Il sole nel sensibile

Il regno intelligibile
non è diverso da quello sensibile,
sta solo più in alto.
Lì il sole si chiama Essere
e le cose apparenze.


Il sole nel sensibile è l’Essere nell’intelligibile. E come il sole ha cose nella sua luce (vegetali, animali, uomini), l’Essere ha apparenze (le stesse del sole ma viste nella ragione)

Non c’è contraddizione, dunque, se si dice che c’è l’Essere e ci sono le apparenze ed essa, infatti, non esisteva nella visione di Parmenide; il quale, dopo aver indicato la via maestra che conduce all’Essere e averlo descritto, ha continuato così:
“Qui pongo termine al discorso che si accompagna a certezza e al pensiero intorno alla Verità, da questo punto le opinioni dei mortali devi apprendere, ascoltando l’ordine seducente delle mie parole” (Parmenide, Poema sulla natura, frammento 8).
Apparenze, d’altronde, che gli erano state indicate dalla dea che “tiene le chiavi” della “porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno” perché si occupasse anche di esse. Quelle parole divine suonano così: “Anche questo imparerai: come le cose che appaiono bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso”. (Proemio del Poema, frammento 1)

Dunque non c’è contraddizione in Parmenide: c’è l’Essere e ci sono le apparenze, come c’è il sole e le cose (vegetali, animali, uomini) nella sua luce, ed esso le solleva, le nutre, le fa declinare e cadere e poi in infaticabili cicli le ripete. Ma Severino invece vuole che ci sia la contraddizione, e così crede di poterla dimostrare nel suo ultimo libro.
“Proviamo a seguire questo non facile discorso di Parmenide. Abbiamo parlato delle molte cose: la casa, l’albero, l’animale, la stella… Prendiamone una: la casa. Se chiedo − e questa è la richiesta di Parmenide – ‘casa’ significa ‘essere’? No, ‘casa’ non significa ‘essere’. Questo non significare ‘essere’ è equivalente a non essere l’essere. Allora ‘casa’ è un ‘non essere’; ma, quanto abbiamo detto di A (della casa), lo dobbiamo dire anche di B, di C, di D, dell’albero, delle stelle… ossia ognuna delle molte cose, ognuna, è necessariamente ‘non essere’ perché nessuna di esse significa ‘essere’. Ma allora la conseguenza qui si fa, potremmo dire, ‘drammatica’ perché, se ci ricordiamo di quel principio che ho enunciato poc’anzi, cioè che solo l’essere è e il non essere non è, e poiché A, B, C, D non significano e non sono l’essere, allora la conclusione straordinariamente preoccupante di Parmenide è che è impossibile che A, B, C, D siano, cioè è impossibile che il mondo sia.
Qui, chi ha qualche esperienza della saggezza orientale si sente in qualche modo a casa sua perché per la saggezza orientale il mondo è Maya, il velo dell’illusione, il mondo dell’illusione… e Parmenide dice proprio questo. In relazione alle molte cose della cui identità si andava alla ricerca, Anassimandro aveva detto che ciò che vi è di identico in ognuna di esse è l’ ápeiron; ora con Parmenide si dice che l’ápeiron dev’essere pensato come l’essere, l’essere comune a tutte le cose, che è opposto al nulla, ma che non può essere identico a nessuna delle molte cose.
Dunque, se si afferma che la casa è (oppure se si dicesse che la stella, il monte, l’uomo, i popoli sono) poiché la casa è ‘non essere’ si direbbe che il nulla è. Ma questo è l’impossibile. Ecco allora il sommovimento tellurico per il quale Parmenide – in sintonia in qualche modo con l’Oriente – afferma l’illusorietà del mondo: il mondo è illusione. E lui chiama dóxa questa illusione. Quando Parmenide parla di dóxa, parla dell’opinione illusoria: il mondo è opinione illusoria”.

Oltre Parmenide.
“La verità incontrovertibile è questa: l’essere non è la varietà delle cose del mondo,  ma è un “che” di semplice, di non divisibile in parti, perché Parmenide dice che il mondo è illusione. Egli però non dice che l’illusione in cui consiste il mondo non esiste. L’illusione c’è. Ecco allora che qui Parmenide si mette sulla strada dell’ oltrepassamento di Parmenide: se infatti l’illusione , e cioè il mondo in cui noi perlopiù viviamo credendo che non sia illusione, esiste anche dal punto di vista di Parmenide, allora viene smentito il principio parmenideo per il quale solo l’essere è. Implicitamente Parmenide viene a contraddire se stesso riconoscendo l’esistenza dell’illusione. La verità si trova così frantumata.”
(E. Severino, I presocratici e la nascita della filosofia, La Biblioteca di Repubblica)

