La metà nascosta — Terza e ultima parte

Leggi la Prima parte
Leggi la Seconda parte

Egon Schiele, Autoritratto doppio (1911)

33. I tentativi di superamento del lato oscuro degli ultimi due secoli, presenti nelle opere che ho nominato e riassunto.

Dei tentativi più antichi ho parlato un po’ nelle presentazione e nelle pagine precedenti, e di più in altri libri: Il ciclo e il varco, Compendio e Circolo della conoscenza, e li indico qui a chi vuol saperne di più. Ma si è trattato in passato di avventure avvenute non nell’interiorità ma in campi esterni e lontani. Nel Cielo degli dèi, per esempio, o sulla Terra e nelle sue profondità, o ancora più giù, nel Tartaro. Mentre da un paio di secoli a questa parte c’è stato un avvicinamento fin oltre il confine fra il mondo e l’Io. Il demone, il mostro, la tenebra, l’ombra, il doppio, il sosia, il gemello sconosciuto, non li incontriamo più fuori ma in noi stessi, o ciò che poi appare esce di lì ed è come una proiezione, un fantasma, un ectoplasma, e i nomi con cui è stato chiamato bel li si addicono. Il luogo preciso è la nostra metà ignota, la faccia opposta e non illuminata, che non possiamo vedere o che a pochissimi finora s’è mostrata. Non solo non la conosciamo ma di essa normalmente ci sfugge anche la presenza, oppure gli volgiamo le spalle per non vedere e non sapere. Essa però è ormai l’arena dello scontro finale e quelli precedenti potrebbero essere serviti soltanto come allenamenti, o battaglie veramente accadute e vinte, ma con l’aiuto di potenze esterne. Per certi aspetti e forme la metà oscura non è neppure completamente invisibile o ignota. È, per esempio, la nuca rispetto al viso; il retro opposto al davanti; il procedere soltanto in una direzione con il passato che si chiude e si perde dietro le spalle, come la scia del mare dietro l’imbarcazione che avanza. È l’emergere dal sonno nella veglia pur non conoscendo il cammino che si è percorso dentro quel buio misterioso. Ma questi sono lati opposti antichi, ai quali lungo i millenni si è un po’ rimediato per ciò che attiene alla loro visibilità e alla possibilità di aggirarli da fuori. Così oggi ci vediamo la nuca o le spalle con lo specchio, riusciamo non soltanto a procedere ma anche a retrocedere come i gamberi, oppure ci volgiamo e si ritorna indietro, da certe altezze si scende, da certe profondità si risale. Ma non da tutte, dunque. Non quando sono l’inconscio e la morte. Inoltre, anche se siamo giunti a vedere la nuca con l’uso degli specchi, se si esce dal sonno, se abbiamo illuminato le strade della notte con luci artificiali per continuare il cammino dopo il tramonto, non perciò anche si conosce. Non perciò si sa perché siamo tabula rasa da un lato e dove andiamo ogni notte, perché conoscere significa avere esperienza diretta, aprirci al mistero, svelarlo. È come vedere il triangolo rettangolo, prima che Pitagora scoprisse il rapporto che esiste fra i suoi lati e lo dicesse. O molti hanno visto le oscillazioni del pendolo e una mela cadere prima che Galileo e Newton formulassero le leggi della caduta dei corpi e della gravitazione universale, ma solo dopo quei ciechi accadimenti, anche se erano sotto gli occhi di tutti sono stati svelati nel loro perché. Ebbene, anche nuca, sonno, tempo che ha una sola direzione, sono soltanto presenze antiche e misteriose e tali rimarranno finché non saranno aggirate ad occhi aperti e mente sveglia, finché oltre al tempo dell’andata non conosceremo anche quello del ritorno. Si saprà davvero solo alla fine del giro più grande, quello che sto qui descrivendo e di cui ho un po’ anticipato la meta e il risultato. Si saprà del sonno, cos’è, perché si entra in esso ad ogni giro, solo quando questa minore profondità e larghezza accesa solo a tratti da qualche sogno, diventerà visibile per intero da una quota più bassa, quella raggiunta per l’attraversamento della morte.
Comunque, non solo io ho un po’ svelato la meta dove siamo diretti e anticipato il momento dell’arrivo. Mi hanno preceduto gli antichi. Soltanto che io ho attribuito all’uomo quello che loro hanno sospettato appartenere agli dèi, a Giano bifronte per esempio, che ha una faccia che guarda il futuro e un’altra è rivolta al passato, e la seconda, in qualche raffigurazione è volto di donna.
Molte apparenze del lato oscuro sono state, dunque, superate, ma non quella che ancora non si vede come tenebra ma lascia soltanto segni del passaggio: corpi senza vita, che si disfano, croci nei cimiteri, dolori nei cuori, smarrimento nelle menti. Quelle che sono state superate in tutto o in parte: notte, sonno, inconscio, bene esprimono il lato oscuro, perché sono buie anch’esse, e perché siamo riusciti in qualche modo ad aver ragione di esse. Completamente o parzialmente è stato possibile anche misurarle e ordinarle: si sa quanto è lunga la notte, quando inizia e finisce, come varia il suo corso lungo l’anno; anche del sonno è noto quando inizia e come si svolge, quali sono le sue fasi e quante; e l’inconscio si è cominciato a sondarlo per ritrovare in quella tenebra avvenimenti scomparsi e riportarli alla coscienza. Ma della morte sono poche le notizie e, se non c’è la fede che le sostiene, sembrano soltanto fantasie.
Della morte si può dire con certezza che se non si riesce a superarla inghiotte. Perciò i personaggi delle opere letterarie che ho precedentemente nominato distruggono la donna amata, che è la possibilità che hanno di superare l’abisso, e cadono loro stessi in quel baratro. Oppure da quell’inghiottitoio della vita salgono i mostri delle Tenebre e sono essi a impedire il passo a chi si avventura. E siccome, ormai, in quell’oscurità ci siamo e soprattutto con essa che abbiamo a che fare. E in noi, siamo noi, e perciò non si può neppure confidare in qualcuno che come l’eroe antico vinca la mortale battaglia liberando così la terra di tutti, com’è accaduto in passato.
Passo a illustrare alcune intuizioni sulla possibilità d’uscita dal lato oscuro, contenute nelle opere di cui ho parlato, o in altre di quei tempi.

