L’esame | Seconda parte

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese (1959)

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese (1959)

Nel frattempo nella sala dell’esame sono state date altre risposte che riportiamo.
“Siamo una terra quasi pronta per il nuovo fiore. Si crede di trovare alla superficie, fra le cose del mondo, per le sue vie, e invece ciò che cerchiamo è solo in noi. Non è in quel piccolo uccellino, batuffolo di penne arancione, su cui mi sono soffermato all’improvviso ed è cresciuto invece in noi. Quali i suoi orizzonti, la sua forma, la sua vita? Sono aldilà oltre i nostri limiti attuali”.
“Qui non abbiamo conquistato tutto. Ci siamo arricchiti di un po’ di tempo: dalla nascita alla morte. Ma da molto conosciamo questo nostro limite, da quando l’anima è spuntata in noi”.
“Qui finché il mondo in noi non avrà continuità, manifesteremo con parole il nostro stato e il nostro desiderio. Oppure con colori, pietre lavorate. L’arte è il racconto di questo straordinario che si sta manifestando in noi”.
“Nella nostra storia abbiamo innumerevoli racconti, innumerevoli reliquie. Ed ognuna esprime la conquista del mondo interiore, quello che ci rende trasparente il passato e ci invita all’avvenire. Grave inganno è quello di usare di tali manifestazioni per adornarsi e ottenere vantaggi. Tutta la nostra vita abituale si svolge quasi sempre staccata dalla nostra vita interiore e si usa del materiale affiorato, delle idee espresse, delle costruzioni eseguite, per apparire”.

E le domande a cui queste risposte sono state date?
Sempre la stessa domanda: “Chi sei?”.
Appariva perfino chiaramente che neppure gli esaminatori sapevano le risposte.
La nostra sconfitta non dipendeva da loro, non dipende da nulla.
Improvvisamente, in un momento che non appariva neppure più prestabilito, ci trovavamo di fronte ad un limite, limite dell’essere nostro. Nel nero vuoto che improvvisamente si spalancava, si cadeva.
Alla domanda solo noi potevamo rispondere.
Ora che ci appariva possibile non aspettare l’ultimo momento, la domanda non ci veniva neppure più posta ma diventava la nostra domanda, quella che ognuno aveva in serbo per sé e a cui ognuno avrebbe dovuto rispondere.
“Portare avanti la vita oltre il suo limite”: questo l’impegno e nella conquista la gloria.

Ponendo attenzione  alle risposte sopra riportate, colpiva la realtà e consistenza che aveva acquistato il mondo in noi. Un mondo che si andava formando facendo tesoro dell’esperienza di qui, delle innumerevoli vite vissute.
E quel mondo possedeva delle dimensioni nuove, straordinarie, nel confronto con questo.
Questa realtà immensa che ci contiene e di cui facciamo parte, si presentava all’osservazione con i suoi limiti. Si tiene continuamente alla ribalta in un continuo immenso movimento, nel continuo eterno presente, ma i suoi giorni andavano persi irrimediabilmente.
Fantastico viaggio, dunque, lasciando continuamente nel tragitto le morte spoglie. Un continuo tenersi alla ribalta nell’attimo di vita, ma pure una continua sconfitta nella morte.
E noi come essere del mondo andavamo soggetti a quella sconfitta.
Ma da molto s’era aperta in noi la coscienza di questa situazione e ciò aveva avuto potere di mutarci rispetto all’ambiente.
Così da molto erano sorte in noi dimensioni nuove: il passato e il futuro. Il passato ritornava nel ricordo, non come morta spoglia ma vivissimo a volte, con un’intensità maggiore del lontano avvenimento vissuto. L’avvenire viveva in noi, nei nostri sogni, nelle nostre aspirazioni, nella certezza infine di un mondo migliore, più libero, più giusto, più vero. E libertà, giustizia, verità appartenevano al mondo in noi.
Sembrava proprio che con la coscienza del mondo in noi, un mondo meraviglioso che salvava il passato e sognava l’avvenire, la breccia fosse diventata aperta porta. E noi lì sulla soglia della turrita, oscura muraglia e davanti una strada meravigliosa, di luce avvolta, senza ostacolo alcuno nell’immenso piano.
Così come si presentava alla coscienza, sembrava un lontano sogno, già apparso, ma che non aveva potuto restare.

