dice. Poi capiterà pure un’occasione, un giorno di festa, in cui tu li possa far vedere alla gente un poco alla volta” [31]. A questo punto bussano alla porta ed entra Mefistofele. Cerca Marta, per dirgli che suo marito, Schwerdtlein, è morto. La donna chiede la prova e il diavolo sarà lieto di fornirgliela. Ci vorrà un altro testimone e Mefistofele dice di averlo già: “un compagno di grande distinzione; lo farò comparire davanti al giudice”. L’appuntamento è fissato per la sera. Ci sarà anche Margherita.
Si tratta di giurare il falso, perché Faust non sa se il marito di Marta è morto davvero, e lui non vorrebbe, ma Mefistofele taglia corto: “Senti che sant’uomo! Proprio ora comincereste ad esserlo? È forse la prima volta in vita vostra che fate falso testimonio? Forse che non avete dato di Dio, del mondo e di quel che vi s’agita dentro, dell’uomo e di quel che gli passa per il capo e per il cuore, definizioni con gran vigore, con faccia tosta e con ardito petto? Se volete scrutare un poco dentro voi stesso, dovreste bene convenire, che di tutta codesta roba ne sapevate quanto della morte del signor Schwerdtlein” [32]. Mefistofele coglie nel segno e Faust accetta di andare all’appuntamento e giurare.
Dopo l’incontro serale e la passeggiata nel giardino, dove Faust e Margherita si scambiano le prime carezze e i primi baci, sboccia incontenibile l’amore. Ma su esso aleggia fin da principio la cupa tragedia, ed è Mefistofele quell’ombra scura. Margherita la percepisce e lo dice al suo amore: “La sua presenza mi rimescola il sangue. E non è a dire che non sia sempre ben disposta verso tutti! Ma mentre di vederti io mi struggo, davanti a quell’uomo mi prende un brivido segreto… E me ne sento talmente sopraffatta, che appena si trova con noi, mi sembra perfino di non volerti più bene. E se sta qui, pregare m’è impossibile. E tutto questo mi rode il cuore di dentro” [33]. Quel ribrezzo per lui Mefistofele lo sente: quella scimmietta, dice infatti, “è maestra di fisiognomica! In presenza mia si sente diventare, non sa lei come. La mia mascherina le fa presagire qualcosa di segreto. Sente che sono senza dubbio un demone. Forse addirittura il diavolo” [34].
S’avvicina la tragedia. Per poter giacere con lei indisturbato, Faust consegna a Margherita una boccetta con dentro un sonnifero che gli aveva procurato Mefistofele. Doveva metterne tre gocce in una bevanda per vincere l’insonnia della madre. Ma quel diabolico intingolo provocherà, invece del sonno, la morte. Il fratello di Margherita viene a sapere degli incontri della sorella con Faust e vuole impedirli. L’affronta mentre è vicino alla sua casa assieme al malvagio compagno. Estraggono le spade e inizia il duello. Valentino – così si chiama il fratello – è un soldato e potrebbe sopraffare l’avversario, ma Mefistofele protegge Faust: para il colpo a lui diretto e guida la stoccata di risposta che ferisce a morte Valentino.
La colpa della morte della madre cadrà su Margherita, che è imprigionata, è stata lei a dargli il sonnifero. Quando Faust viene a saperlo, si scaglia contro Mefistofele che gli ha tenuto nascosta l’infelice sorte della giovane e l’ha cullato “in insipide distrazioni. Cane!” gli dice. “Mostro abominevole!… Mutalo o Spirito infinito, mutalo tu codesto verme nuovamente nella sua figura di cane”. Gli risponde Mefistofele: “Perché fai comunella con noi” qui il demonio usa il plurale maiestatico, come fanno i re, che indica la suprema posizione che occupa nel lato oscuro, “se poi fino in fondo non la puoi reggere? Vuoi volare e non sei sicuro delle vertigini? Siamo stati noi ad appiccicarci a te, o te a noi?” [35]
