La metà nascosta — Seconda parte (29 a-b)

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Capitolo 29

Continua la presenza del lato oscuro nelle opere letterarie e artistiche del nostro secolo, il ventunesimo

Una metà nascosta

Perdendo il lato oscuro, l’ombra nel caso di Peter Schlemibl e Andersen, o ingaggiando con i tanti suoi travestimenti una lotta senza quartiere, spesso mortale − Maupassant con una presenza invisibile che assorbiva il suo riflesso nello specchio, Goethe con Mefistofele, Dostoevskij con il sosia, Oscar Wilde con il ritratto, Stevenson con il mostro in cui si trasformava, Shelley con Frankenstein, Novalis con la terra del mistero e la vergine velata, Tieck con l’ignoto lontano e la donna del bosco, Kafka con l’incubo −, l’uomo si è trovato esposto tutto da una parte e in lotta mortale con l’altra. Dalla stessa sua parte, cioè, anche il lato oscuro, come quando, levandoci il vestito, ci tiriamo addosso il retro. Il tal modo ha perso anche l’orientamento nella dimensione delle cose contrapposte, vale a dire il senso del mondo che aveva abitato e percepito fino a poco tempo prima. Senza lo spessore l’uomo dopo il Tramonto: non più il bene sopra il male, per esempio, o viceversa, ma con i due dalla stessa parte. O l’uno e l’altro appaiono sull’unica scena disponibile dandosi il cambio, come nelle immagini televisive che scorrono ininterrotte, dove alla figura del Papa benedicente segue quella della prostituta d’alto bordo che i conduttori delle reti e dei programmi si contendono per fare audience. Questa situazione è stata illustrata per certi aspetti da Herbert Marcuse, nel saggio L’uomo a una dimensione, che ha avuto molto successo negli anni della contestazione giovanile.

Ho detto che nei due secoli precedenti, l’ottocento romantico e il novecento, l’uomo ha cominciato a perdere soprattutto la donna in sé, vale a dire l’altra parte più vicina, ancora strettamente legata a lui, tuttavia, dai legami indistruttibili della natura. Sono essi l’attrazione fisica, la ricerca del piacere, il desiderio della bellezza, i tanti altri impulsi che spingono al coito perché continui la specie. Perciò ha preso sempre più piede l’usa e getta, e si rompe il giocattolo per cercare di capirlo, di vedere come funziona, per cercare di rendere intelligibile quel che è oscuro, misterioso. Così Faust sarà la causa della rovina di Margherita, Dorian Gray provocherà la morte di Sibyl, Hide calpesterà ferocemente la bambina che ha fatto cadere.
Fin qui, però, si è trattato perlopiù di previsioni, progetti, sperimentazioni isolate, ma verso la fine del secolo appena trascorso qualcosa ha cominciato a montare sempre più e continua in questo inizio del terzo millennio. Il lato oscuro, anticipato dai poeti, scrittori e filosofi di cui ho detto, ora sta dilagando non solo in opere letterarie, artistiche e nei media, ma anche davvero, come si è soliti dire quando si passa dalle parole ai fatti. Il mostro dalle innumerevoli teste non appare più solo sulla carta, tela, marmo, suono, proiezione e non colpisce più soltanto quei primi che si son trovati più esposti, ma spesso è presente anche in carne ed ossa e in tale veste opera, e ciò che più confonde e inganna è che esso ha spesso il volto e l’aspetto di giovani, belli e gentili, angeli decaduti che conservano ancora le loro sembianze celesti. Gli orrendi delitti di questo tipo non si contano più, di essi sono piene le cronache.
Non più trattenuti dalle grandi muraglie che impedivano la loro salita fino al regno degli uomini, quelle erette dai miti e dalle religioni per contenere a quei tempi le orde devastatrici di Gog e Magog, o i demoni Koka e Vikoka della tradizione indù, e neppure dalla barriera luce-tenebra che è stata sostenuta e difesa dalla ragione che respingeva nelle tenebre l’irrazionale, i mostri compaiono e dilagano, entrando nei corpi e nelle menti degli uomini come alieni venuti dallo spazio. Spesso si presentano, come ho detto, con aspetti angelici, com’è accaduto in un caso recente che ha sconvolto l’intera nazione. Quello di Novi Ligure del 22 febbraio 2001 in cui Erika, una ragazzina di sedici anni, bionda, “faccia d’angelo” ha ucciso la madre e il fratellino con il concorso del suo ragazzo, Omar, di un anno più vecchio, anche lui di gentile aspetto. Con novantasette coltellate li hanno uccisi, inseguendo, dopo i primi colpi, le vittime ferite e supplicanti pietà. Tutti gli italiani hanno sentito incombere il lato oscuro, perché la famiglia dove è avvenuto il massacro poteva essere benissimo quella di ognuno di loro. In ciascuna poteva nascondersi l’assassino sotto mentite spoglie.
