Empirismo e idealismo

Appunti per una storia della filosofia, ora che sta tutta in uno sguardo e si può seguire il suo millenario cammino fino alla fine che coincide con l’inizio.
Un riscrivere la sua storia alla luce della sua conclusione sarebbe l’intento, ma è lavoro che può occupare una vita e noi l’abbiamo spesa in altro: a costruire l’ultimo tratto che porta fino alla coincidenza degli opposti e all’ “eterno ritorno dell’uguale”, per cui ci occuperemo, appunto, solo di appunti, per chiarire anche a noi stessi, oltre a quelli già esposti, altri aspetti della strada, e i procedimenti seguiti per costruirla.

Giorgione, Tre filosofi (1506-08))

Giorgione, Tre filosofi (1506-08)

La filosofia comincia con Socrate, e comincia con la preminenza che viene data alle idee e al loro totale, o alle cose e al loro totale. Questi due aspetti presenti fin dal suo inizio, con la filosofia moderna hanno preso i nomi di “empirismo” e “idealismo”. Prima di essi dalla parte dell’idealismo c’erano l’Essere, Dio, il Logos, il Bene, le Idee, il Motore immobile …, e da quella dell’empirismo il Mondo, le Cose del mondo che sono ognuna la metà di un intero, le Apparenze, le Ombre della caverna, la Materia … Ciò è continuato anche dopo, ma dopo si sono aggiunti altri titoli che hanno occupato la scena: “Io penso”, “Io assoluto”, “Sostanza”, “Ragione”, “Idealismo”, “Sé” …

Empirismo è l’“indirizzo filosofico secondo il quale tutti i dati della conoscenza derivano direttamente o indirettamente dall’esperienza che viene pertanto assunta come unico criterio di verità”.
Idealismo è invece il contrario: prime ci sono le “idee”, eterne, immutabili, immobili, e poi le “cose”, che sono invece precarie, mobili, mutevoli.
Su questi aspetti e seguendo queste due direzioni si sono impegnati i maggiori filosofi, antichi e moderni. Ne citiamo alcuni:
− Nell’antichità, fra gli idealisti Platone;
− Fra gli empiristi Aristotele;
− Chiara la posizione di Platone: si comincia dalle “idee”. Sono l’essenza del molteplice, eterne, immutabili, immobili. Dall’altra parte le “cose” del mondo, che sono “ombre” delle idee, soggette al tempo che passa, muove e muta;
− Per Aristotele, invece, non ci sono idee innate, “non c’è nulla nell’intelletto che non sia prima nei sensi”, e perciò la “ragione” sarebbe completamente vuota se non ci fossero stati prima i sensi a percepire e a trasmetterle i dati che essi hanno attinto, e per Aristotele la ragione è una scintilla della luce divina nell’uomo. Da lì in avanti, vale a dire dopo questa imbeccata, comincia l’opera dell’ “animale razionale”, cioè dell’uomo. Comincia la filosofia. In questo processo, dunque, le Idee (le “Forme”) non appartengono ad un mondo a parte − non c’è l’Iperuranio platonico −, ma esse sono assieme alla “materia”. Ogni cosa è “sinolo di materia e forma”. Dunque, prima i sensi per Aristotele, che perciò si colloca fra gli empiristi, anzi è il primo di essi.

