La metà nascosta — Seconda parte (28 l-m-n)

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l) Il lato oscuro nella fiaba simbolica Giacinto e Fiordirosa di Novalis

Novalis, Giacinto e Fiordirosa (1798-99)

Giacinto lascia la patria e la donna amata diretto alla “terra del mistero” per trovare Iside, “la madre delle cose, la vergine velata”. Cammina per valli e boschi, per monti e fiumi, chiedendo a uomini e belve, a rocce e piante, notizie della sacra dea. “Ridevano alcuni, tacevano altri, mai otteneva una risposta”. Ma egli non si dava per vinto. Attraversò “luoghi irti e selvaggi, mentre nuvole e nebbia imperversavano sulla sua via: ed infuriava sempre più la tempesta; deserti immensi di sabbia e terra arroventati egli trovò poi”. Finché un giorno arrivò alla dimora che cercava “nascosta tra palme e deliziose piante d’ogni sorta”. Immensa la dimora, innumerevoli le stanze, introvabile il Sancta Sanctorum della dea. Egli si assopì in quell’estenuante ricerca e si lasciò guidare dal sogno, e in tal modo giunse al “cospetto della vergine divina”. Sollevò il velo della misteriosa “e gli cadde fra le braccia Fiordirosa”. [72]

*

m) Nelle favole di Ludwig Tieck il lato oscuro trascina dalla sua parte il protagonista, e quelli che gli sono vicini e che l’amano, soprattutto le donne, subiscono gli effetti di quel mutamento

Johann Ludwig Tieck (1773-1853)

Nel racconto La montagna runica Cristiano, il giovane protagonista, lascia la pianura dove abitava, dove lo sguardo che spaziava tutt’intorno incontrava solo prati verdeggiante “e rigogliosi campi di grano e giardini”; abbandona la madre e il padre che “amava i fiori e le piante, e, instancabile, per l’intera giornata, si dedicava tutto a sorvegliarle e curarle. Arrivando al punto d’asserire che, quasi, egli parlava con loro”, e va verso la brulla e rocciosa montagna. Ben presto coglie da una radice “i sospiri e i lamenti che dovunque nella natura tutta si percepiscono, quando si stia ad ascoltare”, e la radice, come si sa, è il lato oscuro dei fiori e delle piante. Poi incontra la donna del bosco, nella veste di creatura bellissima, di cui mai aveva visto l’eguale, ma capace di mutare in uno “straniero”, e “in una vecchia orribile”, “vestita di luridi cenci”. Egli riuscirà tuttavia a ritornare da quella “regione straniera lontana”, o a svegliarsi come da un sogno, e ritroverà la pianura, anche se non era la stessa da cui era partito. Sposerà la bionda Elisabetta anche se non potrà fare a meno di dirgli la sera stessa delle nozze: “No, tu non sei quell’immagine che una volta in sogno m’affascinò, e che non c’è verso che io possa del tutto dimenticare; ma, ci non ostante, la felicità mia è completa”. Dopo nove mesi nascerà Eleonora. Per mantenere la famiglia farà il giardiniere e il contadino. Ma poi s’accorgerà “di aver perduto la vita in un’illusione”. Un’illusione Elisabetta, che già non era più il fiore di ragazza che aveva conosciuto; un sogno Eleonora; un sogno la sua opera di contadino e giardiniere, volta a crescere una dolorante ed effimera vita. Non si era “curato d’una felicità sublime ed eterna”, quella che aveva intravisto nella montagna, “per guadagnarne una fugace e temporanea”. E abbandona la moglie e la figlioletta, abbandona la pianura e il lavoro in essa, per ritornare lassù. La sua partenza, diventata definitiva, provocherà la morte prematura del padre, come già era accaduto alla madre quando la prima volta se n’era andato, e getterà nel bisogno la sua famiglia. Ed egli stesso errerà per la montagna “con una giacca a brandelli, a piedi scalzi e con un colorito bruno nerastro, bruciato dal sole, con una lunga barba ispida”, parlando con la “donna del bosco” ora nell’aspetto d’orribile megera.
In un’altra fiaba intitolata Eckart il fido e il Tannenhäuser, il giovane Tannenhäuser perde l’amore di Emma di cui era innamorato che gli preferisce un altro, uccide il rivale il giorno delle nozze, in fuga dopo il delitto giunge alla sua abitazione che la madre era appena morta di dolore per lui, abbraccia il padre “con tutto l’affetto di quand’era bambino”, che gli muore fra le braccia, e sconvolto e delirante viene come trascinato “lontano, in un ignoto lontano”. Era come se uno spirito maligno volgesse tutte le potenze dell’anima sua verso la tetra sede infernale e laggiù lo lasciasse scivolare. “Nella più profonda oscurità della notte − racconta il protagonista – ascesi un alto monte ed invocai il nemico di Dio e degli uomini con tutta la forza del mio cuore, tanto che ebbi la sensazione ch’egli mi avesse udito. Le mie parole lo tirarono fuori: ad un tratto mi fu vicino ed io non ne ebbi paura”. Farà un tentativo di uscire dal lato oscuro: si recherà a Roma dal papa per ottenere “la remissione delle colpe”. Ma non gli sarà concessa e dopo il ritorno ucciderà anche Emma, che rimaneva l’unico impaccio nella sua corsa verso la “residenza d’un tempo”, e trascinerà con sé nella perdizione Federico, l’amico più caro.