Dunque, ciò che nei secoli scorsi appariva una previsione minacciosa e che colpiva soltanto i più sensibili − poeti, artisti, filosofi −, è arrivata e si è diffusa come un’epidemia. A ben guardare, oggi tutto l’Occidente è lato oscuro, e non conoscendo la via per uscire, sopravvive perché attaccato ancora alle strutture costruite lungo i venticinque secoli di cammino nel Giorno. Ma si tratta ormai di vecchie vestigia, come le opere d’arte nei musei, di cui si adorna per conservare e difendere il potere mondiale che ha conquistato. Sono patrimonio dell’umanità e guai a chi le tocca e le si vuole anzi imporre al resto dell’umanità. Ma sotto c’è la vita opulenta, viziata, degradata. Quella che scorre assieme alle vestigia sugli schermi dei cinema e delle tv. Specialmente in quest’ultima il succedersi e sovrapporsi dei due lati è continuo e infaticabile e soprattutto i bambini vivono in quest’ultima dimensione dove si sono sciolte come neve al sole tutte le barriere fra giorno e notte, conscio e inconscio, bene e male.
Come ho già fatto per le opere letterarie dei secoli scorsi, ecco ora due delle attuali, e mi impegno di già di inserirne delle altre.

Stephen King
a) Il lato oscuro nel romanzo La metà oscura di Stephen King.

Non c’è più nessun aspetto di tipo metafisico nell’odierna letteratura dell’horror, quella che ha di mira l’altra metà del giro della vita, con le sue tenebre e i mostri che abitano in esse e da esse salgono superando il confine. Nelle opere dei secoli precedenti, soprattutto il diciannovesimo e ventesimo, sopra e sotto gli orrori umani c’è sempre il Cielo degli dei olimpici, l’Inferno dei demoni, e i destini trascendenti, come nel Faust di Goethe e in altri scrittori che ho citato. E per questo motivo gli autori di tal genere sono entrati a far parte della eletta schiera dei classici a pieno titolo e non di quella dei cultori dell’horror. Per le loro teorie sulla vita, dunque, per i propositi di salvezza che si pongono, per le potenze esterne cui ricorrono e alle quali si affidano. Ma ora tutto si è spogliato di ciò che era “ideale”, poi diventato “sovrastruttura”, ed ora si è sciolta anche quella; ed è rimasto soltanto l’uomo nudo con la sua parte a giorno e quella a notte, la veglia e il sonno che si popola d’incubi, la sua vita isolata e il sovrastare ininterrotto della morte, finché non cala come un falco sulla preda.
Di tal genere La metà oscura: nudo e crudo confronto fra le due parti di un primitivo intero, quello dell’inizio della vita nell’utero, che doveva scindersi in due gemelli e uno solo è nato, perché l’altro è stato fagocitato dal primo poco dopo il concepimento. Ma di lui rimarrà uno spettro inscindibile, come la morte lo è della vita. E ci sarà una lotta fino all’ultimo respiro fra le due parti, fra il nato, diventato un celebre scrittore, e il non nato, ma non inesistente.
Si può dire, in generale, che l’ingresso dell’Occidente nel Buio – che solo per pochissimi finora ha l’aspetto e i limiti della Notte mentre per gli altri è Tenebra di cui non conoscono la fine, o esistenza nelle luci artificiali della tecnica −, ha favorito la metà oscura dell’uomo. Anzi di più. Oggi essa si trova inserita nel suo ambiente, come i pipistrelli nella notte, come le larve nella corteccia e nei tronchi degli alberi, come i semi nella terra. E le indicazioni di risveglio sono troppo lontane e isolate. L’inverno è appena all’inizio.
Ora la trama del romanzo di King.