Ora un salto con gli stivali delle sette leghe e scendiamo nella filosofia moderna, cominciata nel secolo diciassettesimo e continuata nel successivo:
− Fra gli idealisti c’è Cartesio;
− Fra gli empiristi Locke. Locke sta a Cartesio come Aristotele a Platone;
− Cartesio riprende l’antica distinzione stabilita da Platone fra “ombre” e “idee” e chiama le prime “sostanza estesa” e le altre “sostanza pensante”. (Res cogitans e Res extensa – pensiero ed estensione). Ma alla “Res cogitans”, o “Io”, e poi, in modo surrettizio, a “Dio”, egli arriva mettendo in dubbio tutto ciò che ha incontrato per via in quell’andare errando, vale a dire tutta la “Res extensa”. Così racconta il suo viaggio allucinante: “Come nei sogni della notte ci capita di far cose che davvero non facciamo e d’essere in luoghi dove davvero non siamo mai stati, similmente, se stiamo alle semplici testimonianze che ci giungono dai sensi, se prestiamo cioè fede alle immagini che ci forniscono, io non avevo sufficienti prove per decidere se ero sveglio o se stavo sognando. Perciò la realtà del mondo, e il mio stesso corpo, quali mi appaiono in immagine, potevano essere in sé nient’altro che sogno e illusione”. “È stato” ha continuato Cartesio “come se fossi caduto in un’acqua profondissima”. “Sono così sorpreso che non posso né poggiare i miei piedi sul fondo, né nuotare per sostenermi alla superficie”. Non posso, infatti, più negare “che tutte le cose che vedo sono false, che nulla esiste di tutto ciò che la mia memoria, riempita di menzogne, mi rappresenta; penso di non aver senso alcuno; credo che il corpo, la figura, l’estensione, il movimento, il luogo non siano che finzioni del mio spirito; che cosa dunque potrà essere reputato vero? Forse nient’altro se non che non vi è al mondo nulla di certo”. Giunto all’ “Io”, unico approdo, unica certezza dopo il dubbio universale, è l’“Io” che poi assegna il certificato di validità (di “realtà”) alla “Res extensa”, è lui che la ricupera dal dominio dei sogni e delle chimere. Perciò Cartesio, nella storia della filosofia va a porsi dalla parte degli idealisti.
− Per Locke, invece, la mente è “tabula rasa” (una lavagna senza alcun segno, una stanza vuota). È ciò di cui abbiamo le parole ma non l’esperienza. E queste parole sono (appunto) vuote, senza contenuto. Di tal natura, per esempio, sono “Sostanza”, “Eternità”, “Dio”. Con esse si possono comporre trattati, costruire sistemi, come è accaduto nel passato vicino e lontano, ma sono soltanto costruzioni della mente. Qui appare tutta la differenza esistente fra la filosofia da cui si usciva e quella che era stata da poco prodotta e inaugurata da Cartesio e Galileo.

C’è poi un terzo gruppo di cui fanno parte Spinoza e Berkeley:
− Spinoza è catalogato fra i razionalisti, Berkeley fra gli empiristi. Ma non stanno ognuno al suo posto questi due, vale a dire sui solidi terreni ben delimitati dell’idealismo e dell’empirismo, ma su una palude di sabbie mobili, con un piede di qua e uno di là della linea cartesiana di demarcazione;
− Perché per Spinoza c’è una sola sostanza, e non due come per Cartesio, ed essa è Mondo e Dio assieme, o il Mondo è anche Dio e viceversa. Tutto è “Natura”. È stato chiamato “panteismo” questo “tutto in uno”. L’unica sostanza, coincidenza di estensione e pensiero, Spinoza l’ha chiamata semplicemente così: la “Sostanza”, e sono, dunque, suoi appellativi “Natura” e “Dio”;
− Non diversamente, Berkeley parte dalle percezioni, per cui egli è annoverato fra gli empiristi, ma è un ben strano empirismo il suo. Con lui il mondo, cioè la “sostanza estesa”, sotto il suo pensiero si scioglie come la neve al sole. Perché scompaiono le “cose” che stavano alla base delle percezioni: non c’è niente là fuori da cui i sensi traggono i dati, ma le percezioni sono le cose stesse. Il mondo con tutte le sue cose diverso dalle percezioni sarebbe un inconcepibile mondo superfluo. Tutto nella mente, perciò, per Berkeley. “Esse est percipi” è la sua formula finale: “sono perché sono percepite”, e il suo empirismo già trabocca e muta in idealismo. Perché chi percepisce è l’ “Io” o uno “Spirito eterno” e in esso tutto avviene e si risolve.

