La metà nascosta — Seconda parte (28e)

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Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881)

e) Il lato oscuro nel romanzo Il sosia di Dostoevskij.

Dopo una grande festa, dov’era apparso impacciato, insicuro, maldestro con i suoi superiori, e non era riuscito a conquistare la figlia di uno di loro, Klara Olsùfevna, a cui tanto teneva, al consigliere titolare Goljadkin, uno dei gradi inferiori della vecchia gerarchia burocratica russa, appare il “sosia”. Dapprima come ombra furtiva nella notte, “in un turbine di neve”, lungo le vie deserte di San Pietroburgo, poi come sconosciuto passante ad un angolo di strada, che però come Goljadkin “camminava frettoloso…tutto imbacuccato dalla testa ai piedi, e al pari di lui sgambettava e trotterellava sul marciapiede della Fontanka con passo fitto, minuto, un pochino al piccolo trotto”, [40] e finalmente in modo completamente palese. “Un altro signor Goljadkin, tutt’un altro, ma, al tempo stesso, anche perfettamente uguale al primo – della stessa statura, della stessa complessione, vestito allo stesso modo, con la stessa calvizie – insomma nulla, proprio nulla era stato trascurato per ottenere una somiglianza perfetta, tanto che, a prenderli e metterli uno accanto all’altro, nessuno, proprio nessuno si sarebbe sentito di stabilire quale precisamente fosse l’autentico Goljadkin e quale il falso, chi il vecchio e chi il nuovo, chi l’originale e chi la copia”. [41] In seguito saprà che quel sosia, così somigliante come se fosse uscito dallo specchio, ha il suo stesso nome ed è originario della stessa città, per cui i due vengono scambiati per gemelli.
A questo punto il rapporto fra Goljadkin e il sosia diventa il leitmotiv del romanzo: un rapporto ricorrente fra le due facce della stessa moneta, dove quella che prima ha abitato solo il lato nascosto è arrivata anch’essa alla ribalta. Due sullo stesso piano, dunque, e non coincidenti, ma opposti, che si presentano indipendenti e sovrani senza aver prima scoperto quel che davvero li lega, il solo che avrebbe potuto impedire la corsa verso l’eliminazione di uno da parte dell’altro. Ci sono momenti iniziali in cui l’originale parte manifesta vorrebbe essere tutt’uno con l’altra. Ti voglio bene − gli dice −, ti voglio bene come a un fratello. E insieme combineremo loro un bello scherzetto. Ma poi il “vero” Goljadkin s’accorge che l’altro è invece il suo peggiore nemico, sempre più prevaricatore e infido, che lo mette in continua difficoltà. Gli aliena il favore dei colleghi e superiori, lo perseguita nei sogni dove si vede circondato da un esercito di sosia cui non può sottrarsi, una mattina mangia un pasticcino al buffet di un ristorante e il cameriere gli chiede il corrispettivo di undici. Il suo muto stupore per ciò che gli sembrava un errore cede il posto alla rabbia quando, alzando lo sguardo, riconosce sulla porta di fronte, “che il nostro eroe fino a quel momento aveva preso per uno specchio”, l’altro Goljadkin, con il quale è stato scambiato, e che l’ha beffato in quel modo. E soprattutto il sosia sembra aver fortuna con Klara, che a lui s’era negata e sembra ora tramare a suo danno.
Dopo questi e molti altri affronti e umiliazioni che non ho qui nominato, in preda all’esasperazione, Goljadkin, scriverà al sosia una lettera, dove pone un aut aut: “O voi o io, ma tutt’e due insieme è impossibile! E perciò vi dichiaro che lo strano, ridicolo e, al tempo stesso, assurdo desiderio vostro di parere il mio gemello e di spacciarvi per tale non servirà a null’altro che alla vostra piena ignominia e sconfitta…”, [42] e lo sfida a duello. Ma alle parole non seguiranno i fatti. Se ciò fosse accaduto e avesse tentato di uccidere il suo lato oscuro, sarebbe morto lui perché l’altro per natura è immortale. Come è capitato a Dorian Gray quando ha colpito il suo ritratto con un pugnale. Non è, infatti, il lato oscuro sonno, inconscio e morte; e si può uccidere questi tre, specialmente l’ultimo! Sempre più oppresso dalla parte ignota e immortale di sé, Goljadkin cercherà anzi la conciliazione, chiedendo perdono anche per la lettera che gli ha scritto. “Datemi quella lettera”, gli dice, “perché io la strappi sotto i vostri stessi occhi, o, se questo ormai non è in alcun modo possibile, vi supplico di leggerla alla rovescia – del tutto alla rovescia, cioè di proposito con amichevole intenzione, dando un senso opposto a tutte le parole. Ho errato. Perdonatemi, io ho pienamente… io ho amaramente errato”.[43]
Umiliazione inutile: il lato oscuro continuerà ad avanzare, sovrastare, insinuarsi, mentre l’altro appare sempre più in difficoltà, fino a prendere il suo posto. Similmente cominciano a svanire i colori e le forme delle cose al tramonto del sole e poi rimangono soltanto ombre, buio, smarrimento completo. Per davvero non c’è sostanziale differenza fra le due cose. Il sosia è una “realtà” provocata dal Tramonto dell’Occidente, che ha cominciato ad agire sulle sue piante − gli uomini − come il sole sugli alberi e i fiori. In altri autori lo stesso fenomeno è chiamato ombra, sosia, gemello, metà nascosta. Per Goljadkin, alla fine, il suo stato, come si vedrà fra poco, sarà la pazzia, o pazzo sarà considerato da tutti i suoi superiori, conoscenti, e dal terribile medico che lo porterà in manicomio.
