La metà nascosta — Terza e ultima parte

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Jacopo Tintoretto, L’origine della Via Lattea (1575 c.)

34. Insuperabile dal singolo per le vie della natura, preceduto dai tentativi di cui ho detto nel capitolo precedente, sono riuscito ad attraversare il lato oscuro con i mezzi della conoscenza. Come ho potuto procedere nella Notte senza lumi in terra e stelle in cielo.
Da qui comincia l’attacco finale al lato oscuro, dopo che si è giunti alla consapevolezza che esso c’è e che non si può difendersi soltanto volgendoli le spalle o ignorandolo, come hanno fatto per tanti secoli gli abitanti dell’Occidente finché si sono trovati dalla parte in luce, perché alla fine ti trascina nella Notte e tu ti trovi con la testa in basso. D’altronde la sua presenza è stata esaltata e moltiplicata dalla fine del Giorno, quindi dalla graduale scomparsa nel Cielo più alto della parte in luce e conseguente immersione nelle Ombre e nelle Tenebre, e anche volgendosi si troverebbe ormai il Buio, e perciò neppure le difese del passato risulterebbero più valide. Ecco, allora, come io l’ho affrontato.
Il mio cammino solitario nella Notte, è cominciato dall’ultimo campo base, quello dove erano giunti prima di me Nietzsche, Heidegger, Jünger, − e forse qualche altro, di cui non conosco i nomi, perché ho trovato notizie scritte di loro pugno solo di questi tre. O molte informazioni ho ricevuto da personaggi che si sono dichiarati nichilisti; da chi perciò è entrato nella Tenebra e l’ha descritta e in qualche modo anche affrontata, ma non mi risulta che qualcuno sia arrivato in posizione più avanzata dei tre che ho nominato. Ragion per cui posso ora fissare quale partenza per l’ultima tappa la “linea di Mezzanotte”. Quella, dunque, che sicuramente Nietzsche ha visto assieme agli altri, ma che neppure lui è riuscito ad oltrepassare. O l’ha fatto solo in sogno, con un’immagine vicina al Risveglio, quella del giovane pastore che con un morso stacca la testa del serpente che s’era infilato nella sua bocca, di cui ho detto nel capitolo precedente.
Se io affermo che son partito da presso la Mezzanotte dove erano giunti gli ultimi grandi del pensiero occidentale, lo faccio solo ora. Non lo sapevo a quel tempo. Non in modo conscio, almeno. Allora è chiaro: non ho agito come un comprimario, vale a dire come chi conosce a menadito la filosofia e sa dove essa è arrivata e quanto ancora gli aspetta. Allora, piuttosto come uno sherpa. C’era da salvare la pelle, perché in definitiva di ciò sempre si tratta in tal genere d’avventure, − e la salvezza dipendeva dal superamento della linea dove disperatamente e tragicamente s’erano bloccati i titolari della spedizione, uomini illustri di cui io però in quel tempo conoscevo soltanto i nomi e avvicinato le loro opere per curiosità – e perciò via da solo, io il nativo di quelle cime e abissi, a tentare il vuoto più grande che s’apriva appena aldilà del punto raggiunto.
Non ho provato a scendere in fondo all’abisso per poi risalire, perché già in quel tempo − e oggi ancora di più − esso appariva senza fondo, ma ho cercato di beffarlo con un ponte sospeso. Le due rive dove ho fermamente ancorato l’esile struttura si chiamano Tramonto e Aurora, e c’è un sostegno a mezza via, la Mezzanotte, legato al suo opposto: il Mezzogiorno. I due si sostengono a vicenda. Aurora e Tramonto erano già state individuate e determinate, la prima soprattutto da Parmenide, il secondo da poeti, scrittori e filosofi dei secoli diciannovesimo e ventesimo − come ho già avuto modo di indicare in altre occasioni −, anche se non era certamente prevedibile in quei tempi che sarebbero servite come sponde per la costruzione di un passaggio di tal genere. Perciò ho fatto tutto da solo nell’ultima parte. Non molto di più di una corda molle, su cui pochi oseranno avventurarsi; ma già vedo con il pensiero le torri che sorgeranno al posto dei rudimentali ancoraggi che ho costruito io, più alte di quelle del ponte di Brooklyn, più vicine al cielo di quelle che sono state progettate per l’attraversamento dello stretto di Messina; e il nastro che si stenderà dall’una all’altra sarà il più lungo, degno di tanto vuoto. Non consistente di un elemento sottile e leggero formante un semicerchio che è la forma che ha assunto quando l’ho calato io, ma credo che si troverà il modo di tirarlo, che il collegamento fra le due sponde diventerà un rettilineo fra l’Aurora e il Tramonto, cioè un diametro del cerchio Giorno-Notte. Credo che il ponte diventerà una strada sospesa indistruttibile, come l’asse terrestre, che attraverserà la Notte: aperta e illuminata strada di frontiera che collega le sponde vita-morte. [96]