a) Il modo empirico per liberarsi dalla paurosa e insidiosa presenza del lato oscuro, pensato da Maupassant nella novella Lui, come s’è visto, è sposarsi, quello d’altronde che viene seguito normalmente e pressoché generalmente. Sposarsi è il superamento nei modi della natura perché lato oscuro è anche il cammino periglioso nel grembo materno; è il passaggio attraverso le forme primordiali della vita che ci hanno costituito ed espresso lungo le ere dell’evoluzione biologica, e che dalla posizione umana dove ci troviamo appaiono mostruose. Un cammino lungo e pieno d’incubi prima di arrivare presso l’uscita e l’ultimo tratto è il più difficile e pericoloso: un tunnel che separa due mondi diversi, quello interno dove chi sta per arrivare ha vissuto fino a quel momento nella protezione e l’altro esterno, e l’uscita potrebbe risultare fatale per lui. Lo era certamente fino a pochi decenni fa, prima che il corpo diventasse oggetto della scienza e della tecnica che ha trovato soluzioni ai pericoli antichi.
Ma di questo cammino che avviene nel grembo, che è uno dei tanti lati oscuri della natura, la natura è giunta a conclusione da tempi immemorabili e le forme mostruose che sono pietre di quel cammino alla fine si sono sciolte e mutate nel bambino che esce, nella luce che l’illumina, nel volto bello e sorridente della madre che l’accoglie. Mentre quello che stiamo compiendo ora avviene nel ventre dell’Occidente, nella sua metà misteriosa e tenebrosa, e siamo spesso mostri in quel vagare. Quelli che escono dalle pagine dei poeti e scrittori che ho precedentemente citato e quelli che si materializzano sempre più in mezzo a noi. Sempre più luogo di sviluppo di forme non ancora uscite dalle trasformazioni in atto per raggiungere una nuova identità l’Occidente dopo il Tramonto. Comunque io qui lancio frecce con la punta luminosa oltre la Notte, dico che si può uscire dagli Inferi. La capacità d’intendere il mutamento e di volerlo per ora sembra rara, perché ancora si pensa di rimediare al declino e alla caduta facendo ricorso alle categorie che hanno sostenuto e illuminato lungo l’arco Diurno. Ma non sono più sufficienti dentro il Buio.