Che la sua nuova situazione fosse determinata dall’ingresso del lato oscuro e dal rovesciamento graduale delle parti, Goljadkin lo presentiva. Durante una furibonda baruffa con il sosia parve a lui “che gli stesse accadendo qualcosa di noto. Per un attimo cercò di rammentare se il giorno prima non avesse avuto qualche presentimento… in sogno, per esempio…Infine la sua angoscia toccò l’estremo grado dell’orgasmo. Premendo sul suo spietato avversario, egli stava per mettersi a gridare… ma il grido gli moriva sulle labbra… Vi fu un momento in cui il signor Goljadkin dimenticò tutto e stabilì che tutto ciò era proprio niente, e che ciò avveniva soltanto così, in qualche modo inesplicabile, e che protestare al riguardo sarebbe stata fatica superflua e assolutamente sprecata”.[44] Presentimento che egli affiorerà ripetutamente durante tutto il sofferto rapporto con il sosia.
S’avvicina la catastrofe finale. La causa scatenante sarà ancora una volta la donna. Una lettera di Klara in questo caso, diretta a Goljadkin dove è scritto: “Nobile uomo che soffri per me e sei in eterno caro al mio cuore! Io soffro, io perisco – salvami! Il calunniatore, l’intrigante, l’uomo noto per l’inutilità delle sue tendenze (cioè il suo sosia) mi ha avvolto con le sue reti, e io mi sono perduta!… Sono caduta! Ma egli mi è odioso, tu invece!… Ci hanno separati, le mie lettere a te furono intercettate – e tutto ciò l’ha fatto l’immorale valendosi della sua sola buona qualità: la rassomiglianza con te… Aspettami con la tua carrozza oggi, alle nove in punto… Mi getterò sotto la protezione dei tuoi abbracci alle due dopo mezzanotte in punto. Tua fino alla tomba. Klara Olsufevna”.[45]
Dopo molti tentennamenti e sofferte riflessioni, andrà all’appuntamento che diventerà una trappola una trappola per attirarlo, catturarlo, eliminarlo. Infatti l’appartamento di Klara pullula di persone che, “ad un tratto, a tutte le finestre a un tempo” appaiono, scostando le tendine. E cercano lui, proprio lui, come se tutti sapessero delle sua presenza giù nel cortile, nonostante fosse acquattato “sotto l’ombra pacifica del suo rassicurante e proteggente mucchio di legna”. Il sosia scende in cortile, lo tira fuori dal suo nascondiglio e lo invita a “favorire dentro”. Goljadkin non vorrebbe, ma l’altro insiste: “Nossignore, non si può…; vi pregano, vi pregano umilissimamente, ci aspettano. Fateci felici”. Sembrava fosse una festa dove mancava solo lui, l’invitato di cui non si poteva fare a meno. Ma egli si schermisse ancora, anche se inutilmente, perché il sosia risolutamente lo “trascinò verso la scalinata”.
Dapprima sono tutti gentili, sembra una riabilitazione generale da parte di tutti: superiori, colleghi, amici, lo stesso sosia. E il tutto, alla presenza di Klara, “pallida, languida, malinconica, abbigliata però con gran pompa. Specialmente balzarono agli occhi del signor Goljadkin dei piccoli fiorellini bianchi fra i suoi neri capelli, il che faceva un magnifico effetto”.[46] Ma la festosa accoglienza durerà poco, era un diversivo, era un guadagnare tempo. Ad un tratto “la porta della sala si spalancò rumorosamente, e sulla soglia comparve un uomo la cui sola vista agghiacciò il signor Goljadkin. I suoi piedi si abbarbicarono al pavimento. Un grido morì nel suo petto oppresso. Del resto il signor Goljadkin sapeva tutto da prima e già da un pezzo aveva presentito qualcosa di simile. Lo sconosciuto si avvicinava grave e solenne al signor Goljadkin. Il signor Goljadkin conosceva benissimo quella figura. L’aveva già veduta, la vedeva molto spesso, l’aveva vista ancora quel giorno… Con aria grave e solenne il terribile uomo si accostò al lacrimevole eroe… Il nostro eroe gli tese la mano; lo sconosciuto gliela prese e se lo trascinò dietro…”.[47] È il dottore quell’uomo, che lo farà salire su una carrozza. Quando si riebbe dal deliquio in cui era caduto, Goljadkin “vide che i cavalli lo portavano per qualche strada a lui ignota. A destra e a sinistra nereggiavano boschi, Era un luogo selvaggio e deserto.” La meta è il manicomio dove riceverà – gli dice l’orribile dottore – “alloggio governativo, con legno, luce e servizio, del che siete indegno… Il nostro eroe gettò un grido e si afferrò il capo, Ahimè! Già da un pezzo aveva questo presentimento”.[48]
Il sosia
è il racconto del declino e caduta dell’io razionale, quello che aveva abitato la parte diurna, e un emergere del lato oscuro. E non è quello che sta succedendo ormai normalmente e pressoché generalmente! Anzi la metamorfosi è già completa.

[Continua]


[40] F.M. Dostoevskij, Il sosia, pag. 47 – Oscar classici Mondadori.
[41] Ivi, pagg. 55-56.
[42] Ivi, pag. 114.
[43] Ivi, pag. 136.
[44] Ivi, pag. 139.
[45] Ivi, pagg. 140-141.
[46] Ivi, pag. 166.
[47] Ivi, pagg. 169-170.
[48] Ivi, pag. 172.

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