Giunto con quel semicerchio fluttuante nell’Abisso al tutto in una volta del cerchio, e perfino alla futura strada che attraverserà l’Abisso, c’è ora da vedere come ho potuto percorrere la parte gravitante nel Vuoto, che solo alla fine ha cominciato a diventare esile struttura gettata fra le due sponde. C’è da dire, per prima cosa, che già esisteva l’altro semicerchio, quello in alto, percorso e costruito dall’Occidente in più di venticinque secoli, di cui ho parlato varie volte, che come un arcobaleno collega i due poli estremi del suo Giorno, che è poi la luce della ragione, e che nel visibile e tangibile è strade, gallerie, viadotti, rotte che circondano la Terra. Perché la Terra è stata il campo d’esercitazioni di quel cerchio più grande. I suoi ponti sono modelli di quello vita-morte-vita. E c’è l’immenso ponte Aurora-Tramonto, immane cammino di una civiltà sospesa fra l’Abisso e l’Altezza, di cui le tante storie sono le carte topografiche e geografiche. Ebbene, è su quel mezzo giro già esistente che sono rimasto appeso come un ragno per attraversare anche l’altra metà che sta sotto. O soprattutto ad esso, perché mi hanno molto aiutato anche il giorno del ciclo giorno-notte, le stagioni di quello estate-inverno, la veglia dell’infaticabile successione veglia-sonno, la donna nell’unione uomo-donna, l’amore nel giro amore-morte. Tutte cose già dette, ma che qui amo ricordare perché sono gli appigli senza i quali non avrei mai potuto attraversare l’Abisso cui i più hanno assegnato il nome morte. Ma ora bando alle trascorse prove, entro nel cuore del problema.
Come ho potuto procedere nella Notte senza lumi in Terra e stelle in Cielo, con l’Abisso spalancato ad ogni passo, anzi come ho potuto muovere un solo passo?
Perché, senza sapere come e dove, mi tenevo appeso al Giorno avanzavo verso levante dopo la svolta del Tramonto e in tal modo avanzavo nella Notte, passo dopo passo, e segnavo il percorso con la corda molle che scorreva dalle mie mani. Non mi risulta che prima di me qualcuno abbia camminato contemporaneamente nel passato e nel futuro come ho fatto io, diretto ad un’unica meta, l’Alba, quella vista da Parmenide e quella nuova che sarebbe sorta di lì a poco. In questo movimento da funambolo, quando sono arrivato a Mezzogiorno in alto, sotto era Mezzanotte, quando sono giunto all’Alba di venticinque secoli fa c’era la fine della Notte sullo stesso punto, e sono diventati indistinguibili i due momenti. Questo modo di procedere è stato però più frutto dell’istinto che della conoscenza. Un po’ come il bambino che quando comincia a camminare sta attaccato alla gonna della madre per non cadere, così sono stato io. Oggi invece so, e conosco da dove mi giungeva quell’istinto: da chi prima di me aveva intrapreso quell’avventura e aveva superato in qualche modo la Tenebra. Degli eroi mitici, degli Iniziati, dei sapienti, era quell’eredità segreta di cui beneficiavo. Nel tempo che ero impegnato nell’avventura obbedivo a un comando che mi era in tanta parte incomprensibile, ma ora il velo non c’è più, è diventato idea chiara e distinta. Anche a cosa mi appoggiavo e aggrappavo per non cadere fisicamente, − perché ero impegnato anima e corpo in quell’impresa e se cedeva una parte avrebbe trascinato con sé l’altra − ora lo so in modo più sicuro: a quella Via lattea di indicazioni che s’era accesa lungo i miei cammini sulla terra.

Ecco, dunque, la mia avventura: solo un lavoro di ragno che si lascia dondolare nel vento dello Spirito, in attesa di un soffio più forte delle correnti circolari. Un vincere l’Abisso approfittando degli eterni ritorni, della ruota che gira: non è evidente che essa continua a girare anche se ci sono punti morti per i singoli! Un vincere la morte ruotando nella giostra della vita, perciò; opera di trapezista ora che è fatta, che l’ormeggio è stato lanciato e fissato ai sostegni, che un minimo di protezione è stato inventato. C’era comunicabilità fra i rotanti cieli, quelli che fanno riapparire le costellazioni e quelli che fanno ritornare gli uomini, e se si dispone della chiave si può passare dall’uno all’altro; o tenersi aggrappati ad uno per muoversi anche sull’altro, come ho fatto io insomma. Tuttavia non sarebbe bastato il lavoro di funi e il mestiere di funambolo se non avessi ricevuto l’aiuto di una luce che non era quella del sole e neppure quella dell’Essere perché tramontato. Sotto forma di segnali che bucavano come scintille e lampi la Tenebra mi è giunto quell’aiuto, che io traducevo in parole, e le parole sono diventate indicazioni, e il loro insieme la collana che mi ha condotto passo dopo passo dalla Mezzanotte fino all’Alba. Certo, quei segnali sono stati un incontro continuo, a viso aperto, con il mistero, quindi a dirlo con la voce della ragione, anche con l’irrazionale. Ma ho forse mai dichiarato, o anche solo lasciato intendere, che quanto stavo facendo era del tutto razionale! È razionale abbandonare in tanta parte le vie ampie e facili, i vantaggi che offre il denaro, i piaceri della carne, le luci della ribalta, per immergersi nella Notte? Inoltre io ho sempre affermato che nel ciclo Giorno-Notte, specialmente quando si giunge nella metà oscura, la ragione è soltanto un piccolo e incerto lume che serve quanto la lanterna che il viandante teneva in mano quando le strade non erano illuminate. Non certo per vedere lontano, dunque, e ancor meno la meta. E anche nei giri più bassi, quelli che in qualche modo si vedono, si sentono, si toccano, dalla posizione raggiunta sopra di essi, è forse razionale il sonno, la morte, la provenienza della vita dalle profondità della terra e dei corpi? E si smette perciò di dormire, di morire, di provenire dal profondo e dal mistero? Allora, nessuna sorpresa per quanto anch’io non sapevo: non sapevo, − e ancora non so − da dove giungevano i segnali. Oppure lo so: dall’Abisso. Ma non come mi giungono e perché. Una teoria però c’è e la dico. Come ho più volte posto in evidenza e come risulta dal simbolo, anche il ciclo più grande non arriva fino in fondo all’Abisso, − anche perché abisso significa senza fondo − e similmente non si eleva fino alla sommità del Cielo che nessun occhio umano ha visto. In altre parole il Giorno-Notte, anche se è, o diventerà, il ciclo più grande dell’uomo, non scende fino al nulla e non s’innalza fino a Dio. Più semplicemente circola, come un pianeta attorno alla sua stella, come una galassia nel cosmo, come il cosmo nel nulla o in Dio, o, appunto, nell’Abisso. Per cui c’è fondo ancora oltre il più profondo mai raggiunto. Ecco, è da quel fondo che sta sotto il più profondo mai raggiunto dall’Occidente che mi sono giunti i segnali che ho trasformato in parole. Input di un demone mi sono apparsi, com’è voce di Dio quella che giunge dal Cielo, che molti mistici hanno sentito e comunicato.
Comunque, non mi sono mai considerato un privilegiato o un eletto per quella messe continua di indicazioni che mi è stata offerta per tanti anni. Anzi un pensiero così non mi ha mai sfiorato. Perché nulla d’esclusivo mi è mai giunto, nulla di personale. Sono sicuro perciò che si tratta degli stessi impulsi che arrivano in ogni cosa e in ogni vita. Quelli che accendono e spengono le stelle in cielo, che aprono i semi nella terra e le gemme sulle piante, che colorano le gote delle giovani donne a primavera e fanno splendenti di sorriso i loro volti. Quelli che conservano e conducono i viventi lungo i giri giorno-notte, inverno-estate, veglia-sonno, vita-morte. Soltanto che nel Giorno-Notte si arriva anche alla maggiore profondità e perciò si colgono prima gli stimoli, i battiti dei tasti. [97] Prima che essi diventino comandi assoluti, ordini del re, imperativi categorici, non solo nelle cose e animali ma anche nell’umano. Ecco cosa sono le indicazioni che si sono accese lungo la via della Notte: un cogliere dal più profondo e sollevarlo nel più alto, cioè nella luce dell’Essere. Un tradurre gli impulsi in parole; e non più nell’aperto della specie, o non più soltanto in essa, ma nella vita singola, quella della persona, o dell’Io. Quel che è capitato d’altronde a chi mi ha preceduto, eroi, iniziati, sapienti, mistici, filosofi.
Io come loro, con un metodo nuovo che, forse, mi ha portato a maggior profondità e con una qualità di segnali che non dovrebbero andare perduti. In ogni modo, sono serviti a me per procedere nella Tenebra più fonda, fino a spuntare nella nuova Aurora, e li lascio ai presenti e futuri come eredità da spendersi subito o quando giungerà il momento propizio.