Rispetto alla favola Giacinto e Fiordirosa di Novalis, in quelle di Tieck non c’è il superamento del lato oscuro. Non c’è la coincidenza della donna del bosco con Elisabetta, né con Emma. Ciò che prevale è l’oscurità della natura che appare a volte nella veste di madre e a volte in quella di matrigna. Un grembo di dimensioni cosmiche, che a volte è bello e accogliente più di ogni altra cosa e a volte no, e si è attirati nell’immenso vortice dove non ci sono più lo spazio e il tempo, come nel regno delle Madri di Goethe. Quindi uno smarrimento e una perdizione, ma che a volte appaiono dolcemente consolanti. Com’è ogni grembo di donna d’altronde, dove si entra e non si potrebbe fare a meno ed anzi non c’è desiderio più grande. E le consolazioni sono i figli, che sono pur sempre i premi di chi percorre quel cammino tenebroso.

*

n) Il lato oscuro nel racconto La metamorfosi di Kafka

Framz Kafka, La metamorfosi (1915)

Il lato oscuro nel racconto intitolato La metamorfosi è un incubo emerso dal sonno: un insetto orribile e gigantesco che non viene fugato dal risveglio, perché esso non è più completamente distinto dal suo opposto, il sonno, e i due si confondono. Sorto, dunque, dal profondo, l’incubo non svanisce perché rimane dentro un altro Buio, quello che ho chiamato Notte dell’Occidente, e vi rimane, finché non verrà eliminato da quelli che sono stati i familiari del trasformato in insetto, i quali invece continuano a svegliarsi come prima e si trasformano in aguzzini. Il motivo l’ho indicato: solo pochi hanno avuto antenne tanto sensibili da captare il declino e la caduta dell’occidente. Solo pochi hanno vissuto l’esperienza di quella trasformazione. I più sono passati sotto l’orizzonte ad occhi chiusi e mente spenta ed ora si trovano nel nichilismo. Ma è diventato “condizione normale” e non capiscono più il cambiamento, o percepiscono confusamente che tutto, proprio tutto, si sta deteriorando e marcendo.