Ancora una volta i due soci convengono di attenersi al patto: Faust perché senza l’aiuto di quel “compagno d’infamia, che si pasce di malanni e trova nella perdizione il suo diletto”, [36] non potrebbe liberare Margherita, e Mefistofele per avere la sua anima quando si invertiranno le parti. Il diavolo offusca i sensi del carceriere, Faust s’impadronisce delle chiavi e pone mano alla serratura. Margherita sente e grida: “Povera me! Povera me! Che morte amara! Zitta! gli risponde Faust. Zitta! Vengo a liberarti!”. Ma lei è già fuori di senno, doveva essere condotta al patibolo all’alba di quella notte. Gli raccomanda di provvedere alle tombe dei suoi cari e alla sua: “A mia madre il posto migliore, e mio fratello subito accanto a lei! Me un poco in disparte, ma non troppo lontano! E il piccolo alla mia destra sul petto. Nessun altro accanto fuori di lui…”. E rinuncia a fuggire, soprattutto dopo che Mefistofele entra nel carcere per sollecitare i due, prima che sia troppo tardi. “Chi sbuca fuori dalla terra? Lui! Lui! Mandalo via. Che cosa vuole in questo luogo sacro? Vuole me?”. S’abbandona invece alla protezione di Dio e al suo giudizio, perché Faust stesso gli fa orrore dopo che l’ha visto ancora con quel compagno, e prima che i due scompaiono si sente una voce dall’alto che dice: “È salvata!”. [36]
Un fallimento completo quello di Faust, che continuerà per il resto l’opera. Ma alla fine si salva. Ma non seguendo la via della conoscenza, quella che io sto indicando in queste pagine e che anche lui aveva tentato facendo ricorso perfino alle potenze trascendenti delle tenebre. Si salva per intervento diretto delle potenze celesti, in particolare del Femmineo eterno. [37] Dopotutto era un prescelto da Dio, “il suo servo. In questo momento mi serve ancora in confusione”, dice Dio di lui; “ma io lo porterò a chiarità di spirito. Quando la pianta tenera mette le foglie, il giardiniere sa bene che porterà fiori e frutti negli anni che verranno”. [38] Maria Vergine e Margherita lo salvano, e quest’ultima gli farà da guida lungo il cammino che dovrà ancora compiere per raggiungere la salvezza.
Perché la salvezza dopo il patto con Mefistofele e gli effetti tragici che ha prodotto? Perché per quanto il tentativo di superamento del lato oscuro sia stato prematuro e maldestro, esso è avvenuto e qualche risultato ha prodotto. Il Faust va perciò annoverato fra le grandi avventure di questo tipo, assieme a quelle di Gilgamesh, Ulisse, Dante. Avventure che non si svolgono soltanto nella parte in luce, ma hanno di mira anche l’altra con l’intento di affrontarla e superarla. Perciò è stata intuita o sperata anche la salvezza.
Nel caso di Faust e del suo patto, il tentativo è avvenuto sollevando il lato oscuro alla quota di quello manifesto e mettendo insieme i due, cercando di rendere tutto possibile in tal modo. Ma n’è sortito un ibrido, un mostro. O, come ho già detto, quello che iniziava come opera umana mutava aspetto, diventava diabolica, come l’amore per Margherita e i tentativi per conquistarla. Poi, soprattutto ai nostri giorni, tutto è diventato così, non solo quello che si fa ma anche quello che si dice. Anche tutte le belle frasi che inneggiavano al bene e invitavano ad esso di chi poi, magari, razzolava male, ma almeno le parole erano vere e schiette. Oggi, invece, suonano male, come monete false, e quando vengono usate si trasformano in truffe, scompiglio, inganno, distruzione. Il bene diventa buonismo, la morale moralismo; e il diavolo è buonista, moralista, politicamente corretto, è un predicatore religioso e laico assieme, parla di mondialismo e di multiculturalismo. Il diavolo non è la coincidenza degli opposti ma il miscuglio dei due, e in questo nostro tempo è l’ombra scura che ha invaso la luce della mente.

[Continua]

[29] J.W. Goethe, Faust, Studio, Mondadori 1941, pagg. 52,53.
[30] J.W. Goethe, Ivi, pagg. 89-90.
[31] J.W. Goethe, Faust, Casa della vicina, Mondadori 1941, pag. 99.
[32] J.W. Goethe, Faust, Strada, Mondadori 1941, pag. 105.
[33] J.W. Goethe, Faust, Giardino di Marta, Mondadori 1941, pagg. 122-123.
[34] J.W. Goethe, Ivi, pag. 123.
[35] J.W. Goethe, Faust, Giorno fosco, Mondadori 1941, pagg. 155-156.
[36] J.W. Goethe, Ivi, pag. 156.
[37] J.W. Goethe, Faust, Carcere, Mondadori 1941, pagg. 161-163.
[38] J .W. Goethe, Faust, Burroni montani, Mondadori 1941, pag. 421.
[39] J.W. Goethe, Faust, Prologo in cielo, Mondadori 1941, pag. 9.

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