35. Una via ora è tracciata per uscire dal lato oscuro, ma non appare per nulla scontato che l’Occidente la segua o soltanto ne prenda atto.
Anche se il cammino non è riservato, c’è da credere, come è accaduto d’altronde in passato, che pochi si metteranno per esso e lo seguiranno fino in fondo, vale a dire fino alla Porta. La quale è aperta a tutti ma è necessario arrivare fin lì per superarla e entrare nella dimensione dove gli opposti coincidono.
Non è per nulla scontato perché anche la pura e semplice conoscenza che c’è una Porta per uscire si trova oggi alla portata di pochi, perché la notizia non è pubblicata e diffusa, e sarà così finché durerà questo tempo rivolto ad altro. All’attività ininterrotta nelle antiche strutture costruite durante il Giorno e al denaro che da essa si ricava, ai beni che si vedono e si comprano, a quelli la cui ricompensa è il piacere fisico immediato. Sembra che il destino si comporti in questi tempi come il domatore del circo, che dà all’animale una leccornia ogni volta che compie correttamente l’esercizio imposto. In cotanta inettitudine e dimenticanza delle proprie origini, avanza l’ombra scura e lascia il nulla dietro di se dopo lo scontro con i residui della luce rimasti nei singoli dopo il Tramonto.
Se non è dunque per nulla sicuro che si esca all’insegna dell’Occidente, almeno in tempi brevi, vuol dire che la nuova terra e il nuovo cielo rimarranno in tal caso ancora a lungo nell’inverno e nella tenebra della Notte più lunga, come semi che attendono di spuntare. Qui la vita di una civiltà non si presenta essenzialmente diversa da quella del singolo.

Ma questa situazione non è priva di conseguenze. L’invasione del lato oscuro come avanza, vela di tenebre gli aspetti di quello manifesto, ed è ciò che sta accadendo in questo tempo. Tempo di Torre di babele, di contrapposizione sempre più dura e feroce. Un aspetto di essa è l’attuale dualismo uomo donna esistente ai nostri giorni, soprattutto in Occidente. Non è difficile dedurre che esso sia la causa prima dell’enorme perturbazione, che comincia dunque dalla coppia e continua nelle famiglie e nei luoghi di lavoro. Poi dal disordine e dai desideri repressi nasce la volontà di potenza della metà maschile incompleta e sola.
C’è pericolo di fine totale dell’umanità se continua questo stato.
Però oggi c’è più tempo a disposizione per attraversare la Notte e il percorso è interamente segnato in modo chiaro e distinto dalle indicazioni della conoscenza.