Infine, in questa breve serie di appunti c’è Kant da solo che fa la doppia parte, che ha tentato cioè la sintesi di idealismo ed empirismo (di esperienza ed intelletto, come lui li ha chiamati). E ci è riuscito, ma solo in parte: solo per la parte a giorno del cammino filosofico. Mancava ancora ai suoi tempi il percorso nella Notte che chiude la rotonda via della conoscenza filosofica, ed è da quell’arrivo che si può vedere l’intero. Mancava perciò la coincidenza degli opposti che è avvenuta quando Fine e Inizio sono diventati “lo stesso”. Perciò quando idealismo ed empirismo sono risultati anch’essi “lo stesso”.
Dunque Kant ha risolto l’antico dualismo esistente nella filosofia fin dal suo inizio, quello che ha posto in contrapposizione Platone e Aristotele e poi, via via, tutti gli altri, a coppie, lunga una millenaria Storia, ma solo in modo parziale, che non è bastato a cancellare l’intimo dramma del filosofo di Köningsberg, quello che si coglie guardando le due edizioni della Critica. L’esito della sua filosofia lo portava a concludere che non c’è il mondo senza l’Io e non c’è Io senza il mondo, e quindi non poteva esserci un prima e un dopo: prima l’esperienza e poi l’intelletto, o viceversa. Eppure si doveva partire se si voleva arrivare. Ma da dove? Ecco il grande travaglio, specialmente nei sei anni che intercorrono fra la prima e la seconda edizione della Critica. Ed ecco il compromesso, che non gli ha tolto certamente l’affanno: era partito dall’intelletto nella prima edizione, e nella seconda inizia invece dall’esperienza – un colpo al cerchio e uno alla botte.
Nella seconda edizione sta scritto: “Che ogni nostra conoscenza inizi con l’esperienza, su ciò non sussiste alcun dubbio; da che, infatti, la nostra facoltà conoscitiva sarebbe stimolata al suo esercizio, se ciò non avvenisse per mezzo degli oggetti che colpiscono i nostri sensi, e, per un verso, danno origine da sé a rappresentazioni, per un altro, muovono l’attività del nostro intelletto a paragonare queste rappresentazioni, a riunirle e separarle, e ad elaborare per tal modo la materia greggia delle impressioni sensibili per giungere a quella conoscenza degli oggetti, che chiamasi esperienza?” (Critica della ragion pura, Introduzione, Volume I, pagg. 39-40, Universale Laterza). Mentre nella prima c’è il contrario: “L’esperienza è senza dubbio il primo prodotto che il nostro intelletto produce”. La qual cosa fece dire a Schopenhauer quando s’imbatté in essa: “Vidi allora, con mia gran gioia, svanire tutte quelle contraddizioni e trovai che Kant, anche se non usa la formula nessun oggetto senza soggetto, tuttavia con la stessa determinazione di Berkeley e mia, spiega il mondo esteriore che giace nello spazio e nel tempo come mera rappresentazione del soggetto conoscente” (A. Schopenhauer, Die Welt als Wille und Vorstellung, II, pag. 534).

Dunque mare agitato in filosofia per migliaia di anni. Contrasti e contrapposizioni che hanno fatto dire ripetutamente anche ai più dotti che se un filosofo dice una cosa, chi lo segue ne dice un’altra diversa od opposta. Ma le cose, dunque, non stanno così. Tutti hanno detto e dicono “lo stesso”. O, chi è partito dall’inizio non poteva ancora constatare che esso è anche fine. Però in qualche modo lo sapeva. In qualche modo quella conoscenza era racchiusa in lui, gli era stata trasmessa e a volte è apparsa, come nei sistemi di Spinoza e Berkeley.
Da chi trasmessa, dalla sapienza?
Sì, dalla sapienza. E poi dalla meta della filosofia, lontanissima e in tanta parte nascosta ma non completamente sconosciuta. Chi parte davvero, ha in cuor suo anche la direzione e la meta.
In quanto alla sapienza, che ha preceduto di poco l’inizio della filosofia, il suo tempo è quello in cui non c’erano idealismo e ed empirismo distinti e separati. C’era, appunto, la sapienza e lì le due parti stanno assieme, sono la stessa cosa. Sono un intero che è la coincidenza dei due. Così in Eraclito e Parmenide.
Ma fino a poco tempo fa, sulla scia delle due grandi correnti idealismo ed empirismo e dell’opinione diffusa, si era soliti collocare i due grandi sapienti in due posti diversi: Eraclito fra gli empiristi per il suo “tutto scorre”, perché il tutto scorre appartiene al mondo, e Parmenide fra gli idealisti per il suo “Essere” immoto, immutabile, eterno.
Però non è vero che per Eraclito “tutto scorre”, o bisogna aggiungere: tutto scorre come i ruscelli, torrenti, canali, fiumi, nel mare, che è “cifra” dell’immoto, immutabile, eterno. E Parmenide, se ha di mira l’Essere non trascura però le apparenze, “ciò che appare ai mortali”, apparenza lui stesso finché si trova nella “casa della Notte” e “corre” sul carro tirato da focosi destrieri e guidato dalle fanciulle “figlie del sole”. Poi lo bacia l’Essere.
Perciò sono la “stessa cosa” i pensieri di Parmenide e Eraclito.

