La metà nascosta — Seconda parte (28i)

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Mary Shelley, Frankenstein, o il moderno Prometeo (1818)

i) Il lato oscuro nel romanzo Frankenstein, di Mary Shelley.

Ne ho già fatto cenno: sono soprattutto scienza e tecnica che hanno consentito all’uomo di mantenersi artificialmente nel suo lato manifesto e di conservare in esso ricchezza e potere, ciò che sta accadendo soprattutto ai nostri giorni con l’Occidente in netta superiorità di forza rispetto agli altri popoli e con i suoi abitanti dediti agli agi, ai vizi, ai divertimenti e alla vita nell’abbondanza. Si sta anche tentando di rendere imperitura questa situazione, puntando sulla durata non solo dell’Occidente, ma anche dei suoi singoli abitanti cui si sta promettendo vita sempre più lunga, e non solo. Anche vita perpetua, che si può ottenere, dicono gli scienziati, con la clonazione. Modi, insomma, per non andarsene più dalla luce del sole e da quella della ragione, diventata anche quest’ultima a portata di mano come lo è stata l’altra, trasformata in torce e in lumi che rischiaravano i cammini notturni e i bivacchi degli antichi. Bene anche per me, io dico ora, perché mi ha permesso di compiere il cammino nella Notte come avanguardia, e quindi con un sostegno di dietro le spalle e con la possibilità di comunicazione e di rientro. In altri tempi, vale a dire senza l’appoggio e la protezione della mia pur decadente civiltà alle spalle, e senza la luce della ragione ridotta a lampada per la lunga Notte, non sarei riuscito a tanto. Ma poi c’è anche l’altro aspetto: il dominio incontrollato che l’Occidente esercita sugli altri popoli e lo sfruttamento che perseguita, usando ed abusando. Ma questo è un altro aspetto che non c’entra con il lato oscuro di cui mi sto occupando.
Dunque, è soprattutto la scienza applicata, che determina la permanenza dell’Occidente nel lato che ha occupato per circa venticinque secoli, e che sarebbe finito se non fosse stato trasformato in mondo artificiale; e determina la posizione dell’occidentale: ricco, pasciuto come un porco in brago, per la maggioranza dedito alla cura del corpo, alla sua esibizione, alla pornografia, alla pedofilia, alla caccia dei soldi da ottenere senza riguardo ai modi. Ebbene, la tecnica come deus ex machina è stata posta in luce soprattutto nel romanzo Frankenstein, un mostro costruito con quel mezzo, l’alter ego di Frankenstein scienziato, il padre” che gli ha dato la vita. Unico romanzo di tal genere scritto da una donna, un po’ per vendetta io direi: non è stata la donna occidentale, infatti, a subire avversità e privazioni a causa dell’Occidente! Ma soprattutto per profondo intuito femminile. L’uomo con in mano la scienza vuole, infatti, sottometterla ancora una volta, privandola anche del potere esclusivo di cui ha goduto finora, quello di generare. Per infondere lui la vita in un corpo costruito con parti d’altre salme, razziate negli obitori e nelle tombe, torturando “gli animali vivi per animare la creta inerte” e profanando “i segreti del corpo umano”. Risulterà un mostro orrendo “che neppure Dante avrebbe saputo concepire”. “Nessun mortale avrebbe potuto reggere all’orrore di quel volto! Una mummia ritornata in vita non avrebbe potuto essere più spaventosa”. [62]
