L’esame | Prima parte

Rembrandt , Lezione di anatomia del dottor Tulp (1632)

All’esame non si può sfuggire.
Si può non prepararsi o prepararsi malamente. Ma allora al momento dell’esame ci prenderà la paura. Perché non si fa distinzione fra quelli che sanno e quelli che non sanno. C’è un’unica commissione d’esame, uguale per tutti.
Chi è preparato è incoraggiato in cuor suo a sostenere la prova. Ma chi non è preparato lo coglie timore profondo.
Tuttavia non si può dire che chi è preparato supererà la prova, perché ciò mai non avviene né si hanno prove che sia accaduto. Ma tuttavia chi è preparato è almeno incuriosito di quali saranno le sue reazioni e le sue effettive possibilità.
C’è in questo atteggiamento, oltre all’amor proprio stimolato, anche un po’ di spavalderia. Ma chi non la comprende in simili casi!
Per ciò che riguarda l’esame, essendomi toccato di assistere ad alcune interrogazioni, vi posso dire come avviene.
In una di esse hanno chiesto all’esaminando chi fosse.
Lui disse il suo nome, il nome e cognome dei suoi genitori, la sua data di nascita e il luogo dove abitava, come comunemente si risponde a tale domanda.
E quelli cominciarono a sorridere ironici.
L’esaminando era preparato e seppe destreggiarsi. Molti altri, a quell’atteggiamento dei giudici, precipitavano nella paura e per loro era finita.
Egli disse: “Se mi fate delle altre domande vi darò ancora notizie di me. Sapevo che la mia risposta non vi avrebbe soddisfatti”.
E quelli ripeterono la stessa domanda: “Chi sei?”.
“Ho una vita tutta mia, un’anima immensa che s’apre alla gioia, all’amore, alla vista del mondo, una coscienza che la vita arricchisce e un volto che mi raffigura”.
E quelli sorridevano ironici.
“Ma so che la vita si sostiene per poco, dalla nascita alla morte e ogni notte si ferma per prendere forza. So che l’anima mia qui dalla mia vita è accesa e la vita poco dura e so che il volto è un sogno breve, un tentativo. Ma un giorno potrei avere un volto che dura”.

Ho descritto una scena dell’esame perché possiate avere un’idea delle domande che vengono poste e dei tentativi che si fanno per rispondere. Dovete però tenere presente che l’esame non è mai un gioco di parole. Esso prima impegna tutta la nostra vita e poi decide la nostra fine. La sconfitta sarà inevitabile, ma se sapremo rintuzzare le domande insidiose ci salveremo dalla paura cieca, dall’angoscia senza fondo.
Tutto può ancora risolversi, tenendo testa ai giudici, in un atto baldanzoso, fine a sé stesso. Ma insistendo si potrebbe forse un giorno ottenere dei risultati.

Mi direte che a domande come quelle dell’esame raccontatovi è sempre possibile rispondere. Quel “chi sei?” si presta ad un’infinità di risposte e gli esaminatori avrebbero avuto di volta in volta il loro daffare a rintuzzarle. Poi, su quanto essi avrebbero detto, si poteva costruire una nuova difesa.
Conosciamo bene noi uomini tutti gli artifici della lingua. Ne abbiamo accumulato una riserva inesauribile. Le verità rivelate, la catena delle cause e degli effetti, la dialettica, la retorica, il relativismo, l’eternismo, il pensiero debole, l’ermeneutica…
Dall’immenso magazzino di parole bastava scegliere le più adatte al momento opportuno, e questo del resto ci veniva spesso insegnato.
Ma non accadeva mai così.
Quell’esame non era come tutti gli altri.
Inutile mandarvi gli esperti della lingua.
Là, quando la domanda era posta, era come se venisse dal cuore e si riconosceva improvvisamente che ad essa non si sapeva davvero rispondere.
C’era quindi da pensare che gli esaminatori indovinassero appieno il momento della domanda, momento rarissimo, forse unico nella vita dei più.

Le discussioni si svolgevano fuori della sala d’esame, ma allora fra esaminandi. Lì sopportavamo a vicenda i nostri discorsi nonostante vi riconoscessimo spesso l’esibizione, lo sfoggio della cultura.
Peggio ancora, le parole spesso coprivano gli atti degli uomini, inaccertabili, diventando menzogna, ipocrisia.
Tuttavia in genere si poteva dire che le discussioni là fuori servissero a passare il tempo, quello che ci separava dall’esame, anche se molti si impegnavano a fondo traendone il maggior vantaggio possibile.
Ciò avveniva perché l’esame e la sconfitta che l’accompagnava, toccava di volta in volta ad uno solo, in un momento eccezionale.
Gli altri non erano presenti, non li riguardava.
Ciò naturalmente finché non fosse giunto il loro momento o non fosse toccato ai vicini con cui avevano tante volte discusso.
Tuttavia i più attenti non potevano non accorgersi che il fallimento era continuo e totale e così sarebbe stato anche per loro.
Ma per il fatto di trovarci così numerosi ad attendere e tutti nella sala, non si poteva fare a meno di parlare, di discutere.
In un certo senso poi le discussioni servivano. Ne era prova la possibilità di rispondere all’esame con fermezza e coraggio. Non per ottenere la vittoria ma per andare coscienti verso la sconfitta anziché precipitarvi atterriti.
Sembrava che le discussioni a questo servissero: ad accorgersi che non c’era soluzione.
E chi arrivava a questo punto, cambiava strada, si rivolgeva a sé stesso. Anche così non si arrivava alla soluzione ma c’era un vantaggio: si anticipava in un certo modo il momento dell’esame. Si ricreava in noi la situazione che sarebbe affiorata il momento prima della domanda e non ci avrebbero colto di sorpresa.
Si trattava quindi di sperimentare in anticipo quel momento vivendo gli smarrimenti, le paure, le angosce.