Thad Beaumont, il personaggio principale del libro, è uno scrittore della metà oscura. A undici anni compose il suo racconto Davanti alla casa di Marty che gli fruttò una segnalazione speciale della rivista American Teen e il secondo premio, che però non gli fu assegnato perché gli mancavano ancora due anni per essere un teenager americano a pieno titolo. In quell’anno fu colpito da numerose prolungate crisi di mal di testa che lo fecero soffrire in modo mostruoso. Fu diagnosticato un tumore e operato, e quando il chirurgo gli aprì il cervello, si presentò ai suoi occhi qualcosa di cui aveva letto, ma che mai si era aspettato di vedere personalmente e di esserne testimone. “Dalla superficie uniforme della dura madre sporgeva un occhio umano, cieco e malformato. Il cervello pulsava leggermente. L’occhio pulsava con esso. Sembrava quasi che cercasse di ammiccare. Era stato quell’effetto di ‘occhiolino’ a far fuggire terrorizzata l’infermiera della sala operatoria”… “Oltre all’occhio, trovarono parte di una narice, tre unghie e due denti”[78] Si trattava, come il chirurgo spiegherà dopo molti anni allo sceriffo Alan Pangborn, incaricato delle indagini d’orribili delitti che in un primo tempo erano stati attribuiti a Thad Beaumont, del gemello di Thad che egli, quand’erano ancora nella pancia della madre, avevaavviluppato e inglobato”. Di fronte al manifesto disgusto espresso dall’incredulo sceriffo, il dott. Pritchart si era affrettato ad aggiungere: “Non stiamo parlando di Caino che aggredisce improvvisamente Abele e lo uccide con una pietra. Questo non è stato un omicidio, ma la conseguenza di un processo biologico che ancora ci sfugge. Un segnale negativo, forse, fatto scattare dal sistema endocrino della madre. A voler essere precisi, non possiamo nemmeno parlare di feti, nel nostro caso, perché all’epoca dell’assorbimento nel ventre della signora Beaumont c’erano al più due masse di tessuti organici, probabilmente non ancora umanoidi. Nella fase evolutiva degli anfibi, possiamo presumere”.[79] L’assorbimento però non fu completo e qualcosa rimase del gemello nel corpo di Thad, cioè quell’occhio, la narice, tre unghie e due denti che il chirurgo aveva estirpato come fosse un tumore, e la causa che aveva messo in moto “quella massa di tessuti, che probabilmente solo un anno prima era ancora di dimensioni microscopiche” era stato il racconto Davanti alla casa di Marty.
Dopo l’operazione al cervello, il giovane continuerà a scrivere i suoi romanzi neri, ma quello che gli darà maggior successo, intitolato La macchina di Machine, lo firmerà con lo pseudonimo di George Stark e continuerà così anche con altri. Quella prima volta che decise per lo pseudonimo, gli capitò un fatto strano: “infilò un foglio di carta nel rullo della sua macchina da scrivere per cominciare quel nuovo romanzo, con la quale precedentemente aveva sempre operato, ma subito dopo lo tolse, perché non riusciva a districarsi con i tasti come fosse un inesperto, e cominciò a scrivere a mano”. Pensò: “George Stark non aveva una buona intesa con le macchine da scrivere”. Dopo quel primo successo, altri ne seguirono firmati con lo pseudonimo, ma la violenza e la ferocia in essi contenuta, che sconvolgevano lo stesso autore, lo fece decidere di mettere fine a quella virtuale collaborazione. “In altre parole, confessare tutto”[80], vale a dire la sua vera identità.
Per ragioni pubblicitarie fu inscenato un vero e proprio funerale, anche se la bara era vuota e c’era soltanto un nome fittizio scritto sul coperchio. Ma le cose non finirono lì e non si trattò di un’innocua messinscena. Da quel giorno, ebbe inizio una catena d’orrendi delitti commessi su coloro che avevano deciso per quel funerale e l’avevano portato ad effetto. Quello della giovane donna Miriam Cowley fu il terzo della serie. Tornata a casa dopo la giornata di lavoro, “infilò la chiave nella grossa serratura Krieg … e invece di sentirla scivolare nella toppa con la solita, rassicurante serie di scatti, l’uscio si aprì di qualche centimetro sotto la spinta… Capì subito che qualcosa non andava… e incominciò a indietreggiare dalla porta. Lo fece quasi subito ancora prima che l’uscio avesse concluso il suo breve spostamento verso l’interno, ma era già troppo tardi. Una mano sbucò dall’oscurità, saettando come un proiettile attraverso lo spiraglio di cinque centimetri fra porta e stipite. Le artigliò la mano… Le imprigionò il polso destro con la mano destra prima che avesse anche il tempo di pensare, e strattonò la donna verso di sé con tutte le sue forze. La porta sembrava di legno, ma naturalmente era di metallo, come tutte le brave porte di casa in quella Grande Mela bacata. Colpì il profilo della porta blindata con il lato della faccia. Ci fu un rumore sordo. Due denti le furono troncati all’altezza della gengiva e le tagliarono la bocca […] lo zigomo si spezzò come un ramoscello.