Ecco un breve riassunto del racconto.
“Gregor Samsa si risvegliò una mattina da sogni tormentosi (e) si ritrovò nel suo letto trasformato in un insetto gigantesco. Giaceva sulla schiena dura come una corazza e sollevando un poco il capo poteva vedere la sua pancia convessa, colore marrone, suddivisa in grosse scaglie ricurve; sulla cima la coperta, pronta a scivolare via, si reggeva appena. Le sue numerose zampe, pietosamente esili se paragonate alle sue dimensioni, gli tremolavano disperate davanti agli occhi”. [73] Un mostro innocuo e maldestro che seminerà il panico nella sua famiglia composta, oltre che da lui, da una sorella e dai due genitori, e in coloro che avranno la sorte di vederlo. Accudito dapprima dalla sorella che lo riteneva ancora il fratello cui era capitata un’inspiegabile sventura e lo trattava come tale, sarà poi trascurato anche da lei e, alla fine, abbandonato, perché “così non si poteva andare avanti”. Lo disse ai genitori alla presenza di Gregor. “Non voglio pronunciare il nome di mio fratello davanti a questa bestiaccia e dico soltanto: dobbiamo cercare di liberarcene”. [74] La nostra disgrazia è di avere creduto per troppo tempo che sia Gregor. Ma come potrebbe esserlo? “Se fosse stato Gregor si sarebbe già reso conto che la convivenza di esseri umani con una bestia simile non è possibile e se ne sarebbe andato spontaneamente. Noi non avremmo avuto più il fratello, però avremmo potuto continuare a vivere serbando un buon ricordo di lui. Ma così questa bestia ci perseguita, caccia via i pensionanti, vuole impadronirsi evidentemente di tutto l’appartamento e farci dormire per strada”. [75]
A eliminare il mostruoso insetto ci penserà il padre, che gli scaglierà contro una mela, e il cadavere verrà gettato nella spazzatura dalla zelante serva che rivolgendosi al capo famiglia con in sorriso di compiacimento così comunicherà la notizia: “Non si preoccupi più di come sbarazzarsi di quella roba di là. È tutto sistemato” [76].
Tante altre opere di questo tipo, con il lato manifesto in lotta mortale con quello scuro, esistono nella vasta letteratura e vedrò di allungarlo questo elenco. Anzi mi sembra che non ci sia libro di poeta e filosofo, scritto dopo il Tramonto, dove questa impari lotta non sia in primo piano. Una regola che valeva anche prima, tuttavia, anche se aveva altri nomi il lato oscuro, o non c’era un contatto così diretto come ai nostri giorni per cui sarebbe parso eccessivo usare per esso i nomi sosia, gemello, doppio; anche se la morte non sembrava la metà nascosta della vita, indissolubilmente legata ad essa dal rapporto vita-morte che si doveva andare a scoprire per saperne di più di noi stessi, perché il proposito antico contenuto nelle parole conosci te stesso potesse fare davvero un passo avanti. D’altronde alcuni degli scrittori dei nostri tempi che meglio esprimono l’Occidente d’oggi, ben sanno che è “l’inevitabilità della propria morte il vero grande tema della letteratura dell’orrore: il nostro bisogno di venire a patti con un mistero che può essere compreso solo con l’aiuto di una immaginazione colma di speranza”. [77]
Dunque, una lotta che c’è sempre stata fra le due parti di cui sono fatti l’uomo e la donna e che sempre è stata espressa, che è la madre di tutte le battaglie, ed io ho invitato a prenderne atto e osare, portando esempi insigni di chi ci ha preceduti. Ma per ora pongo la parola fine alle ricerche nel passato e continuo con la letteratura dei nostri giorni, quella appunto dell’angoscia, dell’incubo, dell’orrore, la più consona ad esprimere la situazione dell’uomo odierno e dell’ambiente dove vive: nell’Occidente accampato nella Notte, anzi per i più nelle Tenebre sconfinate.

[Continua]


[72] Novalis, Fiabe romantiche, a cura di Italo Maione, UTET 1942.
[73] F. Kafka, La metamorfosi, Tascabili economici Newton, pag. 15.
[74] Ivi, pag. 60.
[75] Ivi, pagg. 60-61.
[76] Ivi, pag. 65.
[77] Da una intervista a Stephen King, apparsa sul Corriere della Sera in occasione dell’uscita del suo ultimo libro Tutto è fatidico.

2 Risposte to “La metà nascosta — Seconda parte (28 l-m-n)”

  1. La metà nascosta — Seconda parte (29 a-b) « La via d’uscita dal nichilismo Says:

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  2. La metà nascosta — Terza e ultima parte « La via d’uscita dal nichilismo Says:

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