Sulla linea

Claudio Verna, La soglia (1996)

Le aporie di Zenone sono scene di movimenti e variazioni che sembrano avvenire nel mondo delle apparenze, mentre l’Essere di Parmenide, come si sa, è immobile e immutabile, eterno, e le prime sono state scritte in difesa del secondo e per dimostrarlo. Perciò sembra ci sia contraddizione. Davvero? No.
Eppure Achille rincorre ancora la tartaruga e sempre più gli si avvicina, la freccia scoccata dall’arco continua il suo volo verso il bersaglio. Così per le altre aporie giunte fino a noi nelle opere di Aristotele. Allora?
Allora si veda cosa abbiamo scritto in una pagina del libro Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte (Capitolo 9: I cicli dei sapienti).

“Il divenire e l’essere stanno assieme anche nell’opera di Zenone d’Elea, il maggiore discepolo di Parmenide, il primo solo come apparenza o mondo delle apparenze, com’è in Eraclito d’altronde. Sembra tutto un correre il contenuto delle sue famose aporie: piè veloce Achille che insegue la tartaruga senza mai raggiungerla, la freccia scoccata dall’arco che continua a volare verso il bersaglio senza mai arrivare, per quanto esso sia vicino, eccetera. Per cui tutto è come sogno quel che accade. Finché i più avveduti si accorgono che nulla si è davvero mosso, che è tutta una messinscena quella lì. Perché Achille e la tartaruga possono iniziare la loro corsa quasi a contatto di gomito, vale a dire con un nonnulla a vantaggio della tartaruga, e neppure così il più veloce non raggiungerà mai la più lenta. Per coloro che non ne hanno mai sentito parlare, anche se è la corsa più lunga del mondo, perché ha avuto inizio circa venticinque secoli fa e ancora continua, ecco una versione vergata dalla penna di Borges: “Achille corre dieci volte più velocemente della tartaruga e le concede un vantaggio di dieci metri. Achille percorre quei dieci metri, la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga un millimetro; Achille Piè veloce il millimetro, la tartaruga un decimo di millimetro e così infinitamente, senza raggiungerla” (Jorge Luis Borges, Metempsicosi della tartaruga). Come si spiega quest’assurdità? Perché sappiamo tutti come stanno veramente le cose in questo mondo – tutti hanno occhi per vedere e mani per toccare: Achille raggiunge sempre la tartaruga e la supera d’un balzo. Gli occhi vedono il vincitore, le mani lo incoronano d’alloro. Perciò un imbroglione questo Zenone, o tutt’al più, per trattarlo con un po’ di benevolenza, tenuto conto della sua acuta intelligenza che nessuno non gli ha mai negato e del posto che occupa nella storia della sapienza antica, un sofista, vale a dire uno capace di un ragionamento solo apparentemente logico, ma in realtà falso o capzioso. Molti le hanno considerati, infatti, di tal genere quelle pietre miliari della visione dell’essere e della sua dimostrazione. Perciò io dico di no, non sono sofismi. Quella d’Achille e la tartaruga, posta nei termini indicati da Zenone, è una corsa che avviene in un altro mondo, su un altro piano, che non è le piste degli stadi esistenti nelle nostre città. È il mondo dell’essere, ben distinto dall’altro. Essenzialmente immobile, atemporale, il primo, mentre il secondo è il mondo dell’esperienza sensibile, dove di volta in volta si premia il vincitore che corre di più e sorpassa tutti gli altri. Soltanto che la maggior parte degli uomini crede che ci sia un solo piano d’esistenza e un unico mondo, e non due distinti e separati anche se comunicanti con una Porta”.

Così la pagina scritta alcuni anni fa, e ora uno sviluppo che si è fatto avanti nel frattempo e comincia con la domanda: cosa sono davvero le aporie di Zenone?
Se il loro scopo era di dimostrare la nuova dimensione che era appena apparsa in modo stabile e sicuro aldilà del mondo delle apparenze, non solo a Parmenide e non solo in Grecia e nell’Italia meridionale ma anche in India a Buddha e in Cina a Lao-tzu, e che sarebbe diventata lo spazio aperto e luminoso di una nuova civiltà, allora la posizione più adatta per lo sguardo contemporaneo di qua e di là era il loro confine; la linea di demarcazione fra apparenze ed Essere perciò, e precisamente dove c’è la Porta da cui si poteva uscire e rientrare, quella che Parmenide ha attraversato per primo nei modi della sapienza che ha preceduto di poco la filosofia.
Così ci appare il posto di osservazione di Zenone, da cui egli vede e parla. Potrebbe, tuttavia, essere anche il Centro e poco muterebbe, il colpo d’occhio sarebbe soltanto più ampio e completo e non rimarrebbero zone nascoste da dover poi dedurre con il ragionamento, perché sta tutto in uno sguardo. Cerchiamo di guardare anche noi allora da quel punto, ma precisiamolo meglio, perché su tale confine ci siamo tutti ma normalmente non vediamo niente aldilà, perché non ci troviamo dove c’è il passaggio o la Porta è chiusa, e di qua ci perdiamo fra cose ed aspetti innumerevoli: le apparenze, appunto.
La gara incomincia, dunque, dove c’è la Porta, con partenza nel mondo delle apparenze, ed ecco lo svolgimento. Al di qua ben si vedono i protagonisti, le posizioni che occupano, la distanza che li divide; si vede la corsa e il rapido avvicinarsi di Achille. Dieci metri in un balzo, un metro in un attimo. Ma poi agli occhi del corpo fatti per le apparenze il movimento quasi sparisce, i contendenti quasi si sovrappongono; non si distinguono più l’uno dall’altro: sembrano uno solo, coincidono… Perché ora siamo sul confine, o a un secondo alla – 33 da esso, per esporre uno dei suoi aspetti chiari e distinti, quello cui sono giunti gli scienziati nella loro opera di avvicinamento all’origine dell’universo, partendo anch’essi dal mondo delle apparenze. Insomma, un’ altra versione dell’avvicinamento al confine, come la corsa di Achille e la tartaruga, è quell’opera della scienza.
Ma poi avviene l’indicibile, l’incalcolabile, l’inseparabile, l’indistinguibile. In quel punto Achille e la tartaruga si danno ombra scura reciprocamente, coincidono, scompaiono come singoli. Di là se si passa, si passa assieme. Di là ci assorbe il “Tutto in uno”. Come un torrente o un fiume, si entra in quel mare e finisce il mondo, l’aspetto di esso ordito dai sensi e dalla mente.
È lo stesso confine che superiamo ma senza sapere quando si trapassa dalla veglia al sonno, perché il sonno con i suoi sogni è un “figura”, un’“indicazione”, una “cifra” dell’Essere, il poco che confusamente ci appare.
È lo stesso confine che ognuno esperimenta quando si trapassa dalla vita alla morte, perché la spoglia che si lascia di qua e il vuoto di là sono “figure”, “indicazioni”, “cifre” dell’Essere, il quasi nulla che di esso ci appare.

Ora però la filosofia ci ha dato un mezzo per valicare quel confine congiungendo l’estrema sponda del mondo delle apparenze a quella dell’Essere (e viceversa). Esso è un ponte, perché i ponti attraversano abissi, ed è indubbio che quel confine è di tal natura e bastano vita di qua e morte di là a farcelo intendere così: un abisso della natura e della conoscenza, quella chiara e distinta della filosofia e della scienza finora. Di questo Ponte sull’abisso, abbiamo già detto in varie occasioni e abbiamo spiegato come ci è riuscito di costruirlo e di passare (vedi, per esempio, Compendio. Il cammino misterioso che attraversa il sonno, l’inconscio, la morte. Parte quarta, capitolo secondo).

P.S.
Sulla linea
, dove c’è la Porta che Parmenide ha oltrepassato e dove Zenone ha fatto disputare ad Achille e alla tartaruga la loro celebre corsa, si sono ritrovati duemilaquattrocento anni dopo Heidegger e Jünger, con l’intenzione di superarla nei modi della filosofia. Non ci sono riusciti in modo chiaro e distinto in quel primo tentativo, ma molto hanno fatto perché l’impresa fosse ripresa e portata a termine pochi decenni dopo.

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