E quel mostro, simile a quelli di produzione maschile di quel tempo, si dedicherà ai più efferati delitti contro i familiari ed amici del suo creatore, Victor Frankenstein, − di cui porterà il cognome, come un figlio quello del padre. Ucciderà il suo fratellino, strozzandolo; provocherà la condanna a morte di Justine, mettendogli in tasca la collana che il bambino portava al collo, per cui sarà ritenuta lei l’assassina; strozzerà Clerval, il suo più caro amico; ucciderà nello stesso modo la sua sposa, Elizabeth, la sera stessa delle nozze; sarà la causa della morte del padre, “vittima di un colpo apoplettico” dopo che ha saputo dell’ultimo delitto; e alla fine anche della sua, distrutto dalla fatica e dagli stenti durante un inutile inseguimento fino ai ghiacci polari.
Fino a questo punto, il “demonio”, il “mostro”, come l’ha chiamato fin dall’inizio il suo “creatore”, non si distingue dagli altri demoni, fatti di male e di perversione. Il signor Hide del romanzo di Stevenson, per esempio, gli assomiglia. E così saranno, a mano a mano che si entra sempre più profondamente nella Tenebra, i personaggi del lato oscuro dei romanzi dei nostri tempi, come si vedrà; e così saranno chiamati i protagonisti dei più efferati delitti della cronaca dei nostri giorni. A questo punto, perciò, finirebbe la storia di Frankenstein se fosse stata scritta da un uomo. Ma questa volta l’autrice è una donna, l’altra metà del cielo, la metà nascosta, e qualcosa accade di completamente nuovo. Il lato oscuro non è più descritto da chi sta dall’altra parte, vale a dire da quella maschile che perciò non vede davvero, ma dalla stessa e muta la rappresentazione. Il lato oscuro a questo punto difende se stesso, inconsciamente si difende, ecco la novità. La quale deve essere stata intuita anche dai lettori se il romanzo ha avuto tanto successo e non mostra segni d’invecchiamento. Anzi rivisto in questo nostro clima di ingegneria genetica e di clonazione umana è come se non fosse passato il tempo per esso. Ma ecco cosa è successo di nuovo.
Frankenstein, “figlio” di Victor, non è un mostro nel suo intimo, là dentro è un angelo. Mostro diventa a poco a poco, dopo che è stato rifiutato dallo stesso “padre” e poi da tutti gli uomini e donne con cui è venuto a contatto, che inorriditi fuggivano appena lo vedevano. Il primo abbandono l’ha subito da Victor stesso che l’ha così raccontato. “Come descrivere le mie emozioni dinanzi a quella catastrofe, o come dare un’idea dell’infelice che, con cura e pene infinite, mi ero sforzato di creare?” […] “Avevo desiderato il successo con un ardore che trascendeva ogni moderazione; ma ora che vi ero giunto, la bellezza del sogno svaniva, e il mio cuore era pieno di un orrore e di un disgusto indicibili. Incapace di sopportare la vista dell’essere che avevo creato, mi precipitati fuori del laboratorio e passeggiai a lungo su e giù per la mia camera da letto, senza decidermi a prendere sonno”.