Si accasciò, semisvenuta… Miriam gemeva, cominciava a riaversi.
L’uomo biondo si tolse di tasca il rasoio a manico e lo aprì. La lama scintillò nella luce fioca dell’unica lampada che aveva lasciato accesa, quella sul tavolino del soggiorno”…
“Voglio che tu faccia una telefonata, ciccina. Nient’altro” […] “Voglio che ti sporgi per fare il numero di Thad Beaumont”…
“Agenda”, mormorò lei. Ormai la sua bocca si era gonfiata troppo perché riuscisse a chiuderla e diventava veramente difficile capirla… Adagio, dolorosamente, lei scandì: “A-gen-da”. Gli indirizzi. Non ricordo il numero”.
Il rasoio fendette l’aria scendendo verso di lei… Lacrime cominciarono a sgorgarle dagli occhi. “Non ricordo”, gemette.
“E va bene”, le concesse. “Va bene, ciccina. Sei sconvolta. Capisco. Non so se vorrai crederci o no, ma provo persino compassione. E sei fortunata, perché si dà il caso che io conosca il numero a memoria. Lo conosco quasi meglio del mio, si potrebbe dire. E sai una cosa? Non ti costringerò nemmeno a farlo, da una parte perché non ho voglia di starmene qui seduto ad aspettare che si geli l’inferno” […] Si sporse in avanti e cominciò a comporre il numero […] “Parlagli”, le disse l’uomo biondo. “Se risponde la moglie, dille che è Miriam che parla da New York e che vuol parlare al suo uomo. So che hai la bocca gonfia, ma vedi di farti riconoscere da chi ti risponde. Fallo per me, ciccina. Se non vuoi ritrovarti con la faccia ridotta come un ritratto di Picasso. Fai la brava con me.”
“Cosa… cosa dico?”
L’uomo biondo sorrise. Era un bel tocco sul serio. Bello succoso. Tutti quei capelli. Altri sommovimenti nella zona sotto la cintura. Si andava risvegliando qualcosa, laggiù.
Il telefono squillava. Lo sentivano entrambi… Si udì lo scatto del ricevitore che veniva sollevato all’altro capo del filo. L’uomo biondo aspettò di sentire la voce di Beaumont che diceva “Pronto?”, poi con la velocità di un serpente che attacca si chinò e fece scorrere la lama del rasoio sulla guancia sinistra di Miriam Cowley, separandone una fetta di carne. Sgorgò sangue di getto. Miriam gridò.
“Pronto!” abbaiò Beaumont. “Pronto? Chi è?, dannazione?”
Sì, sono proprio io, figlio di puttana, pensò l’uomo biondo. Sono io e tu sai che sono io, non è vero?
“Digli bene chi sei e che cosa sta succedendo qui!” Latrò a Miriam. “Avanti! Non fartelo ripetere!”
“Chi è!” gridò Beaumont. “Che cosa succede? Chi è?”
Miriam strillò di nuovo. Il suo sangue macchiò i cuscini color frumento del divano. Ora non aveva più solo una goccia sul vestito: il tessuto ne era inzuppato.
“Fai come ti dico o ti stacco la testa dal collo con questo coso!”
“Thad, c’è un uomo qui!” urlò Miriam nel microfono. Il terrore e il dolore la facevano parlare di nuovo con chiarezza. “C’è un uomo cattivo qui! Thad C’È UN UOMO CATTIVO QUI…”
“DIGLI COME TI CHIAMI!” tuonò lui e face saettare la lama del rasoio nell’aria passandole a un centimetro dagli occhi. Lei si ritrasse, guaendo.
