Severino e la logica (Le due logiche)

Enrico Suso

Può accadere (e accade) che la filosofia di Severino abbia aspetti che appaiono inconfutabili, perché si basa sostanzialmente sulla logica aristotelica, che regola tanta parte della nostra vita e tutta la nostra conoscenza fino alla “coincidenza degli opposti”, essi esclusi.
Tale logica è stata così formulata da Platone e Aristotele: “Nessuno, e non solo chi è sano di mente, ma nemmeno chi è pazzo, ha il coraggio di dire sul serio a sé stesso, e con l’intenzione di persuadersene, che il bove è il cavallo, o che il due è uno” (Platone, Teeteto); e Aristotele ha confermato e rinvigorito quel pensiero con queste parole: “Non è possibile che lo stesso uomo pensi che una stessa cosa sia e non sia” (Aristotele, libro IV della Metafisica); e non contento ha appuntato su questo principio la più alta onorificenza, dove c’è scritto: è il più saldo di tutti.

Seguendo tale logica è evidente che chi si avvale di essa e afferma: “l’Essere è, il non-Essere non è”, è in una botte di ferro, perché il primo non è il secondo ma il suo opposto, e solo il primo “è”, e perciò il suo dire rimane inconfutabile. Però c’è anche un’altra logica, quella che fa capo alla coincidenza degli opposti. Logica dei sapienti, dei mistici, dei santi, dei poeti, e ora anche di un’avanguardia filosofica, dopo che la coincidenza degli opposti è stata raggiunta anche per tale via, e rispetto a essa la filosofia di Severino è ormai una cattedrale nel deserto, la fortezza Bastiani sul confine del mondo delle apparenze, rese eterne, immutabili, immobili. Appunto come statue di pietra e davanti niente, il “monumento” al nulla di cui abbiamo parlato varie volte.


Nicola Cusano

L’altra logica è quella di Lao-tzu che dice: “Essere e non Essere si danno nascita fra loro”. (Tao Tè Ching, a cura di Fausto Tomassini, Tea Edizioni).
Quella di Enrico Suso: “Finché l’uomo non comprende due contraria, cioè due cose contrarie congiuntamente in una, in verità, senza alcun dubbio, non è molto facile parlare con lui di tali cose (cioè del molteplice che è nell’Uno, eppure resta molteplice), perché quando comprende ciò, allora soltanto ha percorso la metà del cammino della vita che io intendo (Enrico Suso, Libretto della verità).
È la logica del Cusano che afferma: la coincidenza degli opposti sta al di là del principio di identità e di non contraddizione. L’aldilà il grande filosofo del Rinascimento lo chiama “Paradiso”, ed è diviso dal “mondo terrestre” (questo dove ci troviamo, dove siamo gettati e tolti) da una muraglia che ha una Porta, custodita “custodita dallo spirito altissimo della ragione, che non aprirà l’ingresso se non a chi la saprà vincere”.
Ed è la nostra logica, di noi che stiamo scrivendo questo blog, ed essa si è imposta dopo che abbiamo compiuto l’intero cammino circolare nei modi della filosofia, con partenza nella Grecia antica fino all’arrivo avvenuto da poco, e la prima grande coincidenza degli opposti è apparsa quando siamo arrivati, perche fine ed inizio erano “lo stesso”. Partiti da Parmenide siamo arrivati a Parmenide (vedi Dalla sapienza alla sapienza seguendo la via filosofica. Vedi anche il tracciato completo della via esposto nel libro L’antica via dei miti e dei misteri – percorsa ora con la lampada della conoscenza filosofica, Editrice Leonardo).
Dopo la coincidenza di inizio e fine, si sono presentate tutte le altre: luce-tenebra, giorno-notte, veglia-sonno, conscio-inconscio, vita-morte, uomo-donna (Di quest’ultima coincidenza vedi Il nuovo patto d’amore).
L’identità e la non contraddizione, dunque, valgono soltanto per il mondo delle apparenze, vale a dire per questo mondo di “cose” ognuna “apparentemente” la metà di un intero, regolato in tanta parte dalla logica aristotelica, ed è l’apparenza che si impone in tale mondo, dove ci troviamo gettati e da cui saremo tolti. Ma la sola ragione non è capace di andare oltre il confine del mondo delle apparenze.
Raggiunto il punto di coincidenza degli opposti, al di là c’è il Centro che attende, da cui “appaiono tutte le cose in circolo, in alto e in basso, simultaneamente”. Quel punto il Cusano l’ha chiamato Dio: “allora oltre la coincidenza dei contradditori potrà apparire Dio” (La visione di Dio, VIII e IX parte finale).
Per noi, invece, che siamo alla ricerca di noi stessi, esso è il “Sé” o personalità integrale, coincidenza di conscio e inconscio.