b) Anche nel racconto intitolato Solitudine Maupassant intuisce che è comunque e sempre la donna − la sua compagnia e il procedere assieme −, che potrebbe aiutarlo ad uscire dal sotterraneo della vita dove si trova, e che sta percorrendo da solo a tentoni, nel buio, senza che appaia luce di sbocco. Sarebbe la fine della sua terribile solitudine. Ma è illusorio, egli dice. Illusorio – dico io ora −, perché non viene percepita come la metà di se stesso che manca e che si può trovare. Perché ciò accada è necessario arrivare alla fine della circumnavigazione di sé e alla coincidenza degli opposti.
Oppure − continua Maupassant − una luce s’accende ad intermittenza anche durante il cammino, quella dell’amore, o comunque quella dell’attrazione fisica e del desiderio della congiunzione, ma, egli stesso costata, è illusorio un risultato così, vale a dire dettato, imposto, e non frutto di ricerca e di scoperta. Soprattutto nel secondo caso è illusorio, come ben si sa, quando dopo lo sfogo la donna diventa addirittura ingombrante e si vorrebbe disfarsene. O comunque, come ha scritto Maupassant, dopo basta una parola sola a rivelarci l’errore, a mostrarci, come un lampo nel buio il buco nero fra noi.
Ed ecco la spiegazione di una situazione siffatta. Perché l’amore, normalmente e pressoché generalmente, non è luce dell’aperto, quella di fine tunnel. È lampada interna lungo il cammino misterioso della natura, che s’accende nell’oscurità e si spegne in essa lasciandoci di nuovo nelle tenebre. Di tal genere sono soprattutto le mere congiunzioni sessuali e la natura si serve di esse perché qualcosa avvenga in un’altra sfera, nel ventre della donna. Lì si compie ciò che è prescritto da tempo immemorabile, ma allora a nostra insaputa. Il tunnel verrà percorso per intero, gli opposti s’incontreranno, la congiunzione avverrà, le due metà diventeranno una cosa sola.
Giunti a questo punto, è superfluo che qualcuno faccia presente quasi a smentita che non sempre accade così, che sono innumerevoli i casi di fallimento, e che, dunque, anche la via della natura ha problemi e difficoltà simili a quella che si è aperta nel pensiero di qualcuno dopo il Tramonto. No, la via della natura è intera, da principio a fine, e si parte, si arriva e si sbocca. E i fallimenti, allora? Soltanto un metodo, che non tiene conto di quanti partono perché è importante soltanto che qualcuno arrivi. Anzi si abbonda enormemente alla partenza, più sono i partecipanti più sembra degna l’avventura, come accade anche quassù con le maratone di New York e di Milano, ma il vincitore è sempre uno solo. Nel caso degli spermatozoi, sono duecento milioni i partenti e anche lì uno solo arriva. La natura non bada a spese e se ci sono impedimenti o fallimenti, essa ripete le gare, le moltiplica, instancabilmente, in campi diversi, con nuove motivazioni. Oggi con le regole della democrazia. Dicono infatti i musulmani che conquisteranno il mondo con le pance delle loro donne, e sta avvenendo davvero così, perché ciò che oggi vale anche negli ordinamenti umani è la quantità.
E i personaggi che di tanta commedia sono la parte più in vista, vale a dire gli uomini e le donne che congiungendosi danno il via alle gare nascoste e misteriose! Sono solo comparse, quasi tutte. Solo degli obbedienti ai segreti impulsi. Può sembrare strano, ma è quello che succede: si recitano di qua piccole parti di una commedia il cui svolgimento completo avviene altrove e perciò di essa non si sa quasi niente. Per questo motivo i presunti protagonisti sono solo dei fuoriuscenti nel palcoscenico della vita, da quinte che sono buchi neri, ignoti a se stessi nella veste di scena che indossano.