“Chi è? chi…”
“MIRIAM!” strillò lei. “OH THAD NON LASCIARE CHE MI TAGLI DI NUOVO NON LASCIARE CHE QUEST’UOMO MI TAGLI DI NUOVO…”
George Stark calò la lama del rasoio sul cavo attorcigliato del telefono. La segreteria sparò un unico latrato rabbioso d’energia statica e si zittì.
Era abbastanza soddisfatto. Sarebbe potuto essere migliore; avrebbe potuto farsela, avrebbe veramente voluto sbattersela. Era da un pezzo che non provava più il desiderio di sbattersi una donna, ma questa gli aveva fatto venire voglia e avrebbe dovuto rinunciare. Troppe urla. I conigli (gli abitanti degli appartamenti vicini) sarebbero tornati a metter fuori la testa dalle loro tane, fiutando nell’aria la presenza del grosso predatore che si aggirava nella foresta, poco oltre la zona rischiarata dai loro miseri focherelli elettrici da bivacco.
La donna stava ancora strillando.
Era evidente che aveva perso tutti i suoi pensierini felici.
Così Stark l’afferrò nuovamente per i capelli, le rovesciò la testa all’indietro finché ebbe gli occhi rivolti al soffitto, finché urlò al soffitto, e la sgozzò.”[81]
Un’altra della lista era cancellata. Rimanevano: “quello che aveva scritto l’articolo (del funerale) sulla rivista, e quella lurida femmina che aveva scattato le foto, specialmente quella della lapide. Una cagna schifosa, sissignori, una vera troia, ma avrebbe chiuso gli occhi anche a lei.
E quando fossero stati tutti sistemati, sarebbe venuto il momento di quattro chiacchiere con il signor Thad. Senza intermediari; brevi manu. L’ora di far intendere ragione a Thad. Dopo che li avesse sistemati tutti, era più che sicuro che Thad sarebbe stato pronto ad intendere le sue ragioni. In caso contrario, conosceva modi di aprirli gli occhi.
Era in fondo un uomo sposato. Sposato a una donna molto bella, un’autentica regina dell’aria e delle tenebre.
E aveva dei figli…”.[82]
Incolpato di quei crimini efferati, Thad, perché le impronte digitali lasciate sui luoghi dei delitti corrispondevano perfettamente alle sue, il gruppo sanguigno A negativo era come il suo, le cicche trovate erano della stessa marca di sigarette che lui fumava, e pure le impronte verbali erano uguali alle sue, e, come per le impronte digitali, non era mai capitato di trovarne di identiche appartenenti ad altri. Ma poi i numerosi e inattaccabili alibi lo scagionarono. Perciò ricorrendo all’universale principio, sempre valido in casi del genere, per il quale quando tutto il possibile è stato indagato ed escluso quel che rimane è l’impossibile da cui non si può sottrarsi, quell’impossibile era George Stark, un fantasma, la metà oscura di Thad. O così egli sognò una notte. Ma come poteva uno pseudonimo acquisire un’identità reale ed andarsene in giro ad ammazzare la gente? Poi il sogno divenne realtà quando un giorno “chiuse gli occhi che Dio gli aveva collocato sul volto e aprì quello che Dio gli aveva donato nella mente… quello che brillava nella sua metà oscura”.[83] Infine, anche lo sceriffo Alan finì per convincersi che l’assassino fosse un mostro tornato dalla tomba e precisamente il gemello di Thad. Stark divorato da Thad quand’era ancora in utero, era dunque stato portato all’esistenza dall’opera La macchina di Machine e dagli altri romanzi firmati con suo nome, e poteva mantenersi in essa soltanto se tale produzione fosse continuata. Perciò era indispensabile la collaborazione di Thad, perché sapeva scrivere quei romanzi e Stark ci metteva poi di suo la cattiveria estrema e la natura criminale. Perciò quella minaccia: che alla fine della serie programmata di delitti sarebbe arrivato il momento di far intendere ragione a Thad. In caso contrario, se non fossero bastate le esecuzioni in corso, conosceva i modi di convincerlo: le avrebbe continuate con la bella sposa del suo gemello e i suoi figli. La loro vita in cambio della sua.