Concludiamo.
Severino, con il pensiero, è invece ancora al di qua della coincidenza degli opposti. Al di qua del “muro del Paradiso” del Cusano, o dell’“Abisso”che noi abbiamo attraversato costruendo un Ponte (vedi Compendio, parte quarta, capitoli 2 e 3); è anche se il suo intento era un altro, ha costruito il monumento funebre di quel mondo. L’ha fatto nel modo che sappiamo: attribuendo ad ogni cosa e aspetto il titolo di eterno, immutabile, immobile, a perpetua memoria della loro separazione e indigenza, del loro non-Essere o essere per poco o nulla.
Opera filosofica tuttavia la sua, perché un limite andava posto a quel mondo, che è necessario superare se si vuol uscire dal nichilismo diventato condizione normale.

12 Risposte to “Severino e la logica (Le due logiche)”

  1. roberto fiaschi Says:

    Caro Wilmo, come sta?
    Grazie della sua segnalazione nel mio blog : “Emanuele Severino: risposte ai suoi critici”.

    Appena potrò lo comenterò e inserirò anch’esso nel mio blog, grazie ancora,
    cordiali salutti

    Roberto Fiaschi

  2. roberto fiaschi Says:

    Caro Wilmo, le rispondo sia qui che nel mio blog in forma impersonale, come conviene all’impostazione che ho deciso di dargli.

    Lei inizia il suo post dicendo :
    “Può accadere (e accade) che la filosofia di Severino abbia aspetti che appaiono inconfutabili, perché si basa sostanzialmente sulla logica aristotelica, che regola tanta parte della nostra vita e tutta la nostra conoscenza fino alla “coincidenza degli opposti”, essi esclusi”.

    Preciso subito che la “struttura originaria” di Severino ha molte analogie col “principio di non contraddizione”aristotelico, ma non vi si riduce ‘simpliciter’, in quanto anch’esso è afflitto da quel problema noto come “contraddittorietà”, della quale però non tratterò qui perché non mi sembra sia questo il punto sollevato dal suo articolo, tra l’altro scritto davvero molto bene.
    Dopodiché lei dice :
    “Però c’è anche un’altra logica, quella che fa capo alla coincidenza degli opposti. Logica dei sapienti, dei mistici, dei santi, dei poeti”.
    Ed elenca i seguenti nomi noti : Lao-tzu, Enrico Suso, Cusano ed eventualmente altri, come Eckhart, Hegel, buona parte del pensiero buddhista e sufi, il Vedanta, la Qabbalah, il Neoplatonismo, attualmente anche il fisico Fritjof Capra, etc. … Ed anche il pensiero severiniano: già, le sembrerà strano, ma è così, ovviamente con le dovute precisazioni.
    Ad esempio, ciò che per Cusano è il Paradiso, per Severino è la Gioia, ovvero _ mi segua bene _ la totalità infinita di tutti gli essenti , quindi anche di tutti gli opposti, essendo tale totalità il toglimento di tutte le contraddizioni consistenti, queste, nel ritenere un essente esser isolato, irrelato all’altro. Come diceva Hegel ( e Severino ), ciò è opera dell’intelletto astraente, che si ferma alla determinazione fissa, assolutamente separata, per sé stante, contraddittoria, perché un aspetto senza il suo opposto non può determinarsi come ‘QUELL’ASPETTO’, contraddizione che quindi deve esser superata, deve risolversi nell’unità delle determinazioni, nell’unità degli opposti, passando però attraverso il ‘momento dialettico’ per arrivare infine al ‘momento speculativo’, cioè all’unità degli opposti appunto.
    Ma badi bene, tutto questo NON IMPLICA il venir meno del P.d.N.C. aristotelico, perché l’unità degli opposti non comporta che una determinazione SIA contraddittoriamente l’altra, bensì che SIA INSIEME all’altra.
    Cioè, nell’unità degli opposti, tali opposti non si annichiliscono vicendevolmente lasciando il posto ad un’unità VUOTA o PRIVA di determinazioni, né in essa può accadere che il freddo, ad esempio, SIA il caldo, bensì che il freddo è INSIEME al caldo, correlato al caldo, essendo impossibile per QUALSIASI LOGICA infrangere il P.d.N.C. aristotelico, ed a ‘fortiori’ quello severiniano.
    Infine lei dice:
    “L’identità e la non contraddizione, dunque, valgono soltanto per il mondo delle apparenze, vale a dire per questo mondo di “cose” ognuna la metà di un intero, regolato in tanta parte dalla logica aristotelica, dove ci troviamo gettati e da cui saremo tolti. Ma la sola ragione non è capace di andare oltre il confine del mondo delle apparenze”.
    Se ognuna di ciò che lei chiama “cose” è, sempre come dice lei, “la metà di un intero”, allora questo “intero” ( il Tutto o la Totalità o l’Uno ) deve necessariamente esser costituito da tutte quelle metà, altrimenti l’Intero o il Tutto non è più tale, e diventa il Tutto o l’Intero di niente. Per essere il Tutto, le parti devono rimanere ( eternamente ) “parti”, inscindibilmente unite e correlate, ma MAI può accadere che una parte qualsiasi sia il contrario di sé, cioè sia la NEGAZIONE di sé, poiché QUESTA è la contraddizione impossibile che il P.d.N.C. aristotelico e severiniano indicano con abbondanza di argomentare…
    Spero di esser stato comprendibile, in caso contrario, mi chieda : la ringrazio e la saluto cordialmente ,
    Roberto Fiaschi
    ………………………………………………………………………..