36. Giunti al termine del cammino nella Notte, la Luce che entra dalla Porta illumina il lato oscuro e appaiono le due metà congiunte, com’era all’inizio.
Il solitario viaggio nel lato oscuro fino all’uscita e alla coincidenza degli opposti non è una mia scoperta. Oppure lo è solo nel senso che oggi viene raccontata. Nel senso che è diventata conoscenza di un giro di cui prima il singolo non aveva coscienza. Lo sapeva Dio, o la Natura, o la specie,  non il singolo. Ma non ci sono dubbi che ci fosse anche prima che lo portassi sulla scena come Giorno-Notte, e in innumerevoli altri modi ed aspetti. D’innumerevoli giri già esistenti il mio, allora, è soltanto l’ultimo, e i precedenti instancabilmente si ripetono dentro la natura e il loro insieme è anzi la natura, il suo aspetto visibile.
C’era anche prima la notte, che sappiamo già essere una sola cosa con il giorno e non due metà separate. C’era il sonno che subentra alla veglia, con sogni che da molto sono stati collegati ad essa e di alcuni si dice che anticipano il futuro, vale a dire la vita che sarà, per cui non si può affermare che ci sia completa estraneità fra le due parti. C’era l’inconscio, che fino a pochi decenni fa era più staccato di quanto lo è oggi dal conscio, e il primo era piuttosto come le cantine e i sotterranei di un palazzo, locali di deposito di ciò che si scartava o non si voleva vedere, frequentati solo dai servi, dove mai gli abitanti dei piani superiori si recavano. C’era la morte, che in tutte le grandi civiltà non sono mai stata disgiunta dalla vita e, specialmente quando il Giorno giungeva al Tramonto, in esse sono sorti individui che hanno fatto esperienza dell’una e dell’altra, intessendo legami fra le due. C’era la donna in unione continua con l’uomo, aspetti viventi e entrambi presenti in carne ed ossa, per quella proprietà eccezionale di essere in due dimensioni contemporaneamente, vale a dire dentro e fuori. Spesso congiunti anche fuori per continuare la specie e un po’ anche se stessi − ecco cos’altro c’è in cima al sentimento dell’amore −, perché il figlio dell’uomo è qualcosa di più del prossimo vicino e lontano. Mi occuperò soprattutto di quest’ultima coppia e il motivo è noto a chi mi ha seguito fin qui: il lato oscuro solo in questo caso è in noi ma anche fuori, ed è la donna per l’uomo, e l’uomo per la donna. Qualcosa di ben visibile e tangibile, dunque, anzi ciò che si guarda e si tocca di più.
In confronto, la visibilità del sonno è fatta di sogni ed essi, come si dice comunemente, non sono “veri”, “reali”. Certamente non come i volti e i corpi delle donne.
Anche l’inconscio non si manifesta, o solo con cenni misteriosi, e quando chiama non lo fa con parole, ma con spinte incontrollabili da dietro e da dentro e non si vede chi spinge e si obbedisce perciò senza sapere. Le parole, quel che riusciamo a dire di quei comandi misteriosi, sono semmai trasformazioni successive che richiedono il traduttore come negli antichi oracoli. O se qualcosa si svela in altro modo, è nella dimensione del sogno che ciò avviene, o nelle apparizioni delle cadute in trance.

Ancor più misteriosa e tenebrosa è la morte. È un abisso, la parte nera del simbolo che appare in copertina. Quando si è vecchi e la vita a poco a poco ci lascia, il suo posto lo occupa lentamente la morte. O arriva anche all’improvviso, quando si ferma il cuore, negli incidenti mortali, nei delitti, nelle guerre. Per cui che la morte confini con la vita non sembra cosa di cui dubitare, io credo, se sempre si trova presso ad essa nelle malattie, nei pericoli, nella vecchiaia, e poi prende il suo posto quando finisce, come la notte del giorno dopo il tramonto. Ma sempre quando c’è l’una non c’è l’altra, e non c’è verso di accostarle più di tanto. Una è il corpo vivo che si muove, parla, ride, piange, lo colora il sangue che scorre. L’altra è spoglia immobile e muta. Che le due abbiano un confine comune perciò è indubbio, e la linea compare spesso all’improvviso. Ma si tratta di due metà imperscrutabili. Sono rispettivamente la parte bianca e la parte nera del simbolo. Perciò io non dirò mai che bisogna scendere fino in fondo al nero per poi risalirlo e raggiungere il bianco, perché è senza fondo. Invece ho indicato di sorprenderlo con l’astuzia se la sua arma è la tenebra e la profondità, insuperabile in altro modo. Un ponte sospeso è la sorpresa, quello che ho costruito dal Tramonto all’Alba, le due sponde su cui ho fissato gli ancoraggi. Soltanto una corda molle per ora, ma che sarà tesa e diventerà un ponte, come ho già spiegato nel capitolo trentacinquesimo. Anche non prendendolo di petto, anzi schivando a bella posta quel confronto impari, è, dunque, l’abisso della morte che ho attraversato. Non quello del sonno, perciò, che ha sponde molto più vicine, − va da giorno a giorno – ed è riuscita la natura a valicarlo senza il ricorso a quella superiore illuminazione che chiamiamo cultura e civiltà. Neppure quello dell’inconscio, anche se, come hanno detto iniziati e sapienti, esso congiunge questa vita con la memoria di quelle precedenti, e l’attraversamento è riuscito ad alcuni. A Buddha, per esempio, e ad altri orientali. Ma per questo motivo non li ho seguiti nel loro metodo, perché la mia via era invece volta ad occidente e non era ancora finita. Se avessi adottata la loro, la cosa più saggia sarebbe stata di affidarmi a quei maestri, come hanno già fatto tanti occidentali. Più che una via costruita nei modi dell’Occidente, che quando incontra montagne le fora, scava trincee, le sbanca, e pianta segnali ad ogni curva, bivio, asperità, lì si tratta, infatti, di sentieri inaccessibili senza l’aiuto di una guida, mentre quella che ho portato fino alla fine che coincide con l’inizio, che qui descrivo, può diventare aperta strada di frontiera fra due dimensioni.
Un lungo panegirico questo mio per riaffermare che di tutte le metà nascoste, una ce n’è di più indicata per arrivare alla coincidenza degli opposti, ed è la donna. Anzi aggiungo qualcosa d’importante a questo punto: dico che l’unità che così si ottiene è quella che ci vuole per poter continuare la via dopo la Porta, altrimenti non si può, come spiegherò più avanti. E c’è ancora di più: nei modi del sensibile la donna non è solo il cammino che attraversa il lato oscuro, che lei in uno dei suoi aspetti porta nel grembo, ma è anche ciò che ci aspetta all’arrivo: è il premio della lunga avventura dopo la sua conclusione. Perciò s’intraprende l’immenso viaggio nei modi della natura, perché già si vede dove si va a finire: dove c’è la luce e la bellezza. Per il bambino appena nato è il volto ridente che si china su di lui. Per l’innamorato è meraviglia e incanto, luce e bellezza assieme. Ci è dato, insomma, di vedere e intendere nel mondo delle cose contrapposte, sia solo per simboli e immagini, sia pure in brevi lampi nell’oscurità, quel che sarà senz’ombra in un’altra luce.