Stark giungerà presto alla fine dell’elenco delle vittime predestinate e con loro saranno assassinati tutti i poliziotti incaricati di proteggerli. Poi lo scontro con Thad, presente lo sceriffo Alan. Avrà la meglio Thad, ma non perché gli è stato superiore. Erano la stessa cosa e se n’era accorta Liz, la moglie di Thad. Anche se apparivano diversi, “erano immagini speculari lo stesso. La somiglianza era sconcertante proprio perché non c’era un solo elemento che li accomunasse nell’aspetto. L’identità era sottintesa, celata in profondità fra le righe, ma così lampante da tramortire: il vezzo di incrociare i piedi tendendo i muscoli, di divaricare rigidamente le dita contro le cosce, e il ventaglio improvviso di minuscole grinze tutt’intorno agli occhi”.[84] Se n’era accorta così tanto che osservandoli assieme “l’orrore le drenò il sangue dalle guance perché non riusciva più a distinguerli”.[85]
Avrà la meglio Thad perché egli difendeva la famiglia e i figli, perciò aveva ancora legami molto forti con la metà chiara. E solo perché ancora si galleggia, l’Occidente non è andato sotto, perché si tiene sollevato con i poteri che gli sono forniti dalla tecnica ed è illuminato dalle luci da essa prodotte. Perciò la metà scura alla fine ha dovuto ritirare il suo demone, vale a dire Stark, alias Machine, il mostro che uccideva col rasoio. Per riportarlo nel fondo oscuro dal quale era emerso, per scortarlo “nel suo viaggio di ritorno alla terra dei morti”[86], sono stati incaricati gli uccelli psicopompi, “araldi dei morti viventi”: stormi sterminati di passeri che hanno spolpato Stark per renderlo più leggero e così trasportarlo in volo nelle tenebre da cui era giunto.
Ma non sarebbe finita quella minaccia. Lo dice lo sceriffo Alan presente a quel sogno spaventoso e angoscioso sofferto ad occhi aperti. Perché una parte di Thad era “affascinata da Stark. Una parte di lui era ammaliata… dalle tenebre della sua anima”. Perché “anche se Thad non capiva chi era, ma forse lo capiva sua moglie, stare vicino a lui era come stare vicino a una grotta dalla quale era sbucata una creatura da incubo. “Adesso il mostro non c’è più, ma non si ha lo stesso voglia di avvicinarsi troppo alla grotta da cui era saltato fuori. Perché potrebbe essercene un altro. Probabilmente no, la mente lo esclude, ma le emozioni… Quelle suonano un’altra musica, vero? Dannazione! E anche se la grotta resterà vuota per sempre, ci sono i sogni. E i ricordi… Ed è da te che è cominciato tutto, Thad. Tutto risale a te”.[87]
Per il resto del mondo, tuttavia, era ancora una follia credere non solo in un fantasma vendicativo, ma addirittura nel fantasma di una persona che non è mai esistita. Solo per coloro che avevano assistito all’incubo uscito dal sogno esso non era più irreale: per Thad, per sua moglie Liz, e per lo sceriffo Adam, gli unici che avevano partecipato a quell’assurdo avvenimento e assistito a quella fine. Solo tre fra gli innumerevoli abitanti dell’Occidente che tengono accesa la luce della veglia in un cambio della guardia che dovrebbe essere continuo, ma che ha cominciato a mostrare davvero zone oscure sempre più frequenti ed ampie. Ma per tutti gli altri la metà oscura è ancora sogno soltanto. Ma davvero, − nel senso che sarà sempre così, da una parte il sogno e dall’altra la veglia −, o più semplicemente essi non hanno ancora occhi per i mostri come Stark, e vedono invece al suo posto il gemello Thad? Non si assomigliano, infatti! Perciò stanno così le cose per coloro che non erano presenti, vale a dire per quasi tutti: è Stark che ammazza ma è Thad che appare. Ma poi qualcosa sembra filtrare del mistero: sembra troppo ovvia la conclusione che sia la metà visibile che ammazza. E allora ecco la soluzione che s’affaccia. La dirà lo sceriffo Alan, ancora in parte incredulo anche lui, nonostante abbia visto e toccato. “Ma può darsi che gli scrittori INVITINO gli spettri; insieme con attori e artisti, sono i soli medium che la nostra società accetta senza riserve. Inventano mondi che non sono mai stati, li popolano di persone che non sono mai esistite, e poi c’invitano ad accompagnarli nelle loro fantasie. E noi lo facciamo, no? Sì, lo facciamo. Anzi PAGHIAMO per poterlo fare”.
Vale a dire: poeti, scrittori, filosofi anticipano visioni che anche gli altri vedranno in faccia, anziché su specchi come gli incubi.