  3. Wilmo Boraso Says:

    Caro Roberto.
    La frase che lei cita, “L’identità e la non contraddizione, dunque, valgono soltanto per il mondo delle apparenze, vale a dire per questo mondo di ‘cose’ ognuna la metà di un intero regolato in tanta parte dalla logica aristotelica”, va intesa così: “L’identità e la non contraddizione, dunque, valgono soltanto per il mondo delle
    apparenze, vale a dire per questo mondo di ‘cose’ ognuna
    ‘apparentemente’ la metà di un intero”, regolato in tanta parte dalla
    logica aristotelica, “ed è l’apparenza che si impone in tale mondo”.
    Colpa nostra, comunque, che abbiamo semplificato troppo, al limite
    della comprensione.
    In generale, si può seguire Severino finché si rimane sul piano del
    linguaggio, dove è un maestro che ha illuso e illude ancora, non su
    quello dell’esperienza. Nel primo si può stare al gioco, nel secondo
    no, e ogni vera conoscenza comincia dall’esperienza. Di tal natura è
    stato il viaggio di Parmenide e di tal natura il nostro, dopo venticinque secoli di cammino su quelle tracce.

    Cordiali saluti,
    Wilmo

  4. roberto fiaschi Says:

    Grazie per la precisazione.

    Alcune domande: cosa intende dire esattamente quando dice : “ogni vera conoscenza comincia dall’esperienza” ?

    In che senso poi una esperienza invaliderebbe o contraddirrebbe la cosiddetta “logica aristotelica” ?

    Vuole forse dire che ha ‘esperito’ che un ente possa esser la negazione/il contrario di sé ( = dell’ente ) ? Vorrei capire meglio, grazie mille.

    Cordiali saluti
    Roberto

  5. wilmo e franco boraso Says:

    Caro Roberto.

    ESPERIENZA è il viaggio di Parmenide, che lascia “la casa della
    Notte”, arriva davanti alla “Porta che divide i sentieri della Notte e
    del Giorno” ed entra nella luce dell’Essere.
    Esperienza è quella di Enrico Suso che ha vissuto la coincidenza degli
    opposti che poi ha tradotto nel verso citato in “Severino e la
    logica”.
    Esperienza è quella del Cusano, che così ha detto della sua improvvisa
    illuminazione: “Accogli ora, padre carissimo (il destinatario della
    sua opera intitolata La dotta ignoranza), queste verità che da tempo
    desideravo trovare percorrendo i sentieri diversi delle diverse
    scienze. Ma non avevo potuto farlo prima del momento del mio ritorno
    dalla Grecia per mare. Fu allora che, per dono divino (il più alto,
    credo, che abbia ricevuto da Dio), sono stato guidato fino ad
    afferrare le verità più incomprensibili in modo incomprensibile nella
    dotta ignoranza, mediante il superamento della conoscenza umana delle
    verità incorruttibili. Cosicché in Dio medesimo che è la verità,
    questa dottrina è stata sviluppata nei tre libri presenti che possono
    essere accorciati o allungati partendo dal medesimo principio”.
    (Nicolò Cusano, “La dotta ignoranza- conclusione”, pag 109 – Città
    Nuova 1991)
    Esperienza è la nostra che nel corso di cinquant’anni della nostra
    vita abbiamo percorso “La via della conoscenza filosofica”, o “Via
    dell’eterno ritorno dell’uguale”, completando di essa l’ultimo tratto
    che l’ha collegata all’inizio, avvenuto in Grecia venticinque secoli
    fa.
    In generale:
    esperienza è il nostro “esserci”, “l’essere nel mondo” che ci tocca,
    simile a una vacanza per i più, con uno scopo per altri, per i quali
    l’esserci è anche “essere già stato e aver dimenticato” (“conoscere e
    ricordare”, ha insegnato Platone), finché qualcosa non si desta. Nel
    mio caso una chiesetta alpina che improvvisamente ho ricordato
    rivedendola. Da quel punto sono partito per l’avventura.
    Dunque,
    da un ricordo d’altre esistenze riapparso in questa, è cominciata il
    viaggio che mi ha portato alla coincidenza degli opposti, all’Abisso,
    alla Porta, alla Via Maestra, al Centro e poi al ritorno, che è
    diventato eterno ritorno dell’uguale.
    E da un “ritorno a Parmenide” è iniziata la via filosofica che verso
    la fine, sulla sponda dell’Abisso da attraversare, è confluita nella
    prima diventando una sola con essa, e da quell’unione e collaborazione
    è nato il ponte sull’Abisso.