Rifiutato dal suo “creatore”, il “demonio” tenterà poi con altri umani. Con la famigliola formata da Agatha, Felix e dal loro padre cieco De Lancey, e in seguito anche da Sofie, la fidanzata di Felix. Si nasconderà presso la loro casa nel bosco e, senza farsi mai vedere, li aiuterà, ed essi penseranno che si tratti di un misterioso benefattore. Imparerà da loro molte cose, specialmente il linguaggio, sperando un giorno di potersi presentare e farsi accogliere, perché “più li osservava, più aumentava il suo desiderio di chiedere loro protezione e affetto; il suo cuore bramava di essere conosciuto e amato da così buone creature: vedere i loro sguardi rivolti a lui con simpatia rappresentava il limite massimo delle sue ambizioni. Non osava neppure pensare che si allontanassero da lui con sdegno e terrore. Mai veniva respinto il povero che bussava alla loro porta. Lui chiedeva, è vero, tesori più grandi di un poco di cibo o della possibilità di riposo: chiedevo bontà e simpatia; ma né dell’una né dell’altra mi credevo indegno”.[63] Invece sarà respinto, cacciato, bastonato.
L’occasione propizia s’era presentata un giorno che il padre era solo in casa.
“Quando mi accinsi a mettere in opera il mio piano”, ha raccontato il povero mostro, “le gambe mi vennero meno e caddi a terra. Mi rialzai, e, facendo appello a tutte le mie energie […] con rinnovata decisione mi appressai alla porta della casa. Bussai. – Chi è – disse il vecchio. – Avanti − entrai. – Scusate il disturbo – dissi. – Sono un viandante che ha bisogno di un poco di riposo; vi sarei molto grato se mi permetteste di restare qualche minuto accanto al fuoco. − Entrate – disse De Lancey. – Cercherò di fare del mio meglio per sopperire alle vostre necessità; ma, disgraziatamente, i miei figli sono assenti, e temo mi riuscirà difficile procurarvi qualcosa da mangiare, perché sono cieco.
− Non disturbatevi, mio gentilissimo ospite. Ho di che mangiare; mi occorrono soltanto calore e riposo.
Mi misi a sedere e seguì una pausa di silenzio. Sapevo che ogni minuto mi era prezioso, ma ero incerto circa il modo di dare inizio al colloquio, quando il vecchio mi rivolse la parola.
− Dal vostro modo di esprimervi, straniero, credo che siate mio compatriota; siete francese?
− No, ma sono stato educato da una famiglia francese, e comprendo soltanto quella lingua. Sto per recarmi a chiedere protezione da alcuni amici che amo sinceramente e sul cui favore ho qualche speranza. Sono tedeschi?
− No, sono francesi. Ma cambiamo argomento. Sono una creatura disgraziata e sola; mi guardo attorno e non ho al mando parente o amico. Le brave persone presso le quali mi reco non mi hanno mai visto, e ben poco sanno di me. Sono pieno di timori perché, se fallissi il mio scopo, sarei per sempre un reietto sulla faccia della terra.
− Non disperate. È certo una grande sfortuna non avere amici; ma il cuore dell’uomo, quando non siano in gioco interessi personali troppo evidenti, trabocca di amore fraterno e di carità. Fidate, quindi, nelle vostre speranze, e se questi vostri amici sono buoni e amabili, non disperate.
− Sono buoni, sono le migliori creature di questo mondo; ma, disgraziatamente, sono prevenuti contro di me. Sono animato da buone intenzioni; la mia vita è stata fino ad oggi inoffensiva e, in un certo senso, benefica. Ma un fatale pregiudizio ottenebra i loro occhi, ed essi vedono un detestabile mostro là dove dovrebbero vedere un amico sincero e affettuoso.
− Si tratta certo di una grande sfortuna; ma, se siete davvero senza colpa, non potete convincerli di ciò?
− È quello che sto cercando di fare, e proprio per questo nutro grandissimi timori. Voglio molto bene a questi amici; da parecchi mesi, anche se essi non lo sanno, mi comporto ogni giorno nel modo più benevolo nei loro confronti. Ma essi credono che io voglia nuocere loro, ed è questo pregiudizio che devo superare.
− Dove abitano questi amici?
− Nei dintorni.