37. La metà originaria va cercata appena prima della Porta, o sulla soglia, perché dopo si entra nella sfera dell’Essere dove non ci sono parti separate e distinte e non si potrebbe procedere diversamente. [98]
Sulla soglia della Porta s’illumina il nascosto e si può riconoscere la metà cercata quando la si incontra, quella che nella dimensione delle parti contrapposte, come ho detto alla fine del precedente capitolo, è soltanto cifra e segnale. Non nel modo del sentimento, che s’accende e si spegne e dura poco, ma in quello della conoscenza e dell’amore trascendente che ha antesignano l’amore platonico. Ed è come dire: la prima volta che sono nato mi è toccato una visione confusa e incerta, ma la seconda volta è chiara e distinta, e posso davvero riconoscere colei che ho anticamente perduta. Particolari, spesso invisibili alla luce del sentimento si possono cogliere con quella che ha illuminato il lato oscuro. Da cui si deduce che dovrebbe essere più facile orientarci per scoprire la metà originaria anche là fuori.

Eccomi perciò, nonostante gli anni, a prendere già a cuore la seconda parte della ricerca. Però sono giunto tardi alla fine della prima e non mi basterà il tempo. O anche se riesco a trovare, non ho più l’età adatta per tutto quello che c’è da fare assieme. Per cui dovrò ritornare a terminare quel che ho incominciato. In ogni modo ho già cominciato a preparare la seconda parte dell’avventura anche se non mi sarà possibile portarla a termine.
Da questo punto in avanti, stranamente non sono più i corpi in primo piano. Per quanto splendidi e pieni di dolcezze non sono più preziosi come prima. Oppure quelli sono come le altre bellezze del mondo di natura, come i fiori e le stelle, verso cui ci si gira e da cui si è anche attirati e presi, perché ci sono pur sempre gli stimoli della natura che vuole che la vita continui nei suoi modi antichi e universali, ed anche perché essi stanno all’inizio dell’avventura umana che è una sola in tanti aspetti e gradi di visione. Ma per la salita fino all’ultimo livello dove qualcuno già si trova, dove si cerca noi stessi e non la specie, quello che non continua da uomo ad un altro uomo per quanto figlio o discendente, ma da sé a sé, non bastano più. Non sono più importanti come prima, non sono indicazioni della via che arriva fino alla meta. Fino all’intelligibile, ha detto Platone all’inizio della filosofia, collegandosi al mito.
Solo i volti sono indicazioni più recenti e perciò più attendibili del cammino. Solo essi portano i segni di grandi solitudini, di profondi smarrimenti, d’intime gioie e speranze. Solo seguendo quelle tracce si può avvicinarsi al segreto e riconoscere. E quando si pone piede in quei paraggi si scoprono le affinità fra chi cerca e chi è cercato, e c’è sempre a questo punto un venirsi incontro e riconoscersi. Affinità elettive le ha chiamate Goethe, un riconoscere fra i fili intricati del nostro amore quel che davvero ci lega. La scoperta dell’altra metà, dico io ora; l’ombrato cielo che sta sotto a quello azzurro e che nulla cede in profondità e bellezza al suo opposto, anzi le mostra di più e di più le esalta, come ha ben detto Novalis nei suoi Inni alla notte; l’anello spezzato lasciato in pegno da chi non è potuto rimanere, e che combacia con la metà in suo possesso quando ritorna dal lungo viaggio nel regno oscuro, a dimostrazione che è lo stesso che ritorna. Allora è il mistero della parte oscura che si svela. Allora non è più dietro alle spalle, o nel profondo, ma davanti. Non è più un incubo che sale dal sogno di cui non si conosce l’estensione e la durata, né il mostro che si muove nelle tenebre sconfinate, ma appare negli occhi aperti e ci vediamo. Si mostra nella luce ed è bellezza. Quando un ritrovamento di tal genere avviene, scompare la solitudine, scompare la limitazione, scompare la morte perché si arriva in due fino al confine e al Passaggio.
Alla Porta da cui si entra nella sfera dell’Essere, ha detto Parmenide. Al Bello, ha detto Socrate, non diverso da Bene, che si raggiunge seguendo la via dell’amore, intermediario fra gli uomini e gli dei. Alla Porta del Paradiso, hanno detto i mistici, ad un passo dall’unione con Dio. “Io ho sempre pensato” ha detto Joseph Campbell “che se si potesse entrare in contatto con il proprio lato femminile (o, se si è donne, con il proprio lato maschile) si conoscerebbe ciò che sanno gli dèi e forse anche di più. Al Sé ha detto Jung. Ha aggiunto che il cerchio è uno dei simboli religiosi più potenti e una delle grandi immagini primordiali dell’umanità e che, considerando il simbolo del cerchio, analizziamo il sé. Da ciò deriverebbe che il Sé è l’unità di uomo e donna, è uomo e donna assieme”. Come nel simbolo del Tao.
Allora anche in altri modi il cammino che conduce fino alla Porta e alla coincidenza degli opposti è stato compiuto, ma l’ultimo che qui presento obbedisce a nuove esigenze che sono sorte e riguardano il singolo qui e non altrove, ora e non in un lontano futuro. Riguardano la sua breve vita, il suo apparire e scomparire di cui poco o nulla si sa, e soprattutto la sua metà nascosta dove sono riposti i segreti. Si tratta allora di prendere coscienza del cammino che c’è già, quello che è stato fatto dalla natura e continuato nel campo della cultura e della civiltà occidentale, e portarlo fino ad un’altra nascita.

38. Un breve riepilogo e la conclusione.
Chi avrà occasione di leggere i miei precedenti libri s’accorgerà che per giungere fino al punto dove gli opposti si incontrano e coincidono ho impiegato alcune decine di anni, dalla prima giovinezza da dove sono partito fino ad oggi.
Perché soltanto oggi non c’è solo quel meraviglioso arrivo dove una nuova luce ha illuminato il lato oscuro, ma ho trovato anche le indicazioni per la continuazione del cammino. Una continuazione a due questa volta, mentre fino a qui è stata una marcia solitaria. Una continuazione a due, ma nella coincidenza. Non più separate le due metà come giorno e notte, veglia e sonno, conscio e inconscio, vita e morte, uomo e donna, ma indissolubilmente unite come nell’amore più grande, e non sarebbe possibile diversamente. Perché ormai è finito il cammino nella dimensione del duplice e del molteplice e dalla Porta raggiunta comincia quello nell’Essere. In una nuova dimensione luminosa, cioè, dove le cose non appaiono solo a metà e perciò non proiettano neppure l’ombra. [99]

Dunque, ho impiegato alcune decine d’anni per compiere il giro, da inizio a fine. Sono partito all’Alba, ho camminato tutto il Giorno per vie già battute e aperte, sono arrivato al Tramonto circa una ventina d’anni fa. Poi la parte più solitaria e misteriosa, quella nella Notte, dove c’erano impronte umane fino al punto più fondo: la Mezzanotte. Ma lì si sono bloccati i miei predecessori, anche i più illustri. Si vede però che era destino che qualcuno raccogliesse l’eredità e facesse tesoro delle loro indicazioni ed esperienze. Perciò eccomi qua a dire e dimostrare che quel fondo è stato superato, e che dopo una marcia al metà oscura una nuova Aurora ha cominciato a splendere sulla via dell’Occidente. Perché se è vero che io ho impiegato alcuni decenni per compiere il giro ho, come dire, forzato le tappe e mi sono avvalso di innumerevoli segnali che mi hanno indicato la direzione. Sotto un certo punto di vista io non ho proceduto neppure a piedi, ma su ruote, su ali, quelle che la scienza moderna e la tecnica mi hanno messo a disposizione, con i sensi resi più penetranti dai microscopi e telescopi, e soprattutto usando le astuzie della ragione e le intuizioni della mente.
Insomma in pochi decenni ho percorso il cammino circolare che l’Occidente ha costruito in molti secoli. Venticinque per l’esattezza, cominciati quando Parmenide è andato oltre la Porta che separava la via della Notte da quella del Giorno. Quella è stata l’Aurora della Grecia e dell’Occidente. Quella anche la mia partenza giovanile immersa nella nebbia, che solo a poco a poco si è diradata, per ritrovare la stessa uscita dopo quasi una vita di ricerca e di cammino, per arrivare alla coincidenza degli opposti.
Tuttavia questo racconto del camino dell’Occidente e mio, non lo espongo ora per riproporre in modo puro e semplice, sia pure in forma telegrafica, cose già dette in altri libri e un po’ anche nelle pagine precedenti di questo, ma per stabilire un confronto fra esso e un altro cammino. Anche di quest’ultimo ho fatto cenno, ma si tratta ora di metterli vicini e di vederli in un confronto. L’altro, che in ordine di successione viene prima, è il cammino che si compie per arrivare a questo mondo, quello del seme maschile che dopo la sua introduzione e dopo un viaggio pieno d’insidie e pericoli dove tutti gli altri partiti assieme a lui soccombono, giunge in vista della cellula femminile e, attirato da lei, s’avvicina e con la sua condiscendenza la penetra e i due si diventano uno solo. Si tratta di un cammino della natura, come ho avuto modo di dire altre volte, che viene iniziato e compiuto nell’assoluta incoscienza di chi poi uscirà nella luce del sole e della mente e diventerà un Io. Capace dalla dimensione luminosa che ha luce raggiunto di osservare e indagare il cammino che ha compiuto nell’oscurità, specialmente se dispone degli strumenti che scienza e tecnica gli hanno messo a disposizione. Incapace però di ripeterlo per sé, di ritornare dopo che la sua vita finirà, di ripercorrere l’antica strada che non ha segnali fatti di parole, né tempi che si ripetono uguali, né luoghi che si presentano alla memoria e di cui si può dire con certezza: sono già stato. Mentre tutto ciò può avvenire, ed è avvenuto finora come eccezione, nel campo che l’Occidente ha aperto, conquistato, popolato. Condizioni di tal genere quelle che ho già nominato: una partenza all’inizio alla prima luce dell’Alba, un cammino circolare che si è svolto nella direzione del Tramonto, la discesa fino all’orizzonte e poi l’ingresso nella Notte, il valico della Mezzanotte, l’arrivo al punto di partenza, come sempre accade a chi percorre un cammino circolare. Il ritorno a casa, insomma, circumnavigando la mente e il cuore. Ebbene, tutto ciò è ormai segnato e s’inciderà nella memoria.
Circa il confronto fra i due cammini, ecco cosa ho ancora da dire prima della conclusione. Sono lo stesso, ma l’uno avviene nell’inconscio, l’altro nel conscio. Uno è quello della specie, l’altro del singolo. Ho affermato del primo che è l’avventura della vita umana nella natura, fino all’uscita e a vederla in faccia. Il secondo invece il cammino nella cultura, anch’esso giunto all’uscita e a coglierla tutta in una volta. O l’avventura nella civiltà occidentale, fino a poterla leggere da inizio a fine; o sulle circonvoluzioni del cervello fino a studiarle; o sulla mente compiendo il periplo di essa.
C’è da dire però che fino alla Porta e all’uscita sono giunto da solo, perché il dualismo l’ho superato con la scoperta del lato oscuro, quello che ha nome sonno, ha nome inconscio, ha nome morte, ha nome donna. E dopo quel punto dove gli opposti s’incontrano e coincidono si può continuare uniti, la metà chiara e quella scura assieme. La luce aldilà mostra lo spazio che ci è offerto per una nuova vita, una nuova casa, un nuovo sviluppo. Allora può sorgere la domanda: perché cercare la metà perduta anche fuori, nonostante ciò che comporta la ricerca e con il rischio di non trovare mai, se si può continuare lo stesso? Rispondo con un’altra domanda: si può conquistare quel dominio rimanendo soltanto così, vale a dire con la metà in sé ora in luce ma non presente in carne ed ossa, come è invece quella fuori? Penso proprio di no. Ho percepito chiaramente quando sono giunto sulla Porta che da quel punto è necessaria la donna, perché è la genitrice secondo il corpo e ci sarà continuazione anche nell’intelligibile nello stesso modo. Come d’altronde è stato previsto fin dall’inizio. Fin da quando la filosofia è nata si sono aperte due vie, quella della conoscenza e l’altra dell’amore. Una portava al Bene e l’altra al Bello, ma Bene e Bello sono due aspetti dello stesso, fin da allora. Così ci ha insegnato Platone, che ha seguiti entrambi i cammini. Ed io credo di essere giunto a provarla la coincidenza dei due.
Per davvero io non aspiro a mondi trascendenti. Quelli sono in mano agli dèi, che li usano come vogliono e li concedono a loro piacere e non miro alla scalata dell’Olimpo, anche perché non è riuscita a coloro che l’hanno tentato nell’antichità e sono stati ferocemente eliminati. [100] Io rimango più in giù, nel trascendentale. Mi basta che la nuova dimensione sia quella dove la possibilità della coincidenza degli opposti si è presentata, e qualcuno l’ha anche vissuta e sta vivendola. Sarebbe il risultato cui ha condotto il grandioso cammino della filosofia e della scienza. Un movimento dal basso, si può dire, un risultato tutto umano, ma poggiando i piedi sulle antiche vie del destino, e perciò forse anche previsto, almeno nel modo dell’evoluzione che continua. Il precedente più vicino è stato il passaggio dei sapienti, da cui è arrivata la luce della ragione per l’uomo occidentale. Ed oggi si aspetta un’altra luce, quella che ci fa vedere l’uno dove ora c’è il due e il molteplice, perché, appunto, illumina la metà nascosta. Mica però l’uomo è cambiato fisicamente quando la Porta che divide i sentieri della Notte e del giorno si è aperta circa venticinque secoli fa: è cambiata la rappresentazione. Ed è quello che accadrà ancora e che già si riesce a vedere e concepire. Ecco perché io dico che apparentemente tutto rimane così e tutto sarà diverso: un modo di concepire il mutamento che ha dei precedenti che si trovano nel Buddhismo Zen. [101] Ecco perché se tutto rimane anche così, in altre parole nel modo offerto dagli occhi del corpo, sono le metà che recitano in questa scena, vale a dire uomini e donne, quelle cercate e le cercanti. Non c’è più necessità di un dio che divida l’ingenua unità primordiale [102] perché le metà ci sono già. Si tratta piuttosto di procedere nel modo inverso: di unire ciò che Zeus ha anticamente diviso dopo che questa possibilità si è manifestata.
La ricerca della metà mancante nel mondo dopo che essa è stata trovata in se stessi, ha anche un altro aspetto che non va sottovalutato né taciuto, come se il dirlo costituisse un peccato della carne. Tale aspetto è il piacere, quello che viene dalle metà in carne ed ossa che si uniscono. Il piacere dei sensi, insomma: degli occhi che vedono, delle orecchie che sentono, delle mani che toccano, del naso che fiuta, delle labbra e della lingua che gustano. Il piacere del sesso, della dolcezza, di ricevere e di donare cose. L’Essere è anche “bellezza e vaghezza che ti prende di donare”, [103] sta scritto su un segnale indicatore che ho visto lungo la via della Notte, prima di giungere alla Porta. Sta scritto nelle Upanisad. “Egli − l’Atman − non aveva piacere; perché il piacere non appartiene a chi sta solo. Desiderò quindi un secondo. (Fino ad allora) la sua estensione era tale quanto un uomo e una donna abbracciati. Li divise in due esseri: questi furono lo sposo e la sposa. Tale è la ragione per la quale Yajnvalkya ha detto: ‘Noi due siamo (ognuno per sé) una metà’. Per questo motivo lo spazio (lasciato vuoto) viene riempito dalla donna”. (Brhad-aranyaka-upanisad). [104]