    Le esperienze qui esposte vanno oltre il mondo delle apparenze.
    Cominciano lontano dai “sentieri battuti dagli uomini” – come ha detto
    Parmenide, e perciò si lasciano alle spalle anche la logica
    aristotelica che vale, lo ripetiamo, solo per il mondo delle apparenze
    e non per quello dell’Essere. Ciò, tuttavia, non significa INVALIDARE
    o CONTRADDIRE tale logica: il sole continua (apparentemente) a girare
    attorno alla terra anche se oggi si sa che non è vero perché si è
    giunti a conoscere che è la terra che si muove. Similmente ora non
    poniamo più mente alla logica aristotelica ma alla coincidenza degli
    opposti.
    Dopo NON SI ESPERISCE CHE UN ENTE E’ IL CONTRAIO DI SE, ma i due
    diventano uno solo. Non veglia e sonno ma veglia-sonno, non conscio e
    inconscio ma conscio-inconscio, non vita e morte ma vita-morte, non
    uomo e donna ma uomo-donna. Come già sanno i miti, i misteri, le
    religioni:
    Alla fine dei tempi, per Paolo di Tarso ci sarà la riconciliazione dei
    contrari: “Non vi è né schiavo né uomo libero, né uomo né donna”
    (lettera ai Galati, 3:28). Nel Vangelo di Tommaso è detto: “E quando
    farete del maschio e della femmina una cosa sola in modo che il
    maschio non sia più maschio e la femmina non sia più femmina…, allora
    entrerete nel regno” (Logion 22, trad. di PUECH cfr. Logion 106;
    “Quando farete di due uno, diverrete figli dell’uomo”).

    Il giro completo si può compierlo solo se si arriva alla coincidenza
    degli opposti. Quindi anche l’eterno ritorno dell’eguale può avvenire
    sono dopo questa conoscenza.

    Cordiali saluti

  6. roberto fiaschi Says:

    Gentilissimo Wilmo,
    grazie per le cose che ha scritto, invero interessantissime.
    Non entro nel merito della sua esperienza: non ne dubito ma mi pare che non fosse l’oggetto del discorso in corso.

    Piuttosto mi interessa soffermarmi laddove dice :

    “Ciò, tuttavia, non significa INVALIDARE o CONTRADDIRE tale logica” [ aristotelica n.d.r. ] [ … ] “Similmente ora non poniamo più mente alla logica aristotelica ma alla coincidenza degli opposti. Dopo NON SI ESPERISCE CHE UN ENTE E’ IL CONTRARIO DI SE” .

    Esattamente, è quanto appunto s’era già precedentemente detto, allorché dicevo che la “coincidenza degli opposti”, non implicando che un essente sia il contrario di sé _ come lei stesso qui sopra riconosce _ non contraddiceva nemmeno la logica aristotelica,
    ( né, quindi, tantomeno quella severiniana).

    Subito dopo però aggiunge :

    “ma i due diventano uno solo. Non veglia e sonno ma veglia-sonno, non conscio e inconscio ma conscio-inconscio, non vita e morte ma vita-morte, non uomo e donna ma uomo-donna”.

    Ecco, qui contraddice quanto lei stesso ha appena detto sopra, cioè laddove ha scritto : “NON SI ESPERISCE CHE UN ENTE E’ IL CONTRARIO DI SE”.

    Infatti, affermare che la coincidenza degli opposti consista nell’esser “Non veglia e sonno ma veglia-sonno, non conscio e inconscio ma conscio-inconscio, non vita e morte ma vita-morte, non uomo e donna ma uomo-donna”, significa identificare i diversi, cioè significa ritenere che UN essente sia il contrario di sé, sia cioè due cose opposte, contraddittorie, cosa che invece aveva appena escluso.

    Per evitare che un ente sia il contrario di sé ( e quindi per evitare la contraddizione in cui è or ora incappato ) si deve invece necessariamente affermare “veglia e sonno”, “conscio e inconscio”, “vita e morte”, etc., e NON “veglia-sonno”, “conscio-inconscio”, “vita-morte” etc.

    Grazie, cordiali saluti

    Roberto
    ……………………………

  7. wilmo e franco boraso Says:

    Caro Roberto.
    Non mi pare ci siano contraddizioni. Se non si capisce bene, sarà la
    spiegazione insufficiente, o non sufficientemente afferrata perché
    comporta una bilocazione: di qua e di là della Porta (il “portone
    carraio” di Nietzsche che neppure lui riuscì ad attraversare, o solo
    in uno stato simile al sogno – vedi il post Nietzsche e l’uscita dal
    cerchio dell’eterno ritorno).
    Si può arrivare a capire tuttavia, perché anche le religioni, miti,
    misteri, poesia, hanno porte e ponti, passaggi e attraversamenti, ma
    perché il linguaggio diventi idea chiara e distinta è necessaria
    l’esperienza. I due mondi non si ignorano a vicenda né sono
    irrimediabilmente separati, ma per passare da uno all’altro è
    necessario attraversare l’Abisso (ora c’è un Ponte) e conoscere il
    segreto della Porta, ora che è stato svelato.
    Forse questi due ulteriori esempi serviranno a dissolvere ogni dubbio.
    Per entrare nel tempio buddista della città di Nara in Giappone, si
    deve attraversare un portale che è custodito, a destra e a sinistra,
    da due guardiani dall’aspetto minaccioso e con le spade sguainate, di
    cui uno ha la bocca spalancata e l’altro la bocca chiusa, a
    simboleggiare il modo in cui si presenta il mondo, prima
    dell’ingresso: sempre come coppia di opposti. Chi oltrepassa quella
    soglia deve lasciare dietro di sé questo modo di vedere e di pensare.
    Nel mondo delle apparenze, Achille e la tartaruga sono rispettivamente
    il più veloce e la più lenta e nella ben nota corsa il primo raggiunge
    e supera la seconda in un batter d’occhi. Dopo la Porta – la dimora
    dell’Essere -, invece ciò non accade: Achille non raggiunge la
    tartaruga, il che significa che la velocità non li distingue (né
    altro), che l’uno e l’altra sono “lo stesso”. Perché l’Essere è “un
    tutto nella sua struttura, immobile, privo di fine temporale, poiché
    non fu, né sarà un tutto di parti unite, ma è soltanto nella sua
    natura un tutto …”. (Parmenide, frammento 7)
    A metterci d’accordo dovrebbe servire anche il POST ultimo pubblicato
    intitolato “La faccia nascosta delle cose”.
    Cordiali saluti