Dunque i filosofi − naturalmente quelli cui si addice questo nome −, non si sono contraddetti, non hanno fatto guerra fra di loro, non hanno “chiacchierato”. Semmai, finché la millenaria strada della filosofia non è giunta a compimento, ognuno ha raccontato la sua parte di cammino. E se alcuni hanno espresso l’inizio della via ed altri la conclusione e le due cose sembravano in contrasto, ciò è perché ancora non appariva in modo chiaro e distinto che inizio e fine stanno assieme, “sono la stessa cosa”. Quel che, ora che siamo giunti alla fine, è invece evidente. Ma era evidente anche all’inizio, al tempo dei sapienti, quando la partenza ha avuto luogo.

P.S.
Perché le prime annotazioni di una futura Storia della filosofia, ora che la via filosofica è finita, comincia con idealismo ed empirismo, che sono i due aspetti dell’intero?
Perché così è iniziata anche la mia avventura: da una chiesetta che ho visto con gli occhi e toccata con le mani e da un’altra, uguale ad essa, che contemporaneamente è apparsa in cielo sopra le più alte montagne, come specchiata in quell’azzurro. Ed io sono partito dalla prima in cerca della seconda che non sapevo dov’era (vedi i post Le indicazioni del destino. Capitoli primo, secondo e rivoluzione). Quando, alla fine di un’avventura durata cinquant’anni l’ho trovata, le due chiesette sono diventate una sola, l’una e l’altra assieme.
Dunque son partito anch’io dai dati dei sensi, vale a dire dalla chiesetta terrestre, ma solo apparentemente però, perché senza la seconda, senza ciò che essa indicava e prometteva − era il luogo d’appuntamento perenne −, non mi sarei mosso. L’inizio è cominciato dalla fine perciò. Diversamente mi sarei accontentato di quel che normalmente accade: di avere un luogo d’appuntamento quaggiù finché dura la vita; mentre dopo la coincidenza delle due chiesette esso è eterno, immutabile, immobile.
Similmente quando empirismo e razionalismo sono diventati i due aspetti di uno solo (l’“Uno”), quella è stata la meta della filosofia: una via eterna aperta ad ogni singolo che vuole percorrerla.
Ecco cos’è filosofia, cos’è l’eterno ritorno dell’uguale.

2 Risposte to “Empirismo e idealismo”

  1. LexMat Says:

    Mi si permetta questo intervento.
    Non so se possa essere “poeticamente” attinente:

    E’ forse cambiamento, scorrimento, metamorfosi della stessa immobile sostanza, verso forme nuove, poeticamente cangianti.

    Come una stessa massa di plastilina che può assumere mille forme.

    E com’è il colore di quelle forme?
    Che sia dato esternamente da una luce divina, oppure che quella luce stessa risieda già nella sostanza che colpisce?

    Saluti.
    Grazie.

    http://lexmat.blogspot.it/2014/01/lettera-aperta-wilmo-e-franco.html

    LexMat
    lexmat.blogspot.it

  2. wilmo e franco boraso Says:

    Caro LexMat.
    Se si guarda al nostro simbolo: il cerchio giallo-grigio inscritto in
    un quadrato bianco-nero, il cerchio è il luogo delle idee chiare e
    distinte che culminano nell’ “eterno ritorno dell’uguale”. Il quadrato
    invece, che non è una limitazione ma soltanto una cornice, è il
    territorio della poesia, mito, religione, fantasia ecc.
    Ebbene, il suo commento appartiene al quadrato, ma è anche da lì che
    si passa al cerchio, perché c’è comunicazione fra i due.
    Cordiali saluti

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