Veda e Filosofia

Un collegamento fra i Veda e la filosofia, dopo che anch’essa ha raggiunto la fine del suo giro e il Centro.

M.C. Escher, Ordine e caos (1950)

Essere in contatto con il centro

Immagina un cerchio e immagina che ne stai percorrendo la circonferenza. Qualunque sia il punto in cui cominci il percorso, quello è il tuo inizio. Ma, una volta che cominci a muoverti, non c’è fine; continui a girare in tondo (1). Se vuoi uscire fuori dal cerchio senza fine,(2) devi essere consapevole (3) che il cerchio ha un centro e che tu devi stare in quel centro, invece che lungo la circonferenza. (4) Cos’è questo centro? È la realtà che risiede permanentemente nel Cuore di tutti gli esseri. È la coscienza, è verità ed amore. Tutti devono conoscere quel centro, se vogliono smettere di girare in tondo all’infinito, spostandosi continuamente da un punto all’altro (…). (5) Non c’è né inizio né fine nel centro, perché lì cessa ogni direzione, distinzione e movimento. (…)(6)
Se riposi in quel centro, il mondo non potrà turbarti o toccarti in alcun modo.(7)

(Da un brano di H.W.L. Poonja, maestro vedanta indiano del secolo scorso)

Questo pensiero del cerchio eterno che Poonja ci invita a guardare con l’immaginazione per aiutarci a comprendere la dottrina dei Veda attorno all’uomo e a Dio, ha ora nella filosofia una consistenza inusitata. Ce l’ha da quando essa è giunta alla fine del suo cammino, che ha coinciso con l’inizio avvenuto più di venticinque secoli prima.
Oltre alla sua forma circolare, molte delle pietre miliari della via filosofica stanno nei punti indicati da Poonja, che noi abbiamo indicato con i numeri 1, 2, 3… Per cui sono uguali le due visioni del totale.
Ma Poonja non è un filosofo; non nel senso come noi l’intendiamo. E non è un occidentale, ma un orientale: com’è allora che le visioni coincidono, che il suo sguardo sul tutto è simile al nostro, al simbolo, per esempio, del nostro blog che compendia l’intero cammino filosofico? (vedi L’origine del nostro simbolo)
Un caso? No.
Abbiamo dimostrato varie volte che uno solo è il cammino; diversi invece i metodi per seguirlo, affrontare gli ostacoli, sventare le insidie, superare le difficoltà, sciogliere gli enigmi. E Poonja ha usato quello a sua disposizione: la grande tradizione vedica. Noi la filosofia.
Altri metodi che in varie occasioni abbiamo illustrato lungo il corso del nostro blog: la poesia, il mito, i misteri, le religioni.
Vediamo ora, nei punti indicati da Poonja, le pietre miliari erette dalla filosofia.

1. Immagina un cerchio e immagina che ne stai percorrendo la circonferenza. Qualunque sia il punto in cui cominci il percorso, quello è il tuo inizio. Ma, una volta che cominci a muoverti, non c’è fine; continui a girare in tondo.
Non diversamente, Parmenide ha detto: “Per me è indifferente il punto di partenza; infatti ritornerò di nuovo là.” (Frammento 5)
L’inizio e lo svolgimento del giro che qui interessano è quello dell’uomo. Un inizio è la nascita. Poi vita, morte, ancora nascita, in un succedersi ininterrotto. O, come ha detto Ray Bradbury, “partorire figli, che partoriranno figli, all’infinito”, perché “abbiamo paura della morte, del buio, e vogliamo vedere la nostra immagine ripetuta e immortale”.
Così i giri e le ripetizione della natura, e fino a questo punto si circola come le stelle in cielo, come le piante e gli animali sulla terra. Ma poi su questo infaticabile riandare è spuntata la “consapevolezza”.

2. Se vuoi uscire fuori dal cerchio senza fine
Per la filosofia, il momento dell’ uscita si trova in Nietzsche, nel capitolo “La visione e l’enigma” del libro “Così parlò Zarathustra”; là dove il pastore morde la testa del serpente che s’era infilato nella sua bocca mentre dormiva e lo stava soffocando, la stacca e la getta lontano. Così liberato “balzò in piedi. Non più pastore, non più uomo, − un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva. Mai prima al mondo aveva riso così un uomo, come lui rise! Un riso che non era d’uomo, ed ora −  continua Zarathustra −  mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che mai si placa. La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei di morire ora!”. (“Così parlò Zarathustra – La visione e l’enigma, in Opere, Adelphi.)
Il distacco della testa del serpente è la rottura del giro chiuso, continuamente ripetuto, quello assegnato ai pianeti in cielo, alle piante e animali sulla terra e all’uomo in carne ed ossa, quello fisico, insomma, con cui troppo spesso egli si identifica. O meglio è l’uscita dalla cieca necessità, perché continua l’eterno ritorno anche dopo, ma in modo consapevole. Ora è “l’eterno ritorno dell’uguale”, o “dello stesso”.
Il distacco della testa del serpente da parte del pastore è il momento in cui la consapevolezza viene raggiunta nel campo della filosofia, anche se ha ancora le figure e i colori del sogno: la vicenda avviene di notte, sotto la luna piena, nel profondo silenzio di mezzanotte, c’è la “porta carraia” chiusa che ha due volti, con due sentieri che convengono in essa che nessuno ha mai percorso fino alla fine, Zarathustra e il nano bisbigliano davanti alla porta, di cose eterne bisbigliano, c’è un ragno che indugia strisciante, un cane che ulula con il pelo irto e la testa all’insù, il paesaggio è lunare, il silenzio è di morte.
Tutto era ancora come irreale, non aveva ancora raggiunto l’aspetto di idea chiara e distinta.

3. …devi essere consapevole che il cerchio ha un centro
Dunque la consapevolezza è cominciata con l’uscita dal cerchio della natura, quello percorso dagli animali e dall’uomo. Per entrare dove? Nel mondo della cultura, dove dei giri che stanno sotto si cercano i luoghi, i tempi, i motivi. Nietzsche è stato il primo, ma in lui uscita ed entrata sono ancora allo stato onirico, ma si tratta di sogno lucido, di quelli che arrivano poco prima del risveglio.
In altri modi però la consapevolezza è spuntata prima anche in Occidente. Con la sapienza, per esempio, quella dei secoli VI e V che ha preceduto il pensiero filosofico. Parmenide esce pure dalla “Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno” e continuando per la via che da lì si apre , la “Via Maestra”, arriva in Centro.
Il Centro è l’Essere e lui lo descrive. E lì non c’è il tempo, il movimento, il mutamento. Esso è eterno, immutabile, immobile, anche se tutto ciò che poi appare come mondo è in esso contenuto. Qualche millennio più tardi Dante affermerà di Dio: “Nel suo profondo vidi che s’interna/ legato con amore in un volume/ ciò che per l’universo si squaderna”. (Dante , Paradiso, Canto trentesimoterzo, versi 85,86,87) E gli astrofici dei nostri giorni, del “punto materiale” che ha preceduto il big bang, dicono che era senza dimensioni, ma non c’era nulla di meno in esso di ciò che poi è diventato galassia, stella, pianeta, albero, uomo, pensiero, libro; e nulla di meno di tutto quel che è e sarà.
Raggiungere la consapevolezza richiede l’ingresso nel mondo della cultura dove è diventato possibile percorrere tutto il giro tutto ad occhi aperti, anche nei tratti bui che chiamiamo sonno, inconscio e morte; cammino arduo anche in tal modo ma che oggi ha impronte di passi. Non c’è scampo altrimenti a quel cieco e infaticabile riandare.
Chi acquista questa consapevolezza è l’ “Io”, quello raggiunto dalla filosofia ed espresso in modo chiaro e distinto da Cartesio, ed è il “Sé”, che si manifesta quando si arriva alla fine della via che coincide con l’inizio (coincidenza degli opposti ). L’arrivo ci da la misura completa di essa e da quel punto si può uscire.

4. …e che tu devi stare in quel centro, invece che lungo la circonferenza.
In quel ramo della filosofia che si chiama psicanalisi, c’è un’idea chiara e distinta di come si arriva in centro. Ce l’ha data Jung e suona così: conquistando la parte di inconscio necessaria per compiere il giro, collegando il Tramonto con l’Aurora. Queste le sue parole: “Se s’immagina la coscienza, con l’io al centro, come contrapposta all’inconscio, e se ci si rappresenta il processo di assimilazione dell’inconscio, quest’assimilazione può essere pensata come una specie di accostamento fra la coscienza e l’inconscio, dove il centro della personalità totale non coincide più con l’Io, ma è un punto situato in mezzo fra la coscienza e l’inconscio. Questo sarebbe il punto del nuovo equilibrio, una nuova centratura della personalità complessiva, un centro forze virtuale, che offre alla personalità, per la sua posizione centrale fra coscienza ed inconscio, una nuova base sicura”. (C.G. Jung, Von den Wurrzeln des Bewusstseins, 1954, p. 133). Tale risultato Jung l’ha chiamato “Selbst” (Sé), e afferma di esso che non va assolutamente confuso con l’“Io”, perché è unità di conscio e inconscio, mentre il primo sovrintende alla metà luminosa. (Per l’analogia con il nostro pensiero, vedi La metà nascosta).
Centro è, dunque, il “Sé” − l’Io di Cartesio che continua fino al Sé di Jüng, conquistando la parte di territorio oscuro dove prima c’erano i leoni, quella necessaria per passare e completare il giro.
Questo è anche il Centro dell’uomo, ma non c’è sostanziale differenza fra esso e l’Essere, se non di gradi, come, ad esempio, quando si dice: l’uomo è “microcosmo”, l’Essere è “macrocosmo”. Perciò le parole che vengono proferite per il primo, come un fascio di luce che parte da un punto e s’allarga nella notte, vanno bene anche per il secondo. Altro non si saprebbe e son si potrebbe dire di chi è più di noi: solo che è più grande. O il di più è rivelazione, fede, sentimento. È mito, mistero, religione, poesia.

5. Cos’è questo centro? È la realtà che risiede permanentemente nel Cuore di tutti gli esseri. È la coscienza, è verità ed amore. Tutti devono conoscere quel centro, se vogliono smettere di girare in tondo all’infinito, spostandosi continuamente da un punto all’altro…
Il Centro “È”: eterno, immutabile, immobile. È ciò che qui Poonja dice di esso ed è quel che ha espresso una lunga tradizione.
Ha detto Parmenide: è “simile a massa di sfera rotonda, ugualmente pesante dal centro in ogni sua parte”. (Frammento 7 D.K.)
Per Empedocle c’è una fase in cui le particelle di terra, d’acqua, d’aria e di fuoco formano una sfera, “Lo Sphairos rotondo, che esulta nella sua solitudine circolare”.
Nel “Corpus Hermeticum” di Hermes Trismegisto sta scritto: “Dio è una sfera intelligibile il cui centro sta dappertutto e la cui circonferenza in nessun luogo”.
Nella “Cena delle ceneri” Giordano Bruno afferma “con certezza che l’universo è tutto esso centro, o che il centro dell’universo sta dappertutto e la sua circonferenza in nessun luogo”. (De la causa, principio ed uno, V).
Come un ricorso che non si placa, Pascal ha così ripetuto: “La natura è una sfera infinita, il cui centro sta dappertutto e la circonferenza in nessun luogo”.
Poi, in filosofia, il Centro ha gli aggettivi che lo hanno designato da millenni ormai. È il Bene di Platone, l’Atto puro o il Motore Immobile di Aristotele, l’Uno di Plotino…

6. Non c’è né inizio né fine nel centro, perché lì cessa ogni direzione, distinzione e movimento…
Cessa quel che distingue le apparenze dall’Essere. Mutevoli, mobili, nel tempo, le prime; eterno, immutabile, immobile, il secondo.
Ciò che ha espresso il pensiero di Poonja è un ritorno: ritorno nel Centro percorrendo la via delle apparenze e superando il confine che le separa dall’Essere.
È lo stesso ritorno di Anassimandro: “Là dove le cose hanno il loro sorgere, ivi è anche il loro venire meno. Esse devono, infatti, fare ammenda ed esser giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo.” (Framm. 1)
Lo stesso di Parmenide, che dalla “casa della Notte” arriva davanti alla “Porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno” ed entra. (Frammento 1).
È la via discendente di Plotino, che ci ha portato all’esilio nel molteplice e nella materia, e la risalita fino alla fine del viaggio, fino a “contemplare ciò che è nel santuario”. (Plotino, Enneidi, VI, 9, 119).
È il Big Crunch degli astrofisici, previsto dopo il Big Bang.
È lo spegnimento nel nirvana di Buddha: da nirva che significa spegnere. Spegnimento del mondo che si lascia superando “l’oceano dell’esistenza” (da “Il Buddhacarita” di Asvaghosa, canto XIV, 101) dunque e ingresso nello “stato che non conosce alterazione. “Quando venne l’alba […] il gran veggente raggiunse lo stato che non conosce alterazione; lui la guida sovrana raggiunse l’onniscienza”.(Da Il Buddhacarita di Asvaghosa, canto XIV, 86).
Ma, si può avere un’idea di questo Centro?
La scienza dice di no. Partendo dal manifesto, in un cammino all’indietro di avvicinamento a quel punto (punto materiale essa lo chiama), arriva fino ad un attimo prima: un attimo prima del Big Bang. Ma lì terminano le sue idee chiare e distinte.
La religione sostanzialmente dice di no: d’altronde le sue dimostrazioni dell’esistenza di Dio non hanno retto, anche se l’ha aiutata la filosofia. E le parole che esprimono ciò che Dio non è, perché “alla Causa di tutte le cose che è superiore a tutte le cose non si addice nessun nome e si addicono tutti i nomi delle cose che sono” (Dionigi Areopagita, Nomi divini, I 7, 596C), sono più incisive e pregnanti di quelle che dicono ciò che è.
La poesia dice di no: Dante avverte quel centro ma subito cade nello smarrimento e nell’oblio.
E la filosofia? Essa ora dice: “da lì entriamo e da lì usciamo”. Da lì appare il tutto esteso: dal “tutto raccolto in uno” appare il “tutto esteso” che chiamiamo mondo.
È Il punto di chi vede e non è visto: “C’è un altro che non vedo che comanda,/ come io comando a quelli che stanno sotto./ E mi comanda di assumere il comando/ perché egli è stato innalzato”. (Da Il Vocabolario, lettera C).

7. Se riposi in quel centro, il mondo non potrà turbarti o toccarti in alcun modo
Questo è lo stato di chi raggiunge il Centro provenendo dal mondo delle apparenze finché si trova ancora in questo mondo. Ciò che ora può avvenire perché si conosce la strada ed il passaggio.
Acquisti l’imperturbabilità. Stai al centro all’uragano mentre tutto ruota vorticosamente attorno e si distrugge …
Ma la conquista più grande si chiama “consapevolezza” ed “eterno ritorno dell’uguale” ed è quella d’essere apparenza e centro assieme; ciò che capita, appunto, dopo aver percorso il circolo della cultura.
La grande conquista è …Essere e non-Essere, (cioè centro ed apparenza assieme), Essere già stato e aver dimenticato, (ma la memoria ritorna al primo ricordo importante, al primo contatto), essere un tutto e sentirmi breve, (“tutto in una volta” o “tutto in uno” è il Centro a cui si arriva. “Breve”, invece, è la condizione del ritorno nel mondo delle apparenze, che diventa “eterno ritorno consapevole”), recitare la mia parte e amare Iddio” (vedi Il vocabolario, lettera C). (La propria parte la si recita nel mondo delle apparenze dove si è limitati, contingenti, in continua peregrinazione nelle terre della bellezza, della memoria, della ricerca, della scoperta, dello smarrimento e del ritrovamento. “E amare Iddio” è l’eterno in noi, il collegamento perenne con il Centro).
Anziché da giorno a giorno attraversando la notte e il sonno, come capita ad ognuno in questa vita, si passa da esistenza ad esistenza superando la morte e l’inconscio, varcando i limiti di una ed entrando nell’altra, e ogni volta che finisce un giro ci si abbevera alla fonte eterna. Poi come pellegrini rifocillati si riprende. Se si vuole. O se ti porta il cuore.

3 Risposte to “Veda e Filosofia”

  1. luca ormelli Says:

    Immagino fosse vostra intenzione menzionare il Big Crunch non il Big Crup…
    Un saluto, L.

  2. wilmo e franco boraso Says:

    Grazie per averci segnalato l’errore.
    Ricambiamo i saluti con grande cordialità.

  3. Commento al pensiero di Emil Cioran | La via d'uscita dal nichilismo Says:

    […] Buddhismo si esce seguendo l’Ottuplice Sentiero. Nei Veda la via da seguire è circolare (vedi Veda e filosofia). L’uscita è lo scioglimento dalla catena che lega tutte le cose e il distacco: e si entra nel […]

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