c) Nella favola di Andersen intitolata L’ombra, c’è un modo di superare il lato oscuro che solo la poesia poteva intravedere. La figlia del re, che nelle favole è la donna per eccellenza, non la conquista il filosofo, da cui l’ombra s’è staccata, ma l’ombra stessa. Ora bisogna riandare a quanto ho già detto dell’ombra e di chi l’ha persa per capire il significato del tentativo compiuto da Andersen, che se non è arrivato alla soluzione però gli è andato vicino. Comincio dal filosofo – così è chiamato nella favola −, colui che ha perso la sua ombra ed è solo una metà: un impegnato nelle opere del giorno, dunque, e a quel tempo non era ancora sceso il buio. Uno dedito alla luce della ragione, che molto più di quella del sole permette di distinguere, ordinare e misurare le cose che il sole fa apparire agli occhi di carne, ma insufficiente ad illuminare anche il Buio che stava arrivando. Un filosofo illuminista, si potrebbe concludere. Ci troviamo, infatti, con questa vicenda nel secolo dei lumi, che può essere riassunto con la frase: la ragione umana ha in sé tutti i lumi per dirigere la sua vita e il suo pensiero. E si trattava invece degli ultimi accecanti bagliori di quell’Astro al Tramonto. Pochi decenni dopo, infatti, c’erano già altri titoli che prevalevano: Tramonto dell’Occidente, Eclisse della ragione, La crisi delle scienze europee, Breviario del caos.
A questo punto si può ben capire perché il filosofo ha perso l’ombra. Perché è venuto meno il potere della ragione che in qualche modo lo esercitava anche sul lato oscuro, magari soltanto per confinarlo nella presunta palude dell’irrazionale, e quando esso ha l’aspetto di donna per sottometterla e usarla a piacimento, com’era accaduto per millenni. Un distacco quello dell’ombra che proprio da quel tempo ha cominciato a moltiplicarsi nella società e poi è dilagato a macchia d’olio. Oggi ha invaso tutto l’Occidente, ed anzi si sono invertite le parti. È il lato oscuro che domina e minaccia. Una minaccia, d’altronde, che è già presente nella favola: infatti l’ombra non solo conquista la figlia del re a danno del suo antico padrone, ma lo fa condannare a morte.
Se ora si esamina un po’ la natura dell’ombra, ecco cosa c’è di completamente nuovo, sia pure manifestato nei termini pressoché indecifrabili di una favola. Essa è, dunque, l’altra metà dell’uomo, vale a dire quella femminile. Perciò è l’uomo femmineo che conquista la figlia del re e si unisce a lei in matrimonio. Quasi un amore saffico quindi il finale della favola, e sotto l’aspetto qui perseguito il tentativo d’attraversamento del lato oscuro per raggiungere l’unità in quel modo, non completamento privo di senso. Infatti ai nostri giorni si sta manifestando anche così l’avventura in corso, anche se si tratta d’espedienti che non raggiungono lo scopo, anche se sono solo tentativi mal riusciti. Altri metodi simili sono gli slittamenti dell’uomo verso la sua metà femminile e della donna verso quella maschile che nei casi più evidenti danno vita a tante strane commistioni di uomini con uomini e donne con donne, o anche di coppie formate di un uomo e di una donna, ma dove i primi hanno rinunciato a quella che è stata la loro caratteristica di un tempo per poter convivere con le donne che rispetto a un recente passato hanno invece sviluppato di più la loro parte maschile.
Soltanto che tutto ciò sta avvenendo senza che se n’abbia piena coscienza, senza che siano manifeste le cause prime del mutamento che sono il Tramonto dell’Essere e il passaggio dal Giorno alla Notte. Quasi spinti perciò, seguendo segreti impulsi come quelli che adopera la natura sui singoli per continuare la specie. Ma davvero è tutto come prima, con l’imperante natura che comanda e i suoi figli che obbediscono ricevendo in cambio il piacere dei sensi, come gli animali del circo le caramelle dopo ogni esercizio riuscito? Non proprio, io direi, se c’è stata la favola di Andersen, quella di Novalis, i racconti di Maupassant e di altri, le intuizioni dei poeti, i tentativi dei filosofi, ed ora la soluzione che qui propongo. Tuttavia la stragrande maggioranza va avanti senza sapere seguendo la natura per cui ecco la grande novità: c’è cultura e natura assieme in questo andare, specie e individuo stanno collaborando. Perciò ci sarà non soltanto eterno ritorno della specie, ma anche del singolo andando avanti in questo nuovo modo.

