La metà nascosta — Seconda parte (28f)

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Oscar Wilde (1854-1900)

f) Il lato oscuro nel romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde.

Anche nel romanzo Il ritratto di Dorian Gray c’è il patto con il diavolo. Il tentatore veste i panni di lord Henry Wotton, un dandy cinico, decadente, beffardo, dissacratore, per cui “la giovinezza è l’unica cosa che vale la pena di avere” e “solo i mediocri non giudicano secondo le apparenze… Il vero mistero del mondo è ciò che è visibile, non ciò che è invisibile”.[49] Una vera e propria anticipazione della civiltà dell’immagine, quella che ora è proposta alle masse dai media. Quella della televisione “spazzatura”, delle riviste pattinate, dei calendari di donne e uomini nudi.
La prima volta che lo vede nello studio dell’amico pittore, dove sta posando per un quadro che lo ritrae, lord Henry dice a Dorian, bellissimo ma ancora candido e ingenuo: “Lei ha soltanto pochi anni da vivere veramente, perfettamente e pienamente. Quando la sua giovinezza se ne andrà, la sua bellezza svanirà con lei, e di colpo scoprirà che non ci saranno altri trionfi per lei, e dovrà contentarsi di quei miseri trionfi che la memoria del passato renderà più amari delle sconfitte. Ogni mese che passa la porta più vicino a qualcosa di orrendo. Il tempo è invidioso di lei e dichiara guerra ai suoi gigli e alle sue rose. Diventerà giallastro, con le guance cave e gli occhi spenti. Soffrirà orribilmente… Faccia fruttare la sua giovinezza finché la possiede! Non dilapidi l’oro dei suoi giorni ad ascoltare i noiosi, o a cercare di rimediare a un fallimento senza speranza, o a regalare per niente la sua vita agli ignoranti, ai dozzinali, ai volgari. Questi sono i traguardi malsani e i falsi ideali della nostra epoca. Viva! Viva la vita meravigliosa che è il lei! Faccia in modo che nulla si perda di lei. Cerchi sempre nuove sensazioni. Non abbia paura di nulla… Il nostro secolo vuole un nuovo Edonismo, e lei ne può essere il simbolo visibile. Con la sua personalità, non c’è niente che lei non possa fare. Almeno per una stagione il mondo le appartiene… Non c’è nulla al mondo all’infuori della giovinezza!”.[50] Dopo questo panegirico sulla bellezza e la giovinezza e il terribile ammonimento sulla sua brevità, a Dorian “balenò la piena realtà di quella descrizione”, e, guardando il suo ritratto che l’amico pittore aveva appena finito, “il sentimento della propria bellezza sopravvenne in lui come una liberazione”, e rimirando “l’ombra della propria avvenenza” formula il desiderio: vorrei “rimanere sempre giovane, e che (fosse) il quadro a diventare vecchio! Per questo darei ogni cosa. Non c’è cosa al mondo che non darei! Darei la mia anima per questo!”.[51] Una preghiera che sarà sinistramente esaudita, come si vedrà più avanti. Dunque, il massimo della manifestazione nel lato chiaro in cambio dell’anima, che poi, come s’è visto è l’altra metà, quella che completa e chiude il giro e che una volta aggirata e svelata ci eleva dalla sfera delle cose contrapposte a quella della coincidenza degli opposti, vale a dire dall’apparire all’essere.
La rinuncia dell’anima è, ancora una volta, soprattutto la rinuncia della donna, come dirà lo stesso Dorian dopo una vita di scelleratezze e delitti, quando vorrebbe ritornare indietro, a prima del patto. L’incapacità d’amare sarà la causa della morte di Sibil Vane, “una fanciulla di neppure diciassette anni, con un viso come un fiore, una testina greca con un’acconciatura di capelli, e occhi che erano pozzi viola di passione, e labbra che erano come petali di rosa” [52], attrice di parti drammatiche. Era la cosa più bella che Dorian avesse mai visto. Quando Sibyl incontra Dorian e s’innamora follemente di lui, avviene una metamorfosi di segno inverso a quella accaduta al giovane. Lui aveva rinunciato all’anima per apparire nel pieno fulgore della sua giovinezza e durare così, lasciando invecchiare il ritratto, mentre Sibil, investita dall’amore, rinuncia ad apparire nelle parti delle eroine che interpreta. Non riuscirà più a recitare proprio la sera che Dorian aveva invitato gli amici lord Henry e il pittore Basil, l’autore del suo ritratto, provocando la loro delusione e ironia. “Perché ho recitato così male stasera” – spiega Sibyl. “Perché reciterò sempre male. Perché non reciterò più… − Dorian, Dorian − gridò −, prima di conoscerti, recitare era la sola realtà della mia vita. Vivevo soltanto nel teatro. Pensavo che fosse tutto vero. Una sera ero Rosalinda, un’altra sera ero Porzia. La gioia di Beatrice era la mia stessa gioia, e i dolori di Cordelia erano i miei dolori. Credevo in tutto. Le persone comuni che lavoravano con me mi sembravano tanti dèi. Le quinte dipinte erano il mio mondo. Conoscevo soltanto ombre, e mi sembravano realtà. Poi sei venuto tu, amore mio meraviglioso, e hai liberato la mia anima dalla prigione. Mi hai insegnato cos’è veramente la realtà. Stasera, per la prima volta in vita mia, ho capito la vacuità, la falsità, la stupidità della vana parata alla quale ho sempre preso parte. Stasera, e per la prima volta, sono stata consapevole che Romeo era orribile, e vecchio, e truccato, che il chiaro di luna sul giardino era falso, che lo scenario era volgare, che le parole che dovevo pronunciare erano irreali, non erano le mie parole, non dicevano quello che volevo dire. Mi hai portato qualcosa di più elevato, qualcosa di cui l’arte intera è soltanto un riflesso… Quando sono entrata in scena stasera non capivo cosa mai fosse sparito da me. Pensavo che sarei stata magnifica, e ho scoperto che non riuscivo a far nulla. Di colpo mi sorse nell’anima il senso di tutto questo, e fui felice di saperlo. Li sentivo fischiare e sorridevo. Che potevano saperne di un amore come il nostro? Portami via, Dorian … Odio il palcoscenico. Potrei simulare una passione che non sento, ma non posso simularne una che mi brucia come il fuoco.” [53] Così Sibyl spiegò a Dorian il suo fiasco terribile sulla scena, ma crudele e violenta fu la sua reazione. “Hai ucciso il mio amore – gridò −. Tu eri solita accendere la mia immaginazione, ora non accendi neanche la mia curiosità. Non hai più alcun effetto di me. Ti amavo perché eri meravigliosa, perché avevi genio e intelligenza, perché facevi rivivere i sogni dei grandi poeti e davi forma e sostanza alle ombre dell’arte. Hai gettato via tutto ciò. Sei superficiale e banale. Dio mio! Com’ero pazzo ad amarti!… Me ne vado… Non voglio essere scortese, ma non posso più vederti. Mi hai deluso. Ella pianse silenziosamente e non rispose, ma si trascinò vicino a lui. Le sue piccole mani si protendevano ciecamente intorno, e sembravano cercarlo. Dorian si volse sui tacchi e lasciò la stanza. In pochi istanti fu fuori del teatro”. [54]
Dopo l’abbandono che è la causa del suicidio di Sibyl, inizia il mutamento del ritratto. Appare in esso, anziché sul volto del giovane Dorian, la prima “linea di crudeltà attorno alla bocca”. Vedendola, dapprima meravigliandosi, poi riflettendo, gli tornò in mente “Il folle desiderio di conservare intatta la sua bellezza mentre il volto sulla tela avrebbe mostrato il peso della sua passione e dei suoi peccati; e che l’immagine dipinta fosse segnata dalle rughe della sofferenza e del pensiero, mentre egli avrebbe conservato il fiore delicato e la grazia della giovinezza di cui era allora appena consapevole”. [55] Ebbene, quel desiderio s’era dunque avverato, il patto era diventato operante. Da quel giorno le trasformazione si succederanno ininterrotte, manifestazioni di una vita sempre più dissoluta e criminale. Perché nessuno si accorgesse di quegli orribili mutamenti, Dorian nasconderà il ritratto in un locale abbandonato della soffitta e chiuderà la porta a chiave per impedire alla servitù di entrare. Tuttavia uno lo vedrà per volere dello stesso Dorian: l’autore del quadro, l’amico Basil Hallward, prima di venire ucciso dal giovane con una coltellata. Vedrà l’orrenda corruzione dell’anima di Dorian perché lui stesso glielo concede, come se fosse Dio, o in dispetto a Lui. Perché Basil gli aveva appena detto: “Vorrei vedere la tua anima … Ma solo dio può farlo”. E Dorian: la vedrai fra poco. “Viene a vedere il tuo stesso lavoro”. [56] Lo portò nella stanza segreta e quando l’ebbe davanti agli occhi “un grido d’orrore uscì dalle labbra del pittore”. Un volto orrendo sogghignava verso di lui dalla tela. “C’era qualcosa nella espressione che lo riempiva di disgusto e di repulsione. Santo cielo! Era il viso di Dorian Gray che stava guardando. L’orrore, qualunque esso fosse, non aveva ancora del tutto distrutto quella meravigliosa bellezza. C’era ancora dell’oro nei capelli diradati. E un’ombra di rosso sulla bocca sensuale. Gli occhi opachi avevano mantenuto un po’ del loro colore azzurro, le nobili curve non avevano del tutto abbandonato le narici cesellate e la gola perfetta. Si, era proprio Dorian. Ma chi lo aveva ritratto? Gli sembrava di riconoscere il proprio pennello, e la cornice era di sua invenzione. L’idea era mostruosa, ed egli sentì paura. Afferrò la candela accesa e la accostò al quadro. Nell’angolo a sinistra vide il proprio nome, tracciato in lunghe lettere di vermiglione acceso. Era un’indegna parodia, una qualche satira ignobile e infame. Non aveva mai dipinto quel quadro. Eppure era proprio il suo. Lo sapeva, e si sentì come se il suo sangue si fosse tramutato, nello spazio di un attimo, da fuoco in ghiaccio stagnante. Il suo quadro! Che cosa significava? Perché era cambiato? Si voltò, e guardò verso Dorian Gray con gli occhi di un folle. La sua bocca si contraeva, e la sua lingua riarsa sembrava incapace di articolare. Si passò la mano sulla fronte umida di sudore vischioso”.
Ma non gli bastò il tempo per uscire dall’incubo e riaversi. Dorian “corse verso di lui e affondò il coltello nella grossa vena dietro l’orecchio, spingendogli la testa sul tavolo e trafiggendolo ripetutamente”. [57]
Si va verso il tragico epilogo, segnato da giovani vittime che, dopo aver conosciuto Dorian e partecipato alla sua vita dissoluta,si uccidono. La fine è preceduta da un tentativo di ravvedimento. Potrebbe salvarlo la donna. Vorrei poter amare, griderà con una nota di profonda commozione nella voce: “Ma sembra che io abbia perso la passione e dimenticato il desiderio. Mi sono concentrato troppo su me stesso. La mia personalità mi è divenuta un peso. Vorrei fuggire, andar via, dimenticare”. [58] Ma ormai è troppo tardi. Imprecando alla propria bellezza che l’aveva rovinato e alla immutata giovinezza che gli appariva come una beffa, afferrò lo stesso coltello con cui aveva ucciso Basil e “colpì la tela”. “Ci fu un grido e un tonfo. Il grido fu così terribile nella sua agonia che i servi spaventati si svegliarono e uscirono lentamente dalle loro stanze”. Dopo circa un quarto d’ora, Francis, − il maggiordomo −, “prese con sé il cocchiere e uno dei manovali, e salirono di sopra. Bussarono, ma non ci fu risposta. Chiamarono ad alta voce. Tutto era calmo. Alla fine, dopo aver provato vanamente a forzare la porta, andarono sul tetto e saltarono giù sul balcone. La vecchia serratura della finestra cedette facilmente. Quando entrarono, trovarono appeso alla parete uno splendido ritratto del loro padrone come lo avevano visto l’ultima volta, in tutta la meraviglia della sua squisita giovinezza e bellezza. Sul pavimento giaceva un uomo morto, vestito da sera, con un coltello conficcato nel cuore. Era avvizzito, rugoso, ripugnante a vedersi. Soltanto dopo avere esaminato i suoi anelli riconobbero chi era”. [59]
In questa previsione di un’età che è già arrivata, ed è questa dove ci troviamo a vivere, sono soprattutto due gli aspetti da porre in primo piano. Il primo è il primato della sfera dell’apparire rispetto a quella dell’essere, per usare la formula tanto in uso ai nostri giorni e che è nota a molti. Sfera dell’apparire che è ormai comune e predominante in Occidente, per cui, dunque, il romanzo di Oscar Wilde diventa una profezia, una delle prime di tal genere. In esso è chiaramente descritto ciò che sarebbe diventata la moderna società, o Wilde per primo ha vissuto quel che poi si sarebbe moltiplicato e diffuso.
Il secondo aspetto è legato al primo e si può definire con la frase: incapacità d’amare. Rifiuto della donna come una sola anima per i due aspetti presenti nel mondo delle cose a metà, perché la perdita del lato oscuro è smarrimento dell’anima, o la vendita di essa al Diavolo.
L’incapacità di unione amorosa va cercata nell’eccessivo amore per la propria metà manifesta (il ritratto giovanile in Doriam Gray in questo caso), che impedisce di rivolgersi alla metà oscura per illuminarla. Ne uscirebbe, appunto, la donna.
Superare l’amore narcisistico per il proprio io per incontrare l’altro, l’amore: ecco il principale obiettivo che si intravede nelle tante opere prese in considerazione, ma che non raggiungono e conquistano. Il doppio in tutte le sue manifestazioni − immagine riflessa, lato oscuro, sosia, metà nascosta − diventa l’abisso da superare per raggiungere l’altra sponda. Il narcisismo poi, fine a se stesso, (nel mio linguaggio è una metà sola dell’intero che è quindi bloccata in se stessa, essendo ancora nascosta l’altra metà che forma il cerchio) inesorabilmente va verso la vecchiaia e la morte. Anticipata spesso dal suicidio di tanti protagonisti.

[Continua]

Il ritratto di Dorian Gray, 1890


[49] Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Einaudi, pag. 24.
[50] Ivi, pagg. 24-25.
[51] Ivi, pag. 28.
[52] Ivi, pag. 54.
[53] Ivi, pagg. 91-92.
[54] Ivi, pagg. 92-94.
[55] Ivi, pag. 96.
[56] Ivi, pag. 161.
[57] Ivi, pag. 168.
[58] Ivi, pag. 217.
[59] Ivi, pagg. 236-237.

Una Risposta to “La metà nascosta — Seconda parte (28f)”

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