La possibilità improvvisamente sorta di riprodurre il momento dell’esame ci apriva ad inattese considerazioni. Esso non era più in mano agli esaminatori e perdeva così la sua eccezionalità ed anche la sua assurdità nei nostri confronti e inoltre togliere la possibilità della sorpresa di mano agli esaminatori non era forse un segno della loro vulnerabilità?
E se erano vulnerabili non si poteva, a lungo andare, risolvere l’esame a nostro favore?
Queste domande sorgevano improvvise e ci aprivano uno spiraglio da cui scorgere possibilità di vittoria.

Soffermandoci a riflettere, e ne abbiamo bisogno perché le possibilità improvvisamente apparse ci hanno in parte sorpreso, possiamo notare che a renderle attuali è stato il nostro atteggiamento di fronte all’esame.
Abbandonate le mille astuzie della lingua, le mille costruzioni erette su morte fedi, abbiamo assunto un atteggiamento deciso: la paura, lo smarrimento, l’angoscia, non ci avrebbero annientati, anche se la sconfitta giungeva inevitabile. Ciò perché paura, smarrimento, angoscia, che tutto invadevano il nostro essere al momento della sconfitta, venivano sperimentate in noi.
Alla sconfitta non partecipavamo più inerti ma la incontravamo in aperta ribellione.
Senza la nostra succube partecipazione, ad essa non rimaneva che la vuota crudeltà, l’assurda cecità.
E questo determinava la fredda determinazione in noi a resistere.
Si scopriva poi che il nostro atteggiamento non datava da molto.
L’angoscia era entrata nella nostra vita specialmente negli ultimi anni e negli ultimi tempi ci ha profondamente impegnati a sperimentarla. La sua presenza nella nostra vita aveva ora il valore di un antidoto.
Al momento della sconfitta non ci avrebbero colto di sorpresa, anzi essa poteva addirittura svanire lasciando il posto alla cosciente visione della situazione eccezionale.
In passato ci si abbandonava completamente alla sconfitta atterriti o ci si lasciava tranquillizzare da sogni lungamente tenuti per veri.
Nella maggioranza dei casi accadeva ancora così.

Con l’immaginazione, all’aprirsi di questo spiraglio, ci siamo subito rivolti agli uomini. Si poteva formare un fronte compatto e aprire e costruire la via della nuova avventura.
Ma ciò era difficile da ottenere, impossibile forse.
Là, nel mondo degli uomini, ognuno aveva già i suoi problemi da risolvere nei rapporti con i suoi simili.
E non si trattava sempre di dispute a parole.
Spesso si volgevano gli uni contro gli altri in feroci conflitti che terminavano con orrendi massacri.
Come poteva accadere ciò fra gli uomini, tutti soggetti ad un’uguale sorte, ad una stessa fine?
Forse perché si tentava là fuori ciò che non riusciva all’esame: ottenere la vittoria.
Ma erano tutti tentativi nel mondo di cose.
Ci restano di essi, e li conserviamo con cura e amore, i grandiosi monumenti di pietra. Strane forme, sogni di allora, ancora più irreali dei sogni se non ci ricordassero la strada percorsa e non ci testimoniassero il nostro desiderio nei secoli e insieme il nostro fallimento.
Abbiamo cercato, continuamente, di dar vita qui sulla terra ad un sogno, che è dentro di noi, per quella lieve immagine che traspariva, e lo abbiamo reso di sasso con alte torri, chiese splendenti, grandiose città, lasciando sempre tutto a ricordo.

Tuttavia quell’avvenimento nuovo, la sorpresa che abbiamo tolto di mano agli esaminatori, bisognava almeno tentare di farlo conoscere anche se apparivano chiare le difficoltà che fosse compreso.
Comprenderlo significava viverlo, immedesimarsi nello stato del momento d’esame, precipitare nella situazione eccezionale provando la paura, lo smarrimento, l’angoscia.
Cosa molto difficile da ottenere, ma tuttavia non più impossibile.
Perciò dovevamo comunicare quella possibilità, descrivere quella situazione, invitare ad essa come alla più viva e originale.

[continua]

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