d) Nella favola Giacinto e Fiordirosa di Novalis, il lungo viaggio nella “terra del mistero” si conclude con il ritorno al luogo di partenza e soprattutto a Fiordirosa. Così ritrovata, non è più soltanto la giovane di cui era innamorato e che aveva lasciato per trovare Iside, “la madre delle cose, la vergine velata”, ma è lei stessa quella divinità. Ecco a cosa è servito il lungo e periglioso viaggio: a trovare l’altra parte di sé, che poi è anche un ritrovare se stesso. A ciò corrisponde anche il significato che ha la fiaba per Novalis: vertice della conoscenza poetica e anticipazione profetica della nuova età dell’oro. La quale per Novalis è il superamento della contrapposizione tra natura e spirito, fra due parti, insomma, che ora sono separate e spesso in lotta mortale. Nella fiaba la nuova età dell’oro è il sollevamento del velo di Iside e compare Fiordirosa, o anche se stesso. Da questa coincidenza degli opposti comincerà la nuova visione del mondo, quel che apparirà agli occhi di chi non è più sconosciuto a se stesso per metà.

e) Ma è soprattutto negli Inni alla notte che il lato oscuro, che si chiama anche morte − quella della fidanzata Sophie scomparsa in giovanissima età −, appare come Notte e le due oscurità s’incontrano e si fondono. Notte più bella del giorno, sacra, ineffabile arcana, germe per “diventare Io”. “Senza tempo e senza spazio è il (suo) dominio”, mentre “misurato fu alla luce il suo tempo” [89]. Notte che è donna: è Sophie. Notte che con volto severo si piega sul poeta e “sotto i riccioli che senza fine s’intrecciano, mostra la cara giovinezza della madre”. Ecco finalmente un primo aspetto noto e caro dell’impenetrabile segreto di sempre, quello delle origini.
C’è, dunque, un intreccio d’antiche oscurità − notte, sonno, morte −, che cominciano ad apparire con i volti femminili di chi se n’è andato e verso cui il poeta si dirige e dove vuole entrare anche lui. Anche se ciò dovesse comportare la rinuncia della vita, anche se fosse necessario privarsi di essa per seguire il suo sogno. “Il vero atto filosofico è un suicidio – ha detto Novalis. Questo è l’inizio reale d’ogni filosofia, a tanto mira il bisogno del discepolo in filosofia, poiché solo questo atto risponde a tutte le caratteristiche dell’azione trascendente” [90].
Negli Inni alla notte ci sono tante intuizioni del cammino perché esso non sia solo andata. Ci sono tante indicazioni per il ritorno a casa circumnavigando la notte. Seguendo perciò l’altra metà del Cielo buia e sconosciuta. E a questo punto non solo nel modo stabilito dalla natura, quello nel ventre della donna fino all’uscita, ma anche in quello che se lei è il cielo della notte, è tutto il tondo cielo che è necessario conoscere per poter ritornare; se è l’altra metà, e soltanto su essa che si può volgersi per raggirare l’abisso. Così, infatti, egli conclude il canto: “Tu mi hai rivelato che la notte è vita – mi hai fatto uomo – consuma con ardore spettrale il mio corpo, così che io mi congiunga etereo più intimamente con te e la notte nuziale duri in eterno” [91].

f) Nella Principessa Brambilla di Hoffmann il superamento del lato oscuro è il ritorno “in patria” di re Ofioch e della regina Liris . “Eravamo in una contrada lontana e deserta, oppressi da terribili incubi, ed ora ci siamo ridestati in patria… Ora finalmente ci riconosciamo in noi stessi e non siamo più come creature abbandonate!– e così dicendo si abbracciarono con l’espressione dell’amore più fervido”. Il primo segno del ritrovamento e ritorno è stato il loro riso, che prima era l’espressione dell’innocenza inconsapevole, di un abbandono ignaro ed ottuso alla vita e poi diviene simile al riso del pastore di Così parlò Zarathustra. “Se la luminosità che splendeva nel volto della regina Liris e per la prima volta conferiva vera vita, vero fascino celeste ai suoi bei lineamenti, non avesse già dimostrato com’erano cambiati i suoi sentimenti, ognuno l’avrebbe compreso ora, dalla maniera come essa rideva. Giacché questo riso era così profondamente diverso dalle risate con cui una volta essa aveva tormentato il re, che molte persone intelligenti suggerirono l’idea che non fosse lei a ridere, ma piuttosto un essere meraviglioso nascosto nel suo seno. E a re Ofioch successe su per giù lo stesso”. [92]