Mi resta solo da concludere. Quando la coincidenza ci sarà, o si svilupperà come nuova pianta che s’impone perché essa in qualche modo è già affiorata, ci sarà “procreazione nel bello, secondo il corpo e secondo l’anima”. Questa è la nascita nell’intelligibile provenendo dal sensibile. E nell’intelligibile sarà noto quel che oggi è in mano al tutto assieme, tutto in una volta, inteso come Natura e come Essere. Ma non è un’usurpazione, è un’evoluzione, ed è perfino ovvio che accada così se la dimensione che viene raggiunta è appunto l’Essere.
Perciò la conclusione ha questi suoni: il concepimento delle coscienze, simile a quello dei corpi, inizia l’androgino, il terzo dai due, − la coincidenza degli opposti, o il ritrovamento delle due metà che combaciano e la fusione, il ristabilimento del circolo vita-morte. Perché non ci sia più la caduta di una metà divisa nella morte, per non essere più gettati ciecamente nella vita.

AVVISO
L’avventura è poi continuata con l’uscita dal giro delle apparenze e
l’arrivo in Centro. Questa parte finale del viaggio è raccontata nel
libro “L’antica via dei miti e dei misteri – percorsa ora con la
lampada della conoscenza filosofica”, Editrice Leonardo e in vari post
fra i quali “Nietzsche e l’uscita dal cerchio dell’eterno ritorno” e
“Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica
“.

[Fine]


[96] Che l’attraversamento della Notte seguendo il suo giro sia anche l’attraversamento della morte, sarà, mi sembra, la fonte delle maggiori perplessità e forse del rifiuto di molti di continuare su questa via, perché ritenuta non percorribile.. Invece le cose stanno proprio così: anzi, diversamente, sarebbe solo fantasioso questo scritto. Non coglierebbe il cuore del problema, avrebbe soltanto carattere ideale. Sarebbe un’ipotesi, una teoria non dimostrata. Dunque, Notte e morte sono lo stesso; e il superamento dell’una e il superamento dell’altra. Che la morte sia la Notte, l’ha intuito anche R.M.Rilke. Riporto le sue parole su questo punto, contenute nella lettera del 13 novembre 1925: “La morte è la faccia della vita a noi opposta e per noi non illuminata” (Briefe aus Muzot, pag. 332).
[97]
C’è un segnale sulla via della Notte che dice: “Mi sembra che sia Dio che batte i tasti/ di quello che poi appare nella mente./ Sono le battiture che ignoriamo,/ conosciamo soltanto i risultati”. Ciò vale per quanto ci giunge dal Cielo, e perciò il misterioso battitore l’ho chiamato Dio. Per quello che arriva dall’Abisso ho preferito invece il nome Demone.
[98] In un modo che può sembrare assurdo, l’ingresso nella sfera dell’Essere è già unità delle due parti e quindi essa c’è già a quel punto. D’altronde c’è unità anche quando la metà nascosta sembra escluderla, perché appare soltanto la parte in luce, ma c’è anch’essa assieme a quel che appare, e quindi, di fatto, l’unità non manca: E’ soltanto cifrata, è un enigma non svelato, un problema irrisolto.
[99] Anche nella Gerusalemme celeste le cose non proiettano più l’ombra perché…
[100] Hanno tentato la scalata all’Olimpo i Giganti, figli di Gea, fecondata dalle gocce del sangue di Urano evirato, e i Titani. Ma gli uni e gli altri furono sconfitti: i primi da Zeus e da Ercole che si sono alleati contro di loro e colpiti e dispersi sono stati inghiottiti dalla terra; i secondi anch’essi da Zeus, che li ha rinserrati nel Tartaro e affidati alla custodia degli Ecatonchiri.
[101] “Per chi non abbia ancora studiato lo zen, le montagne sono montagne e le acque, acque. Ma se riesce a intuire le verità dello zen attraverso l’insegnamento di un buon maestro, allora per lui le montagne non sono più montagne e le acque non sono più acque; ma più tardi, quando avrà realmente raggiunto il luogo della pace (avrà cioè raggiunto il nirvana), allora le montagne ritorneranno ad essere ancora montagne per lui, e le acque, acque”.
[102] È opinione diffusa fra i dotti che lo stato primigenio fosse sì quello dell’unità, ma nel modo della natura, dove non ci sono individui ma specie. Un’immensa casa comune, mensa comune, giaciglio comune, e ciò vale sia per i miti che per le religioni.
[103] L’Essere è il risveglio,/quindi anche luce che sta al risvegliare/ e corolla di fiore che così appare./ Quindi anche bellezza/ e vaghezza che ti prende di donare./ Perciò anche amore/ e dolore che ti coglie di lasciare./ E si va alla ricerca di altra luce/ perché non si spenga il giorno della vita,/ e siamo giunti a una nuova sortita dell’Essere,/ alla luce della mente/ e per un varco ancora più recente./ Ma poi rimane soltanto il risvegliato/ e si andrà a cercare ancora/ dove si è occultato l’Essere,/ Fino a un risveglio
[104] S. Freud, Il perturbante, Bollati Boringhieri, pag. 249.


Una Risposta to “La metà nascosta — Terza e ultima parte”

  1. Isabella | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] quando farete del maschio e della femmina una cosa sola […] allora entrerete nel Regno”, vedi La metà nascosta, parte terza), allora come si può dire che è morta se io sono vivo! Non lo è nell’Essere, dove anch’io […]

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