− Il vecchio fece una pausa, poi continuò: − se volete confidarmi con la massima sincerità i particolari della vostra storia, può darsi che possa fare qualcosa per convincerli. Sono cieco, e non posso trar giudizi dal vostro aspetto, ma nelle vostre parole c’è qualcosa che mi persuade della vostra sincerità. Sono un povero esiliato, ma sarebbe per me un piacere grandissimo essere in qualche modo utile a una creatura umana.
− Uomo eccellente! Io vi ringrazio e accetto la vostra generosa offerta. Con questa vostra benevolenza mi sollevate dalla polvere, e sono certo che, con il vostro aiuto, non sarò respinto dalla società e dalla simpatia dei vostri simili.
− Il Cielo non voglia, anche se voi foste un criminale; perché questo potrebbe solo spingervi alla disperazione e non volgervi alla virtù. Anch’io sono disgraziato; sono stato condannato assieme alla mia famiglia, per quanto innocente; giudicate, quindi, se posso comprendere le vostre sventure.
− Come posso ringraziarvi, mio ottimo e solo benefattore? Dalle vostre labbra ho sentito per la prima volta un accento gentile; sempre ve ne sarò grato, e questa vostra comprensione mi rende sicuro del successo con gli amici che sto per incontrare.
− Potrei conoscere il nome e l’indirizzo di questi amici?
Feci una pausa. Era, pensai, il momento della decisione, il momento che avrebbe potuto concedermi o sottrarmi per sempre la felicità. Cercai invano la fermezza sufficiente per rispondergli; lo sforzo mi tolse ogni energia e caddi a sedere su una sedia, singhiozzando forte. In quel momento sentii i passi dei miei giovani protettori. Non avevo un istante da perdere , e, afferrando la mano del vecchio, gridai: − l’ora è giunta! Salvatemi e proteggetemi! Voi e la vostra famiglia siete gli amici che cerco. Non abbandonatemi nel momento della prova!
− Gran Dio! – esclamò il vecchio. – Chi siete?
− Allora entrarono Felix, Safie e Agatha. Chi può descrivere il loro orrore e il loro sgomento quando mi videro? Agatha svenne, e Safie, incapace di soccorrere l’amica, si precipitò fuori dalla casa. Felix balzò in avanti e, con forza sovrumana, mi strappò dal padre, alle cui ginocchia mi ero afferrato. In un impeto d’ira, mi buttò a terra e, mi colpì violentemente con un bastone. Avrei potuto farlo a pezzi, come il leone con un’antilope. Ma, stretto da profonda amarezza, il cuore mi mancò, e mi trattenni. Vidi che era sul punto di ripetere il colpo quando, vinto dal dolore e dall’angoscia, uscii dalla casa e, nella confusione generale, senza che alcuno mi notasse, corsi nel mio rifugio”.[64]
Dopo questo nuovo fallimento, per non rimanere perdutamente solo, costretto a nascondersi continuamente in caverne e boschi e in balia delle forze avverse della natura, il mostro farà l’estremo tentativo con il “padre”. Gli chiederà una cosa “ragionevole e modesta, che gli crei una creatura dell’altro sesso orrenda come lui. Un misero compenso” egli aggiunge, “ma è tutto quello che posso ottenere, e me ne accontenterò. Saremo due mostri esclusi dal mondo, è vero, ma proprio per questo più grande sarà il nostro reciproco affetto. Le nostre vite non saranno liete, ma innocue, e libere dall’angoscia che ora provo”.[65]
In un primo tempo Victor accetta alla condizione che il mostro lasci l’Europa e fugga il consorzio umano, e arriva vicino alla conclusione, ma poi, pensando che i due potevano avere dei figli e che “sulla terra si sarebbe propagata una progenie diabolica che avrebbe potuto rendere precaria e piena terrore l’esistenza dell’uomo”, [66] la distrugge. A questo punto la vendetta di Frankenstein creatura diventerà irrefrenabile, quella che ho detto all’inizio, che toglierà al suo creatore i familiari, l’amico, la giovane moglie appena sposata. Victor, distrutto dal dolore, continuerà a vivere solo per la vendetta. Ma come rintracciare e uccidere “un animale in grado di abitare caverne e tane” e vivere in luoghi dove l’uomo non può neppure avventurarsi? Perciò sarà una folle ricerca la sua e un folle inseguimento, seguendo le indicazioni che il demone gli lasciava per via. In una era scritto: “Seguimi; mi sto dirigendo verso i ghiacci eterni del nord, dove tu soffrirai le torture del freddo e del gelo a cui io sono insensibile. Se mi segui abbastanza da presso, troverai qui vicino una lepre morta; mangiala e rimettiti in forze. Vieni, mio nemico; dobbiamo ancora lottare per la nostra esistenza; ma, prima che quel momento arrivi, dovrai sopportare ancora molte ore durissime e angosciose”.[67]
Così il folle inseguimento di Victor, finché non fu costretto a fermarsi, vinto dalle fatiche e dalle privazioni. Fu raccolto da una nave e spirò fra le braccia del comandante al quale aveva raccontato il suo dramma. Quando il mostro, la cui ombra furtiva era stata vista sui ghiacci che circondavano la nave, venne a saperlo, entrò nella cabina dove giaceva il corpo esanime del suo creatore. Il comandante della nave lo vide e voleva vendicare Victor, ma fu fermato dalle esclamazioni di dolore e d’orrore di quella creatura orribile, china sulle bara: “Ecco la mia ultima vittima; in questo delitto è il compimento dei miei crimini. La mia miserabile esistenza volge al termine. Oh, Frankenstein, creatura generosa e devota! A che vale ora che io ti chieda di perdonarmi? Io, che ti ho implacabilmente distrutto uccidendo tutto quello che amavi…”. In una pausa di quel tumultuoso sfogo, “di quel mugolare rimproveri selvaggi e incoerenti contro se stesso”, quasi non osando “levare nuovamente lo sguardo al suo viso, perché nella sua bruttezza c’era qualcosa di terrificante e di soprannaturale”,[68] il comandante trovò il coraggio di affrontarlo così: “Miserabile ipocrita! Se colui che tu piangi vivesse ancora, ancora sarebbe l’oggetto, ancora sarebbe la preda della tua vendetta. Non è pietà quella che tu senti; tu piangi solo perché la vittima della tua malignità si è sottratta al tuo potere”. [69] “Oh, non è vero, non è vero, − interruppe il mostro − anche se tale può essere la tua impressione… Una volta i miei sogni erano allietati da visioni di virtù, di fama e di gioia. Una volta mi illudevo di incontrare esseri che, perdonandomi il mio aspetto esteriore, potessero amarmi per le qualità che ero in grado di dimostrare. C’erano in me pensieri di onore e di devozione. Ma ora il peccato mi ha messo più in basso del più spregevole animale… Quando passo in rassegna la serie spaventosa delle mie imprese, non posso credere di essere colui il cui animo era una volta pieno di sublimi aneliti, alla bellezza, alla bontà. Ma così è: l’angelo caduto si è trasformato in un demone maligno.” [70] Poi, continuando: “Non temere che io possa essere lo strumento di futuri misfatti”. Morirò. “E non credere che sarò lento nel compiere questo sacrificio. Lascerò la tua nave… raggiungerò l’estremità più settentrionale del globo; drizzerò il mio luogo funebre e ridurrò in cenere questo mio miserabile corpo perché i miei resti non possano illuminare il curioso insensato che avesse in animo di creare un altro essere come me… Morto è colui che mi ha messo in vita, e quando anch’io non sarò più, il nostro ricordo svanirà rapidamente. Così dicendo, balzò dal finestrino sulla lastra di ghiaccio che galleggiava accanto alla nave. In breve fu spinto lontano dalle onde, e si perdette fra le tenebre”. [71]
Così si sono distrutte le due metà dello stesso, dove una aveva il gentile aspetto umano ma frugava nelle tenebre dei cimiteri, sezionando i cadaveri per comporre con le loro parti il demone; e l’altra quello del demone che ambiva di raggiungere la bellezza, la bontà, la gioia. Ognuna incompleta, dunque, e cercante l’altra. E così sarà ancora e sempre per l’uomo; o finché non riuscirà a superare la sua metà tenebrosa e arrivare dove gli opposti s’incontrano e coincidono.

[Continua]

[62] Mary Shelley, Frankenstein, Corriere della Sera – I grandi romanzi, pag. 60.
[63] Ivi, pagg. 139-140.
[64] Ivi, pagg. 140-143.
[65] Ivi, pag. 154.
[66] Ivi, pag. 176.
[67] Ivi, pag. 219.
[68] Ivi, pag. 236.
[69] Ivi, pag. 237.
[70] Ivi, pag. 238.
[71] Ivi, pag. 240.

Una Risposta to “La metà nascosta — Seconda parte (28i)”

  1. La metà nascosta — Seconda parte (28 l-m-n) « La via d’uscita dal nichilismo Says:

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