*

b) Il lato oscuro nel romanzo di Stephen King Buick 8

La separazione fra luce e tenebra, esterno e interno, visibile e invisibile, veglia e sonno, vita e morte, è stata intesa in tanti modi e chiamata con tanti nomi, e ancora li conserva, resi imperituri dalla loro insopprimibile presenza nella natura o nei libri che sono diventati dei classici, vale a dire testi fondamentali dell’umano sapere universalmente noti. Ciò che separa le due metà, normalmente è chiuso, ma può aprirsi, anzi si apre ogni qualvolta il vivente passa da una dimensione all’altra, e in tal caso il confine è un passaggio, che è stato percepito anche come porta. Passaggi antichi della natura, ma continuamente in funzione, sono i fori sulla terra da cui entra il seme in autunno ed esce il germoglio a primavera; la vulva del corpo femminile dove viene introdotto il seme della vita animale e umana ed esce il cucciolo e il bambino; l’alba che è il momento e il luogo dove la notte finisce e nasce il giorno; la bocca di balena da cui sono usciti a nuova vita il profeta Giona e Pinocchio; la bocca di caverna da cui Parsifal, dopo una lunga permanenza nelle profondità, è uscito rinnovato per conquistare il santo Graal; le Symplegades formate da due scogli rocciosi nel Mar Nero che si muovevano l’un contro l’altro sotto l’azione di forze oscure e impedivano il passaggio, ma Giasone, il capo degli argonauti diretti alla conquista del Vello d’oro, riuscì a superarli, e da quel giorno sono rimasti aperti e immobili in quel mare; la Porta del Cancro, volta a Borea, da cui entravano le anime per incarnarsi; la Porta del Capricorno, volta a Noto, da cui invece le anime uscivano dopo l’esperienza terrena, per andare a ricomporsi nell’unità precedentemente lasciata,
Se poi si passa dai cicli di natura a quelli nel pensiero e nella conoscenza, s’incontrano altri aspetti e altri nomi del passaggio. Per Ermete Trismegisto e per Buddha esso si è aperto sulle loro vite precedentemente vissute e perciò il suo nome è memoria; per i cristiani è la Pasqua di resurrezione; di ritorno dagli Inferi dove ha conosciuto il suo destino, Enea è uscito dalla Porta d’avorio; per Nicolò Cusano Porta del Paradiso è quella che separa il mondo delle cose contrapposte dalla coincidenza dei contrari, ed è la stessa da cui sono stati cacciati Adamo ed Eva. Nella scienza fisica la porta da cui ha fatto capolino l’universo si chiama Big Bang, che da un punto che era quando è uscito ha continuato a crescere fino ad occupare l’attuale spazio sferico del diametro di circa quindici miliardi di anni luce. E ora dentro a tanto universo e alle menti che lo esprimono ci sono i buchi neri; fra il visto e il non visto dall’uomo le soglie assolute e quelle differenziali; nella fisica atomica c’è il principio di indeterminazione; in matematica il pi greco che è un’indeterminata apertura nei cicli, anche in quello dell’eterno ritorno che tanta pena causò a Nietzsche fino a condurlo alla pazzia, o che solo pochi in altri tempi e altri modi hanno scoperto; in matematica anche l’incompletezza esistente nei sistemi formali che pone dei limiti anche ad essa, che sembrava non ne avesse.
Questo è l’elenco, certamente incompleto, dei confini, dei passaggi e delle porte individuate con un nome, alcune anche recenti come le ultime della serie che appena esposto. Ebbene, quasi a comprova che la lista è solo un abbozzo e forse non finirà mai, un altro nome si è aggiunto, recentissimo. Si chiama Buick 8 il nuovo passaggio e l’ha scoperto Stephen King, ed è quello che ha posto come titolo del suo ultimo romanzo dell’horror. Buick 8, egli ha detto, è “una meditazione sull’indecifrabilità degli eventi della vita e l’impossibilità di trovare un significato coerente”, e non è solo opera di fantasia o un’immagine onirica. Quell’automobile posta sul limite “in cui il nostro universo conosciuto finisce e comincia l’oscurità” è esistita davvero. È quella che l’ha investito o una sua eguale, e l’ha lasciato per molto tempo sul filo fra la vita e la morte. Poi la sua continuazione di qua è dipesa da particolari minimi e privi di senso.