La lotta per superare il nostro limite sembrava bene avviata.
Nulla era stato ancora raggiunto, ma molti elementi nuovi erano affiorati e facevano bene sperare. Fra questi il mondo in noi, con le sue dimensioni, con le sue estensioni nel tempo. Là dovevamo rivolgere la nostra attenzione e fiducia.
Quel mondo è sempre stato considerato senza fine da tutte le religioni, ma era un sogno disperso, una lontana promessa.
Si trattava ora di ottenere qui la nostra vittoria.

Con l’aprirsi del mondo in noi ci veniva l’impegno: tenerci in comunicazione con esso.
Ciò significava anche sollevarci a quel livello, posizione ideale librata sulla realtà costituita.
Ciò che costituiva quel mondo non aveva volto di cosa quaggiù. Lo avrebbe avuto dalla nostra vita, qui impegnata per esso.
Ci dovevamo impegnare quindi per una realizzazione lontana, forse, con la sola certezza che ci veniva dal cuore.
Ma dovevamo salire. Questo nostro essere doveva conquistare il suo sogno, trasformarsi per esso, diventare esso stesso. E il nostro sogno alimentava la nostra carne, diventava il nostro aspetto.
Qui noi potevamo trasformarlo in volto e conquista: questo era il potere del nostro essere nel mondo e della nostra realtà corporea.
Ci troviamo qui con altri corpi vegetali e animali nello stupendo scenario del mondo e solo noi uomini continuiamo a salire, conquistando. Gli altri si sono fermati, in aspetti stabili, in dimensioni costanti a costituire la realtà del mondo.
Ciò di cui ci arricchiamo è nuovo alla luce del sole e se anche fosse racchiuso in forzieri nel profondo delle cose solo per noi diventa figura nella luce, nello spazio aperto delle stelle.