g) Nel Faust di Goethe, è Margherita che salva Faust dopo che la prima clausola del patto con Mefistofele ha termine con la morte del firmatario, ed entra in vigore la seconda. La prima suonava così: “Io m’impegno di qua al tuo servizio e di stare al tuo cenno senza mai tregua e riposo”. E la seconda: “Ma quando ci ritroveremo di là, mi dovrai rendere la pariglia”. Quindi toccava ora a Mefistofele di disporre di Faust a suo piacimento, ma soprattutto per le preghiere di Margherita alla Madonna perché lo salvi, il patto viene annullato e Faust non diverrà preda del Signore delle tenebre. Ancora una volta c’è la donna in fondo all’avventura e dipende da lei la conclusione. Dipende dall’eterno femminino con cui Goethe concluderà la sua opera. [93] Dopo il salvataggio, il viaggio fino all’uscita nel regno celeste Faust lo farà assieme a Margherita, incaricata dalla Madonna di fargli da guida. In due, dunque, per il resto del viaggio, fino alla rinascita. Ma non è così che accade sempre in natura quando si sono superate tutte le prove richieste e si arriva alla meta! E la meta non è sempre la donna, la metà nascosta che appare e così diventa soluzione e premio!
C’è la cellula femminile che attende lo spermatozoo alla fine del suo viaggio solitario e pieno d’insidie e di pericoli, e dopo averlo accolto comincia la fusione e il cammino fino a nuova vita. Per congiungersi con l’ape regina che in un mattino luminoso si lancia nel volo nuziale, ebbra d’altezza, ben diecimila fuchi l’inseguono levandosi da tutte le arnie del luogo. Ma uno solo la raggiunge e la feconda, quello che riesce a seguirla fin sopra le nubi, oltre il volo degli uccelli. Per raggiungere le acque sorgive che è la meta della loro avventura, i salmoni, che vivevano nelle acque profonde e tranquille dell’Atlantico lasciano quella pace e sicurezza. Maschi e femmine migrano a migliaia, salgono in superficie, si dirigono verso le foci dei grandi fiumi e superando rapide e cateratte li risalgono, fino alle sorgenti montane. Per essi l’acqua dolce è irrespirabile e molti muoiano prima di riuscire a modificare il loro apparato respiratorio, molti cadono nelle secche, altri sono trascinati da improvvise piene, altri ancora sono fermati dalle chiuse, sbranati dai lucci, dalle lontre, dagli uccelli rapaci, dagli orsi che li attendono ai varchi. Ma quelli che raggiungono la meta depongono le uova, le fecondano, e dalla coppia nasce il molteplice, l’innumerevole.
Così alcune delle grandi imprese che hanno aperto le vie della vita sulla terra e che vengono ripetute per mantenerla e conservarla; e perché su esse altre di tal genere vengano ideate e intraprese. Simili a quelle sono state infatti le nuove avventure dell’uomo in una luce che è più solo quella del sole e delle stelle. Ne nomino alcune.
L’odissea di Ulisse che per ritornare nella sua isola, nella sua casa e dalla sua sposa, ha attraversato l’isola dei Latofagi dove l’insidia era l’oblio; quella dei Ciclopi, i mostri figli della Notte; quella di Circe che tanti anni lo ha trattenuto con le catene della seduzione; quella dei Feaci dove c’era la fanciulla Nausicaa che tratteneva, cioè la bellezza. Ha attraversato il paese dei Cimmeri dove il giorno non appare mai, ed è sceso nell’Ade per trovare Tiresia e avere da lui le indicazioni della via ritorno. Non c’è aspetto del lato oscuro che non abbia superato.
L’attraversamento dell’Inferno e del Purgatorio di Dante, per ritrovare Beatrice e salire con lei i gironi celesti fino a dove tutto appare
Le giostre spesso mortali dei cavalieri medievali, dove il premio era la donna vagheggiata o amata.
Le avventure nella foresta dei cavalieri della Tavola rotonda, che la penetravano dove l’oscurità era più fitta, scegliendo i punti dove non c’erano vie e sentieri, e combattevano i mostri che essa nasconde, li vincevano e liberavano l’amata che tenevano prigioniera.
Simile a questi anche il cammino di Faust, che l’ha portato fino alla celeste Margherita. E c’è qualcosa di più che apparirà anche in questo scritto, alla fine: c’è poi il cammino assieme di Margherita e Faust fino al Paradiso.
E così è anche la mia avventura. M’accorgo d’aver attraversato la Notte più lunga e tenebrosa per vedere in te il mio segreto e quello del mondo percepito, che normalmente presenta solo una faccia.

