L’aspetto privato dell’Eterno ritorno dell’uguale

Caro Wilmo,
avevo capito da tempo che la chiave per dar risposta alle mie domande, avrei dovuto ricercarla nel testo de La chiesetta sperduta. Ciononostante, pur conscio della mia limitatezza nell’affrontare questi argomenti, mi sono convinto che per arrivare alla piena comprensione della straordinaria esperienza che hai vissuto e vivi tutt’ora, è indispensabile che in chiunque ti segua con il desiderio di capire, debba accendersi una Luce che vada oltre la ragione e le normali facoltà intellettive di cui disponiamo; una Luce che illumini un percorso nuovo di cui ora abbiamo solo “percezione”. A confermare questa tesi, c’è anche il commento di Mario, uno dei tuoi lettori più entusiasti che, dopo aver letto Compendio, dice testualmente: “Quello che capisco è che si tratta di un viaggio che ogni persona deve compiere per sé, del quale poi è quasi impossibile parlare e fornire una descrizione. Neanche la strada si può indicare con precisione, ma soltanto mostrare alcuni dei segni che indicano la via, sperando che altri posseggano occhi simili ai propri e sappiano distinguere tali segni tra le mille indicazioni che portano altrove”.
La difficoltà a comprendere il “percorso pubblico” tracciato dall’esperienza che hai vissuto e conclusa, fa pensare che anche alle origini del pensiero occidentale, gli stessi Parmenide, e ancor più Eraclito, che furono tra i primi ad essere abbagliati dalla Luce improvvisamente accesa, ancor oggi per i più, risultano incomprensibili.
Concludo dicendo che, se di Luce stiamo parlando, è difficile immaginare un’improvvisa “illuminazione” in tempi di tenebre profonde come quelli che stiamo vivendo.
Un abbraccio,
Franco

Immanuel Kant, Critica della ragion pura (1781)

Caro Franco,
ogni conoscenza inizia dall’esperienza, recita una parte rilevante e molto importante della filosofia, sia pure con molte interpretazioni di cosa l’esperienza è.
Bastano, a proposito, i due diversi incipit della Critica della ragion pura di Kant, quello alla prima edizione e l’altro alla seconda. Dice il primo: “L’esperienza è senza dubbio il primo prodotto che il nostro intelletto produce”.
Mentre nella seconda edizione, scritta sei anni dopo, lo stesso suona così: “Che ogni nostra conoscenza inizi con l’esperienza, su ciò non sussiste alcun dubbio; da che, infatti, la nostra facoltà conoscitiva sarebbe stimolata al suo esercizio, se ciò non avvenisse per mezzo degli oggetti che colpiscono i nostri sensi, e, per un verso, danno origine da sé a rappresentazioni, per un altro, muovono l’attività del nostro intelletto a paragonare queste rappresentazioni, a riunirle e separarle, e ad elaborare per tal modo la materia greggia delle impressioni sensibili per giungere a quella conoscenza degli oggetti, che chiamasi esperienza?” (Critica della ragion pura, Universale Laterza, pagg. 39-40).
Nella prima edizione, dunque, è l’intelletto che produce l’esperienza, la qual cosa ha fatto dire a Schopenhauer quando si è imbattuto in questa formula: “Eureka! Vidi allora, con mia gran gioia, svanire tutte quelle contraddizioni e trovai che Kant, anche se non usa la formula nessun oggetto senza soggetto, tuttavia con la stessa determinazione di Berkeley e mia, spiega il mondo esteriore che giace nello spazio e nel tempo come mera rappresentazione del soggetto conoscente” (A. Schopenhauer, Die Welt als Wille und Vorstellung, II, pag. 534).
Nella seconda invece sono i sensi, colpiti dagli oggetti, a produrla.

Ebbene, anche per me vale il principio che ogni conoscenza inizia dall’esperienza, ma diversamente da Kant che ha due interpretazioni lontane e separate fra loro, per me l’esperienza è stata una produzione contemporanea e inscindibile dei sensi e dell’intelletto. Infatti, ho visto la chiesetta fisica, quella del piccolo paese del Cadore dal quale l’avventura è incominciata, e contemporaneamente quella celeste come meta e risultato.
A questo punto però c’era da trovare la seconda, quella in cielo, eterna, immobile, immutabile, partendo dalla prima che era la sua apparenza, seguendo perciò un cammino. Ed esso è stato ed è la filosofia.
Che fosse di tal natura, ci sono stati fin dall’inizio segni che l’hanno così ipotecato. Avrei potuto prendere altre strade: quelle dell’avventura solitaria, o la via mistica, o del mistero, o della religione, della fantasia, della fantascienza, della poesia, come hanno fatto altri, ed io, infatti, specialmente nei libri Compendio e Coincidenze, ho esposto molti di quei casi (vedi in Coincidenze specialmente L’infinito di Giacomo Leopardi). Invece i segni che l’hanno determinata così fin dall’inizio sono venuti dalla filosofia. Il primo di essi, un librone scomodo e pesante che avevo portato con me in quel viaggio d’amore e per concludere un sogno, che, dunque, aveva ben altri intendimenti e programmi. Era Essere e tempo di Martin Heidegger, da poco uscito nelle librerie, nella prima traduzione italiana di Pietro Chiodi; e lo tenevo pervicacemente sul comodino anche se ci davo solo qualche occhiata ogni tanto. Una misteriosa presenza perciò, che solo verso la fine dell’avventura si è manifestata. Infatti, chi più d’ogni altro aveva portato avanti la via filosofica in quel tempo è stato Heidegger: fin sull’orlo dell’Abisso ed ha previsto il suo superamento e l’arrivo nel Nuovo Giorno.
Più in là non si andava con la filosofia. Perciò segno estremo di una destinazione fino al campo base quel libro io dico ora, da cui poi c’era da raggiungere la meta, che a me già era apparsa in Cielo con l’aspetto della chiesetta montana. Arriva fin qui pareva dicesse ammiccando quel librone, poi anche l’altro ti sarà dato.
Infatti, quando dopo tanti anni sono giunto sull’orlo dell’Abisso mi è arrivato anche l’altro avviso fondamentale dalla filosofia: la possibilità di superarlo nel modo già presente in essa, ad opera di Diels, Nietzsche, Heidegger stesso, Giorgio Colli e molti altri, cioè tornando indietro fino alle origini. Al quale ho aggiunto di mio: per andare contemporaneamente avanti; e così ho fatto seguendo il metodo che ho adottato e poi descritto in Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte. Quarta parte.

Concludo.
In ogni avventura il cui risultato è frutto del lavoro di molti e diventa patrimonio comune, e di tal genere è l’eterno ritorno dell’uguale, di personale c’è solo l’esperienza, che dipende dal nostro essere nel mondo (l’esserci di Heidegger) in quel momento storico, in quel luogo, in quelle condizioni di vita e dal Destino finché è tutto misterioso. Ma poi è stata imboccata la grande strada della filosofia, che ha portato l’eterno ad apparire e le apparenze nell’eterno. Come già altre volte e in altri modi d’altronde. Ma questa volta, mi sembra, dimostrandolo di più, perché si è chiuso il cerchio, perché l’intero ciclo della civiltà occidentale lungo più di venticinque secoli è diventato visibile e percorribile.

Un abbraccio,
Wilmo

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