Dunque per Severino Parmenide si è contraddetto perché ha affermato che c’è l’Essere e ci sono le apparenze così che il suo principio che “solo l’Essere è” (ma quel “solo” non c’è in Parmenide, lo ha aggiunto Severino) rimane infirmato.
Ma ciò, allora, vale anche per Anassimandro nel cui pensiero ci sono le “cose” e c’è l’ápeiron, cioè l’Essere, come ben appare nel frammento che ci è giunto di lui, che suona così: “Principio degli esseri è l’ápeiron… da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”. (Frammento 1)

E vale altresì per Zenone quando afferma che Achille non raggiunge la tartaruga, mentre si vede e si sa che ciò non accade; né lui era cieco o tardo di mente.
Dei sempliciotti, perciò, questi sapienti e con loro tutti gli altri di quel tempo?
No, perché la contraddizione non c’è. Semplicemente erano arrivati e distinguere i due modi dello stesso, quello dei sensi da quello dell’intelletto, anzi proprio la scoperta chiara e distinta di quest’ultimo li ha resi così: sapienti.
E uno è l’apparenza e l’altro è l’Essere.
Uno è il ciclo delle cose che nascono, crescono, declinano e scompaiono e l’altro è l’ápeiron, il loro “principio”.
Uno è il mondo dove con un balzo Achille raggiunge la tartaruga e la supera, l’altro dove non la raggiunge, come Zenone ben dimostra nella sua famosa aporia, perché lì tutto è immobile, immutabile, eterno.
Specialmente Achille e la tartaruga è illuminante, perché lì sono a diretto contatto Apparenza ed Essere. Apparenza: Achille che raggiunge e supera la tartaruga. Essere: dove ciò non avviene.
Gli uomini però abitano in modo quasi esclusivo nell’apparenza.
Invece sembra che Severino a questa distinzione, vale a dire ai due modi dello stesso, non sia ancora giunto. C’è un solo piano per lui, il più basso, quello delle cose, e in esso ha portato tutto e l’ha ammucchiato. Ha messo insieme Essere e Apparenza, insomma, e con i paramenti e abiti regali del primo ha vestito la seconda. Così oggi abbiamo sette miliardi d’uomini trasformati in “Superdèi”, e ogni cosa in terra e in cielo è eterna, immutabile, immobile.
Poi la sua fatica filosofica di dare un significato a tutto ciò, di rendere plausibile l’ammucchiata e carnevalata, fino a realizzare il più grande monumento al nulla finora apparso, e forse non ce ne sarà un altro che l’eguaglia.
Ci fermiamo qui per ora, ma non abbassiamo la guardia. Il segnale di pericolo S.P.S. – Salviamo Parmenide da Severino, che abbiamo trasmesso tempo fa, continua a suonare, perché il professore di Brescia è considerato dalla cultura ufficiale un’autorità in questo campo.
C’è da capire invece perché le “cose” sensibili (albero, casa, uomo) nella luce dell’Essere si chiamano invece “apparenze”. Di ciò abbiamo già fatto cenno in alcuni dei nostri post (vedi per esempio Il tempo lineare e l’eterno ritorno), ma ritorneremo sull’argomento.

2 Risposte to “Il sole nel sensibile”

  1. luca ormelli Says:

    Salviamo Parmenide da Severino: concordo. Ma salviamo altresì la logica dal misticismo. Quel che conosciamo è quel che comunichiamo. Quel che non comunichiamo non possiamo conoscerlo, tutt’al più esperirlo ma in quest’ambito non abbiamo più la facoltà di appellarci alla “conoscenza” bensì al misticismo, all’estasi [e dunque, etimologicamente, allo star fuori di sé], all’ascesi. Quel che non conosciamo può essere o non-essere ma si situa – irrefutabilmente – al di fuori dell’umano in quel che ha di in-traducibile e dunque risulta inattingibile. Quel che possiamo conoscere, anche quando empiricamente sperimentabile o meno, deve essere ricondotto ad un alfabeto necessariamente “astratto” in quel che ha di compiutamente umano. La matematica è un sistema perfettamente chiuso nella sua logica che contempla persino l’eccezione a se stessa. Ma anche la matematica – ovvero quel che più di ogni altra conoscenza possiede il requisito della logica – altro non è che “mitologia” ovvero narrazione che l’uomo fa di sé e dell’universo a lui circostante in questo non differendo affatto dalla ontologia o dalla metafisica. Stiamo sempre parlando a noi stessi di qualcosa che non ha riscontro “altro” che non un rimando a se stesso [la matematica traduce in numero l’universo ma i numeri a quanto posso osservare non sono proprietà dell’empiria a meno di non pensarla da pitagorico]. di questo ciclopico gioco di specchi o a rimpiattino la matematica è certamente il sistema con la sola logica intrinseca perché fa uso della medesima logica con cui intende tradursi. Ma è anche l’unico sistema in cui vige la logica e la dimostrazione. Un caro saluto, Luca

  2. wilmo e franco boraso Says:

    Gentile Luca.
    Sulla soglia della porta che apre sull’eterno, “convien lasciare ogni sospetto/ ogni viltà convien che qui sia morta”.