h) In Così parlò Zarathustra, il premio per chi percorre tutto il ciclo dell’eterno ritorno fino al punto dove il passato e il futuro s’incontrano, compreso quindi il lato oscuro, è la visione che appare dell’uscita. Lì Nietzsche ha visto il portone carraio. Però quel passaggio era chiuso e perciò chi arriva, spinto in un giro che mai si ferma, riprenderebbe l’infaticabile girotondo se non vede, o il portone non s’apre. Come, infatti, accade di solito: i passanti neppure sanno di ritornare e tanto meno s’accorgono di varchi in quel giro.
Terribile ripetizione ha chiamato Nietzsche l’eterno ritorno, il peso più grande. Quello che ha trascinato anche lui. Ma prima di essere ripreso dalla bufera infernale che mai non si ferma, la possibilità di superarla l’ha almeno intravista. È la visione notturna, nel profondo silenzio di mezzanotte, del pastore, cui un serpente, simbolo dell’eterno ritorno, s’era infilato in bocca. E l’uscita dal terribile incatenamento è il morso del pastore alla testa del serpente. Un morso che la stacca e lui la sputa lontano. Così liberato, da oppresso che era e sul punto di soffocare, “balzò in piedi. Non più pastore, non più uomo, − un trasformato, un circonfuso di luce, che ‘rideva’! Mai prima al mondo aveva riso così un uomo, come ‘lui’ rise! Oh, fratelli, udii un riso che non era di uomo, − e ora mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa. La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei di morire ora!”.