Come antro di caverna perciò la Buick, come la bocca della balena, come un ingresso agli Inferi, come un buco nero, e a questi paurosi e misteriosi passaggi King l’ha accomunata. L’automobile si trova nel capannone B di una stazione di polizia della Pensylvania, in deposito, ricuperata da una stazione di servizio dove era stata abbandonata, ed è guardata a vista per i fenomeni che da essa si sprigionano, sempre più strani, sempre più terrificanti. Periodicamente, dalla vettura sprigionano bagliori, provoca sparizioni di cose, animali, persone, fra cui il poliziotto Curtis Wilcox. Dal bagagliaio “partorisce” orribili creature, simili a pipistrelli, pesci, scarafaggi, un essere alieno. Ma quando escono dalla macchina questi mostri non durano, si decompongono, si sciolgono, marciscono, come il “pesce”, di cui riporto la descrizione.
“George, (uno dei poliziotti di guardia) vide il cofano posteriore della Buick sollevarsi e riabbassarsi al centro, una sola volta, rapidamente. Fece per raggiungere la porta laterale con l’intenzione di entrare a indagare. Poi rammentò di che cosa si trattava, un’automobile che a volte mangiava la gente”. […] Andò a chiamare il collega: “Sandy, è meglio che vieni”. George era in piedi sulla soglia dell’ufficio, e sembrava spaventato e senza fiato”. I due attraversarono insieme il parcheggio, entrarono nel capannone e proprio in quell’istante ci fu un altro tonfo. Il bagagliaio della Buick si aprì con uno scatto verso l’alto e ne schizzò fuori il pesce. “La cosa giaceva a terra, non più pesce di quanto un lupo sia un animale domestico, malgrado somigli molto a un cane. E, in ogni caso, quel pesce era pesce soltanto dalla coda ai tagli violacei delle branchie. Al posto di una testa di pesce […] c’era una massa nuda e intrecciata di filamenti rosa sottili e rigidi per essere tentacoli e troppo grossi per essere capelli…”. Poi, in breve, la cosa pesce aveva cominciato a marcire “e Sandy aveva la sensazione che, una volta cominciato il processo, se ne sarebbe andata rapidamente. Anche da fuori, con la porta chiusa, poteva sentirne l’odore. Un tanfo acre e acquoso di cavolo, cetriolo e sale” […]. “Il pesce stava subendo qualcosa di ben più radicale di una semplice decomposizione; stava cedendo. Si stava arrendendo al cambio di pressione o forse al mutamento di ogni cosa, del suo intero ambiente vitale”.
Il mistero appare indecifrabile, e l’unico che vorrebbe arrivare ad una spiegazione è Ned, il figlio del poliziotto scomparso. Vorrebbe che quella storia avesse, come ogni altra di qui, “un inizio, un centro e una fine in cui viene spiegata ogni cosa”. Senza il lato oscuro, insomma. Ma, come i poliziotti che si alternano di guardia hanno intuito, la Buick 8 è il passaggio verso un altro mondo, il “luogo in cui il nostro universo conosciuto finisce e comincia l’oscurità” dove si può essere attirati in quell’abisso. Ned, dopo aver ascoltati i racconti dei colleghi del padre scomparso dove manca sempre il finale, affronta la Buick. Non riuscirà a scoprire la fine, ma neppure soccomberà. “Prima o poi” ci sarà una risposta, è la piccola concessione alla speranza.
Un buco nero la Buick 8 più di quanto lo sono quelli in cielo, più di quelli visti dai poeti, scrittori e filosofi dei secoli precedenti, perché allora si cominciava a intravederli dal Tramonto dell’Occidente, mentre ora è Tenebra profonda ed appaiono da essa: ombre orribili dall’Ade, diavoli dall’Inferno. Ma, come si sa dal cielo della notte, il momento più buio è quello che precede l’alba; o dove è più grande il pericolo, spunta anche il salvatore.


[78] Sthephen King, La metà oscura, Sperling & Kupfer, pag. 9.
[79] Ivi, pag. 377.
[80] Ivi, pag. 377.
[81] Ivi, pagg. 143-148.
[82] Ivi, pag. 149.
[83] Ivi, pagg. 170-171.
[84] Ivi, pag. 427.
[85] Ivi, pag. 434.
[86] Ivi, pag. 455.
[87] Ivi, pag. 464.

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