    Si, è vero, siamo andati “fuori di noi”, ma non partendo dalla religione ma dalla filosofia, che in questa nostra avventura ha soprattutto l’aspetto e le caratteristiche di via d’uscita.
    D’altronde tutto lo indica in modo chiaro e distinto e l’abbiamo tante volte manifestato: la coincidenza degli opposti, il ponte sull’abisso, il passaggio, la scoperta del segreto della porta, la sua apertura, l’uscita, la via maestra, l’arrivo in centro.
    Tutto questo, inoltre, è solo la parte finale dell’opera. Il suo inizio, invece, si trova nel quinto secolo a.C. ed è stato espresso soprattutto da Parmenide. Poi l’opera dei filosofi, fino a Nietzsche ed Heidegger, ecc. Ci sarà da riscrivere la storia della filosofia mettendo in rilievo questa sua caratteristica di via lunga venticinque secoli, che per noi è diventata la più importante.
    Dunque siamo usciti, ma da che cosa esattamente? Non dall’uomo, ma dal luogo dove oggi si trova: dal nichilismo diventato condizione normale perché la luce della ragione da sola non riesce a penetrarlo, ma senza perciò rinunciare ad essa. Vale sempre per la sua parte.
    Quest’uscita però è come quella di Ulisse dalle Colonne d’Ercole, come quella di Parmenide dalla “Porta che separa i sentieri della Notte e del Giorno”, e quel che c’è prima rimane immutato e valido. Rimangono, dunque, la ragione che illumina il giorno della filosofia, la logica che lo descrive, la matematica dentro i limiti che essa stessa si è dato. Perciò va bene quel che lei dice. Quindi rimane tutto in piedi e salvo, non c’è pericolo che la logica soccomba al misticismo.
    A questo punto però si può chiamare misticismo l’uscita dalla filosofia, ovvero dalla parte di essa illuminata dalla ragione?

    P.S. Una sola pallida osservazione alla sua lettera: alla frase “narrazione che l’uomo fa di sé e dell’universo a lui circostante”. Sembra che ci sia un se stessi e un mondo e poi una “narrazione” dell’uno e dell’altro; ma ciò va bene per un fotografo, non per un filosofo. La filosofia non è la descrizione di un mondo là fuori, che c’è già, ma la descrizione è il mondo. E quel che c’è prima della narrazione davvero non si sa. C’è la “cosa in sé”, ha detto Kant, anche se normalmente non si tiene conto che nella seconda edizione della Critica Kant stesso l’ha ripudiata spalancando la porta all’idealismo, per il quale essa è un inconcepibile mondo superfluo. In quanto a noi, lungo la via d’uscita, presso il confine, ci siamo imbattuti in numerosi cartelli che dicevano (ne riportiamo alcuni):
    1. Sono come il Seminatore buono/ che va per il campo/ dove non c’è suono, odore, colore, sapore,/ e come la semente lascio andare/ essa cade, si dispone,/ e tutto appare e si sente./ Poi si raccoglie con la mente.
    2. Non posso certo dire che sia cambiato il suo Sostrato/ se il mondo è così diverso stamattina,/ è tutto ricamato d’oro e brina/ bianca la terra e colorato il cielo./ Non posso immaginare d’essere io il suo autore/ se era così diverso le altre volte,/ e tuttavia è legato ad una sorte/ che io viva e veda per dar fuoco al cielo.
    3. Il pensiero è l’Apparenza d’ogni cosa.
    4. A trarre volti dal nascosto/ siamo chiamati,/ e parole dal silenzio.
    5. Si manifesta così il pino e il bosco,/ il cielo azzurro e la luce della stella.
    6. Se si perde l’esistenza sparisce quest’azzurro,/ se si chiude l’occhio sprofonda questa luce.
    7. Innumerevoli presenze hanno accesso all’esistenza/ e in essa sono trattenute e mantenute.
    8. Mi sembra che sia Dio che batte i tasti/ di quello che poi appare nella mente./ Sono le battiture che ignoriamo,/ noi vediamo soltanto i risultati.

    Poi il superamento del confine, ed ora di cosa c’è sotto la “narrazione” sappiamo qualcosa di più: c’è l’Essere.
    Ma questo è un’altra cosa.
    Una caro saluto.

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