Protagonisti che, rispetto agli antichi, sembra abbiano fallito le loro prove questi che ho appena nominato, riassumendo le loro opere, o solo alcuni sono giunti ad intuire delle possibilità di salvezza. Protagonisti che a differenza dei grandi eroi del passato hanno ceduto alle Tenebre, alla Notte, o sono stati ghermiti da esse, oppure hanno barattato il loro aldilà sconosciuto per una continuazione della vita e della gioventù in questo mondo, nei modi che si è visto.
Prima di arrivare a vedere in modo nuovo la donna, quella in noi ma che appare anche fuori in tanti modi, si è dovuto percorrere il tenebroso, pauroso, misterioso cammino che negli ultimi due secoli è stato ombra, sosia, doppio, mostro, e sottostare ai patti con il principe delle tenebre. Quel cammino, insomma, che ho descritto e che ha impegnato, sconvolto, ottenebrato e portato alla morte prematura, poeti e scrittori dei secoli scorsi, quelli che ho citato ed altri. Eroi vinti dai mostri che dovevano affrontare, ma qualche risultato, come s’è visto, è stato ottenuto, non sufficiente tuttavia a farli giungere vittoriosi e indenni, e in altri casi a salvarli.
Le difficoltà incontrate, le paure, le angosce, di chi si trovato ad affrontare il suo lato oscuro hanno influito anche sul loro stato fisico e sulla durata della loro vita. Hoffmann temeva d’impazzire e “talvolta credeva di avere di fronte l’immagine speculare di se stesso in carne ed ossa, il suo doppio, e altre figure spettrali mascherate”. [94] Quando scriveva la notte, spesso svegliava la moglie affinché li vedesse anche lei. È morto a quarantacinque anni di una malattia nervosa.
Allan Poe negli ultimi dieci anni della sua vita si diede all’oppio e all’alcool, viene trovato per le strade di Baltimora in stato di incoscienza e in preda a una crisi di delirium tremens. Ricoverato in ospedale, muore la mattina del 7 ottobre a soli quarant’anni.
Maupassant portava in sé “quella doppia vita interiore che è al contempo la forza e la miseria dello scrittore. Scrivo perché sento, e soffro di tutto ciò che esiste, perché lo conosco fin troppo bene e soprattutto perché io, senza poterlo godere, lo vedo in me stesso, nello specchio dei miei pensieri”. [95] Ricorse con sempre maggior frequenza ad ogni sorta di narcotici e come egli stesso ebbe ad affermare, alcune delle sue opere sarebbero state scritte sotto l’influenza di tali sostanze. Tentò il suicidio. Morì anch’egli giovane, all’età di quarantatré anni.
Nietzsche manifestò gravi segni di squilibrio mentale fin dal 3 gennaio 1889 a Torino. Ricoverato in una clinica per malattie nervose prima a Basilea e poi a Jena, venne dimesso nel marzo del 1890. Le sue condizioni però continuarono a peggiorare, era soggetto a frequenti attacchi d’ira, urlava, era violento. A partire dal 1893 rimase immobilizzato a letto, accudito dalla madre e dalla sorella. Morì il 25 agosto 1900.
Dunque poeti e scrittori del doppio, hanno spesso pagato con la vita breve o con la caduta nel vizio l’incapacità di venire a capo dell’abisso, vincendo i mostri che salivano dalle tenebre. Le loro poesie e racconti sono i segni premonitori di una sconfitta annunciata. Oppure, almeno nel modo empirico che la natura ha concesso e perciò senza una vera conoscenza della soluzione, si è intuito che è la donna che salva, e viceversa, perché anche lei non può rimanere a metà. Quel che d’altronde in natura accade sempre, ma questa volta è stata intuita la validità dello stesso metodo anche per il ciclo della conoscenza e alcune pietre miliari di esso sono state piantate.
Una decadenza perciò la situazione dei moderni rispetto agli antichi? Sotto un certo aspetto, sì. C’è da notare però che il lato oscuro ora non è più la metà ignota della terra com’era ai tempi di Gilgamesh, di Ulisse, di Cristoforo Colombo, non è più il sotto terra dov’era posto l’Ade e l’Inferno dantesco, o la faccia nascosta di Zeus, che neppure lui sapeva di avere. Ma ora il lato oscuro è il se stesso ignoto, è la propria metà nascosta, è la sconosciuta anima. Questo appare chiaramente in tutte le opere che ho nominato e riassunto, ma specialmente nel Faust, nel Ritratto di Dorian Gray, dove i protagonisti vendono l’anima al diavolo in cambio della giovinezza e di eccezionali poteri di cui far uso nella parte manifesta.

[Continua]


[89] Novalis, Inni alla notte, II, Mondadori, 1982, pag. 70.
[90] Novalis, Opera filosofica, I, frammento 54, Einaudi, pag. 345.
[91] Ivi, pag. 69.
[92] E.T.A. Hoffmann, La principessa Brambilla, Einaudi, pag. 61. Così ha commentato il mutamento Claudio Magris nella nota introduttiva: “Prima della caduta e del riscatto, le risate opache e incessanti di Liris erano state l’espressione dell’innocenza inconsapevole, di un abbandono ignaro ed ottuso alla vita; dopo il maleficio e la liberazione, con l’esperienza della tragicità esistenziale e del suo superamento, la gioia vitale di Liris diviene un riso Zarathustriano, un’ebbrezza cosciente dei beni e dei mali del mondo eppur esultante “in essi e con essi”: l’estasi dionisiaca che accetta il dolore e ne fa una fonte di felicità, che fissa un limpido sguardo sulla vita e intona un nietzcheano Ja – und Amen – Lied.
[93] “Tutto il fuggente/ non è che simbolo: qui l’indigente vita si fa, l’inesprimibile/ qui realtà; Femineo eterno/ ci trae al superno! (J.W. Goethe, Faust, Mondadori 1941)
[94] O. Klinke, Hoffmanns Leben und Werke vom Stanpunkt eines Irrenarztes, Halle 1902.
[95] Sur l’eau, 10 aprile.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: