4. Cronache da L’eterno ritorno dell’uguale

L'arcobaleno-ponte tra cielo e terra

La Via Filosofica è l’eterno cammino della natura dotato ora dei manufatti che lo trasformano in una vera e propria strada adatta all’uomo, che egli può percorrere quando vuole se la conosce, o se possiede la sua mappa. Caratteristiche di questa strada sono:
− la chiarezza e distinzione;
− la forma circolare;
− il fondo stradale e il manto che la rendono facile e scorrevole;
− le pietre miliari lungo il percorso che si chiamano Aurora, Mezzogiorno, Tramonto, Mezzanotte, Coincidenza degli opposti − il punto dove fine della Notte e inizio del Giorno sono “lo stesso”;
− il Ponte sull’Abisso;
− l’illuminazione, specialmente quella notturna;
− la segnaletica;
− dopo la coincidenza degli opposti c’è la Porta, anzi la Porta è quel punto, simile ad un valico di frontera, anzi essa è il passaggio originario;
− la Porta divide la parte notturna da quella diurna (“separa i sentieri della Notte e del Giorno”, ha detto di essa Parmenide, e per Nietzsche si trova alla confluenza di due sentieri “uno sempre più avanti e sempre più lontano, lungo un’eternità, l’altro all’indietro, sempre più indietro, un’altra eternità” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra);
− appena dopo la Porta e uscendo da essa, l’indicazione del Centro, che può essere raggiunto seguendo la Via del Raggio;
− percorrendo tutta intera la Via Filosofica, si ritorna al punto da cui si è partiti e lì avviene il ritrovamento e riconoscimento di sé;
− il nome completo di quest’evento è Eterno ritorno dell’uguale, o dello stesso, o del medesimo. Quel medesimo che prima non sapeva e ora sa di essere un ritorno.
Chi continua ancora fino in Centro, coglie tutta la via in un sole sguardo.

Sembra che pochi siano arrivati fino a quel punto che per i mistici, i poeti, i filosofi “sta dappertutto e la circonferenza in nessun luogo”. Così l’hanno indicato i Quaranta chiamati ad esprimere la formula più adatta per indicare l’Essere. È:
− “l’Amor che muove il sole e le altre stelle” per Dante;
− il “Motore immobile” di Aristotele;
− il noumeno o “cosa in sé” di Kant;
− l’Io assoluto di Fichte, Schelling, Hegel, Gentile;
− il “Sé” di Jung − insieme di conscio e inconscio −, ed è quello che si comincia a cogliere in modo chiaro e distinto alla fine della via filosofica.
Boezio l’ha chiamato “il luogo eterno” e l’ha definito come “il possesso totale, istantaneo e perfetto di una vita interminabile”.
Da quel presente eterno, Marco Aurelio “ha visto tutte le cose: quelle che furono nell’insondabile passato e quelle che saranno nel futuro”. (Marco Aurelio, Pensieri, libro VI, 37).
Thomas S. Eliot ha scritto di esso così: “Io posso solo dire, là siamo stati (nel punto fermo del mondo che ruota): ma non posso dire dove./ E non posso dire per quanto tempo, perché questo significa/ Collocarlo nel tempo”. (Thomas S. Eliot, Burnt Norton).

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