La rinuncia all’utile immediato per la conquista di un sogno non avviene mai senza lotta. Ci troviamo in un continuo stato di rottura con il mondo in noi. I nostri padri dicevano che siamo nella continua condizione di peccare.
Le cadute sono numerose e ci avvisa ogni volta la voce della coscienza.
Una volta attendavamo che ci assolvessero dai nostri peccati e ci facevano espiare le colpe. Oggi alla caduta fa seguito la nostra fredda determinazione a non ricadere. Siamo soli di fronte a noi stessi per ogni nostro atto, per ogni nostra decisione.
I nostri padri dicevano che non si può non peccare.
Il nostro peccato è la nostra stessa vita nel confronto con il mondo in noi. Importante è che la comunicazione non si spenga.
Se la comunicazione si spegne allora ci resta solo il corpo animale. Quella è una vita colpevole ed è resa ancora peggiore dell’uso che si fa delle parole dell’anima per nascondersi e ingannare.
La comunicazione si spegne quando non si ascolta più la voce della coscienza. Il corpo ha vinto. I suoi desideri, le sue necessità, sono diventate abitudine e vizio.
Possiamo ben comprendere questo nostro stato se consideriamo la differenza esistente fra il corpo e l’anima.
L’anima è spuntata in noi come un fiore dalla terra. Un tempo non era così. Ancor prima era un seme nascosto, o forse non era neppur come seme.
Fuori abbiamo esperienza degli innumerevoli corpi animali.
Rimanendo in comunicazione con la nostra anima essa ci impegna a manifestarla.
Noi diventiamo il suo mondo, la sua terra dove il novello fiore si mostra. Appare sul nostro volto, si esprime con le nostre parole, si muove nelle nostre azioni.
Vivendo in comunicazione con la nostra anima possiamo ascoltarne le voce.
L’amore per essa è misurato dall’impazienza con cui l’attendiamo.
Si può però acquistare saggezza anche in ciò: aspettare se il corpo è stanco.
Al mattino, dopo il lungo sonno, la voce è stata sentita, la parola è pronta sulle labbra. O si può attendere, stesi nel riposo, con i sensi chiusi al mondo. E la voce giunge da remote profondità. Strana voce, mai completamente nuova, ma che arriva ora perché è attesa, per restare nel nostro mondo.
I momenti in cui lo spirito affiora li chiamiamo ispirazione e rivelazione.
Specie quest’ultima era ben nota agli antichi. Voci ed immagini giungevano ad essi da remote profondità e dagli abissi del sonno. La chiamavano la voce di Dio. Alla luce della nuova esperienza possiamo comprendere i nostri predecessori. I loro sogni non erano illusioni e son fiorite nel mondo le loro opere e le grandi civiltà.
E questa nostra proviene da esse.
Non eravamo del tutto sprovveduti quando abbiamo cominciato a ribellarci al nostro destino.
Abbiamo in noi un mondo con poteri straordinari rispetto a quelli del mondo dei corpi e con esso potevamo comunicare. Quando ciò avveniva, esso mutava però il nostro aspetto e la nostra vita.
Certo, molti appetiti dovevano essere messi a tacere, ma questo era il prezzo che si doveva pagare per tentare la via della vittoria.
Proprio qui ciascuno sarebbe stato chiamato a rispondersi e a impegnarsi. Non c’erano altre vie da seguire.
Da una parte si partecipava alla lotta e si poteva sperare nella vittoria, dall’altra si viveva nel mondo rivolti alle sue ricchezze, ma la sconfitta non avrebbe mai cessato di giungere.
Ciò che si chiedeva era di non rompere col mondo in noi, di ascoltare la voce della coscienza, di mostrare costantemente la nostra anima nelle nostre azioni.
Quando ciò non avveniva la vita dell’anima era sospesa. I nostri padri dicevano che si cadeva nel peccato e quando il peccato era grave si spegneva la comunicazione, si decretava per propria volontà la morte dell’anima nostra.
Questa nuova considerazione, che la nostra sconfitta poteva essere da noi decretata, ci apriva un nuovo spiraglio. Il momento della sconfitta non solo aveva perso la sua eccezionalità in quanto poteva venire riprodotto e sperimentato, ma si trovava ora che la sconfitta stessa la decretavamo noi, a noi stessi.
Innanzitutto dovevamo provvedere noi che ciò non accadesse, finché ne avevamo la possibilità, ciò finché eravamo al mondo. Poi la perdita della vita del corpo. Ma sarebbe bastata questa perdita a far smarrire il mondo in noi, lungamente e con tanta fedeltà tenuto acceso! E se, come sembrava, ciò era sempre accaduto, dovevamo credere che avrebbe continuato così?
L’uomo è abituato a superare gli ostacoli. Egli poi non si pone le domande inutilmente. La sua impossibilità, la sua incapacità, sta solo nel suo ristagnare per la mancanza di un ideale, perché non ha una via da iniziare a percorrere. Ma le sue soste non sono mai troppo lunghe. Se non si muove lui, si muoveranno i suoi figli.
Ognuno di noi è una strana pianta, che non ha mai smesso di crescere e non si fermerà mai forse, perché il nostro fiore s’alimenta dei nostri corpi e delle nostre vite.
Il nostro corpo non appartiene solo alla terra se la terra è legata al cielo. E il fiore che dentro ci cresce, ama la terra, desidera il cielo, vuole tutto il mistero.
Se anche lo smarrimento del mondo in noi fosse sempre accaduto, dovevamo credere che sempre dovesse accadere?
A questa domanda rispondiamo di no. Il nostro avvenire è illuminato dai nostri sogni. Tentando assecondiamo la nostra natura.
La perdita della vita nel mondo poteva causare lo smarrimento del mondo in noi?
Non smarrire il mondo in noi significa conservarlo e ritrovarlo ancora così, ricco delle immagini raccolte, com’è ora: con i volti dei nostri genitori, la nostra casa, strade tante volte percorse, luoghi cari al ricordo, la giovane moglie, la piccola figlia, le albe, i tramonti, il cielo stellato e tutto quanto potevamo ancora raccogliere.
Poteva tutto ciò essere salvato?
Non possiamo rispondere sì.
Ma c’è qualche cosa in me, come un segno col significato di “sì” e che m’appare sempre davanti. Sì che non svanirà, sì che resterà sempre così.
Ciò mi significa il segno.
Non so di preciso dove sia ma è pronto alle labbra, s’accende nel pensiero.
Ma pure il suo posto deve essere più in giù, oltre la gola, nel petto. Là pare si dilati assieme al respiro e scorre nel sangue spandendo dolcezza quando il mondo s’apre bello alla vista.
Non si tratta neppure di una fede, anche nuova, perché il suo oggetto non rimane nascosto.
Ma piuttosto è simile ad una misura, nuova, della vita del mondo, con cui tanto si potrebbe ottenere.

POI, SEGUENDO UN CAMMINO LUNGO CINQUANT’ANNI CHE AVEVA OSTACOLI IMMENSI NEL SUO GIRO E SEGRETI DA SVELARE, SIAMO GIUNTI DOV’ERA LA RISPOSTA: ALLA FINE CHE COINCIDEVA CON L’INIZIO. L’INTERO PERCORSO SI CHIAMA ORA “VIA FILOSOFICA” O “VIA DELL’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE” E DOMANDA E RISPOSTA INCISE NEL PUNTO D’ARRIVO SUONANO COSI’:
CHI SEI?
SONO L’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE.

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