  8. roberto fiaschi Says:

    Gent. Wilmo,

    spero di non risultarle molesto, se faccio notare che, alla conclusione del mio precedente post del 28 marzo, dove dicevo che “Per evitare che un ente sia il contrario di sé ( e quindi per evitare la contraddizione in cui è or ora incappato ) si deve invece necessariamente affermare “veglia e sonno”, “conscio e inconscio”, “vita e morte”, etc., e NON “veglia-sonno”, “conscio-inconscio”, “vita-morte” etc.” lei, proponendomi i due esempi del tempio buddhista di Nara e di Achille e la tartaruga, ripropone il discorso sull’unità degli opposti che si era già fatto.

    Ed appunto perché lo si era già affrontato che tentavo di mostrarle come la sua spiegazione di tale unità consistente nel concepire “veglia-sonno”, “conscio-inconscio”, “vita-morte” [ A – B ] etc. anziché come “veglia e sonno”, “conscio e inconscio”, “vita e morte” [ A e B ] incappasse nella contraddizione dell’identità dei diversi, soprattutto se si tiene conto che anche lei era d’accordo nell’ammettere che tale identità dei diversi sia impossibile laddove ha affermato che : “Dopo NON SI ESPERISCE CHE UN ENTE E’ IL CONTRARIO DI SE’ ”.

    Ora, i due summenzionati esempi purtroppo non chiariscono, ma ripropongono pari pari quanto si era già detto, cioè ripresentano la sua concezione dell’unità degli opposti ( ‘A – B’ ).

    Pertanto, anche in relazione ai suoi due esempi, si deve necessariamente ripetere quanto già detto, cioè che pensare l’unità come ‘A-B’ anziché come ‘A e B’, significa pensare l’identità dei diversi. Significa pensare la contraddizione, l’impossibile.

    Lei mi ha risposto “Non mi pare ci siano contraddizioni”.

    Allora le chiedo qual è il significato del trattino “ – ” che sta in mezzo tra A e B.

    1) Significa forse ‘stare insieme’?
    Bene, allora significa ‘A e B’, ‘A con, insieme a B’.

    2) Significa forse che ‘A è B’?
    Bene, allora significa l’impossibile, il contraddittorio ( ma lei questo lo aveva escluso…)

    3) … Oppure ?

    Grazie, cordiali saluti

    Roberto Fiaschi
    …………………………………………………………………………….

  9. wilmo e franco boraso Says:

    Caro Roberto.

    Come ci sono due mondi o due modi del “Lo stesso”, vale a dire
    apparenze ed Essere, così ci sono due logiche: il principio di non
    contraddizione e la coincidenza degli opposti. D’altronde ciò vale
    anche per il tempo, che è passato, presente e futuro nel mondo delle
    apparenze ed eternità nell’Essere. (Vedi “Il tempo lineare e l’eterno
    ritorno”)

    Detto con le parole della religione i due modi del “Lo stesso” sono
    rispettivamente mondo e Dio. Ebbene, la logica aristotelica si addice
    ad apparenze e mondo, quella della coincidenza degli opposti invece a
    Essere e Dio. In tutto ciò occorre anche tener presente che la logica
    viene dopo la sapienza e la filosofia ed è il modo chiaro e distinto
    per dire di esse.
    Ebbene, se si è di qua (nelle apparenze o mondo) dove ci sono inizio e
    fine, veglia e sonno, uomo e donna … l’inizio non è la fine, la veglia
    non è il sonno, l’uomo non è la donna, ed è matto chi dice il
    contrario. Di là, invece, inizio e fine coincidono, sono uno solo: “Lo
    stesso”.
    Soltanto che di qua ci stanno quasi tutti, uomini e donne,
    apparentemente distinti e separati anche se vivono la separazione come
    ferita, assenza, ricerca, e trionfa il principio di non
    contraddizione; di là, invece, solo a qualcuno finora è stato concesso
    di passare, perché c’è un abisso da attraversare e una porta da
    aprire, di cui bisogna conoscere il segreto.
    Negli esempi riportati nel post “Le due logiche”, il passaggio è
    riuscito a Lao-tzu che ha detto: “Essere e non-Essere si danno nascita
    fra loro”. A Enrico Suso che ha affermato: “Finché l’uomo non
    comprende due contraria, cioè due cose contrarie congiuntamente in
    una, in verità, senza alcun dubbio, non è molto facile parlare con lui
    di tali cose (cioè del molteplice che è nell’Uno, eppure resta
    molteplice), perché quando comprende ciò, allora soltanto ha percorso
    la metà del cammino della vita che io intendo”. A Nicolò Cusano per il
    quale “la coincidenza degli opposti sta al di là del principio di
    identità e di non contraddizione”. Ed è riuscito anche a noi dopo che
    abbiamo attraversato l’Abisso costruendo un ponte e indovinato il
    segreto della Porta che perciò si è aperta.
    Vista la premessa, le risposte alle sue domande non possono essere più
    chiare e distinte di così.

    Domanda:
    1) Significa forse ‘stare assieme’?
    Risposta:
    No, non significa stare assieme, ‘A con, insieme a B’.

    Domanda:
    2) Significa forse che ‘A è B’?
    Risposta:
    Non significa che ‘A è B’, ma che A e B, come ha ben detto Suso, sono
    “due cose contrarie congiuntamente in una”.
    “Il Dio – ha affermato Eraclito – è giorno notte, inverno estate,
    guerra pace, sazietà fame, e muta come , quando si mescola
    ai profumi e prende il nome dall’aroma di ognuno di essi”. (Frammento
    67). Si può scrivere anche così, senza il trattino fra i due contrari.

    Domanda:
    3) … Oppure?
    Risposta:
    Eppure anche nel mondo delle apparenze dove è “scandalo” dire che
    A e B sono due contrari congiuntamente in uno e appare il Dio, c’è
    qualcosa che turba il sonno di molti ed esalta o deprime le loro
    menti. Ma il discorso qui si fa sottile e quasi non si ode. Perché
    nelle apparenze, vale a dire in questo mondo che sembra impenetrabile
    e di ferro, dove, per esempio, certamente le due metà sono divise e
    separate, qualcosa irrompe: un grande amore, per esempio e i due
    diventano uno, o viene in luce “la metà nascosta” (vedi nel blog “La
    metà nascosta”); o si ricordano vite precedenti ed è lo stesso, perché
    un grande amore è un amore che ritorna e dice: “Per sempre”. E’
    l’eterno che irrompe nel tempo. In questi casi, allora, anche nel
    mondo delle apparenze uomo e donna si scrivono così: “uomo – donna” o
    “uomo donna”

    D’altronde, a volte ci riesce di invitare l’Eterno di qua e viene, e a
    portare di là il fiore e il verso.

    Cordiali saluti

  10. roberto fiaschi Says:

    Caro Wilmo,
    non vorrei abusare della sua pazienza e dell’ospitalità nel suo bel blog, però non posso fare a meno di farle notare brevemente i seguenti punti.
    Citanto Suso e Cusano, ritiene di aver fornito delle risposte alle mia domande, infatti poco più di seguito scrive: “Vista la premessa, le risposte alle sue domande non possono essere più chiare e distinte di così”.
    Purtroppo non vorrei deluderla, ma temo di doverlo fare. Le parole dei suddetti Suso e Cusano, credendo di portarsi OLTRE il PdNC aristotelico ( cosa questa impossibile in qualsiasi dimensione, anche in quella esperienziale alla quale si richiama lei ed i mistici ), in realtà non fanno altro che riproporre ciò che è il pensiero dominante ( seppure inavvertito ) dell’occidente, ovvero quel pensiero che non avverte la contraddizione consistente nel ritenere due “opposti” esser UNO, cioè che una determinazione è contraria all’altra, cioè NEGA L’ALTRA.
    A meno che, quando Suso dice: “ Finché l’uomo non comprende due contraria, cioè due cose contrarie congiuntamente in una”, con “congiuntamente” si intenda UNITAMENTE: cioè, due contrari formano un unità rimanendo ciò che sono, contrari appunto, e possono formare così tale unità soltanto se l’uno dei due contrari non è l’altro e viceversa. Per far questo tali diversi debbon rimanere uniti, appunto coincidenza degli opposti. Ma “coincidenza” non può voler dire “uguaglianza” o “identità”, altrimenti si viene a perdere irrimediabilmente sia i due opposti, che in quanto resi uguali l’uno all’altro si annullerebbero a vicenda, sia la coincidenza, poiché senza le determinazioni opposte unite non si dà più coincidenza ossia unità.
    Analogo discorso va indirizzato al Cusano, quando afferma : “la coincidenza degli opposti sta al di là del principio di identità e di non contraddizione”.
    Intanto rileviamo subito che il PdNC è una unità degli opposti, consistente nell’essere e nel non-essere. Senza uno dei due, non si dà tale principio. Dire che l’essere esclude in non-essere, non significa pensare che ne faccia a meno, bensì significa che il non-essere non è, o anche, che il non-essere è in quanto negato. L’unità degli opposti dell’essere e del non-essere è L’UNICA unità in cui uno dei due termini è affermato come negato, altrimenti il non-essere sarebbe essere.
    Pertanto, quando Cusano afferma la frase di cui sopra, non intende rilevare la fallacia del PdNC, bensì rileva una situazione ( = la coincidenza degli opposti ) in cui tali opposti godono entrambi, insieme, il loro essere, il loro esistere l’uno accanto ( = insieme ) all’altro, essendo l’uno DIVERSO ( = e perciò unito ) all’altro.
    Altrimenti, qualora Cusano pensasse tale unità nel modo in cui lei la tratteggia qui nella sua risposta, penserebbe l’impossibile, inevitabilmente, cioè l’identità dei contrari.
    Infatti, Wilmo, lei afferma: “Eppure anche nel mondo delle apparenze dove è “scandalo” dire che A e B sono due contrari congiuntamente in uno e appare il Dio, c’è qualcosa che turba il sonno di molti ed esalta o deprime le loro menti. Ma il discorso qui si fa sottile e quasi non si ode. Perché nelle apparenze, vale a dire in questo mondo che sembra impenetrabile e di ferro, dove, per esempio, certamente le due metà sono divise e separate, qualcosa irrompe: un grande amore, per esempio e i due
    diventano uno, o viene in luce “la metà nascosta””.
    Ebbene, non si tratta di “scandalo”, quasi che dire che A è diverso da B sia una inveterata abitudine culturale in attesa di qualche audace che osi finalmente infrangerla come si suol fare coi tabù.
    Che A sia uguale a B, o che non sia diverso, non è uno scandalo, bensì una IMPOSSIBILITA’.
    Tale impossibilità consiste nel porre A per poi subito dopo toglierlo, negarlo ( = dicendo che A è B ).
    E’ chiaro, allora, così facendo, come NIENTE si possa porre, neanche il suo discorso, Wilmo, neanche la coincidenza degli opposti, giacché se la pongo esistente ( = affermando che la coincidenza degli opposti è se stessa e non altro da sé ) e subito dopo la nego ( = affermando che essa è altro da sé ), non rimane più niente, non rimane più come affermata, e quindi vi è la contraddizione di un è che non è.
    Nella speranza di esser stato chiaro, circa le sue tre risposte :
    “Domanda:
    1) Significa forse ‘stare assieme’?
    Risposta:
    No, non significa stare assieme, ‘A con, insieme a B’.
    Domanda:
    2) Significa forse che ‘A è B’?
    Risposta:
    Non significa che ‘A è B’, ma che A e B, come ha ben detto Suso, sono “due cose contrarie congiuntamente in una”.
    “Il Dio – ha affermato Eraclito – è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta come , quando si mescola ai profumi e prende il nome dall’aroma di ognuno di essi”. (Frammento 67). Si può scrivere anche così, senza il trattino fra i due contrari.
    Domanda:
    3) … Oppure?
    Risposta:
    Eppure anche nel mondo delle apparenze dove è “scandalo” dire che A e B sono due contrari congiuntamente in uno e appare il Dio, c’è qualcosa che turba il sonno di molti ed esalta o deprime le loro menti”.

    La risposta 1 esclude in modo assoluto la 2 e la 3 ( faccio notare che la 2 e la 3 sono la medesima risposta ), e viceversa, a meno che non si chiarisca, non si espliciti cosa significa la frase di Suso: “due cose contrarie congiuntamente in una”. Cos’è quel “congiuntamente”?
    Anche qui, “congiuntamente” può significare o la 1, cioè lo “stare insieme” A e B ( ma lei lo esclude ) o la 2, cioè “l’identità dei diversi” A è B ( esclude anche questa ).
    Ancora una volta, rimane la 3 senza risposta ….
    Come vede, siamo punto e a capo…
    Grazie,
    cordiali saluti
    Roberto
    ………………………………………………………………………………………

  11. wilmo e franco boraso Says:

    Caro Roberto,
    ha detto Dante di Beatrice – di ciò che suscitava in lui quando la
    vedeva -, che “intender no lo può chi non la prova”: l’ESPERIENZA di cui abbiamo già parlato.
    Similmente io dico che per comprendere la “coincidenza degli opposti”, ora nei modi della filosofia, è necessario percorrere la Via della conoscenza filosofica o Via dell’eterno ritorno dell’uguale, arrivare alla fine di essa che si trova dov’è l’inizio e coincide con esso, quindi valicare l’Abisso e attraversare la Porta. Ed ora si può, perché la struttura è stata completata e gli ultimi ostacoli superati e risolti.
    Ma si tratta di una strada terminata da poco e ci vorrà del tempo
    perché sia conosciuta e percorsa. Perciò, per ora, per spiegare cosa significa “due cose contrarie congiuntamente in una”, ciò che è “la coincidenza degli opposti, da “lo stare assieme di due cose di cui una non è l’altra” che esprime il principio di non contraddizione, mi farò aiutare dal mito (come ho già fatto con la religione, la sapienza, il misticismo), un modo di conoscere che precede la filosofia e che noto a molti.
    Nel mito dell’androgino, riportato da Platone nei suoi libri,
    “Gli umani non erano creature degli dèi ma prodotti della Terra, come le piante. E non crescevano distaccati ma assieme, come se il dio Efesto, “li avesse fusi e plasmati in un essere solo, affinché, di due divenuti uno, potessero vivere entrambi così uniti”
    Erano un tutto pieno, rotondi di forma, come l’Essere di Parmenide si può aggiungere. Non due corpi e un’anima sola, come accade ancora oggi nell’amore più grande, ma un corpo e un’anima. Non una metà manifesta e l’altra ignota come io dico che oggi è l’uomo (e la donna), ma tutte e due in luce. Il volto come quello di Giano bifronte, ma con la faccia maschile da una parte e quella femminile dall’altra – come d’altronde appare Giano in alcune raffigurazioni che sono state salvate e conservate -, e i due sessi su un unico corpo. Formidabile quella creatura, di nulla mancante, capace di riprodursi da sé, anzi di copiarsi continuamente e illimitatamente, quel che promette di fare
    oggi la scienza con la clonazione e non c’è dubbio che ci riuscirà.
    Alcuni animali sono già stati clonati e ci sono scienziati che giurano di poterlo fare anche con l’uomo, anzi si mormora che l’opera sia in corso. Perciò un’antesignana della moderna ingegneria genetica, la creatura del mito, ma prodotta dalla natura, come la più completa e riuscita delle sue opere. Un’intempestiva crescenza, tuttavia, se ha sorpreso gli stessi dèi olimpici, ha attirato la loro attenzione e ha suscitato i loro timori e paure. Si riunirono allora sotto l’egida di Zeus e decisero di intervenire prima che fosse troppo tardi; prima che quei nuovi nati dalla Terra acquistassero coscienza della loro forza e decidessero di usarla contro di loro. Gli Olimpici avevano già
    subito assalti dai giganti e dai titani e non volevano essere colti di
    sorpresa un’altra volta.
    Fu questa la decisione cui giunsero: ridurre drasticamente la loro
    forza e i loro poteri separando l’uomo dalla donna. Tagliandoli a
    metà, insomma. Compito che Zeus stesso si assunse e lo eseguì con la spada. In corso d’opera fece anche di più di quanto era stato stabilito: dopo averli divisi prese quelle metà e le gettò lontano, ai quattro angoli della terra. In direzione opposte le gettò, il lato uomo da una parte e quello donna dall’altra.
    Perciò è così difficile ancora oggi che uno trovi l’altra, anzi
    impossibile se non interviene il destino. Una ricerca complicata
    ancora di più dalle tante metà somiglianti all’originale che sono
    dappertutto, prodotte nel corso dei secoli e i millenni dalle
    innumerevoli combinazioni affidate soltanto al desiderio o alla
    prevaricazione. Per cui spesso si crede di aver trovato, ma poi ci si accorge che era solo un’illusione, e si comincia da capo. Una ricerca che non avrà mai fine nel mondo delle apparenze perché è legata alla propria manchevolezza. A meno che non si riesca a riscoprire la faccia nascosta che ognuno porta in sé a segno è ricordo dell’antica separazione. Solo con quella negli occhi e nel cuore si può rivolgersi al mondo delle parti separate e disperse e far conto di trovare davvero, vale a dire senza illusioni e inganni. Ma ciò significherebbe risolvere l’enigma, cosa mai accaduta finora in modo chiaro e distinto. Solo qualche volta, come ho detto, il destino ce l’ha posta di fronte, ed è nato l’amore. Io e tu la stessa cosa, ecco un avvicinamento al segreto più grande compiuto nei modi del sentimento.
    Ma per avere conferma è necessario andare a vederci, e per riuscirci aggirare noi stessi. Con le sonde all’inizio, come hanno fatto gli scienziati e gli astronauti per scoprire la faccia nascosta della luna.
    Una sonda di tal genere è “La via d’uscita dal nichilismo”, la prima, forse, che nei modi della conoscenza filosofica e scientifica ha compiuto il periplo della metà sconosciuta, e più avanti racconterò come ho fatto”. (Tratto da “La metà nascosta”, punto 7)

    Conclusione.
    Cos’è, allora, “Il principio di non contraddizione”, vale a dire A non
    è B, o A è assieme a B ma sono distinti e separati?
    E’ lo stato dell’uomo e della donna dopo che sono stati tagliati dalla spada di Zeus e le metà gettate ai quattro venti.
    Cos’è “La coincidenza degli opposti”, vale a dire “due cose contrarie congiuntamente in una”?
    E’ lo stato dell’uomo e della donna prima del taglio e della
    dispersione. Ed è lo stato di chi quella coincidenza l’ha ritrovata
    percorrendo la “Via della conoscenza filosofica” fino alla fine, fino
    all’ “Eterno ritorno dell’uguale”.

    A questo punto bisogna conoscere la via, e chi si mette in viaggio ora ha un vantaggio: ha chi l’ha percorsa, la conosce e può aiutarlo. Dopo dovrà decifrarla e camminare da solo. Altrimenti continuerà a rimanere in questo mondo di metà che obbediscono al principio di non contraddizione, proliferate e proliferanti oltre ogni logica.
    Cordiali saluti,
    Wilmo

  12. Gloria Corradi Says:

    ciao Wilmo, non mi addentro in queste cose più grandi di me … ma entro perchè volevo farti gli auguri almeno per delle feste serene, Gloria Corradi

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